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2016, io t’ho voluto bene

Vi svelo un piccolo segreto: i bilanci di fine anno mi terrorizzano.

Quando dici “un anno peggiore di questo mai” il fato trova spesso il modo di farti capire che ti sbagliavi, se dici “è stato un buon anno il prossimo sarà migliore” di solito ti ritrovi nel punto esatto in cui Godzilla decide di liberare gli intestini.

Dopo che per due volte Gennaio è stato Alex DeLarge di Arancia Meccanica mentre io facevo il barbone preso a calci, quest’anno arrivo al giro di boa con un certo carico di ansia, che ho bisogno di sfogare in qualche modo.

E visto che questi sono i giorni delle classifiche finali, ecco i miei cinque momenti dell’anno, non necessariamente i migliori, ma quelli che ricorderò di più. Qualcosa a metà tra il vano tentativo di ingraziarsi la sorte e ricordarmi che se si continua sempre a dire “mai una gioia” prima o poi qualcuno ti dà retta.

Tanto lo sanno tutti che il vero capodanno è tra agosto e settembre.

Quando ho preso per sbaglio una metropolitana per donne a Osaka


Il Giappone è un paese civilissimo dove in metropolitana da una parte ci sono gli uomini che fanno foto sotto le gonne alle ragazze e dall’altra, nelle ore di punta, donne e uomini preferiscono evitare l’imbarazzo di stare troppo vicini.

Per risolvere il problema ogni treno della metro ha carrozze dedicate alle signore. Sono contraddistinte dafrecce rosa, maniglie rosa, scritte rosa e dal fatto che… dentro ci sono solo donne.

Ecco perché quando sono entrato mi son detto “Ma guarda, sono l’unico straniero, anzi no ci sono solo donne, forse sarà l’ora in cui tornano tutte a casa dal lavoro” finché non ho capito.

Stupido gaijin!

Quando mi sono trovato sul set con un animale chiamato Boris


Sono sul set della terza puntata di Cosplay People, la miniserie/documentario sul mondo del cosplay che ho scritto per Sky. Fa freddino, minaccia pioggia, mi sono svegliato alle 5 per prendere un treno fino a Sarzana e un paio di solerti impiegati del comune ci hanno negato l’accesso a un castello perché sia mai si possa riprendere un monumento senza una trafila di due settimane, sono pieno di dubbi sulla riuscita dell’episodio.

Insomma, mi gira il cazzo.

Però l’assistente di produzione s’è portata dietro un bulldog, che ora sonnecchia vicino alle attrezzature.

“Come si chiama?”
“Boris”

A quel punto ho capito che sarebbe andato tutto bene, ma anche tutto a cazzo di cane.

Quando ho brindato a Leonard Nimoy

Un bel giorno mi chiama Screenweek per sapere se avevo voglia di rappresentarli a Los Angeles per la proiezione di Star Trek: Beyond. “Assisterai a un trailer esteso, a una conferenza con gli attori e poi ci sarà una sorpresa”.

Sono arrivato ai Paramount Studios piuttosto freddino, Star Trek mi piace, ma ho sempre preferito i respiri affannati alle orecchie a punta. Insomma, era solo un viaggio di lavoro, ma poi ci hanno svelato che la sorpresa sarebbe stata l’inagurazione di una strada negli studi dedicata a Leonard Nimoy.

Sarà stata l’emozione nel momento, la vista di tutte quelle persone sorridenti e malinconiche, strette nel ricordo di una persona che aveva tanto contribuito al loro immaginario, ma non mi ero mai trovato di fronte a una così forte dimostrazione liturgica di nerdismo.

Se mi chiedessero di rifarlo andandoci a nuoto e non in aereo partirei subito.

Quando ho dovuto spiegare i Pokémon sulla Rai


C’è stato un momento in cui i media, tutti i media, si sono ritrovati a dover parlare di una cosa amata dai ragazzini, piena di strane creature e che non conoscevano assolutamente. Non sto parlando di YouTube, ma di Pokémon Go.

Era così presente nella mente della gente che se andavi in bagno la carta igienica te la passava Pikachu.

Ebbene un bel giorno ho ricevuto una telefonata dalla Rai in cui mi si chiedeva con estrema cortesia di illustrare perché questo gioco mobile non fosse il nuovo anticristo.

La lezione che ho ricavato da questo brevissimo momento sotto le telecamere è: tieni sempre a portata di mano un vestito buono se non vuoi sembrare un contadino che si mette la giacca solo per andare a messa la domenica.

Quando ho dovuto recensire un parco giochi e parlare di felpe


Ho affermato spesso di aver iniziato a scrivere in quello che forse è il momento peggiore per chi cerca di campare mettendo lettere in fila, ma la verità è che mi trovo esattamente dove devo essere.

Del resto in quale altro periodo storico potrei rendere le ossessioni della mia infanzia un argomento di discussione? Dove potrei trovare lo spazio per scrivere di videogiochi, serie tv, gadget, vecchi giocattoli, cultura pop se non qui e adesso?

Quando, se non oggi, potrei scrivere un pezzo sul senso della felpa che mi dimostra, con tutte le sue condivisioni, che non ho ancora capito bene ciò che piace davvero alla gente?

E infine quale altro periodo storico mi permetterebbe di essere inviato dall’altra parte dell’oceano per scrivere degli Universal Studios con un biglietto che fa saltare la fila?

Adesso non mi resta altro da fare che prendere una macchina del tempo, andare dal me stesso di quando avevo 10 anni e darmi il cinque.


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