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Hellraiser, una storia d'amore di Clive Barker

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Hellraiser è il classico di Clive Barker del 1987 che ha dato vita alla saga dei Cenobiti, sacerdoti infernali in tenuta sadomaso.

Ho sempre amato Hellraiser, il film del 1987 che lo scrittore Clive Barker girò adattando un suo racconto lungo. È peculiare per un milione di motivi, ma quello che senza dubbio ricorderete è l’icona Pinhead (Doug Bradley): un demone sadomaso con la faccia ricoperta di spilli, vestito di cuoio nero, i capezzoli insanguinati. Ora che Barker ha recuperato i diritti sul franchise, stiamo per assistere a un remake filmico su Hulu e a un reboot seriale su HBO, entrambi con la sua collaborazione. Vediamo perché tutto questo è ancora importantissimo a più di 30 anni dall’esordio alla regia dello scrittore inglese.

Clive Barker fu una rivelazione letteraria negli anni ’80, caratterizzato da uno stile più ardito rispetto a quello di Stephen King. Si tuffava senza timore nel body horror con immagini splatter, indugiando sulla dissoluzione grottesca di corpi umani e mostruosi. Diventato famoso coi racconti dei Libri di sangue, Barker passa alla regia per la prima volta proprio con Hellraiser, dando forma a quelle sue visioni infernali già intrappolate nella novella The Hellbound Heart del 1986 – in italiano, Schiavi dell’inferno.

Di cosa parla Hellraiser

Probabilmente conoscete la storia ma vi ricordate soprattutto di Pinhead. Hellraiser però inizia con un uomo, Frank, alle prese con l’oggetto che caratterizza l’intera saga. Si tratta della scatola di Lemarchand, un rompicapo tridimensionale a forma di cubo. Frank sta cercando di risolvere la Lament Configuration, che gli darà accesso a un mondo ultraterreno di piaceri inauditi. O almeno, così crede lui. Ma il patto faustiano implicito alla soluzione del puzzle in realtà evoca i Cenobiti, creature infernali dal look esplicitamente sadomaso. Il piacere che intendono loro è la forma più estrema di tortura e dolore, a cui Frank è condannato per l’eternità. Il suo corpo viene distrutto, la sua anima trascinata in questo oltre-mondo dove i Cenobiti potranno continuare la loro opera.

Tutto ciò accade durante i primi 5 minuti del film, ma da lì in poi qualcosa cambia il suo destino. Quando il fratello Larry e la cognata Julia si trasferiscono nella casa da cui Frank è scomparso, alcune gocce di sangue cadono accidentalmente nella stanza in cui è morto. Attraverso questo sangue, un rimasuglio di Frank rimasto ancorato a questo piano di realtà riesce a rigenerarne il corpo, in maniera disgustosa e incompleta. La cognata Julia, che in passato è stata la sua amante, si trova incaricata di nutrirlo e farlo tornare al vigore di una volta, al sicuro dai demoni che lo hanno dannato. Inutile dire che l’unico nutrimento ammissibile è il sangue degli uomini che Julia gli porterà.

Il personaggio centrale: Julia

Quando periodicamente ci torno sopra chiedendomi come mai mi piaccia così tanto, quello che trovo al centro esatto di Hellraiser è il personaggio di Julia, interpretata da Clare Higgins. Questa infatti è soprattutto una storia di amore e sesso estremi, un film gotico sulla passione tra Julia e il torbido Frank. Se osserviamo bene come è costruita la vicenda, possiamo subito notarne gli aspetti dissonanti. C’è una pseudo final girl, la giovane Kirsty, figlia di Larry. Il suo personaggio è lì soprattutto per ricordare la formula più canonica dell’epoca, derivata dallo slasher.

Kirsty nel terzo atto assume un ruolo da eroina contro i demoni e le perversioni degli adulti. È lì per rassicurare, per portare a termine la vicenda con la sua innocenza. Ma la vera protagonista di Hellraiser è inequivocabilmente Julia, la sua matrigna. Ed è una matrigna cattiva. Questo per me è un elemento che ancora oggi, 34 anni dopo, dà la scossa. Perché non abbiamo l’abitudine di trovarci davanti a personaggi che siano davvero respingenti, irredimibili, eppure protagonisti al di là di qualsiasi paradigma antieroico.

Julia è una donna travolta da orrore e desiderio nella stessa misura – in questo, incarna alla perfezione il pubblico dell’horror. Nella quiete della sua vita borghese, Julia si trova all’improvviso davanti a Frank, un amante mostruoso ritornato dalla morte per chiederle del sangue umano. Julia si scopre disposta a tutto per soddisfare la propria ossessione erotica e si trasforma in serial killer in favore del suo amante infernale. C’è davvero del grottesco nelle conversazioni impossibili che Julia e Frank hanno in quella che Barker nella novella definisce “la stanza umida”. Lui, scarnificato, è un ammasso sanguinolento senza pelle che reclama il suo pasto.

