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Lode al Coniglio Magico Gigante, araldo dell'irrealtà

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Cosa succede quando mettiamo da parte il pensiero razionale e lasciamo libero quello magico? Che nascono conigli giganti e complotti

Nel 1980 “Echo and the Bunnymen” pubblicano Crocodiles, il loro primo album. Quando il manager del gruppo rock inglese, Bill Drummond, vede la copertina, quasi gli prende un accidente. Gli alberi rosso fuoco formano una figura inequivocabile: una testa di coniglio. Lo stesso coniglio la cui sagoma compare sulla copertina di “Pictures on My Wall”, il primo singolo del gruppo, e che Drummond (convintosi della sua natura divina) tenterà inutilmente di evocare quattro anni dopo sopra un tombino al centro di Liverpool. Lo stesso coniglio che fa regolarmente capolino dagli interstizi della storia, con nomi e forme diverse ma sempre, inequivocabilmente, lo stesso: il Coniglio Magico Gigante.

In un certo senso, quella che segue è la sua storia. Ma in un altro senso ancora, è la storia di tutto il ventesimo secolo.

Nel mito e nel folklore, il coniglio è un animale ricorrente. Culture lontanissime fra loro gli dedicano storie incredibilmente simili. Tanto per la mitologia Azteca quanto per quella Cinese, c’è un coniglio che vive sulla luna (i più disincantati attribuiscono la coincidenza alla sagoma conigliesca disegnata dalle macchie lunari, ma chi sa non può accontentarsi di un simile riduzionismo). In altre culture, il coniglio è simbolo di fertilità e tranquillità (che diventano vigliaccheria e lussuria nelle derivazioni più bacchettone). Per le culture centro-africane, il coniglio è invece l’incarnazione di un archetipo ben preciso: il trickster, l’ingannatore. Malizioso ma non malvagio, padre spirituale di Bugs Bunny, e forse - perché no? - più vero di tutti gli altri. Nella ricerca di una sintesi tra simbologie eterogenee (inevitabilmente tali per i riduzionisti, ma la cui incoerenza proprio non soddisfa chi sa) il coniglio-trickster è l’unico che può ricomprendere tutti gli altri significati; i quali per l’appunto non sono che un inganno, il paravento dietro al quale si nasconde un archetipo unificatore di potenza straordinaria. Qualcosa di trasversale al tempo e allo spazio, che da anni bussa alle porte della nostra coscienza con uno scopo ben preciso: prenderci per mano e condurci nel regno dell’irrazionale.

Va detto che l’impresa non è facile, e che gli ci sono voluti diversi tentativi e manifestazioni spurie prima di imbroccare la giusta direzione. Si può dire che la sua prima incarnazione non folkloristica risalga al 1865, quando (attraverso Lewis Carroll) si ipostatizza in un coniglio bianco e conduce Alice nel Paese delle Meraviglie. Innocente e tranquillo come vorrebbe la sua identità più canonica; ma quei panni gli stanno stretti, tant’è che deve demandare al Mad Hare la sua controparte più folle. Comunque la messinscena regge, il romanzo è un successo e la diga è aperta: Alice nel Paese delle Meraviglie apre la strada a un canone letterario e culturale destinato a invadere e forse dominare tutto il novecento.  

Toc Toc, Neo (a.k.a. da Lewis Carroll fino a Matrix)

 

Purtroppo non basta. Due guerre mondiali in nemmeno quarant’anni costringono l’inconscio collettivo a ri-affondare nel fango della realtà. C’è bisogno di sognare ancora. Così il nostro cambia strategia, e nel 1945 si trasforma in Harvey: il coniglio invisibile alto quasi due metri (o pooka, spirito della tradizione celtica) protagonista dell’omonima piece teatrale vincitrice del Premio Pulitzer. Cinque anni dopo l’opera verrà portata sul grande schermo da James Stewart, in un inno dolceamaro all’irreale come rifugio (il vero protagonista della storia è Elwood P. Dowd, un alcolizzato le cui visioni di Harvey si rivelano meno allucinate di quanto i suoi familiari non vorrebbero). Un doppio classico, del cinema e del teatro, destinato a esercitare la propria influenza fino ai giorni nostri.

Se i Simpson ti citano, vuol dire che sei passato alla storia.

