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Ford Ravenstock: nella selva dei suicidi.

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Ford Ravenstock, lo "specialista in suicidi" di Susanna Raule e Armando Rossi è tornato disponibile in questi giorni per Double Shot.

Ford Ravenstock di Susanna Raule e Armando Rossi è indubbiamente un fumetto molto interessante e particolare, tornato disponibile con le sue storiche avventure in questi giorni per Double Shot. L’autrice ha ideato un protagonista decisamente singolare: Ford Ravenstock è infatti uno “specialista in suicidi”, come recita il titolo del primo episodio, uscito nel 2006 per Panini Comics. Egli infatti istiga le persone al suicidio – dietro compenso – toccando la giusta leva psicologica, ma non lo fa per mero interesse economico, bensì in quanto realmente convinto della sua missione mortifera come liberazione per l’umanità (se egli non adotta per sé tale soluzione è solo per il costante intervento del suo maggiordomo, unitamente a un certo mitridatismo che appare aver sviluppato).

Ford Ravenstock

Uno spunto particolarmente originale, che al contempo - come coglie correttamente Alessandro Di Nocera nella prefazione – diviene uno spunto per giocare abilmente sulle convenzioni della letteratura gialla. La tavola d’esordio ci ricorda una situazione quasi holmesiana (personaggio con cui il protagonista condivide il profilo segaligno, l’intelligenza manipolativa, un certo umor melanconico non alternato, in lui, agli scatti di esaltazione tipici del geniale detective di Conan Doyle). L’arrivo di una classica Dark Lady ci porta a una riscrittura del più tipico hard boiled, sostituendo al private eye (o al sicario prezzolato, se siamo in una declinazione più oscura del genere) l’esperto di suicidi come risolutore. In uno stile brillante in cui quasi ogni scambio di battute è intriso di una raffinata ironia (viene quasi in mente come modello, in un taglio lievemente differente, la scrittura di un Oscar Wilde), la vicenda si dipana in un complesso gioco di scacchi, mentre si precisa la psicologia patologicamente depressa del protagonista. Il gioco delle citazioni – quasi tutte già palesate dal Di Nocera nella sua prefazione – si diverte ad alternare registro “alto” e registro “basso” con un rollercoaster particolarmente sfrenato tra highbrow e lowbrow: si passa da Ursula (quella della Sirenetta, non quella del riuscito Piano Segreto di Prodi per riportare il PD al potere, ovviamente) a citazioni raffinatissime sciorinate con generosità: ad esempio, Emile Durkheim, sociologo autore nel 1897 di uno dei primi studi sistemici sul suicidio, il suicida Hemingway, Jacopo Ortis e il Giovane Werther (queste due, almeno, abbastanza facili per i liceali): tutte gettate sul tavolo nell’arco di una vignetta, con uno scorcio sulla libreria del protagonista.

Ford Ravenstock

Indubbiamente molto del merito dell’efficace registro della serie – ironico, ma senza mai sfociare in un aperto parodismo – dipende dal tratto affilato di Armando Rossi, che incide col dovuto humour nero i volti dei personaggi, con una attenzione indubbia a ogni elemento – gli scenari, la recitazione dei corpi... – ma particolarmente brillante nello studio delle espressioni, col giusto grado di caricaturalità che viene però stemperata dal “segno d’arte”, geometricamente spigoloso, quasi da secessione viennese (sopra il letto di peccato di un sacerdote che è dichiarata citazione di Uccelli di Rovo pare di intravvedere un dipinto di Egon Schiele, riferimento artsy che nel fumetto fa pensare anche ad Angelo Stano – il segno popolar-artistico per eccellenza nel fumetto italiano – ma che qui è un legittimo rimando autonomo, non mediato). Anche la colorazione (dove Rossi è affiancato da Giovanna Niro) accurata aiuta molto nella creazione di atmosfera tra i toni sfumati del blu e del seppia, in prevalenza, e quasi mai negli sgargianti colori primari cari ai comics delle origini, tranne quando il personaggio vien colto “fuori dal suo umore”, in un comicissimo impermeabile giallo canarino.

Sul finire del primo capitolo appare la coerente nemesi di Ravenstock, una poliziotta che indaga sui suoi indimostrabili omicidi, e il secondo capitolo introduce la loro schermaglia, investigativa e – col tempo – amorosa, per una classica attrazione degli opposti. Si definisce anche meglio lo scenario della città del crimine che fa da sfondo alle luttuose peregrinazioni di Ford Ravenstock, e giungiamo così al secondo episodio, pubblicato nel 2008 da Edizioni Arcadia, “Allegria di naufragi”, con citazione ungarettiana, che porta avanti la vicenda con un sapiente alternarsi di vicende “verticali” (il “morto del giorno”, diciamo, parafrasando Maccio Capatonda) e la continuità orizzontale, con l’infittirsi della relazione tra Ravenstock e la detective. Un altro volume, nel 2009 (qui non compreso) uscì per Edizioni Arcadia, lasciando poi Ford Ravenstock in sospeso, arenandosi a un numero dalla fine (che, per una serie sul desiderio frustrato di suicidio del protagonista, è una bel contrappasso dantesco, meglio della Selva in cui sta appeso il corpo inanimato di Pier delle Vigne).

Inutile dire che, anche qui, concordiamo con il Di Nocera: la tensione narrativa creata spinge davvero a voler sapere come si chiudono le vicende di questo inconsueto assassino: così come bizzarro è lo spunto di partenza e ricca di caustico sarcasmo la scrittura, possiamo presumere che anche la conclusione sarebbe originale. Morirà, compiendo il suo desiderio recondito iniziale? Troverà l’amore e/o la redenzione, compiendo un classico arco trasformativo? Oppure troverà una nuova ragione di vivere, ma un necessario contrappasso da morality play – quella che, per King, si cela dissimulata sotto ogni narrazione moderna, almeno quelle di influsso anglosassone – perderà poi l’amore (magari per suicidio) e quindi si suiciderà, ma senza soddisfazione? Queste sono le ipotesi che ci si divertirebbe a fare su una media serie televisiva americana (che difficilmente però potrebbe avere uno spunto così esasperato: killer sì, naturalmente, ma sistematici istigatori al suicidio? Dubitiamo...), ma che questo fumetto ci sembra poter gustosamente frustrare (è il bello di un medium comunque “povero” come quello che amiamo, non dover rispondere eccessivamente a esigenze commerciali). Oltretutto, probabilmente non avrebbe senso, per Raule e Rossi, ipotizzare un classico, noioso “finale aperto” per nuove avventure: quindi niente fastidiosi cliffhanger e una bella conclusione, come non potrebbe che desiderare, metaletterariamente, il suo protagonista: magari con il più classico degli Happy Ending, ma dandosi finalmente la morte come creatura letteraria.

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