Non è una passione felice, la loro. Frank è un amante brutale e tirannico, a cui Julia è soggiogata sia quando è vivo, sia dopo la morte. Barker nel romanzo descrive il loro primo amplesso usando come similitudine lo stupro, proiettando un’ombra tragica su tutta la passione che segue tra i due. Questa sopraffazione implicita nella relazione non la rende meno inebriante per Julia, che dall’inizio alla fine è governata da un desiderio altrettanto violento. È un personaggio intensamente drammatico, che posto davanti a scelte inconcepibili prende la strada meno ovvia.

Come è stato fatto notare nel podcast Faculty of Horror, in un certo senso Frank è la scatola di Lemarchand di Julia. L’incontro col cognato apre un mondo di piaceri proibiti, da cui Julia non può mai davvero tornare indietro: dopo averlo incontrato, la sua vita non è più la stessa. Quando lo ritrova ormai in condizioni disumane, la possibilità di tornare in quel mondo è ragione sufficiente per fare qualsiasi cosa. Julia per me rimane l’altra icona indimenticabile di Hellraiser, anche grazie all’interpretazione di Higgins.

La ricercatrice Linda Badley, nel suo saggio Writing Horror and the Body del 1996, fa notare come lo smembramento di Frank avvenga repentinamente nelle prime scene, mentre nel resto del film assistiamo alla sua lenta ricostruzione. Secondo Badley, questo inverte la struttura tradizionale dell’horror, in cui di solito il mostro viene decostruito ed espulso nel finale, mentre qui accade l’opposto.

Badley sostiene che con la figura di Frank, Barker abbia aperto e “femminilizzato” il maschio. Frank è una ferita che cammina – un concetto caro alla film theory femminista. Ma è anche come un feto in crescita, ospitato nella stanza umida che diventa la sua cavità uterina, in cui è nutrito dal desiderio di Julia. Questi ruoli fanno sì che il pubblico sia messo in una posizione disorientante, perché viene incoraggiato a identificarsi con le forze del male, mentre non viene fornito un vero e proprio punto di vista morale a organizzare la storia.

Badley sostiene che Hellraiser renda gli spettatori scomodamente consci del corpo come processo, della sua incessante trasformazione. Allo stesso tempo, sovverte le certezze del film horror fondato sulla famiglia borghese, il cui proposito è espellere il mostruoso – anche se alla fine, aggiungo io, in qualche modo questo accade anche nel film di Barker attraverso il personaggio di Kirsty, che riporta l’ordine.

La queerness di Hellraiser

Come fa notare il critico Michael Koresky, l’omosessualità di Clive Barker non era ancora pubblicamente out of the closet al momento dell’uscita di Hellraiser. Gli anni ’80 non erano un’epoca accogliente per le persone gay o queer, né lo era l’ambiente horror, come attesta il documentario Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street di Roman Chimienti and Tyler Jensen (2019), che ripercorre le vicissitudini dell’attore protagonista del secondo film della saga di Freddy Krueger.

Koresky sottolinea tre aspetti della queerness di Hellraiser. Quello più esplicito è l’ispirazione sadomaso per i Cenobiti. Essa non è da vincolarsi strettamente all’omosessualità, quanto piuttosto a pratiche che rompono la convenzione amatonormativa ed eterosessuale – in quel senso quindi, più queer che gay. Per quanto riguarda il look e le carni scarificate e ornate di piercing, Barker ha dichiarato di essersi ispirato a un sex club newyorkese chiamato Cellblock 28 (su una scala sadomaso da 1 a 10, Barker assegnava a se stesso un 6).

Koresky vede poi un transfert bisessuale negli atti compiuti da Julia e Frank nella stanza umida: lei gli porta gli uomini adescati, li colpisce con un martello e glieli fa mangiare, trasgredendo alla consumazione di un atto eterosessuale diretto. In una di queste scene, Frank spinge uno di questi uomini contro la parete, penetrandone la testa con un dito.

Koresky evidenzia poi come l’apparato visuale di Hellraiser sia connesso a quello del Queer Cinema inglese del periodo, attraverso le stesse maestranze che vi partecipano. L’art director Jocelyn James lavorerà subito dopo al film di Terence Davies Distant Voices, Still Lives (1988), mentre il production designer Michael Buchanan collabora alla realizzazione di Caravaggio di Derek Jarman (1986), Gothic di Ken Russell (1986) e Orlando di Sally Potter (1992).

Infine, Koresky fa notare come l’equazione di Barker tra erotismo e sangue sia potente per un film uscito al picco della crisi dell’AIDS. In un periodo di omofobia e puritanesimo, questa può essere vista come una trasgressione dirompente, oppure come un commento moralizzante riguardo ai pericoli della liberazione sessuale – anche se a mio parere è chiaro che non si tratta di quest’ultima ipotesi.

