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Patrick Stewart parla di Picard, io parlo dell’emozione di incontrare Patrick Stewart

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Il resoconto dell’intervista fatta a Patrick Stewart durante Lucca Comics su Picard, i suoi episodi preferiti di Star Trek TNG e le motivazioni del suo ritorno

Patrick Stewart è stato a Lucca qualche mese fa a parlare di Picard, finalmente adesso se ne può parlare. Queste sono state le sue dichiarazioni durante una intervista multipla, mescolate ai miei pensieri prima, dopo e durante l’incontro.

Alcuni studi hanno dimostrato che i gusti musicali di una persona si formano attorno a ciò che ascolta nell’adolescenza, diciamo tra i 13 e i 16 anni. Ovviamente poi entrano in gioco il tempo, la curiosità, lo studio, ma in larga parte la musica che ci piacerà sarà quasi sempre costruita su ciò che passavano gli stereo, gli smartphone e gli auricolari mentre eravamo nelle nostre camerette.

Ecco perché molta gente che oggi odia la trap si esalta se ascolta Blue degli Eiffel 65.

Questa regola vale per moltissime cose, è il motore della nostalgia e del “ai miei tempi era meglio” e ai miei tempi (ok, boomer), quando ho iniziato a sviluppare una coscienza di ciò mi sarebbe piaciuto, ma soprattutto quando ho iniziato ad avere un televisore in camera mia, una delle prime cose in cui mi sono imbattuto è stata Star Trek: The Next Generation, le cui trasmissioni iniziarono nel 1991 su Italia Uno.

 

Ci sono stati dei rari momenti sul set di Picard in cui ho dato delle indicazioni, ma non volevo certo controllare tutto, ma devo dire che tutti sono stati molto aperti ai miei suggerimenti. Essendo coproduttore esecutivo avevo anche un altro ruolo da interpretare oltre a quello dell’attore e la produzione è stata sempre molto gentile nel venire a parlare con me quando si presentavano dubbi e ostacoli, chiedendomi quali fossero le mie sensazioni  se avessi delle idee su come sviluppare determinati passaggi. C’è stato qualche momento in cui ho detto “Assolutamente No! Questo non è Picard!” e chissà come mai tutti mi davano ragione.

 

TNG rappresentò ben presto un appuntamento fisso, per quanto possibile nel caos televisivo di quegli anni, in cui le serie venivano iniziate, mollate, poi riprese, fatte ripartire da zero senza motivo e poi interrotte di nuovo. Non ho mai capito se anche TNG sia stata soggetta allo stesso trattamento, ma non me ne stupirei, di sicuro il finale me lo sono dovuto vedere recuperandolo successivamente.

TNG era una cosa strana per me all’epoca, in un palinsesto fatto di poliziotti, bagnine sexy, auto parlanti e angustie adolescenziali californiane la mia attenzione era rivolta soprattutto a un signore molto più grande di me, senza un capello, che pur avendo a disposizione un’astronave potentissima si trovava quasi sempre in situazioni dove non bisognava sparare un colpo. 

 

E tutto questo in qualche modo era incredibilmente affascinante per un bambino estremamente noioso, pedante e non violento, che sognava un futuro in cui avrebbe potuto farsi largo con l’intelligenza, mancando di ogni dote necessaria al combattimento, alla prevaricazione e della più banale coordinazione fisica. Anche se, ammetto, nelle mie fantasie di potenza avrei voluto essere Worf. Nella mia vita ho sempre oscillato tra la voglia di essere un intellettuale e quella di poter menare come Haggar in Final Fight.

 

Non fraintendetemi, in questa serie non ho cercato di tornare sempre all’uomo che abbiamo già visto negli anni ’90, al contrario, una delle cose che mi ha portato a dire di sì a questo progetto è stata l’enorme differenza con l’uomo che ero, anzi l’uomo che interpretavo allora, e l’uomo che interpreto adesso. È un affascinante problema di recitazione unire questi due aspetti e mostrare l’impatto che hanno avuto su di lui questi 17 anni. Una cosa interessante di questa serie è che, visto che passerà molto tempo prima che tutti gli elementi si riuniscano, nessuno dei personaggi è ciò che inizialmente sembra essere. C’è una crescita e uno sviluppo, arriverei a dire proprio uno sbocciare, come nel caso di Raffi, il personaggio di Michelle Hurd. È un esempio di scrittura televisiva moderna in cui  non tutto dev’essere palesato fin dall’inizio

Jean-Luc Picard, col suo aplomb, i suoi sorrisi sornioni e anche i suoi momenti che oggi definiremmo “cringe” era un faro per me e, credo, per tutti i secchioni degli anni ’90. Così lontano da Kirk, che pur avevo apprezzato, pur amando molto di più Spock. 

 

Poi il tempo passa e, ammetto, sono sempre stato un trekkiano distratto, seguendo le altre incarnazioni della saga di Roddenberry con minore passione e attenzione. Di sicuro non la stessa che rivolgevo a Star Wars, pur non avendo mai amato la ridicola diatriba tra le due fazioni.

