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Dossier Odessa: il mash-up secondo Bonelli

Il 25 maggio 2019 la Sergio Bonelli Editore ha lanciato una nuova testata: Odessa.
La città ucraina affacciata sul Mar Nero evoca al lettore meno giovane il clima della guerra fredda e dello spionaggio internazionale, oppure il romanzo di Frederick Forsyth del 1972, The Odessa File, che prende il nome da una reale organizzazione postbellica di ex-SS.

In questo caso, però, in prima battuta i generi coinvolti sono altri. Come si intuisce dalla copertina, dal titolo del primo numero (“Dopo la fusione”) e dallo stesso logo della serie (una O dove si intrecciano due filamenti di DNA differenti), la città in questione è oggetto di un particolare incidente alieno che porta una parte di essa e dei suoi abitanti a fondersi con una misteriosa astronave carceraria aliena.

Questi i presupposti ideati dallo sceneggiatore Davide Rigamonti, in forza alla storica testata fantascientifica, Nathan Never, e del disegnatore Mariano De Biase, anche copertinista della serie. Si tratta della terza serie a colori della Bonelli, dopo l’apripista degli Orfani di Roberto Recchioni (primo esperimento in tale senso, nel 2013, nel segno della fantascienza spaziale) e, in tempi più recenti, del Mercurio Loi di Alessandro Bilotta, da poco conclusosi, che si era orientato invece sulle atmosfere “autoriali” della Roma ottocentesca, creando uno dei fumetti più acclamati dalla critica negli ultimi anni (ne avevamo parlato qui).

Odessa è indubbiamente più vicina al primo caso che il secondo: l’esordio dell’albo, accelerato e in medias res, ci colpisce fin da subito con numerose splash page, con un taglio complessivo ancor più vicino all’impostazione “americana”. Il tema della fusione, presentato fin da subito, offre a De Biase, ideatore grafico e colorista, e a Matteo Resinanti, disegnatore dell’albo, la possibilità di sviluppare un segno ricco di invenzioni visive, e ovviamente incentrato sull’idea di contaminazione tra umano e alieno, con creature extraterrestri e tecnologie dall’aspetto organico e pulsante, che fanno pensare a un certo immaginario cronemberghiano o, in ambito letterario, alle ossessioni per il wetware del cyberpunk storico (in parte già esplorate, tra i vari spunti, proprio da Nathan Never, ad esempio nella storica saga dei Tecnodroidi).

La colorazione, in capo a De Biase, rimanda da un lato a certi colori vivacissimi del fumetto supereroico anni ’80: ma unite al segno più conturbante paiono evocare anche un certo gusto tra l’acido e il lisergico. In particolare, appare interessante il prevalere – fin dalla cover – dei toni del rosso e del blu: la dicotomia su cui era giocata anche Orfani, ma con un diverso equilibrio. In Orfani, infatti, il rosso si associava al tema della violenza in opposizione all’opprimente controllo ipertecnologico, associato al blu asettico della tecnologia. Due elementi che spesso potevano intersecarsi, è chiaro: ma non erano, come qui, intrinsecamente compenetrati.

Una cosa interessante è che il tema della contaminazione è anche metanarrativo: se la storia narra della fusione di umani e alieni ipertecnologici, e della mescolanza spazio-temporale che coinvolge le stesse strutture della zona interessata all’Ufo crash, la stessa linea narrativa di Odessa è frutto di una collisione tra fantascienza e fantasy.  Lo spunto infatti è indubbiamente fantascientifico, ma lo sviluppo è più vicino alla libera immaginazione del fantasy. Per certi versi, questo lo avvicina a Gregory Hunter (2001), l’esperimento voluto da Antonio Serra per sperimentare una fantascienza più libera, sulle scie della Space Opera classica (allora senza il contributo del colore, che contribuisce molto alla spettacolarità). Orfani, invece, pur concedendosi molti momenti di grandiosità visiva, sceglieva più la linea dell’estrapolazione sociologica, propria di una serie come Caravan (2009) di Michele Medda, di cui cita, marginalmente, il progetto Painted Sky.

Questo mash up di fantascienza e fantasy non appare ovviamente casuale: come evocato tra le righe da Davide Bonelli nella prefazione dell’opera, c’è un tentativo di intercettare un pubblico molteplice: quello di Nathan Never, l’ammiraglia di SF Bonelli, ma anche Dragonero (riuscito esperimento fantasy, del 2013) e magari di Zagor, che è anche al centro del progetto di un crossover con Flash della DC Comics. Nella storica testata bonelliana (del 1961, la seconda per longevità dopo Tex) il western è infatti uno sfondo che permette escursioni molto più organiche nei territori del fantastico classico, anticipando quel gusto della mescolanza di diversi generi narrativi che aveva condotto a uno dei criteri portanti dell’avventura bonelliana: i “generi attraverso il genere”.

A fianco di un’idea, come detto, perlomeno interessante e dotata di un certo grado di originalità (almeno rispetto a Casa Bonelli), e di una ormai consolidata modernità del disegno e del montaggio di tavola, colpisce di Odessa, in certi punti una certa pesantezza dei testi, che si soffermano su spiegazioni ampie e macchinose, per certi versi tipiche del fantasy e delle sue vaste nomenclature di razze, classi, dinastie e, forse, legate alla volontà di dialogare anche con un pubblico più tradizionale rassicurandolo con spiegazioni dettagliate (a differenza della velocità di scrittura di Orfani, o della cripticità intenzionale di certi passi di Mercurio Loi).

Non resta che attendere le evoluzioni di questo nuovo tassello del fantastico bonelliano, per capire dove ci condurrà questo esordio nel segno del “Giorno della fusione”. Insomma, il futuro è adesso, e il futuro è Odessa.

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