Ed ecco immediatamente spiegato il sogno della crescita senza limiti che si afferma nel dopoguerra: il “miracolo economico”, il “long boom”. Così assurdo e irreale da dover per forza essere merito del nostro, che intanto resta sullo sfondo e sogghigna benevolo. Ma si sa, alla realtà non piace restare indietro. Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 il miracolo economico crolla sotto il peso della crisi (energetica, sociale, a ogni paese la sua). È tempo che il nostro torni a farci visita. E infatti nel 1976 qualcuno arriva addirittura a vederlo: viene avvistato un coniglio gigantesco nei campi del Dorset inglese. Il primo di molti analoghi avvistamenti “criptozoologici”. In un crescendo di consistenza ontologica, l’araldo dell’irrealtà fa un passo nel mondo della materia. Lo scarto col passato è evidente, e infatti da qui in poi le cose non saranno più le stesse.

Come scoprirete alla fine di questa storia, Bill Drummond è molte cose ma nel 1980 è soprattutto un manager discografico. Gli “Echo & The Bunnymen” (Echo e i Ragazzi del Coniglio) sono un gruppo che lo impressiona profondamente, e non tanto per la musica quanto per il valore simbolico che intravede dietro quella musica. A questo punto, per chi sa, dovrebbe essere chiaro: il Coniglio Magico Gigante, che per Drummond si chiama Echo, lo ha scelto come suo nuovo sacerdote.  Drummond è così sinceramente convinto dell’esistenza di questo essere mitologico da provare a evocarlo (sopra un tombino appunto). Purtroppo l’evocazione fallisce, come lo stesso Drummond ammette, e così Echo non può esercitare la sua influenza. È costretto ad abbandonare Drummond (che infatti da quel momento in poi penserà ad altro) e trovarsi un nuovo Sacerdote. Qualcuno di ugualmente matto e visionario.

Lo vedete il Coniglio? No? Guardate meglio

Fast-forward di nove anni. È il 1989 e in Europa crolla il muro di Berlino. È un altro momento storico decisivo, nel quale si avverte con urgenza l’intervento del CMG, la sua vivificante influenza surreale. Solo il potere del sogno può mantenere coeso il mondo post-guerra fredda. Intanto, in Inghilterra e nello stesso anno, Drummond e il suo compare Jimmy Cauty girano un film intitolato “The White Room”. Un prodotto alla Jodorowsky, nel quale la “stanza bianca” rappresenta in senso spaziale una condizione di illuminazione. L’idea comunque non era loro: un misterioso “Eternity” gli aveva scritto, dando loro indicazioni piuttosto perentorie sulla necessità di rappresentare artisticamente questa misteriosa stanza bianca (in cambio avrebbero avuto accesso alla vera White Room). E loro ovviamente lo fanno. E fanno anche un album musicale chiamato “The White Room”. Avrebbero voluto anche farne un altro e chiamarlo “The Black Room”, ma purtroppo quel particolare progetto naufraga. Comunque il film vedrà la luce solo nel 1991, e fino a quel momento se ne avrà notizia solo in un oscuro opuscolo informativo rilasciato da Drummond e Cauty.

Nel mentre, dall’altra parte dell’oceano, David Lynch sta scrivendo la seconda stagione di Twin Peaks. La “Loggia Bianca” e la “Loggia Nera” vengono menzionata per la prima volta nell’episodio 18, andato in onda nel dicembre del 1990. Due luoghi metafisici, simbolici: l’uno di illuminazione, l’altro di perdizione. Il parto di un genio visionario. Ed ecco il nesso, ecco la connessione: il CMG fa un salto oceanico, e attraverso gli spazi delle Logge (o Stanze) trova il proprio nuovo torch bearer. È un giro molto lungo, e infatti drena tutte le sue energie: gli serviranno almeno altri dieci anni di recupero. All’inizio del duemila, però, tornerà a fare la propria comparsa - e in pompa magna.

La Loggia Nera, venticinque anni dopo.

Tanto per cominciare, nel 2002 David Lynch scrive e gira Rabbits: inquietante storia a base di conigli giganti antropomorfi, forse ambientata in quella stessa Loggia Nera (o Black Room) in cui il CMG ha atteso per anni la propria chance. Ma soprattutto, nel 2001 esce Donnie Darko: Frank irrompe nell’immaginario fantastico collettivo, e viene consacrato a nuovo Coniglio Magico Gigante per eccellenza. Poco importa che Richard Kelly, il regista, neghi di aver anche solo mai visto “Harvey”. La sua inconsapevolezza è solo prova degli spazi inconsci dove il CMG lavora. Non ci credete? E allora vi basti sapere che il film si apre sulle note di “The Killing Moon”, un singolo degli - indovinate un po’ - Echo & The Bunnymen.

