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Tarocchi e predeterminazione in Nightmare Alley

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Nightmare Alley è l'ultimo film di Guillermo del Toro, ambientato in un luna park tra magia, giochi di prestigio e film noir.

Il noir non è soltanto quello che ci presenta un investigatore impegnato a sfaldarsi nei vortici tortuosi di un grande complotto metropolitano. È un genere che può contenere anche il racconto della discesa agli inferi di personaggi borghesi come quelli incontrati in certe storie di James Cain o George Simenon. Attraverso lo schermo o la pagina proiettano l’ombra deformata di vite simili a quelle del pubblico stesso. Cosa succederebbe se ci si lasciasse andare alle pulsioni più segrete, dalla cupidigia fino al desiderio di morte? La risposta spesso prevede fiamme infernali – metaforiche o meno – come quelle che troviamo nell’apertura di Nightmare Alley, l’ultimo film di Guillermo del Toro.

Uscito da noi come La fiera delle illusioni, candidato a quattro premi Oscar senza vincerne alcuno, è il nuovo adattamento del noir Nightmare Alley del 1947 di Edmund Goulding. Basato sul romanzo del 1946 di William Lindsay Gresham, quello di Del Toro ripercorre alcune delle scelte fatte nella prima versione cinematografica, sintetizzando il libro e cambiandone alcune parti.
In tutti i casi, la storia è quella di Stanton Carlisle (Bradley Cooper), un uomo che si unisce alla comunità di lavoratori di un luna park, il classico carnival americano. Lì impara a reinventare se stesso, ma deve fare i conti con le ombre che continua a portarsi dietro anche nella sua nuova esistenza.

MAGIA E RAZIONALITÀ IN NIGHTMARE ALLEY

Nel luna park, Stan entra in contatto con un mondo sospeso tra razionalità, magia e gioco di prestigio. La coppia formata dalla veggente Zeena (Toni Collette) e dal marito Pete (David Strathairn) rappresenta proprio questo equilibrio. Chi lavora nel luna park considera “gonzi” i frequentatori, quelle persone disposte a credere che Zeena davvero riesca a leggere nella loro mente e che sia in contatto con un mondo ultraterreno. Pete e Zeena sono i personaggi che rivelano a Stan l’esistenza delle letture stock per fare previsioni sul pubblico e indovinare qualche particolare. Ma nonostante il cinismo che caratterizza la loro attività, Zeena si comporta come se avesse fede nelle previsioni delle carte che fa per sé e per gli amici. Quando legge i tarocchi non mette mai in discussione i risultati.

Ci si può chiedere se la fede di Zeena nelle carte sia reale o se con quel vezzo metta in scena l’ennesima performance manipolatoria. Nightmare Alley è un film con un margine di ambiguità, che si presta a doppie letture. L’ostentazione dei codici e delle strategie da parte dei personaggi sembra celare una realtà nascosta, nella quale Zeena a volte indovina inspiegabilmente qualcosa, come una vera maga e non una imbonitrice, mentre tutti fingono di non accorgersene.

Allo stesso modo, quando Stan si sottopone alla macchina della verità, lo strumento riconosce tutte le sue bugie, tranne una. Stan sostiene che ci sia una presenza nella stanza. La macchina non rileva alcuna bugia. Questo non ci dice niente sulla realtà dei fatti; evidenzia però come Stan sia un credente, perché ritiene reale questa presenza – probabilmente una manifestazione del senso di colpa: di Stan verso il padre, del suo cliente verso la fidanzata morta.

MANIPOLAZIONE E PSICOANALISI

Il vero inganno del film è proprio occultare la sua dimensione “altra” dietro all’apparenza della truffa. I personaggi parlano come se ogni dettaglio fosse spiegabile razionalmente, ma non sempre tornano tutti i conti. Oltre a Zeena, c’è una seconda figura che rappresenta un potere medianico: la psicologa Lilith, dal nome fortemente simbolico, interpretata da Cate Blanchett.

Lilith è il femminino oscuro, un demone portatore di sventura. È anche la rappresentate della psicoanalisi in un film che continua a mescolare gli aspetti esoterici con quelli psicoanalitici. Quello di Lilith è un codice prossimo alle manipolazioni del luna park, eppure lei continua ad apparire anche come una strega vera e propria, in contatto con energie ultraterrene.
[Da qui in avanti è necessaria un’ALLERTA SPOILER perché il film sarà analizzato facendo riferimento ai suoi snodi di trama più importanti].

