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Ahsoka, Tano da morire

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Ahsoka è la nuova serie tratta dall’universo di Star Wars. Com’è andata, questa volta, dopo le precedenti – non felicissime – esperienze?

Lo so, potevo usare un titolo migliore, ma perché rinunciare a una cosa scema, in un mondo in cui la storia di Ahsoka non è la vera trilogia sequel?

Vedere Ahsoka mi ha fatto uno strano effetto. Non del tutto piacevole, il che è paradossale per una serie che ho apprezzato.

È un po’ come aver visto prima le fasi peggiori di un rapporto che si è deteriorato, in cui si tira avanti per abitudine più che per sincero amore e poi, improvvisamente, in una mossa che piacerebbe a Gondry o Nolan, ti vengono mostrate le situazioni in cui l’amore c’era, in cui speravi per il meglio, in cui potevi vederlo, quel futuro assieme che tanto volevi.

Più prosaicamente, vedere Ahsoka è come assistere alla preparazione di un gustoso cocktail sapendo già che il barista ci sputerà dentro.

Sono arrivato allo show in uno stato mentale che definire prevenuto è un eufemismo (e forse le basse aspettative c’entrano qualcosa col mio apprezzamento) perché dopo le prime due stagioni di Mando per me le serie dedicate a Star Wars hanno infilato una serie di passi falsi che parevano uno di quelle modelle che comincia a inciampare sui tacchi e finisce la passerella strisciando.

The Book of Boba Fett e le sue imbarazzanti scelte stilistiche e narrative, Obi Wan e Leila che scappa da una base imperiale nascosta sotto una cappa (qua salviamo lo scontro con Darth, ok) e pure la terza di Mando, onestamente, avrei da ridire.

Ah si, Andor, ma per me Andor sta a Star Wars come l’MMA sta a Street Fighter 2: in entrambi casi ci si mena ma da una parte hai una brutale dimostrazione di violenza, dall’altra due stereotipi geografici si lanciano palle d’energia urlando il nome delle mosse facendomi divertire.

Ahsoka invece… era proprio quello che cercavo, quella risposta alla domanda “Ma cosa è Star Wars per te” a cui ogni nuovo contenuto della saga cerca di rispondere. Parafrasando la storia, Filoni con questa serie ha ritrovato la mappa per le stelle, se non tutte, almeno per tornare in quella Galassia lontana lontana che mi culla fin da bambino.

E tutto questo senza che io sia mai stato un particolare fan né di Clone Wars né di Rebels, che ho recuperato negli anni, dimenticandomi spesso un sacco di cose.
Forse vale anche la pena di dire che Ahsoka, rispetto ai suoi predecessori, giocava anche molto più in casa, potendo contare su due lunghe serie che avevano affinato i personaggi nell’immaginario dei fan più accaniti e di quel gruppo di spettatori della seconda o terza ondata che ci erano cresciuti assieme.
Personaggi che sono il personale gioco di Filoni, altro dettaglio non da poco che hanno permesso alla serie di essere molto più sciolta nella narrazione.

Detto questo, mi sono accordo che Ahsoka arrivava differentemente dal trattamento sonoro. Ogni serie ovviamente ha il suo tema portante che sottolinea i momenti decisivi ma in Ahsoka mi pare di sentire più musica rispetto alle sue colleghe. Non c’è solo un tema, ci sono più momenti, c’è un’idea non soltanto quattro note ripetute ossessivamente.

E poi piano piano, come muscoli indolenziti dalla sedentarietà, sono tornati tutti quei piccoli e grandi dettagli che ti fanno dire “ma guarda che alla fine non è che ci voglia poi tanto a fare una cosa di Star Wars fatta bene eh?”.

Dacci dei personaggi con uno scopo interessante, dacci delle minacce convincenti, dei cattivi che facciano paura ma che siano affascinanti, qualche personaggio nuovo e qualche personaggio vecchio, sfrutta il passato come una salsa in cui intingere la narrazione per dare una botta speziata ogni tanto. Se ci sono spade laser, usale bene, dagli la giusta importanza, non farti mancare mai qualche duello aereo. Mescola magia e tecnologia, avventura e conosciuto. Dammi umorismo, ma non troppo. Creaturine carucce e droidi, ma fai finta di non dovermeli vendere.