 

Ho provato negli anni nostalgia per i miei colleghi di Next Generation, Jonathan Frakes e Brent Spiner su tutti, perché eravamo un gruppo così affiatato e creativo e per fortuna anche in Picard lo siamo diventati. È stato veramente straordinario vederlo accadere. Purtroppo, non posso rivelare niente e spero ci sia occasione di parlarne dopo l’uscita, ma questo show è lontanissimo da Next Generation. È un mondo completamente diverso, lo si capisce dal primo trailer. La vita di Picard non è più quella di prima, è collassata in una maniera molto brutta e distruttiva. Oltretutto, tutto questo è accaduto anche a causa sua, dunque si sente responsabile e avverte un forte senso di colpa colpa verso i suoi ex compagni, soprattutto Data, che si è sacrificato per la causa. È qualcosa con cui fatica a scendere a patti (sappiamo che questo evento riguarda la distruzione di Romulus, disastro in cui è coinvolto anche Spock e che si lega alla nuova trilogia di JJ Abrams.

Ma Picard, Picard è sempre stato nel mio Pantheon. E così come certa musica ha in parte plasmato il mio essere, ciò che secondo me ha valore e voglio portare avanti, me ne rendo conto adesso dopo aver superato le tempeste dell’adolescenza e le cazzate dei vent’anni. Dopo aver scoperto Picard o scoperto Stewart, l’attore incommensurabile, a suo agio al Globe Theater come sulla sedia di Xavier, ma soprattutto un uomo capace di invecchiare con estrema grazia, senza perdere un briciolo del suo spirito e diventando con McKellen una sorta di manuale su come gestire il tempo che passa col sorriso sulle labbra. Guardatelo sulla copertina di Variety, sembra pronto a spaccare il mondo.

 

E adesso, in una stanza del comune di Lucca che affaccia sui tetti della città, lo sto guardando dritto in quegli occhi sottili e affilati mentre sorride e parla con quella voce che manderebbe giù un teatro.

 

Sei tu, sei davvero tu, eri sul mio televisore di ragazzo e ora sei qui, siamo qui.

 

Quando capitano occasioni come questa c’è sempre la paura di trovarsi di fronte o uno stronzo o, nella migliore ipotesi, una persona che tutto sommato non corrisponde all’immagine che ti sei creato negli anni, ma Patrick Stewart è esattamente come te lo aspetti: gentile, ironico, innamorato del suo lavoro e soprattutto dotato di un carisma incredibile, unito a una educazione e una capacità di non farti assolutamente sentire come l’ultimo degli stronzi che sta intervistando una persona del suo calibro.

 

Ognuno ha i suoi episodi preferiti di The Next Generation, uno dei primi che mi viene in mente è Una Vita da Ricordare (Inner Light). Racconta di Picard che viene trasportato improvvisamente in un mondo alieno dove si ritrova a vivere il resto della sua vita, con tanto di moglie e figli, solo che alla fine si scopre che non è successo davvero, è stato tutto nella sua testa mentre era svenuto per qualche minuto. La sua esperienza è stato un ricordo di una civiltà scomparsa e condannata dall’espansione del suo Sole. Oltre a essere un bell’episodio, è quello in cui mio figlio è interpretato dal mio vero figlio ed è la prima volta in cui siamo assieme sullo schermo.

 

E lui che mi ha appena stretto la mano e mi ha sorriso mentre sgranavo gli occhi e sussurravo un “Thank You” a mezza voce? Si è lui.

 

Avevo quindici anni e ti guardavo in televisione e ora sei qua, ti sto parlando, rispondi alle mie domande con tono cortese e voce stentorea e non sono un fan che ha fatto la coda, parlare con i miti della mia infanzia e con quelli che popoleranno le stanze dei ragazzi di oggi è il mio lavoro, a volte stento a crederlo e invece dovrei ricordarmelo nei giorni difficili, nelle serate buie in cui ti senti soffocare, deprezzato come un pantalone a saldo, quando scherzi sulla tua professione usando un vecchio detto di tua nonna, sentendoti “la donna dalle lunghe ciglia, tutti la vogliono, nessuno se la piglia”.

 

Ricordati che al netto di tutto hai momenti come questo, non ci paghi la spesa al supermercato, ma ti nutrono comunque.

 

Un altro che mi piace molto è La Misura di un Uomo (The measure of a man) in cui viene messa in discussione la natura di Data e la sua esistenza come essere senziente. Ricordo che all’epoca durante la scrittura dell’episodio ci fu una lunga discussione con Whoopi Goldberg sulla schiavitù negli Stati Uniti che influenzò profondamente il copione e che lo rese una sorta di archetipo del tipico episodio di Star Trek.

Un altro molto importate è senza dubbio quello in cui vengo torturato, Il Peso del Comando (Chain of Command), ma probabilmente i più interessanti per ricollegarsi a alla serie in uscita sono quelli sui Borg, in particolare quelli quando Picard viene assimilato e poi cerca di uscire dal loro condizionamento. D’altronde i Borg sono presenti anche in questa nuova serie, ma non posso proprio dirvi niente di più.

 

L’unica cosa brutta di questi incontri è che spesso sono un supplizio di Tantalo: sei vicinissimo a chi ha dato un senso, ma non puoi abbracciarlo, non puoi saltare sul tavolo e urlare tutti i grazie del mondo, non puoi farti una foto che resti là, per sempre, è tutto dentro di te, e tutto in quel momento in cui l’hai guardato negli occhi e lui ha sorriso perché ha capito.

Avrà capito?

 

Picard avrebbe capito, dai.

 

Sto invecchiando, divento malinconico, scusate, questa doveva essere solo un’intervista.

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