SPOILER ALERT

Nel Nightmare Alley di Del Toro, la scoperta devastante fatta da Stan è che conoscere i trucchi di fattucchiere e illusionisti ti rivela che non sei speciale. Tutto si basa sulla statistica, se supportata dall’acume: è possibile indovinare con una certa sicurezza cosa sia accaduto nella vita di una persona. Ogni persona ha sofferto a causa di qualcuno, tutti abbiamo le stesse preoccupazioni (denaro, amore, salute). Non sei altro che un numero, una probabilità. La tua vita è banale, i tuoi ricordi più devastanti sono così nella media da poter essere indovinati a scatola chiusa solo guardandoti in faccia.

Quando Pete muore per colpa di uno scambio di bottiglie causato da Stan, Del Toro mette in risalto come l’incidente sia ambiguo. Forse è un lapsus freudiano, uno scambio che è intenzionale solo su un livello inconscio: è la mente stessa del protagonista a manipolarlo senza che se ne renda nemmeno conto. Non esistono le coincidenze e la sua terrificante seduta con la psicologa rievoca immediatamente proprio questo. A Lilith bastano due minuti di violentissima terapia d’urto per tirargli fuori l’avvenimento e inquadrarlo nell’ottica della colpa. Su un livello ancora più profondo, si può dire che non sia nemmeno chiaro se il protagonista abbia davvero scambiato le bottiglie apposta o se sia la psicologa a piantargli l’idea in testa, avendo colto il dubbio di lui.

IL GEEK COME DESTINO INEVITABILE

La figura chiave di Nightmare Alley è quella del geek, il mangiabestie che Stan vede esibirsi al suo primo ingresso nel luna park – interpretato da un irriconoscibile Paul Anderson, Arthur di Peaky Blinders. Per come è realizzata la sequenza, è subito evidente che questo personaggio rappresenta l’Ombra del protagonista e anche il suo destino. Stan pronuncerà la sua prima battuta soltanto al suo cospetto, dopo diversi minuti dall’inizio del film. Ne è attratto magneticamente, ossessionato dal capire come un essere umano possa ridursi così.

Quando il geek cerca di scappare, Stan lo insegue oltrepassando un cartello su cui campeggia la scritta “Take a look at yourself, sinner”. Davanti a lui si spalanca l’ingresso a un tendone costruito come la bocca di un demone. Stan varca questa soglia trovando dall’altra parte il geek, la sua Ombra.

 

Quando il guardiano del geek (Willem Dafoe) gli dice che nel luna park a nessuno interessa cosa abbia fatto in passato, Stan ha dei flashback: uno è della scena iniziale, in cui dà alle fiamme il cadavere di suo padre bruciando simbolicamente le proprie origini. Tra le immagini c’è però anche quella del geek che stacca la testa al pollo. Si tratta del destino di Stan, nella sua mente e poi nella stessa trama del film. È chiaro da subito che Stan si identifichi con lui.

NIGHTMARE ALLEY E IL SOGNO AMERICANO

Nel suo saggio Nightmare Alley. Film Noir and the American Dream del 2014, l’accademico Mark Osteen analizza il genere noir partendo dalla versione di Nightmare Alley del 1947. La domanda fondamentale è proprio quella rivolta dal protagonista Stanton messo al cospetto del geek: «Is a guy born that way?». In altri termini, il suo destino infausto è inevitabile? Osteen evidenzia come quello di Stanton sia l’arco narrativo americano per eccellenza: descrive la ricerca della felicità attraverso lo sforzo individuale. Allo stesso tempo, la sua è anche una parabola sui pericoli dell’ambizione.

Nel film di Del Toro, il percorso di Stan è costituito da una scalata sociale che nasce dalle ceneri della sua vita passata. Nel luna park, Stan mette le mani sugli strumenti per la sua successiva emancipazione: il codice di Pete, quello che riesce a ottenere dopo la sua morte. La seconda parte del film viene aperta dalla didascalia “Due anni dopo” ma rimanda all’inizio della storia, con l’inquadratura che indugia di nuovo sulle fiamme, questa volta di un caminetto. Stan ora fa l’illusionista, si esibisce in locali di lusso e guadagna bene.

