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28 anni dopo – Metafore, omaggi e riflessioni

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Danny Boyle torna sul franchise nato nel 2002 tra omaggi, citazioni e metafore dei nostri tempi. Un film innanzitutto Politico, come insegna la lunga tradizione delle pellicole sugli zombi.

Il 18 giugno è uscito in tutte le sale 28 anni dopo, terzo film del franchise nato nel 2002 con 28 giorni dopo. Il primo titolo, diretto sempre da Danny Boyle, è diventato un piccolo cult, nel corso degli anni, citato, omaggiato ed esplorato alla ricerca di tutti i significati profondi che nascondeva.

Il terzo sequel, 28 anni dopo, ci racconta com’è il mondo dopo che è andato avanti: la Gran Bretagna, luogo in cui è nata e si è diffusa l’infezione, è stata isolata dal mondo, lasciando i sopravvissuti a sé stessi. I protagonisti vivono in piccole comunità rurali – quelli che conosciamo abitano una piccola isola ben difesa – da cui si spostano solo per delle sessioni di caccia. Il giovane Spike, interpretato da Alfie Williams, dovrà affrontare una sorta di rito di passaggio, insieme al padre Jamie, ossia Aaron Taylor-Johnson, da cui tornerà profondamente cambiato.

L’assunto iniziale del film può sembrare qualcosa di già visto e sentito, ma apre poi a interessanti riflessioni politiche, sociali e ambientali – come la tradizione dei film di zombi insegna da più di cinquant’anni.

Apro una parentesi per me doverosa: adoro i film sugli zombie, sono stati il mio genere preferito per svariati anni, ho letto del tema su tanti media, considero il fumetto The Walking dead un capolavoro del fumetto contemporaneo e il libro World War Z mi ha divertito molto. Ho pure letto Orgoglio e Pregiudizio e Zombi, nonostante mia sorella scuotesse la testa ogni volta che lo citavo.
Insomma, quando è uscita la possibilità di vedere 28 anni dopo, terzo film della serie di Danny Boyle, sono stato molto contento.
La contentezza non è durata per tutto il film, sappiatelo.

Durante la visione del film, mi sono chiesto più volte cosa volesse dirci il regista in un momento storico in cui il mondo reale sembra oscillare costantemente tra collasso sociale e tentativi goffi di normalità.

È una domanda lecita, soprattutto se si considera che il cinema sugli zombi, come pochi altri generi, ha sempre funzionato da specchio: a volte deformante, a volte fin troppo nitido. Non è mai stato solo intrattenimento, mai solo paura. E guardare un film come questo significa inevitabilmente fare i conti con ciò che c’è stato prima, e con ciò che siamo diventati noi, com’è cambiato il mondo, nel frattempo.

Quindi uno degli elementi fondamentali quando si guarda e si parla di zombi è l’eredità storica del genere.

Perché gli zombi, come figura narrativa, nascono molto prima di George Romero, certo, ma è con lui che trovano forma moderna e senso simbolico. Con La notte dei morti viventi (capolavoro del 1968 che se non avete visto vi consiglio di recuperare) e soprattutto con Zombie (di dieci anni dopo, che prende di mira in maniera esplicita lo stile di vita consumistico) si chiudeva un’epoca di horror gotico e si apriva un’era di critica sociale travestita da intrattenimento.

Gli zombi di Romero erano lenti, goffi, ma inarrestabili, facilmente paragonabili alla massa di consumatori. Erano noi, svuotati di coscienza, in fila davanti a un centro commerciale in rovina. Non mangiavano solo carne, ma ciò che restava del pensiero critico. E in tutto questo, i sopravvissuti non erano mai eroi a tutto tondo, ma specchi di una civiltà in decadenza.

Persone che, nel tentativo di salvarsi, finivano per diventare peggiori dei mostri.

Le cose sono cambiate molto con le ondate di film splatter degli anni ’80, l’horror pop ci ha abituato a tutto, la critica sociale ha annoiato gli spettatori e quel genere di film ha perso la spinta propulsiva prettamente politica.

Faccio un salto notevole – gli esperti mi perdoneranno – fino al primo film di questa trilogia, ossia 28 giorni dopo, con cui il regista Danny Boyle ha riscritto le regole. Una rivoluzione silenziosa, ma decisiva. Via i morti che risorgono, lenti, goffi, stupidi, dentro la rabbia e la velocità. Gli infetti non erano più morti viventi, ma vivi impazziti, resi folli dalla rabbia. Più simili a un’epidemia sociale che a un castigo ultraterreno. Un contagio che si trasmetteva in pochissimi secondi, proprio come la paura nei notiziari o come un certo tipo di violenza culturale a cui ci stiamo, purtroppo, abituando.

