La disarmante gentilezza del Superman di James Gunn
Niente origin story, niente trauma, niente ambiguità morale. Un film che abbandona la retorica messianica dei cinecomic e riscopre l’eroe come figura luminosa, fragile e giusta.
Scordatevi la solita pappardella della origin story. Scordatevi il protagonista distrutto dal suo tormento interiore, costantemente in bilico tra un esaurimento nervoso e costretto in un certo senso a salvare il mondo. Scordatevi il tema messianico che ha contraddistinto la fase Snyder, scordatevi la scanzonata brigata di Suicide Squad. Il Superman che James Gunn porta sul grande schermo è qualcosa di diverso persino dal pur acclamato Superman del 1978 interpretato da Christopher Reeve.
Non c’è Legacy che tenga: si guarda al futuro, non più al passato. È un Superman più semplice, più ingenuo, più facile da leggere e da interpretare: è il supereroe della Golden Age, quella in cui la vita era più facile (e si potevano mangiare anche le fragole). Persino il cattivo è, e lo scrivo quasi con sollievo, semplicemente bidimensionale.
Ritorno alla Golden Age
A meno che non siate quasi centenari, e abbiate quindi letto il primo numero di Action Comic nel 1938, come me sarete approdati ai fumetti dei supereroi “in media res”. Pressoché impossibile per chiunque azzeccare al primo colpo l’albo giusto con cui iniziare a seguire le storie di Clark Kent o Bruce Wayne: è molto probabile che, come il sottoscritto, abbiate piuttosto comprato per la prima volta un albo nel corso della vostra adolescenza, e abbiate passato molte uscite successive a raccapezzarvi tra l’enorme universo di eroi e anti-eroi che vi si è rovesciato addosso da quelle pagine.
Si tratta di una esperienza del tutto normale, anzi quasi voluta dagli editori: periodicamente si preoccupano poi di far piazza pulita di tutto, inventandosi una guerra galattica causata dall’avvento di un super-cattivo leggendario. Anche chi non ha seguito tutta, ma proprio tutta, la storia del proprio personaggio preferito si ritrova comunque a fare i conti con una backstory non impossibile da decifrare.

James Gunn, per l’esordio della nuova era della DC Comics al cinema sotto l’egida dei DC Studios, sceglie proprio questo approccio: nessun racconto delle origini ad attenderci, nessun film preparatorio di una saga che poi si dipanerà su altri 3 o 4 capitoli antologici destinati a confluire in un finale corale.
Saltiamo a bordo della storia di Superman quando tutti sanno già chi è Superman (David Corenswet): il difensore di Metropolis, che anzi questa volta si è spinto persino a invischiarsi nella politica internazionale.
A opporsi a lui, il più classico dei classici dei suoi nemici: niente di meno che Lex Luthor (Nicholas Hoult). Luthor che non vede l’ora di distruggere il kryptoniano verso cui nutre il più semplice e banale dei sentimenti: invidia. Invidia per la sua aria da bravo ragazzo di campagna che aiuta le vecchine ad attraversare, sempre disposto a fare la cosa giusta. Ma Superman è anche capace di mostrarsi fragile, di soffrire, di non nascondere la propria umanità. Luthor invece è un cattivo stra-ricco che fa della disinformazione la sua arma principale (vi ricorda qualcuno?).

Che noia un Superman bravo ragazzo che prepara la cena alla sua fidanzata Lois Lane (Rachel Brosnahan), che lascia anche spazio agli altri supereroi di Metropolis riuniti nella Justice Gang (Nathan Fillion è un irriverente Green Lantern; Isabela Merced una violenta Hawkgirl; Edi Gathegi un nerdissimo Mister Terrific) affinché possano carpire il proprio momento di gloria. Gunn vuole mostrarci un universo già popolato e stratificato, dove ogni personaggio ha una storia alle spalle. È una scommessa, che punta a immergerci in un mondo già vivo. Senza aspettare tre film per costruirlo, anche a costo di risultare “sovraccarico” per qualcuno.
Ma la trama è quanto di più semplice possiate immaginare: c’è da salvare il mondo, riscattare la propria reputazione, conquistare il cuore della ragazza, riconciliarsi con i propri genitori e i propri amici. Ma, proprio per questo, è esattamente ciò di cui i cinecomic avevano bisogno.