Nel saggio Monsters in the Closet: Homosexuality and the Horror Film di Harry M. Benshoff (1997), l’autore criticava Barker per il modo in cui l’omosessualità viene collegata al mostruoso nella sua opera (segue traduzione mia): «Troppo spesso la rappresentazione dei mostri queer di Barker sembra somigliare a quella prodotta dagli ideologi di destra: la natura deliberatamente ripugnante dello stile visivo dei suoi film, una caratteristica necessaria all’horror splatter moderno, mette sullo stesso piano un’aperta queerness con la violenza più cruenta. E anche se a modo suo essa può costituire polemicamente una sorta di poetica della putrescenza, per molti spettatori essa ha soprattutto una funzione di shock intesa a disgustare, proprio come accade quando un pubblico omofobo si trova davanti a uno dei rarissimi baci omosessuali sullo schermo».

Benshoff cita Barker in quella che può in un certo senso essere una risposta a questo tipo di critiche: «Mi sembra vitale che in quest’epoca di Nuova Rettitudine [fa riferimento ai tele-evangelisti americani] dovremmo batterci per evitare deliri di perfettibilità e invece celebrare le complessità e contraddizioni che la narrativa fantastica è particolarmente adatta a esprimere. Se possiamo, evitiamo di annegare in una marea di semplificazioni che includono grandi false dicotomie come “il bene contro il male”, “la luce contro l’oscurità”, “la finzione contro la realtà”. Dobbiamo prepararci a mostrare i nostri paradossi invece di nasconderli». Come conclude Benshof, le migliori opere di Barker mettono alla prova proprio quella demonizzazione della sessualità queer implicita al genere.

La storia del franchise

Come ha detto lo stesso Barker al quotidiano The Guardian, Hellraiser è un horror anomalo per l’epoca proprio per come tratta la sessualità. In un momento in cui l’horror era fatto soprattutto da storie di adolescenti che venivano ammazzati dopo aver fatto sesso, dice Barker, il suo film usa invece quella materia come tessuto connettivo.

Nella stessa intervista, Barker racconta di come il suo passaggio alla regia sia originato dall’insoddisfazione per i precedenti adattamenti cinematografici dei suoi racconti. Il produttore Christopher Figg gli consigliò un budget sotto il milione di dollari, per un film da realizzare interamente in una casa con attori sconosciuti e qualche mostro. La sua novella The Hellbound Heart era perfetta per quei parametri, e così nacque il progetto di Hellraiser. La casa di produzione New World di Roger Corman mise 900.000 dollari con l’idea iniziale di far uscire il film direttamente in videocassetta.

Barker avrebbe voluto intitolare la pellicola come il racconto The Hellbound Heart (letteralmente, “il cuore diretto all’inferno”), o magari Hellbound, ma la casa di produzione lo vedeva come un titolo troppo tetro. Barker propose allora Sadomasochistic from Beyond the Grave. Per fortuna gli fu suggerito Hellraiser e accettò.

La trasposizione cambia alcuni particolari rispetto al racconto: Kirsty viene trasformata nella figlia di Larry, mentre nella novella era una sua amica, innamorata di lui – cambiamento che a pensarci bene conferisce un tono ancora più morboso all’opera. La storia viene spostata negli Stati Uniti. Per imposizione della New World, Barker deve rinunciare alla colonna sonora commissionata alla band darkwave britannica Coil. Il film va molto bene al box office incassando 14 milioni di dollari e aprendo la strada a quella che diventa una delle saghe più longeve della storia del cinema horror.

Il franchise ha una parabola considerata discendente, lungo l’arco dei 10 film che lo compongono. Potremmo dire che sono più largamente apprezzati fino al quarto. Personalmente amo molto il secondo, Hellbound: Hellraiser II (1988), in cui però già non troviamo più Barker alla regia, anche se è ancora produttore esecutivo ed è attivamente coinvolto nella realizzazione del film. Si tratta di una sorta di Labyrinth infernale, in cui Kirsty va alla ricerca del padre nel mondo dei Cenobiti.

Dal terzo capitolo in avanti, la New World esce di scena e il franchise passa nelle mani della ormai famigerata Dimension Films dei fratelli Weinstein, con cui Barker non ha un rapporto troppo sereno. Riesce comunque a rimanere collegato ai progetti fino al quarto film, lo stravagante Hellraiser: Bloodline (1996), che viaggia tra le epoche fino a un futuro remoto nello spazio. Cronologicamente, è là che finisce la storia dei nostri Cenobiti e della dinastia di Lemarchand, creatore della scatola.