Certo, in Frank c’è qualcosa di decisamente più oscuro di Harvey. D’altro canto il CMG ha attraversato un secolo difficile ed è sopravvissuto solo grazie all’intercessione della psiche di David Lynch. La sua ultima manifestazione non può che adeguarsi. In effetti, Frank è molto più simile ai Rabbits di Lynch di quanto non lo sia ad Harvey. E per chi sa, in questo non c’è niente di strano.

Da Donnie Darko in poi, il Coniglio Magico Gigante è Frank. Lo circondano una costellazione di riferimenti, citazioni e strizzate d’occhio a tutte le sue varie incarnazioni precedenti, a volte vere e proprie ibridazioni fra modernità “creepy” e albori Carrolliani (tipo il Coniglio Bianco di Misfits). Il tutto aiuta a mantenerne viva l’idea, ché come ogni divinità (American Gods ce lo insegna) anche il CMG ha bisogno di qualcuno che creda in lui. In cambio ci restituisce, be’, tutto: l’intero campionario di immaginario fantastico che inizia con Lewis Carroll e finisce con David Lynch. Il reame dell’irrealtà, del sogno. Loggia Bianca nei giorni migliori, Loggia Nera nei peggiori. Pare quasi incredibile che dietro tutto questo (dietro una delle manifestazioni culturali più importanti del ventesimo secolo) ci sia un Coniglio Magico Gigante. Ma per chi sa, come al solito, non c’è proprio niente di strano.

La storia che avete appena letto, lo avrete capito, è del tutto implausibile.

È una storia di significanze create a tavolino, fenomeni scollegati fra loro cuciti in una narrazione coerente. Improbabili sintesi simboliche a partire dal presupposto (indimostrato) di una qualche metafisica coerenza di fondo. Le connessioni sono più arbitrarie che sovrannaturali, le abbiamo tracciate in base al criterio di un ordine già stabilito. È insomma l’applicazione di un modello (il pensiero magico) alla realtà. Il pensiero di “chi sa”, appunto. Applicando un modello diverso (il pensiero razionale) avremmo ottenuto una storia diversa - anzi, probabilmente nessuna storia. Il pensiero magico ha questo vantaggio, solletica un processo cognitivo del quale siamo inevitabilmente succubi: la “narrativizzazione” della realtà. Recentemente Fabrizio Luisi in Charlize scriveva che “le storie sono la matrice attraverso cui leggiamo e produciamo la realtà” (un argomento che Jonathan Gottschall ben riassume nel suo saggio L’istinto di narrare). Il che peraltro spiega anche perché i complottismi abbiano tanto successo. Entrambi i modelli comunque (pensiero magico e pensiero razionale) non sono “la realtà”, sono appunti modelli e hanno la funzione di descrivere qualcosa che in ultima analisi probabilmente è inconoscibile.

Su questo “agnosticismo a più modelli” si chiude Complotto!, il fenomenale saggio edito da Nero Editions che racconta la storia dei KLF, il duo musicale formato da Bill Drummond e Jimmy Cauty che nel 1994 bruciò un milione di sterline senza mai riuscire a spiegarsi perché, esattamente, lo avesse fatto. Il libro è un tuffo nella storia della musica pop, un saggio sull’arte magica, un insieme di folli coincidenze e molto altro ancora. Contiene alcuni dei riferimenti contenuti in quest’articolo, e a dirla tutta questo stesso articolo ne è un po’ il figlio minore (quantomeno dal punto di vista del metodo). Una recensione non gli avrebbe reso giustizia: ho preferito un omaggio. Trasformare il Coniglio Magico Gigante (che nel libro compare di sbieco) in una storia a sé stante mi è parso il modo migliore per farlo. Se mai mi ha colto il dubbio di aver esagerato, ho ripensato a Elwood P. Dowd, e alla risposta che diede a chi insinuò che prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con la realtà: well, I've wrestled with reality for thirty five years, Doctor, and I'm happy to state I finally won out over it.

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