Gunn gioca con Superman
Se in questo momento vi state ponendo il dubbio che James Gunn abbia deciso di rinnegare tutto quanto fatto in passato, potete dormire sonni tranquilli: la cifra dissacrante con la quale ha dipinto i supereroi sin dal 2010 (quando andò in sala con Super) non è per niente tramontata, e continua allo stesso modo la sua ispirazione colorata con la quale disegna le tute, le case, le navicelle dei suoi beniamini.
Ciò che Gunn decide invece di mandare in soffitta è la vena melanconica che ha contraddistinto i cinecomic degli ultimi 20 anni: non abbiamo supereroi alle prese con super-problemi personali, non c’è lo struggimento interiore e la compassione per il malvagio che, in fondo, non è altro che un ragazzo molto sfortunato che ha sofferto da piccolo e che cerca solo un modo per farsi notare ed esprimersi.

I buoni sono i buoni, e lo dimostrano quasi senza incertezze: Superman è il prototipo del boy scout gentile e sempre disposto a fare la cosa giusta, ma che al contempo si dimostra emotivamente vulnerabile e non ha paura ad ammetterlo. I cattivi, invece, sono i cattivi: sono impegnati a trovare il modo di dominare il mondo e mettere in difficoltà i buoni, sono il Wile E. Coyote che prepara la trappolona al Beep Beep.
Questo significa che non stiamo assistendo alla genesi di una saga? Naturalmente no, il primo sequel è già annunciato e in lavorazione. Ma, se dovessimo basarci su quanto visto in questo Superman, saremmo davanti a una autentica discontinuità nel genere.
Il bello è tutto quanto Gunn riesce a infilarci nel mezzo: cameo di vari suoi amici (e fratelli), rimandi all’estetica e alla messa in scena del già citato Superman di Richard Donner, qualche strizzata d’occhio satirica sul presente (Trump compreso), e una tonnellata di intrattenimento puro e semplice. E un super-cane, Krypto, che fa da autentico mattatore per tutta la durata del film: non è solo la spalla comica, ma un vero co-protagonista emotivo, un personaggio classico della cinematografia di James Gunn.

Superman di James Gunn è un film di intrattenimento, quindi, che abbandona l’approccio post-moderno oltre la quarta parete e si concentra a riportare sul grande schermo una storia degna del grande schermo. Si accantona il dilemma morale messo in scena da Henry Cavill sotto la direzione di Zack Snyder, si ritorna a fare il cinecomic: i bambini lo adoreranno.
Il nuovo viaggio dell’eroe
Con questo nuovo corso DC, Gunn prova a dire la sua sul futuro del supereroe al cinema. Affrancatosi dalla cattività Marvel, incoronato persino co-CEO dei nuovi studi, mette in scena qualcosa di diverso da quanto aveva fatto in passato: un film semplice nella sua sinossi, ma ricco di personaggi e sfaccettature, capace di intrattenere senza forzature.
Non c’è il continuo e disperato tentativo di costruire un pathos che ci prepari all’imminente catastrofe, non c’è uno spauracchio che puzza di mcguffin che ci viene spinto in gola pellicola dopo pellicola, per tenerci ancorati alla sala.

La ricetta di James Gunn per superare la fatica del supereroe è semplicemente smettere di affannarsi a cercare di rendere i metaumani più interessanti di quanto non lo siano già: volano, lanciano raggi dagli occhi in grado di incenerire con uno sguardo, combattono mostri intergalattici e sollevano palazzi a mani nude.
Non so se Superman di James Gunn salverà i cinecomic, ma so che ci prova con qualcosa che non vedevamo da un po’: la fiducia. Non nel futuro, non nella tecnologia, ma nella gentilezza. Quello che posso dire è che sono uscito dalla sala riappacificato col genere, e che trovo interessante la direzione che Gunn ha voluto imprimere al suo nuovo lavoro. Se questo basterà a decretarne il successo e assicurargli un futuro, presto per dirlo: ma, almeno, non è la solita solfa che ci siamo sorbiti da parecchi anni a questa parte.
