Il Diavolo di Smiling Woods: la luce nel buio
Il Diavolo di Smiling Woods è ciò che una comunità teme di più, l’oscura luce nascosta nella foresta tra sussurri e verità taciute.
Se c’è un’ambientazione che adoro è quella “rurale americaneggiante” fatta di piccole comunità, richiami a quella tecnologia plasticosa e al sovrannaturale che si interseca con la vita reclusa di pochi individui. Quindi quando ho visto la copertina di Il Diavolo di Smiling Woods di Jacopo Starace, che di certo non si fa mancare riferimenti culturali evidenti nella sua composizione, ero sicuro che avrei voluto leggerlo e parlarne. Ancora meglio in realtà, visto che Bao Publishing ci ha concesso la gentilezza di importunare Starace stesso per rispondere ad alcune domande le cui risposte impreziosiscono il mio sproloquio.
Il Diavolo di Smiling Woods è una discesa nel tessuto sociale e folkloristico di una piccola città scossa da sparizioni che assumono toni ricorsivi. I più giovani reagiscono con la rabbia, con la necessità di conoscere, mentre i più anziani nascondono tutto sotto le storie e i racconti che celano cose lontane dalle fantasie ma tremendamente reali. Quando però scompare un padre, o un fratello, ciò che era solo raccontato esce fuori dai racconti di paese e di quelli di fede. Sì, perché come per Essere Montagna la dimensione del “credo” è importante anche nella storia de Il Diavolo di Smiling Woods.
JS: Mi piace indagare la spiritualità in ogni sua sfaccettatura perché è forse una delle cose più misteriose di tutte. Come gli uomini tendono a preservarsi creando originalissime sovrastrutture che danno loro forza e li aiutano ad aggregarsi. In entrambi i miei libri ho indagato due aspetti diversi – non della religione – ma precisamente delle credenze popolari e come esse mutano nel tempo. In “Essere Montagna” ho cercato di dare uno sguardo al fanatismo mettendolo in contrapposizione con le meccaniche del dubbio e della crescita mentre ne “Il Diavolo di Smiling Woods” ho cercato di comprendere come le storie diventano mano a mano sempre più surreali a causa dei diversi passaparola, delle aggettivazioni o degli elementi che le persone aggiungono a queste al fine di renderle più interessanti. Si parla di “Diavolo” ma che cos’è realmente? Una creatura esistente o il frutto di storie create e modificate per spaventare i bambini e non farli andare nel bosco?

Starace però ha una caratteristica che mi fa impazzire, cioè quella di riuscire a trovare la giusta dimensione per il contesto naturale e per ciò che ospita, intrecciandolo perfettamente con tutta la vicenda e non lasciandolo come mero contorno alla trama. Nel Diavolo di Smiling Woods le presenze che abitano la foresta delle sparizioni, ad esempio, non sono contornate dalla decadenza o dall’oscurità come spesso i media ci hanno raccontato.
Il Cordyceps di The Last of Us è un chiaro esempio della corruzione fungina, che alla lunga però lo rende fin troppo vicino alla classica infezione da zombie che appiattisce il design, se non fosse stato salvato da un’oculata direzione artistica. Ecco, qui invece la dimensione naturale va sull’inclinazione di Annientamento dell’Area X: effetti che troviamo in natura ricondotti tematicamente a una paura primordiale, distorta ma comunque lasciata a un senso specifico. Qui, per esempio, la Luce diventa centrale e va a fare da contrasto considerando che l’oggetto dei miti di Smiling Woods è proprio una miniera, dove una compagnia ha scavato fin troppo a fondo e con troppa avidità.
JS: Sì, il fenomeno della bioluminescenza mi ha sempre intrigato. Mi ha sempre affascinato come degli esseri viventi riescano tramite le loro reazioni chimiche interne a creare la luce. Nello specifico la bioluminescenza si innesca quando gli enzimi della “luciferasi” catalizzano dei pigmenti che a contatto con l’ossigeno producono luce. E il nome di questo preciso pigmento si chiama appunto “luciferina”. Nella mia testa era tutto collegato.

Oltre alla natura della foresta, la duplice prospettiva del racconto è un altro elemento importante di questo volume. Da una parte i ragazzi protagonisti rappresentano un po’ il classico gruppo che va alla scoperta e rompe gli schemi, come i Goonies, ma un po’ similmente a Stranger Things c’è anche l’inclusione della prospettiva adulta della polizia, in particolare di un poliziotto con un legame personale verso le vicende e le sparizioni. Ci sono anche altri adulti a contornare le ricerche in Smiling Woods, tuttavia il legarlo al gruppo in modo così evidente è stata una scelta oculata che crea una dimensione più matura.
JS: Quando si parla di sparizioni, soprattutto in un thriller di questo genere, mostrare o spiegare le mosse della polizia serve sempre a dare al lettore un quadro ben preciso di ciò che è stato fatto o ciò che non è stato fatto per risolvere il caso, oltre a servire da termometro del tempo scenico in cui i protagonisti si trovano. All’inizio io non volevo raccontare la storia di un poliziotto ma scrivendo il worldbuilding e costruendo la storia ho capito che sarebbe stato importante avere una voce proveniente da quella parte più istituzionale della città. Serviva proprio come collegamento tra i personaggi e il contesto in cui vivono, che non è fermo e immobile, ma anzi, doveva vivere e progredire insieme alla storia.

