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Midge e Ted, così lontani, così vicini

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Midge è la regina della stand up comedy, Ted un americano che vince a Londra con la gentilezza, cosa li accomuna?

Nel giro di una settimana si sono concluse due serie a cui ho tenuto tantissimo per svariati motivi: La Fantastica Signora Maisel e Ted Lasso. Ok diciamo che una si è conclusa e sull’altra forse c’è ancora uno spiraglio.

Due serie molto diverse che non voglio comparare per qualità, anche perché Ted Lasso nell’ultima stagione ha avuto il fiato corto e ha girato un po’ a vuoto mentre le peggiori puntate di Midge erano comunque meglio della maggior parte delle serie tv che mi passano sotto gli occhi.

Quello che mi interessa è lo strano caso di due serie così lontane come ambientazioni e personaggi che salutano assieme e che sento stranamente così vicine tra di loro.

Non vicinissime ma diciamo che se Midge e Ted andassero a bere assieme avrebbero qualcosa da dirsi.

Partiamo dalla similitudine più semplice: entrambi sono in posto in cui, secondo gli altri, secondo le convenzioni, secondo un sacco di parametri non dovrebbero assolutamente stare. Midge è una donna che vuole diventare una comica inserendosi in un mondo quasi del tutto maschile che ritiene le donne poco divertenti e che le tiene tutto sommato ai margini, salvo rari casi. Nessuno crede in lei e stagione dopo stagione dovrà conquistarsi ogni centimetro del suo successo. Al suo fianco una persona che crede in lei con un affetto che si mescola con l’amore e che lotterà per aiutarla e difenderla.

Ted è un uomo gentile, che sa farsi volere bene, ma non capisce un cazzo di calcio, ci si aspetta che fallisca rapidamente e sembra totalmente inadeguato a sostenere la pressione di un ambiente tossico, maschilista, competitivo. L’unico che crede in lui è un amico che gli deve la vita e che sarà la sua stampella iniziale per capire il calcio e che è pronto a difenderlo da tutti.

Un altro punto di contatto che trovo interessante è l’ironia e un (finto) candore con cui entrambi si fanno scudo dal mondo esterno. Midge è una persona intelligente, dalla battuta pronta e affilata che utilizza l’ironia come arma per superare il trauma iniziale del divorzio ma anche come strumento per tenere testa al mondo. Sa però anche far finta di giocare secondo le regole della società maschilista che la circonda, apparendo più ingenua di quello che è, quando serve.

Ted ci mostra il grande errore delle società competitive e patriarcali: confondere la gentilezza per debolezza. Sembra assorbire gli insulti, le prese in giro, le difficoltà che gli arrivano addosso con fare mite e remissivo. Porta ogni giorno i biscotti a una capa che lo ha assunto solo per farlo fallire e sorride ai tifosi che gli danno del segaiolo. Ma anche lui gioca una commedia, sa benissimo cosa lo circonda, sa benissimo perché è lì e all’occorrenza, ad esempio quando c’è da rimettere Rupert al suo posto nella partita di freccette, sa anche mostrare un altro lato. Ted con la sua gentilezza mette in crisi il sistema machista e piano piano mette in crisi anche le persone attorno a lui che vi si appoggiano, in particolare Roy Kent.

In entrambi i casi le storie loro e dei comprimari sono tarate per parlarci di pregiudizi, del rapporto tra i sessi e tra le persone. Di quanto il cambiamento sia un processo quotidiano, difficile e a volte traumatico e di quanto sia anche importante farsi aiutare. Anche Midge, alla fine, comunque deve fare gioco di squadra, comunque deve fidarsi di Susie o chiedere dei favori che le permettano di andare avanti.

Entrambi, a modo loro, hanno un difetto, un qualcosa con cui devono fare i conti e che si frappone tra loro e il successo come fattori esterni. Midge ad esempio alla fine non riesce a tenere a freno il suo orgoglio, la sua giusta ambizione, il suo bisogno, alla fine, di dire le cose come stanno e questo più volte la riporta al punto di partenza. Ted invece nasconde dietro quella indole mansueta un’infanzia difficile, un padre suicida, il trauma del divorzio e di conseguenza gli attacchi di panico.

Entrambi hanno un rapporto decisamente complesso sia con il concetto di famiglia che con i figli. Diverso è il modo in cui decidono di gestirlo, ma diversi sono anche i tempi che vivono e i modelli di parentalità ricevuti.

Entrambe le serie lavorano in sottrazione sul tema principale: la comicità in Midge non è quasi mai il punto del viaggio, ma più uno strumento che ogni tanto viene mostrato. Chiaro, è ciò che le piace fare e sa fare ma anche il meccanismo di emancipazione e anche una occasione per raccontare le difficoltà dei lavori che non sono ritenuti tali (e in cui essere donna è pure un malus).  In Ted Lasso il calcio senza dubbio non è il punto del discorso, ma è più la cornice attorno a cui muovere i personaggi e scardinare le loro posizioni creando situazioni di sorellanza, supporto tra uomini, supporto psicologico. Ci sono le partite, ma spesso sono solo suggerite, a meno che non diventino strumento narrativo.

Entrambe le serie sembrano anche vivere una strana condizione di parodia della vita, una messa in scena in parte teatrale dove l’assurdo diventa normale.

Ci sono anche molte differenze, al di là di quelle di scrittura a messa in scena. La più grande forse è che Midge trova una realizzazione di sé in una professione che ama, Ted invece sembra trovarla nonostante o fuggendo da qualcosa che comunque sa fare. Una è una storia di ambizione, l’altra è una storia di equilibrio. Una è una storia con tantissimi personaggi di contorno, ma che racconta il viaggio di una eroina e flirta col tema della realizzazione personale, anche per i comprimari. L’altro invece è un racconto che si fa via via sempre più corale in cui il supporto, l’ascolto, il cambiamento personale, giocano un ruolo fondamentale.

Da una parte abbiamo un finale aperto a interpretazioni che lascia al pubblico la possibilità di discutere e inserire un proprio punto di vista, dall’altra un finale zuccheroso, a tratti mistico, fatto di profezie che si avverano e tutti felici e contenti. In qualche modo si inserisce nella scelta di creare una serie conciliante, ma sconfessa anche quella vena di cinismo che ogni tanto mostrava il conto a Ted sulla realtà di molte cose e indebolisce il tema del lavorare su sé stessi per renderci esseri umani imperfetti ma migliori. Quel “Believe” che doveva risolvere tutto, che viene messo in discussione e fatto a pezzi e poi ricomposto dai giocatori forse doveva restare a pezzi.

Ma siccome sono indulgente e ho pianto come una vite tagliata (vorrei una moratoria sull’uso di Father and Son, grazie) voglio pensare che quello in cui dobbiamo credere è proprio nella capacità di ricomporci, anche chiedendo aiuto.

Ma tornando alle similitudini: in entrambi i casi, che si parli dei quattro minuti che Midge chiede sul palco o la partita finale col West Ham, alla fine ero felice come quando vedi una persona a te cara che ha il successo che le spetta, che ottiene ciò per cui ha lottato. Ed è anche bello, a volte, rivedersi nelle tribolazioni sia di una comica degli anni ’50 sia nelle debolezze e nel desiderio di gentilezza di un allenatore di football prestato al pallone.

Anche se, a dirla tutta, mi sento molto più vicino a Roy Kent.

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