La saga invece non è nemmeno arrivata a metà. Da qui in avanti però Barker viene escluso dagli uffici in cui si discutono i nuovi progetti (con la sola eccezione di Hellraiser: Hellseeker del 2002). Il quinto film, Hellraiser: Inferno (2000), segna l’esordio di Scott Derrickson, il futuro regista di Sinister e Doctor Strange. Derrickson sostiene che sia un progetto pensato di sana pianta per Hellraiser, ma secondo l’attore Doug Bradley si trattava invece di una storia già scritta e poi riadattata includendone i personaggi. Questa pratica diventa comune e riguarda la maggior parte dei titoli successivi – di nuovo, con l’eccezione del sesto, Hellraiser: Hellseeker di Rick Bota.

Da lì in poi la situazione precipita, i budget diventano microscopici, i film hanno una reputazione terribile. Vengono realizzati per inerzia col solo scopo di non far scadere il possesso dei diritti, che tornerebbe a Barker dopo un certo periodo di non utilizzo. Si arriva così a Hellraiser: Revelations (2011), nono capitolo, a cui Doug Bradley rifiuta di partecipare. La saga non ha nemmeno più il volto originale di Pinhead. Ma nel 2018 viene comunque realizzato l’ultimo titolo di questa fase decandente, Hellraiser: Judgment, a cui Bradley dice nuovamente di no.

I reboot, il ritorno di Clive Barker e il gender

I diritti della saga torneranno a Clive Barker il 19 dicembre del 2021 e gli sono già assicurati da un procedimento legale. Lui ora ha 69 anni e nel frattempo ne ha passate parecchie, compreso qualche giorno di coma nel 2012 e la pubblicazione nel 2015 di The Scarlet Gospels, il libro sequel di The Hellbound Heart. Barker ha trovato un accordo per essere incluso in due nuovi adattamenti che erano già in sviluppo prima della sentenza che ha stabilito la restituzione dei diritti.

Una di queste opere è un remake che uscirà su Hulu, diretto da David Bruckner, il regista di The Ritual (2017) e The Night House (2021). L’altra è un reboot sotto forma di serie tv HBO, in cui alcuni episodi saranno diretti da David Gordon Green, il regista dei nuovi Halloween, e che sarà co-scritta da Michael Dougherty, autore dei beffardi Trick ‘r Treat (2008) e Krampus (2015). Con lui ci sarà il veterano della tv Mark Verheiden. Sono tutti nomi interessanti, a cui va sempre aggiunto Barker come produttore esecutivo.

I due progetti sono collegati tra loro soltanto dalla sua presenza in quel ruolo. Il film Hulu si annuncia come una versione molto aderente al racconto da cui è tratto. Sarà scritto dagli sceneggiatori Ben Collins e Luke Piotrowski, che hanno già dato una bella prova con Bruckner in The Night House. L’attrice Jamie Clayton, nota per il suo ruolo nella serie Sense8 delle sorelle Wachowski, interpreterà Pinhead. In realtà, non è corretto dire che sarà “Pinhead”, perché il suo ruolo è chiamato "the Hell Priest". Infatti, il nome “Pinhead” non viene dal canone originale di Barker, che odiava questa definizione e a quanto pare se ne è liberato appena ha potuto.

Avrete forse notato un genderswitch rispetto alla saga cinematografica, ma vale la pena prendersi un momento per approfondire la questione, meno semplice di quanto non possa apparire. Nella novella The Hellbound Heart, c'è un* Cenobita che in effetti assomiglia a Pinhead (ha gli spilli in faccia). Viene chiarito subito che i Cenobiti non hanno un gender definito; o per lo meno Frank, attraverso il cui punto di vista li osserviamo, non è in grado di stabilirne uno. Viene precisato che quell* con gli spilli parla con la voce di una "fanciulla eccitata", ma Barker in inglese usa pronomi neutri.

Quando a Frank appaiono questi personaggi, ce n'è uno più importante che si presenta dopo gli altri per trascinarlo nell’abisso del piacere/dolore. Non è quell* con gli spilli e la voce di ragazza, ma quella che a Frank appare come una suppliziante, "una donna grigia e tuttavia lucente, con le labbra insanguinate". Barker usa esplicitamente pronomi femminili per lei. È il demone che nel libro ha la funzione dominante che Pinhead assume nei film, anche se non ha il suo aspetto.

In quel senso, si preannuncia più accurata e aderente al testo la nuova interpretazione che vedrà Clayton nel ruolo. Quanto allo switch, a mio parere neanche il Pinhead convenzionale che abbiamo conosciuto con Doug Bradley è strettamente “uomo”. È una creatura fantastica quanto meno genderqueer, come tutti gli altri Cenobiti, benché interpretata da un uomo cisgender. In ogni caso, per stabilire che lavoro sia stato fatto sul personaggio bisognerà aspettare il film.

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