In particolare credo che il suo ruolo sia molto più concretizzato quando c’è da affrontare le minacce, sfruttando l’elemento dell’arma da fuoco sia per dimostrare la natura orrorifica delle creature sia la “determinazione” necessaria per fare quello che va fatto, soprattutto quando quella scelta non è facile. In questo entra un po’ anche la dimensione religiosa, utilizzata dagli abitanti del luogo per dimenticare e abbandonare, crogiolarsi in un mito e lasciare tutto nel buio delle miniere, tra i sussurri acquietati.
Anche qui, Essere Montagna un po’ ci aveva messo in guardia sulla fede miope. Eppure, in entrambi i casi, direi che una grande parte della comunità mi trasmette calore, affetto e intimità. Per quanto la stortura diventi evidente dopo poche pagine, lo stringersi delle persone nei momenti difficoltà nell’abbraccio di una natura che avvolge una piccola città o insediamento è sempre qualcosa che mi trasmette un malinconico “amore”. Sarà per questo che spesso vediamo questi contesti di piccola scala essere il teatro di situazioni del genere?
JS: Avendo vissuto la maggior parte della mia vita in una periferia e avendo passato moltissime estati in alcuni paesini rurali nel Montefeltro, ho compreso quanto visceralmente il paese funzioni più o meno come una “famiglia”. Ci sono litigi, scontri, moti d’odio ma anche aiuto reciproco, fratellanza e amore. Questo succede perché ci si conosce tutti, ci si ritrova nei luoghi d’aggregazione come bar, piazze e negozietti, e lì si sviluppa una ritualità d’interazioni reciproche che rinsaldano i legami. Per questo credo ci sia meno indifferenza rispetto alle città quando succedono delle tragedie, ad esempio, il paese tende a stringersi intorno a chi le subisce per far sentire la propria presenza o dare il proprio supporto. In questo le comunità de “Il Diavolo di Smiling Woods” e quelle di “Essere Montagna” sono sì molto simili, proprio perché si sviluppano attorno a un nucleo abbastanza piccolo. Nessuna magia quindi, ma semplicemente amore.

Il Diavolo di Smiling Woods arriva poi alla sua “rivelazione” mistica o meno in un climax soddisfacente. L’adrenalina con cui si scorrono le pagine verso la fine è pari alla pesantezza di ciò che vivono i protagonisti, alle loro rinunce e ciò che tutto questo ha creato in loro, vittime di una storia che non hanno mai iniziato loro ma le cui conseguenze, nate dall’avidità e dalla compiacenza passiva, cadono sulle loro vite come un crollo, seppellendoli tra macerie che solo a fatica riusciranno a scrollarsi di dosso.
JS: Ho immaginato fortemente chi potesse essere il vero antagonista della vicenda, ci sono tanti personaggi che vengono indicati all’interno del libro che hanno agito per loro stessi piuttosto che per la comunità. Ho pensato che forse, quando si parla di “Diavolo”, bisognerebbe scendere più in profondità, scovare le motivazioni intrinseche di chi agisce in un determinato modo prima di giudicare. Il male non è sempre fine a sé stesso, le motivazioni del male sono tante e variopinte ed è sempre bene soffermarsi, respirare e cercare il più possibile di mettersi nei panni degli altri. Una missione difficilissima quando affrontiamo il male ma credo non impossibile.
Credo che il racconto funzioni molto bene anche per lo stile che Starace utilizza, alle volte si potrebbe dire “privo di troppi dettagli” ma completamente concentrato sui colori, sulle espressioni e sulla composizione delle scene. Ho visto che qualcuno l’ha trovato “straniante” e posso capirlo, ma credo che in realtà sia la perfetta esecuzione per quello che Il Diavolo di Smiling Woods vuole raccontare, e il come vuole farlo, specie nei riguardi di ciò che di infernale c’è in esso.
Non è un qualcosa che va mostrato in ogni suo aspetto e piccolezza, è un qualcosa che va quasi solamente intuito, un atto di fede al contrario dove la paura diventa il canale con cui riuscire a immaginare. Su un binario parallelo però c’è anche la verità di uno sfruttamento, di una rottura di un ecosistema delicato e il cui abuso prospera nel folklore posto lì proprio per nascondere l’orrore peggiore: l’avidità dell’umano, il cui prezzo è alto per tutti tranne che per chi la pratica.