LA CRITICA ALL’INDIVIDUALISMO

La ricerca della felicità sancita dalla stessa Dichiarazione d’Indipendenza è il valore fondativo del sogno americano. Come spiega Osteen, alla base di questa ricerca c’è l’ideologia individualista, retta dalla convinzione che sia lo sforzo personale a rendere possibile la determinazione del proprio destino, superando qualsiasi ostacolo posto da genere, razza e barriere sociali. È un sistema di pensiero messo in discussione dai film noir hollywoodiani realizzati tra il 1944 e il 1959, che descrivono personaggi la cui sconfitta sembra invece predeterminata.

Il primo Nightmare Alley non fa eccezione. Secondo Osteen, l’arco di Stan evoca le domande che da sempre hanno assillato gli americani: che rapporto c’è tra la storia personale e ciò che si è nel presente? L’identità è qualcosa di innato o è una performance? Si può sfuggire al proprio passato? È da qui che riparte il Nightmare Alley di Del Toro, largamente basato sulla prima versione cinematografica, ancora più che sul testo letterario.

L’APPESO CAPOVOLTO

Un particolare chiave della versione di Del Toro è quello della lettura dei tarocchi che Zeena fa a Stan. Le carte che escono sono tre arcani maggiori, la Torre, gli Amanti e l’Appeso capovolto. Il particolare più importante è quello legato all’Appeso: la carta appare anche nelle altre versioni del testo, ma mai capovolta come nel Nightmare Alley di Del Toro. In questa storia, essa è la carta foriera di sventura, su cui viene focalizzata l’attenzione.

 

Mi ha colpito la scelta estremamente specifica: perché a un pubblico che non per forza conosce i tarocchi dovrebbe fare così impressione vedere l’Appeso capovolto? Ho pensato che fosse una specie di easter egg occulto.

L’Appeso nella sua versione normale rappresenta tra le varie cose il sacrificio. Ma qui l’Appeso è rovesciato, che è ancora peggio perché rivela la natura inutile di tale sacrificio. Un particolare del genere difficilmente sarà una scelta casuale – d’altra parte, le coincidenze non esistono. Nel romanzo infatti la lettura non c’è, Del Toro la riprende semmai dal film del 1947 dove però la carta non era capovolta. E la carta posizionata in quel modo corrisponde in un certo senso alla conclusione dell’arco del protagonista.

PERCHÉ IL TITOLO È NIGHTMARE ALLEY

Stan completa il suo percorso trasformandosi a sua volta nel geek. Lo fa per libera scelta, pienamente consapevole di cosa significhi accettarne il ruolo. La conclusione scelta da Del Toro (diversa dall’epilogo del 1947) ci rimanda direttamente al perché del titolo. Le “nightmare alley” sono i luoghi in cui il personaggio di Dafoe trova gli alcolisti senza tetto da trasformare in geek mangiabestie, ricattandoli con la bottiglia di cui hanno bisogno. Proprio in una nightmare alley, la compagna Molly abbandona Stan quando per causa sua tutto precipita. Da lì, gli si spiana la strada per diventare il nuovo mangiabestie del luna park.

I TAROCCHI SECONDO OSWALD WIRTH

Ragionando su questo sacrificio, mi è tornata in mente la visione che dei tarocchi aveva Oswald Wirth (1860-1943), contemporaneo di Aleister Crowley e come lui occultista e massone. Raccontava gli arcani maggiori come “il cammino dell’iniziato”, in senso massonico – non scordiamoci che la popolarità dell’esoterismo di oggi deriva almeno in parte da questi ambienti, passando per il rebranding New Age della fine del Novecento.

Wirth usava un modello che assomiglia un po’ al viaggio dell’eroe alla base delle narrazioni occidentali, anche di quelle contemporanee che consumiamo tutti i giorni. In Nightmare Alley, l’arco del personaggio sembra riprendere la contrapposizione individuata da Wirth tra la figura del Mago e quella dell’Appeso nel capitolo XII del suo libro I tarocchi: “Il Mago ha fede in se stesso, nella propria intelligenza e nella propria volontà: si sente sovrano e aspira a conquistare il proprio regno”. È quello che Stan cerca di fare per tutto il film. E infatti, cos’è un illusionista se non un mago contemporaneo? La contrapposizione di Wirth tra il Mago e l’Appeso prosegue così: “Il Mistico, al contrario, si convince di non essere nulla, se non un guscio vuoto, di per se stesso impotente”.

