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The Conjuring: The Devil Made Me Do It - Valori reazionari e riappropriazione nel Warrenverse

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Recensione del terzo capitolo della saga Blumhouse, The Conjuring: The Devil Made Me Do It continua a intrattenere coi limiti del christian horror.

Ritorno al cinema con entusiasmo per il primo horror sul grande schermo in più di un anno: The Conjuring: The Devil Made Me Do It di Michael Chaves. Uscito contemporaneamente anche su HBO Max, per quanto mi riguarda rimane un tipo di visione sempre più godibile in sala.

Fin qui, la saga dei coniugi Ed e Lorraine Warren è stata esemplare di una corrente puramente anni ’10. Si tratta di quell’horror di cassetta nato con Insidious di James Wan: pur riprendendo l’inclinazione al jump scare dei Paranormal Activity abbandonava l’estetica povera del found footage per quella dark e artefatta più vicina al J-Horror dei primi 2000. Il remix diventa il christian horror di fantasmi e possessioni che ha segnato l’ultimo decennio. L'ha fatto proprio grazie al Warrenverse, l’universo narrativo basato sulle investigazioni dei Warren, una coppia di demonologi esperta di esorcismi.

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Cosa non va nel christian horror?

La mia premessa personale è che non ho un rapporto splendido con il Warrenverse. Per moltз, il problema è legato al fatto che i Warren sono esistiti realmente diventando celebri come cacciatori di fantasmi, da cui le inevitabili controversie. Anche senza sapere nulla di loro all’epoca dell’uscita del primo The Conjuring, l’ho vissuto con un certo fastidio a causa della veemenza con cui si accaniva contro il personaggio della madre interpretata da Lili Taylor. La forza antagonista era il fantasma di una strega cattiva che finiva per possederla, trasformandola in “madre terribile”. La coppia dei Warren era lì a incarnare delle forze del Bene, strettamente legate nell’immaginario del film al cattolicesimo e soprattutto a pratiche violente come gli esorcismi.

Ho provato disagio guardando il film perché trascinava il pubblico in territori ideologici che trovo inospitali. Parlando della strega/demone/fantasma Bathsheba, Amy Detrich scrive su Gayly Dreadful che è costruita come se gli sceneggiatori avessero compulsato i testi di film theory femminista per mettere insieme una cattiva queer-coded in cui i tratti femminili e queer siano il più possibile riconducibili all’abiezione. Salta all’occhio la scelta di casting che ha previsto un attore maschio a interpretarla (il compositore Joseph Bishara), aumentando l’effetto di queer-coding della presenza minacciosa. Come sottolinea Detrich, la sua funzione nella trama sembra rimandare alla famigerata citazione del repubblicano Pat Robertson secondo la quale il femminismo è «un movimento anti-famiglia che incoraggia le donne a lasciare i mariti, uccidere la prole, praticare la stregoneria, distruggere il capitalismo e diventare lesbiche» (la facile punchline è “ma ha anche dei difetti”).

The Conjuring The Devil Made Me Do It recensione 01

Bathsheba infatti ha ucciso il suo stesso figlio e possiede altre madri inducendole a sopprimere i propri per dimostrare fedeltà a Satana. Su questo aspetto si è espressə anche Jude Ellison Sady Doyle nel saggio Il femminile mostruoso, in cui fa notare come certi valori provenissero dagli stessi Warren del mondo reale, per i quali “la mancanza di solidi valori familiari attrae in una casa fantasmi e demoni” e in caso di infestazione pare domandassero se qualcuna della famiglia stesse frequentando gruppi di autocoscienza.

Gli aspetti positivi del Warrenverse

Preso atto del portato retrogrado di cui la saga è intrisa, riconosco lo stesso al Warrenverse la capacità di costruire uno specifico tipo di atmosfera horror che ben funziona come intrattenimento spaventoso. Sono film costellati da sequenze basate su un uso divertente del jump scare, per lo meno quando non è abusato. C’è una tetraggine pervasiva, piena di momenti paurosi spesso filtrati dal punto di vista dei bambini, dimensione a cui il buio dei Conjuring ci riconduce rendendoci vulnerabili.

The Conjuring: The Devil Made Me Do It recensione 03

La collezione di storie nella storia prende il via dalla perfida bambola Annabelle nel primo film dando vita a degli spin-off discontinui ma a volte dignitosi come Annabelle Creation. Non ho nulla di negativo da dire sul fatto che questi siano film commerciali che attirano il pubblico in sala. È come accade coi due It: non sono opere eccelse, ma col loro successo hanno dato potenza a un genere che ha mille declinazioni molto diverse tra loro. Quindi alla fine ben vengano anche i Warren, ma a denti stretti perché le loro sono storie spesso intrise di significati reazionari.

Avvicinandoci a questo terzo capitolo The Conjuring: The Devil Made Me Do It, vediamo come funzionano i Warren come coppia finzionale. I due fanno da ponte tra il sistema “rigoroso” della Chiesa, di cui Ed e Lorraine sono una specie di emanazione popolare, e il folklore nella vita quotidiana, la realtà della superstizione in cui loro stessi sono immersi. Lorraine, la femmina, è un personaggio sospeso tra due realtà. È una medium che rischia sempre la pelle perché la sua posizione la espone a essere risucchiata dentro al mondo ctonio governato non tanto dai morti, ma da demoni terribili che conoscono e odiano la coppia.

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The Conjuring: The Devil Made Me Do It - La recensione

Lorraine sembra in bilico proprio in quanto donna: tra i due lei ha un ruolo di portale tra dimensioni, mentre il marito Ed ha la funzione di roccia che la aggancia saldamente a questo piano della realtà, rischiando anche lui la vita nell’operazione. Ciò conferisce a Ed un ruolo attivo che altrimenti svanirebbe, perché alla fin fine è il superpotere di Lorraine a guidare le loro investigazioni, come accade anche in questo terzo capitolo della saga.

