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The running man – Un Truman Show distopico fuori tempo massimo?

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Il 13 novembre 2025, in Italia uscirà The running man, secondo adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King – all’epoca Richard Bachman, pubblicato nel 1982. Edward Wright sarà riuscito a trasporre l’opera del maestro al cinema?

Il 13 novembre 2025, in Italia uscirà The running man, secondo adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King – all’epoca Richard Bachman, pubblicato nel 1982. Ricordatevi la data di pubblicazione, è un tema su cui tornerò più avanti.

Ho avuto l’occasione di vedere l’anteprima con un po’ di anticipo, dandomi modo di ragionare sul film, riprendere in mano il libro e metabolizzare i tanti argomenti a favore e contro l’ultima opera di Edgar Wright.

La trama è piuttosto semplice: in un futuro (non tanto lontano) in cui la sanità è completamente privatizzata, la differenza tra le fasce di popolazione ricche e quelle povere è un divario incolmabile e in cui le condizioni di vita degli ultimi è ai limiti, l’unico modo per sopravvivere (ossia avere accesso anche a poche centinaia di dollari per delle medicine) è partecipare ai reality show in cui la vita dei concorrenti è messa alla berlina o addirittura in pericolo.

Il protagonista, Ben Richards (interpretato da Glenn Powell), è un uomo tutto famiglia e rabbia per il sistema che si troverà suo malgrado a scappare e nascondersi dai cacciatori, dal pubblico e dalle telecamere (il pretesto per la sua partecipazione è la malattia della figlia di due anni). Se riuscirà a sopravvivere per 30 giorni, riceverà una somma di denaro che lo metterà al sicuro da ogni problema economico per il resto dei suoi giorni.

Il film ha uno sviluppo molto lineare: un action adrenalinico con quella punta di umorismo cinico, personaggi di contorno grotteschi e satira più o meno velata alla realtà contemporanea.

Le prime caratteristiche sono tipiche della produzione cinematografica di Edward Wright, le seconde del genere distopico in cui The running man punta a inserirsi a pieno titolo. Andiamo con ordine.

Edward Wright è un regista britannico che ha cominciato con la televisione per poi approdare al grande schermo, diventando famosissimo grazie alla triologia del cornetto (Shaun of the dead, Hot fuzz e The world’s end), scritta insieme a Simon Pegg e alla chicca Scott Pilgrim vs The world che lo ha visto affiancato alla scrittura a Michael Bacall – co-sceneggiatore anche di quest’ultimo adattamento del romanzo di King.

Wright, nel corso degli anni, ha creato uno stile registico facilmente riconoscibile: le colonne sonore scelte – sempre composte da grandi brani – usate in alcuni casi in sincrono con le scene d’azione (in Baby Driver ha raggiunto il picco di questo utilizzo, secondo me), il montaggio veloce con molte inquadrature brevi, la mescolanza dei generi, un uso meticoloso del tempo comico e una forma visiva assolutamente distintiva, con qualche strizzatina d’occhio al mondo dei fumetti.

Tutto questo sarebbe sufficiente a mettere in scena un grande film, ma con The running man non tutto è filato liscio.

Parto con una delle cose che ho trovato più fastidiose: le scene d’azione, alcune perlomeno, sono coreografate e girate in maniera piuttosto confusionaria e – almeno per me – è stato difficile seguirne gli sviluppi. Senza fare alcuno spoiler, a un certo punto lo spettatore assiste a un combattimento tra il protagonista e tre dei cacciatori che gli sono alle calcagna, in uno spazio piuttosto ristretto. Tra stacchi rapidi, movimenti degli attori, armi impugnate e musica, per capire chi fosse a terra, morto, svenuto, chi stesse colpendo e chi stesse subendo ho dovuto affidarmi più all’istinto che agli occhi. E in un film che punta tutto o quasi sull’azione, è un malus notevole.

La satira politica e sociale è un altro argomento controverso, per quanto riguarda il tono del film. Belli i tempi comici tipici di Wright, in alcuni momenti mi hanno strappato più di una risata, ma il film avrebbe potuto osare di più.

Qui apro un capitolone sui tempi di uscita di un film come The running man, basato su un romanzo del 1982 (vi avevo detto che ci sarei tornato). La sensazione più forte è di aver visto qualcosa fuori dal tempo, intenso come fuori tempo massimo per i temi trattati e le modalità con cui vengono affrontati.

The running man mette molto l’accento – è la base del film, niente di nuovo su questo fronte – sulla società dell’intrattenimento legata allo sfruttamento del pubblico in termini di umiliazione, concorsi a premi per la vita, esposizione del corpo in maniera distorta e malata. Questo aspetto è molto interessante, l’esasperazione del tema è assolutamente centrato, ma la domanda che mi frullava in mente durante la visione riguardava i tempi: è ancora attuale e necessario raccontare in maniera didascalica questi temi? Nel 2025 abbiamo ancora bisogno di ricordare che l’intrattenimento, portato all’esasperazione, può essere folle e assolutamente dannoso?

La risposta, almeno per me, sarebbe stata positiva se il film avesse usato questo escamotage per spingere l’acceleratore oltre il limite, puntando alle estreme conseguenze di questa scelta. Insomma, Wright e Bacall avrebbero potuto calcare la mano, puntando a far uscire un film talmente esagerato da fare il giro, prendere in giro gli stereotipi e diventare esso stesso parte del problema e, al tempo stesso, della soluzione.

Invece ci sono riusciti in parte.

Anche il cast (e i personaggi) sembrano centrati a metà.

Glen Powell ha il grande pregio di avere il corpo e il volto preciso per concorrere nel Running man, ma dopo due ore in cui ha avuto la stessa espressione in quasi tutte le inquadrature, la battuta sull’attore che ha due sole espressioni (in questo caso con i vestiti civili e con la tuta del programma) è piuttosto facile. E Powell non è certamente carismatico con uno dei qualsiasi personaggi messi in scena da Clint Eastwood.

I due antagonisti principali (i cacciatori non li considero in questo insieme, così come gli altri concorrenti, relegati a caricature di personaggi), ossia Josh Brolin nella parte del produttore cinico e navigato e Colman Domingo in quella del presentatore dello show, hanno lo stesso piattume del protagonista. Granitici nella loro capacità di manipolare il pubblico, piegandolo ai propri voleri – e quelli dello show – e allo stesso tempo completamente asserviti alla trama, alla necessità di cambiamento dovuta alla fine delle due ore perché bisognava chiudere.

Insomma, un peccato.

Le due chicche a schermo, ossia Simon Pegg e William Macy – nelle parti di comprimari utili alla fuga di Powell – hanno troppo poco tempo a schermo per tutta la curiosità che suscitano. Insomma, avrei apprezzato molto di più una sequenza lunga, cruda e divertente per Simon Pegg (anche qui, riuscita in parte) e un minimo di approfondimento per il personaggio di William Macy, qui praticamente nel ruolo di uno Q dei bassifondi.

Anche la controparte femminile, la moglie di Ben Richards – interpretata da Jayme Lawson – è poco più di una comparsa utile a fornire un pretesto alla trama.

Insomma, dopo più di due ore (passate piacevolmente, sia chiaro, ma senza guizzi), la sensazione che rimane è quella di un’opera che ha raggiunto il suo obiettivo a metà: un action adrenalinico lanciato al massimo – e quindi godibile se lo spettatore a cui si rivolge vuole solo questo – e al contempo una critica sociale esasperata ma eccessivamente didascalica.

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