LE TRE CARTE DI STANTON CARLISLE

Secondo Wirth, l’Appeso apre la seconda metà del mazzo, chiudendo la fase dell’iniziazione che definisce maschile e attiva. L’appeso apre quella passiva o mistica, detta anche femminile. “La personalità rinuncia all’esaltazione delle proprie energie, si cancella per subire docilmente le influenze esterne”. L’appeso è un “saggio che ha valutato la vanità delle ambizioni individuali e ha compreso la fecondità del sacrificio eroico teso all’oblio totale di sé. […] Mentre il Mago aspira a comandare, il Mistico aspira soltanto a obbedire”. Così come il Mago è la carta opposta all’Appeso, il nostro personaggio oscilla tra i due poli per tutta la narrazione.

Osserviamo ancora la lettura dei tarocchi che Zeena fa per Stan. Prima dell’Appeso, esce l’arcano maggiore della Torre, la carta caricata più negativamente di tutto il mazzo, che qui potrebbe rappresentare gli istinti più bassi del protagonista. Citando ancora Wirth: “Egoismo radicale in azione. Orgoglio, presunzione, inseguimento di chimere. Materialismo, avidità di conquista, megalomania”. Si tratta “dell’alchimia ignorante di coloro che sono avidi d’oro volgare”.
Questa frase di Wirth mi ricorda ciò che alla fine viene detto da Lilith, la psicologa oscura. La donna rivela il suo personale piano contro Stan: punirlo per il suo materialismo. Anche se lei non ha bisogno del denaro, gode nel poterlo togliere a lui perché Stan si è mostrato avido.

Per quanto riguarda gli Amanti, secondo Wirth rappresentano “il meccanismo di atto volontario della personalità cosciente”. L’innamorato della figura è infatti “l’Uomo di desiderio”, un termine che si applica a tutti i protagonisti del noir, caratterizzati proprio dall’essere desideranti al punto da perdere i limiti morali. La carta raffigura un uomo diviso tra due donne.

Secondo Wirth, una è una regina che “promette soltanto soddisfazioni morali”, mentre la seconda è una baccante “dispensatrice di facili piaceri”. Non è difficile riconoscere Stan non solo nell’uomo diviso tra due donne, ma anche in colui che dovrebbe impegnarsi “senza riserva nell’aspro sentiero della virtù”, la cui mancanza gli causa enorme sventura.

IL DESTINO DI STAN IN NIGHTMARE ALLEY

A me sembra che la storia del protagonista sia però anche quella di un uomo che si libera davvero solo quando accetta di diventare il geek. È questa sua autodegradazione a rappresentare lo sblocco dall’impasse che viveva da “impiccato”. Lui accetta di diventare geek con consapevolezza, e questo fa certamente parte del sacrificio masochista legato alla carta rovesciata. La risata folle che l’accompagna mi rimanda però all’interpretazione della carta dell’Appeso fatta da Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa nel loro libro La via dei tarocchi.

Loro infatti dicono che “si può vedere, nel capovolgimento del corpo fisico, un capovolgimento dello sguardo e della prospettiva: l’intelletto viene abolito, la razionalità smette di governare il comportamento, e la mente diviene ricettiva”. Stan accetta il suo destino per punirsi, ma c’è una componente di ricompensa. Ha finalmente raggiunto tutto quello verso cui si è proteso nelle due ore e mezza che costituiscono il film. Forse il suo sacrificio non è così inutile. D’altra parte, Stan si è sempre chiesto come potesse un uomo ridursi in quel modo, e ora lo sa.

 

Nel Nightmare Alley di Del Toro, diventare il geek è la liberazione di Stan dal senso di colpa che lo ha guidato per tutto l’arco narrativo. Nel dialogo finale suggella il nuovo patto con questa risata folle e le parole: “Mister, I was born for this!”. È il momento in cui tutto d’un colpo capisce quale sia sempre stato il suo desiderio segreto; è lì che la “terapia” a cui l’ha violentemente sottoposto Lilith improvvisamente si concretizza nella sua vita cosciente. In un certo senso, adesso è guarito.

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