STAI LEGGENDO : House of the Dragon S01E06 - Filomena Marturano

House of the Dragon S01E06 - Filomena Marturano

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Questi ragazzi crescono a vista d'occhio, signora mia, ma cosa gli fa mangiare? Uova di drago?

Dopo l’annunciato salto temporale della settimana scorsa ammetto di aver fatto fatica a pigiare play. Credo anche che se si fosse trattato di un’altra serie il passaggio tra quinta e sesta puntata sarebbe stato sottolineato da una pausa di midseason. Il ritmo per i miei gusti è esasperatamente compassato, i personaggi non fanno nulla per risultare simpatici e il sentimento più vicino all’empatia che provi è la pietà (per il Re di cui dopo 6 puntate ancora devo googlare per ricordarmi come si chiama, se non è un sintomo di un problema molto grave questo io proprio non lo so, e la sto guardando con i sottotitoli, vuol dire che dovrebbe uscire scritto ogni tanto e invece).

Comunque ho affrontato questa impervia visione solo per i miei assidui lettori che (mentre scrivo è mercoledì pomeriggio) ormai si staranno chiedendo che fine ha fatto il post settimanale di quel simpatico giovine.

 

La cosa che più salta all’occhio è la scabrosa questione del salto temporale.

In linea di massima è un’espediente narrativo che mi piace molto dal momento che spesso gli anni che non vengono mostrati allo spettatore sono strumentali per chiudere trame rimaste aperte con un gigantesco non detto, molto comodo quando si vuole spostare l’attenzione dello spettatore non sulla risoluzione in sé per sé ma sugli esiti di quella risoluzione sul resto delle storie. Tanto per cambiare è il solito conflitto aperto tra COME e COSA. Con un salto il COSA viene automaticamente eliminato dall’equazione e contano solo le conseguenze. Nella sesta puntata di House of the Dragon invece è come se non avessimo mai perso di vista i personaggi. Non ci sono trame rimaste aperte alla fine del quinto episodio e il passaggio di 10 anni serve solo ad appesantire i protagonisti di prole e sottolineare ulteriormente come le donne in una società maschilista pseudomedioevale siano solo incubatrici di papabili teste coronate.

Escludendo il “dettaglio” dei figli potevano essere passati 10 anni o 10 giorni, per la trama non sarebbe cambiato niente, pure il Re che sembrava essersi fatto la cartella tanto stava una schifezza alla fine del quinto episodio è riuscito a mettere in cantiere un'altro piccolo Targaryan. Quindi viene naturale pensare “non era forse poi più facile gestire la storia in maniera diversa, più raccolta, più pulita, più lineare?”

 

Scelte fatte in sala di scrittura consapevolmente per non lasciare nessun tipo di dubbio possibile allo spettatore, ancora una volta, in nome di una leggibilità estrema sacrificando il ritmo, con puntate compresse tra un inizio catchy e un finale che in chat redazionale ho definito “molto GoT” che in linea di massima aiuterebbe a digerire la puntata, come un dessert (per il quale c’è sempre spazio) alla fine di un pasto.

 

Se non fosse che di mezzo c’è il mio Io irrazionale, quella scintilla folle di arbitrio veramente libero che oppone resistenza allo sciropparmi questa serie con una sequenza di atti mancati, distrazioni, mente vagante altrove, sguardo fisso, assoluta indifferenza allo scorrere dei sottotitoli, totale mancanza di empatia, sonnolenza, morte.

E non è nemmeno che non riconosca i meriti, prevalentemente attoriali, della serie: il cast ci ha guadagnato molto in termini di intensità e trovo molto adeguate le scelte di casting, ma ho come l’impressione di assistere ad una di quelle lunghissime canzoni prog rock che non arrivano mai ad aprirsi nonostante siano infarcite di virtuosismi sonori e grande lavoro intellettuale alle spalle nell’inserire tutti temi giustissimi e salienti che caratterizzano il contemporaneo e forse nel sapiente mix equilibrato di tutti i contenuti per me ci perde in termini di anima e io di entusiasmo.

Best in show: Larys Strong, letteralmente il Joker.

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