In quel senso, The Conjuring: The Devil Made Me Do It funziona bene nella distribuzione dei pesi tra i due Warren: Ed rischia grosso, ma Lorraine è mostrata come quella più esposta, con un piede in quell’aldilà ostile che solo lei conosce. Il suo potere è importantissimo nello svolgersi della trama e fornisce qui le occasioni per quelli che trovo alcuni degli effetti più riusciti dell’intera saga, ossia alcune alterazioni percettive dovute al suo legame con l’antagonista.

Se avete già letto recensioni o semplicemente visto il film, saprete che questo Conjuring non è spaventoso come i precedenti, nel senso che evita la ripetizione di sequenze che culminano nel jump scare con la manifestazione della presenza di turno. La regia qui è di Michael Chaves, che aveva già diretto The Curse of La Llorona, un film che accentuava i peggiori difetti del Warrenverse (esagerazione del jump scare, simboli e snodi di trama reazionari). Si vede la differenza tra la sua mano e quella di James Wan, il regista originale della saga e figura fondamentale perché da 20 anni inventore dei trend dell’horror più commerciale – Saw, Insidious e poi il Warrenverse.

[SPOILER ALERT da qui in avanti per alcuni dettagli della trama].

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Nonostante il mio astio per il precedente film di Chaves, non ho odiato quello che ha fatto con il terzo Conjuring. Capisco però la delusione di moltз davanti a un’opera che non rispecchia il paradigma classico. Qui manca la paura dei bambini che non sono al sicuro nemmeno nelle loro camerette, perseguitati da demoni che li vogliono sbranare.

La sequenza iniziale di The Conjuring: The Devil Made Me Do It rappresenta proprio questo passaggio. Il film comincia aggressivamente con la possessione di un ragazzino, ma due uomini intervengono. Uno è l’eroico Ed, che rischia la morte sopraffatto dall’entità; l’altro è un giovane disgraziato che immolandosi passerà il resto del film nella funzione di damigello in pericolo.

Quella che segue è soprattutto un’esplorazione del mistero che riguarda la natura di queste possessioni, più che la manifestazione di demoni ultraterreni. Non perché manchi una presenza di quel tipo; ma perché la vera antagonista è qualcun’altra. Si tratta di un’occultista che inizialmente appare come se fosse un fantasma gotico, grazie alla regia e alla scelta del suo abbigliamento, a suggerirci una natura spettrale che solo in un secondo momento scopriremo fasulla.

The Conjuring: The Devil Made Me Do It recensione 02

Nonostante alcune banalità, The Conjuring: The Devil Made Me Do It si fa apprezzare per le sue sequenze sotterranee, ambientate nel labirinto dell’occultista, illuminate dalle candele che circondano il suo empio altare. Sono particolarmente riusciti i giochi di prestigio percettivi con cui la donna sconquassa la mente dei Warren, qualcosa che mi ha fatto ripensare all’orrore della confusione mentale raccontata splendidamente in Oculus di Mike Flanagan.

Dal punto di vista del cattolicesimo della coppia protagonista, è uno dei capitoli meno invadenti. La scelta dei poli dello scontro è interessante: l’occultista contro Lorraine, Ed che finisce strumentalizzato a inseguire la moglie con un martellone. Mi è piaciuto soprattutto che l’antagonista non fosse una “strega” trasfigurata in demone ma una persona reale, una studiosa di magia che usa strumenti scientifici per attuare il suo piano. Capisco perché questo Conjuring sia insoddisfacente per lз più, mancando il tipo di horror che segnava la cifra della saga; però, superata la frattura delle aspettative deluse, potremmo soffermarci di più sulle note positive delle difformità create per l’occasione.

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La queerness in The Conjuring: The Devil Made Me Do It

L’occultista che dà così tanto filo da torcere ai Warren sembra manifestarsi da un tempo remoto. È una presenza ambigua, quasi genderfluid per la scelta di un’attrice non giovane e dal volto particolare – Eugenie Bondurant, qui in versione austera e terrorizzante. La vera partita è tra lei e Lorraine proprio a causa dei poteri occulti della signora Warren, capaci di saldare un legame con questa donna che la isola rispetto al marito Ed. Com’è ovvio, il collegamento tra loro ha una valenza negativa, mette in pericolo Lorraine e il suo matrimonio, nonché termina con la morte dell’antagonista. Ma potenzialmente è facile reclamare la relazione tra le due in chiave lesbica, proprio perché è stata scritta in modo queer-coded.

Riprendendo l’articolo di Gayly Dreadful, Bathsheba mostrava il dito medio al Dio cristiano attraverso le sue scelte (“è la femminista lesbica e pelosa che si annida nella mente dei conservatori”, scrive Detrich), al punto da essere vissuta dall’autrice come una mitologica espressione della propria queerness. È un discorso che mi ricorda un altro bellissimo articolo uscito anni fa su Feministing in cui la giornalista transgender Jos Truitt parlava del suo amore per un personaggio complicato come Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti nonostante la transmisoginia alle basi dell’opera. Penso che anche l’occultista di questo Conjuring possa meritare una riappropriazione come quella attuata verso altri personaggi nati allo stesso modo; o per lo meno, così ha funzionato per me.

Un ringraziamento a Lucia Patrizi del blog Il giorno degli zombi per avermi mandato l’articolo di Gayly Dreadful, oltre che per il suo lavoro sempre accurato nell’ambito horror.

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