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Hiroshima materiale. Colpiti da una pioggia nera, di Keiji Nakazawa

Si parla spesso, e giustamente, di Hadashi no Gen, opera fondamentale – per lui e per noi – di Keiji Nakazawa (Hiroshima 1939 – Hiroshima 2012), pubblicata in Italia da Hikari Edizioni. Ma Gen è anche il pieno compimento di un percorso che parte da lontano e che all’inizio non aveva nemmeno voglia di partire: è solo dopo il 1966, dopo la morte di sua madre per leucemia da radiazioni, che Nakazawa inizia a raccontare ciò che accadde a Hiroshima alle 8.15 del 6 agosto del 1945: la bomba, l’esplosione o, come lo chiamano i giapponesi, il pikadon; e anche, minuziosamente, tutto ciò che accadde dopo la bomba.

Colpiti da una pioggia nera (Coconino Press) raccoglie nove storie brevi che Nakazawa pubblica su rivista tra il 1968 e il 1973, cioè dal momento in cui prende la decisione di parlare della bomba al periodo che vede la nascita di Hadashi no Gen. Sono nove storie che raccontano come l’evento-Hiroshima continui nei decenni a investire l’esistenza delle persone.

Gli hibakusha – i sopravvissuti – continuano a scontare non solo le radiazioni che si trasformano in malattia: la pioggia nera è anche un miasma metafisico, una maledizione che colpisce sotto forma di povertà, sospetto, discriminazione sociale, emarginazione, rifiuto; è un destino che si manifesta nel momento in cui si compie, all’improvviso, talvolta anni e anni dopo il pikadon. In Il filo nero, del 1973, una ragazza scopre di essere figlia di due hibakusha solo quando il fidanzato la lascia per paura di avere figli malati. In Nella corrente del fiume nero, del 1968, una donna viene respinta perché è una sopravvissuta, e finisce a prostituirsi.

Lo strato politico della raccolta — innervata da una rabbia feroce nei confronti degli Stati Uniti — si fa sentire già dal primo racconto, la title track Colpiti da una pioggia nera, del 1968: il protagonista è un killer di statunitensi; ferito a morte da una delle sue vittime, dona le cornee a una bambina cieca figlia di un hibakusha. E come può immaginare chi abbia letto Gen o abbia visto i due splendidi lungometraggi animati che ne sono stati tratti, il rancore investe anche l’imperatore e il militarismo giapponese. Né risparmia il Giappone del dopoguerra, piegato agli interessi statunitensi tanto da sostenere la guerra in Vietnam.

La raccolta segue l’autentico ordine cronologico di pubblicazione dei racconti (tranne in un caso, che vedremo) e, mano a mano che si procede nella lettura, il lettore si rende conto che sta conoscendo la poetica di Nakazawa mentre è in costruzione, si accorge che, storia dopo storia, Nakazawa sta mettendo a fuoco sempre meglio la propria ossessione: il problema della trasmissione.

Gli ultimi due racconti hanno al centro due giovani che della bomba non sanno quasi nulla, due protagonisti sovrapponibili, persino nell’aspetto grafico, figure esemplari di una generazione cresciuta lontano dal 1945. Kazuo, in Noi, per sempre, del 1971, ruba il cappello di un tassista pensando di trovarvi del denaro; scoprirà che vi erano custodite le unghie della moglie e del figlio dell’uomo, conservate come reliquie per mantenere una promessa mai realizzata.

In Grida della terra nera, del 1972, Ryuji, intossicato dall’ambizione sociale, ruba i risparmi di un’anziana; verrà a sapere che quel denaro le serviva a scavare fra le macerie di Hiroshima, per ritrovare le ossa del figlio.

Sarà attraverso questi reperti che Kazuo e Ryuji prenderanno coscienza. Unghie, teschi. La trasmissione è materiale, è nel reale degli oggetti, così come fisica e biologica è la rappresentazione dell’esplosione, che torna in ogni storia, perché ogni storia ha il suo flashback del pikadon; mentre la memoria testimoniale assume sempre più concretamente la forma dei resti, lo spazio che ogni storia dedica al ricordo del pikadon non fa che crescere.

All’inizio appare quasi come un lampo improvviso, un trauma che irrompe nel presente, ma con il passare degli anni quelle stesse scene si dilatano e acquistano una fisionomia sempre più stabile; e così, di storia in storia, noi vediamo crescere sotto i nostri occhi quello che sarà, nel 1973, l’inferno rappresentazionale di Hadashi no Gen: i corpi con la pelle che cola dalle braccia, i volti trapassati dalle schegge di vetro, le persone intrappolate sotto le case crollate, tra le fiamme che avanzano. È come se Nakazawa ridisegnasse continuamente la stessa scena, forse nel tentativo di esaurire il pozzo di un ricordo che di per sé rifiuta la rappresentazione, forse nella speranza di imprimere una verità nel tempo in modo più indelebile, o forse solo prendendo sempre più coraggio.

E tuttavia, dato che l’insopportabile è insopportabile, anche in Colpiti da una pioggia nera ci vuole un po’ di ossigeno immaginario: l’aspetto meno realistico sta proprio nel fatto che i protagonisti riescono davvero a trasmettere qualcosa. È un tentativo di respirare che affiora già nel 1968, con Nel nero silenzio, ma che insiste soprattutto negli ultimi tre racconti presentati.

È come se, delineandosi con sempre maggior vigore la poetica della materia di Nakazawa, il bisogno di aria aumentasse in modo proporzionale: più i supporti del ricordo si fanno materiali, più aumenta lo spazio dedicato alla rappresentazione fisica dei corpi devastati dal pikadon, più a quel realismo si affianca una sorta di lieto fine — l’idea che la testimonianza accada davvero.

Particolare degno di nota, a tal riguardo, è la collocazione a metà antologia di Il filo nero, che in realtà fu pubblicato nel 1973 e dovrebbe dunque essere l’ultimo racconto della serie.

Dato che l’edizione italiana dell’antologia, a cura di Coconino, rispecchia fedelmente l’edizione giapponese, e che, a quanto è dato sapere, l’ordine di presentazione delle storie vide coinvolto Nakazawa in persona, anche questa retrocessione di uno dei suoi racconti più disperati è da considerarsi un gesto autoriale, come se Nakazawa avesse riconosciuto un movimento generale della sua poetica verso l’apertura, verso la possibilità reale della trasmissione, e avesse deciso di assecondarlo con maggiore determinazione.

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