Questa new wave è proseguita e si è ramificata, trovando nella serialità di The Walking Dead il suo spazio più ampio e, a tratti, più disperato. Perché in fondo il vero cuore della serie (sia del fumetto che della serie tv) non sono mai stati gli zombi. Lì, le creature erano un pretesto, un rumore di fondo.

Il centro era — ed è — la decadenza morale dell’essere umano quando viene privato delle sue strutture sociali. Gli zombi sono diventati quasi paesaggio, mentre il racconto è andato concentrandosi sulle alleanze, i tradimenti, le comunità che nascono e si autodistruggono, la fiducia che diventa moneta rara. È una lunga riflessione sulla banalità del male, sull’istinto di sopraffazione, sulla solitudine.

E arriviamo quindi a me, al cinema a vedere a 28 anni dopo.
Le aspettative erano molto alte, come dicevo all’inizio, e sono state in parte soddisfatte.
Per prima cosa, ovviamente, perché sono state soddisfatte?

Perché Danny Boyle e Alex Garland (autore della sceneggiatura, non dimentichiamolo) riportano i film di zombi in un contesto Politico, facendone una critica – nemmeno troppo velata – della società che ci circonda.
Il film – di quasi due ore – prende una serie di temi, li frulla insieme agli infetti che corrono e ne tira fuori un grande pot-pourri, purtroppo non sempre riuscito.

Lo stile di Boyle si vede ancora, questo è innegabile: il montaggio frenetico nelle scene d’azione, in cui l’adrenalina pare scorrere fino allo spettatore, la saturazione eccessiva dei colori in alcune sequenze, a sottolineare gli stati disturbanti, folli e spietati di quanto stiamo vedendo, l’alternanza di tono, tra l’horror e la commedia, tra il serio e il faceto, sono tutte firme d’autore per il registra britannico e delle coccole piacevoli per gli spettatori che sanno cosa aspettarsi dai suoi film.
Va segnalato che Boyle evita lo splatter gratuito, preferendo una tensione sottile, fatta di sguardi, rumori lontani, silenzi improvvisi. Quando però arriva la violenza, è fulminea e disturbante: in alcuni casi quasi al limite del sopportabile.

A livello visivo, la scelta di girare alcune scene usando una serie di iPhone 15 Pro Max, sfruttando ottiche professionali e luce naturale è stata una dichiarazione poetica più che un “semplice” espediente estetico: visto che il micro mondo di 28 anni dopo è sporco, diretto, inospitale – e non deve apparire bello. La Gran Bretagna è stata abbandonata da oltre due decenni, è stata devastata dall’infezione, è diventata un luogo selvaggio e come tale deve essere raccontata.

La parte più interessante – e al contempo più difficile da rendere a schermo (tant’è che non sempre Boyle e Garland ci sono riusciti) – è stata proprio la critica al modello di società che stiamo vivendo.

Nel corso del film ho individuato una serie di temi trattati, tra cui la Brexit, l’inutilità delle istituzioni sovranazionali di fronte a problemi veri, veloci e impattanti, l’isolazionismo delle nazioni moderne (vedi il caso della Palestina), il rifiuto e le contraddizioni della società patriarcale, il parallelo tra gli zombi che sembrano aver impostato un embrione di società primitiva, rappresentando al contempo l’evoluzione e l’involuzione della specie umana; tanti temi, tanta carne al fuoco, a volte troppa per essere compressa in un solo film.

Il giudizio, quindi, è positivo? Non totalmente, come dicevo all’inizio.

Perché al netto dello stile di regia, dei temi importanti trattati non sempre in maniera efficace, del cast notevole (per Ralph Fiennes è stata ritagliata una parte molto interessante, e non vi dico niente per evitare spoiler), mi è sembrato che il film non fosse interamente centrato, messo a fuoco.

Da un lato le citazioni e gli omaggi, da La Strada (sia per la prima parte che per la seconda), ai classici stilemi del genere, dall’altro l’affastellarsi a volte confuso degli argomenti.

Sicuramente il film lascerà qualcosa in tutti noi, anche perché Boyle – come tutti i registi odierni – a deve fare i conti con ciò che ha ereditato da Romero, con ciò che hanno rilanciato film e serie tv nel frattempo e con ciò che The Walking Dead ha scavato fino all’osso. Ma soprattutto deve fare i conti con noi, che siamo spettatori diversi, più stanchi, forse più cinici, ma ancora in cerca di storie che ci ricordino chi siamo quando tutto crolla.

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