Emozionami, fammi sedere attorno al fuoco della tua storia, rispettami.

Fai tutto questo e accetterò anche il più trito dei McGuffin, anche quelle cose che sembrano tenute insieme con lo sputo. Davvero non ci vuole tanto a farmi amare Star Wars, ho una soglia molto bassa, riuscire a starci sotto è un’impresa, eppure ci son riusciti.

Certo, non è tutto, perché devi lavorare anche sui personaggi e sulle recitazioni. Rosario Dawson riesce a rendere credibile i Togruta, una delle razze più prostetiche e rischiose dopo i T’wilek, ma già lo sapevamo, il resto del cast invece è tutto una bella scoperta, da Sabine a Shin Hati passando per le versioni “live action” di vecchie conoscenze. Forse solo Winstead mi è parsa un po’ rigida ma non è che il personaggio le permetta chissà quali stravaganze.

Thrawn secondo me può fare ancora di più ma già così è esattamente ciò che dovrebbe essere: un personaggio mediamente intelligente che in un mondo in cui lasci una base spaziale con un punto debole non troppo sorvegliato appare come un genio militare. Ed è anche il classico cattivo crudele e affascinante. E che bell’idea circondarlo di Stormtrooper che fanno realmente paura, anche se continuano a sparare di merda.

Ma per me si mangia tutto Baylan Skoll, jedi caduto e dolente, pronto alla violenza ma incline al dialogo. Stanco dei clicli, stanco dei pupazzi, della politica, di tutto. Un’interpretazione magistrale di Ray Stevenson che purtroppo non ci potrà dare di più. Ed è un peccato perché Skoll per me era già tra i personaggi più amati della saga. Forse risolveranno tutto con una maschera o chissà come, ma ormai ci siamo persi quello sguardo, quel barbacchione, quella presenza scenica degna di Dart Vader, mescolata con la dolente saggezza di Kenobi.

Ecco, parliamo di Vader, parliamo di Anakin, parliamo di vedere finalmente Christensen redento, riscattato, sollevato da un ruolo che all’epoca era impossibile da contenere e che forse anche lui non sapeva gestire al meglio. Che bello vedere il suo Anakin nel pieno della sua forza Jedi, ma che bello anche capire infine l’orrore della guerra dei cloni e di una bambina sbattuta là nel mezzo per necessità politiche e militari.

Non riesco a venire a capo di questa storia però, mi spiace, e qua torniamo al punto iniziale.
Perché sapete cosa mi fa impazzire?

Che questa storia sarebbe stata un’ottima terza trilogia. Niente al mondo mi farà ricredere che ci stavo tutto un trittico di film per raccontare nuove prospettive su Star Wars che fossero veramente interessanti e fresche, non frutto di una paura di non fare abbastanza soldi, affidandosi troppo ai focus group e a gente palesemente non aveva capacità di maneggiare la materia.
Se c’era veramente stata tanta voglia di cercare nuove facce e nuovi pubblici sarebbe bastato guardare agli adolescenti, ai bambini e agli adulti a cui Clone Wars e Rebels avevano tenuto la mano.

Certo, Ahsoka per essere goduto a pieno ha bisogno anche di loro, ma comunque sta in piedi, comunque regge, comunque ha più dignità di alcune scelte della terza trilogia. Ma per quanto stia in piedi, per quanto voglia saperne di più alla fine mi ricordo che questa roba finirà per schiantarsi contro il Primo Ordine, Palpatine che sopravvive “in qualche modo” e tutte le altre amenità (e lo dico pur essendo uno di quelli che vede del buono là dentro, soprattutto nell’8).

Pensate quanto sarebbe stato bello raccontare Thrawn e rilanciare il tutto, pensateci quando finirà questa stagione e la prossima.

E pensate anche come sarebbe bello, e questa è una teoria che rubo a Daniele Cristaldi detta sul canale Telegram di N3rdcore, se tutto finisse con loro che tornano sì, ma tornano dopo gli eventi del Nuovo Ordine, pronti per lanciare un nuovo corso che guardi finalmente oltre.

E quell’oltre, per favore, fatelo gestire tutto a Filoni.

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