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Roland Emmerich

Godzilla - Immagine in evidenza

Il Godzilla del 1998 o di come Emmerich creò GINO (Godzilla In Name Only)

Il 1998 fu un discreto anno per il cinema. Nelle sale uscirono – e ne cito solo alcuni in ordine di importanza personale – The Truman Show, Paura e delirio a Las Vegas, Salvate il soldato Ryan, The cube, Gatto nero gatto bianco, Train de vie, La sottile linea rossa, Armageddon, Radiofreccia e tanti altri. Insomma per il giovane appassionato di cinema che approfittava dell’uscita del film in questione per godersi una bella serata, c’era tanto materiale in giro.

Certo, molte uscite di quell’anno, una volta riviste da grande, si sono dimostrate piuttosto deboli. Non tutte, alcune sono addirittura migliorate, come ad esempio quel piccolo gioiello interpretativo che è The Truman Show o quel grande lavoro storico e registico che è La sottile linea rossa.

Quando in redazione è stata annunciata la Core Story di maggio, il mio pensiero è andato immediatamente a lui, all’omonimo film che mi ha fatto conoscere Godzilla, quello diretto da Roland Emmerich e che vede, tra i protagonisti Matthew Broderick e Jean Reno. Anche questo, ai tempi, l’ho visto al cinema e ne avevo un ricordo tutto sommato discreto. Per questo mi sono riproposto di rivederlo e recensirlo oggi, a più di vent’anni dal suo esordio.

Prima di lanciarci nell’analisi del film, un po’ di contesto: nel 1998 in Italia avevamo Romano Prodi alla presidenza del Consiglio, mentre negli Stati Uniti scoppiava il sexgate che avrebbe portato all’impeachement di Bill Clinton. Non avevamo ancora assistito al grande shock dell’11 settembre né alla crisi dei mutui subprime. Internet era agli albori e la bolla speculativa delle dot com era lungi dal manifestarsi.

Insomma a parte un minimo di timori sul nuovo millennio che stava per arrivare, il futuro era ancora visto con ottimismo. Lo stesso ottimismo che si vedeva al cinema che infatti, a parte Armageddon, va a pescare in Godzilla l’unico pericolo per la nostra sopravvivenza.

Roland Emmerich è pervaso da questo ottimismo e con grande fiducia in sé stesso e nelle proprie possibilità, decide di lanciarsi nell’adattamento statunitense (quanto piace agli aMMericani prendere del buon materiale di partenza e rimasticarlo per il loro pubblico di riferimento?) di quel gioiello della cinematografia che è stato Godzilla.

In fondo, l’idea era semplice ma efficace: prendi un mostro enorme, mettilo a distruggere una città, aggiungici qualche eroe che si sacrifica e via di fazzoletti pieni di lacrime e portafogli gonfi di soldi.

Tutti sappiamo che è stato così solo in parte.

Mettere in moto la macchina organizzativa per creare un film è una delle cose più complesse che ci siano: migliaia di persone da gestire, centinaia di migliaia di dollari di budget, enormi interessi e relative pressioni in gioco, capricci degli attori, tempi del marketing. Insomma, quando un film va male, non si può certo puntare il dito contro una sola persona. Come quando finisce un rapporto di lunga data, le responsabilità ci sono sempre da entrambi i lati.

Tranne nel caso di Godzilla, in cui l’ego di Emmerich gli fece prendere alcune cantonate clamorose.

Andiamo con ordine: la casa produttrice della serie di film su Godzilla, la giapponese Toho, è sempre stata molto accurata nella descrizione del personaggio e delle sue origini. Godzilla nasce anche per condannare l’uso delle armi atomiche, quindi la sua origine deve essere quella. Inoltre, deve avere delle caratteristiche fisiche ben precise, che vengono condivise con i registi, i direttori degli effetti speciali e ogni altro addetto alla produzione del film, affinché la fedeltà all’originale venga rispettata.

Tutte queste informazioni arrivano anche sulla scrivania del buon Roland che le legge e le scarta come se non fossero mai esistite.

Il suo Godzilla deve essere diverso.

E quindi largo alla “credibilità” scientifica, facendo derivare Godzilla da una specie di iguana natìa della Polinesia francese teatro dei test atomici: il problema vero fu che questa origine pseudo naturale andò a modificare completamente il character design che tanto aveva significato per il successo della serie e che aveva reso Godzilla il kaiju più amato dai cinefili.

Tutto questo non passò inosservato e la Toho sconfessò buona parte del film americano (il mostro verrà ribattezzato “Zilla”, per far capire a tutti che non era l’originale): il mostro protagonista e la sua mancata antropomorfizzazione, la sua origine dichiarata a metà film, la sua capacità di scavare tunnel, tanto per prendere qualche esempio.

Se tutto questo vi sembra solo un ragionare sul sesso degli angeli tipico degli appassionati e degli amanti di uno dei mostri più grossi del cinema, ebbene avete ragione. Le discussioni sulle fattezze di Godzilla sono quisquilie, in fondo, buone per pochi addetti.

Il vero capolavoro fu il film.

Emmerich, dicevamo, ebbe a disposizione un budget milionario, un battage pubblicitario a cui pochissimi avevano mai avuto accesso – tra cui una premiere al Festival di Cannes –  la libertà creativa di chi aveva dei solidi successi di critica e pubblico alle spalle e nonostante tutto questo riuscì a buttare tutto alla ortiche .

Il film che uscì dalle sue mani si attestò su un sostanziale vorrei ma non posso, confermato a maggior ragione dalla visione al giorno d’oggi: da un lato la critica appena accennata alla cattiva gestione delle emergenze da parte della politica (niente di paragonabile a film da batoste sui denti come Robocop, tanto per non allontanarci troppo nel tempo), dall’altro una serie di battutine volte solo a stemperare la presunta tensione sullo schermo e consegnare il film al pubblico delle famiglie. Nessun eccesso, né in termini di violenza fisica né di quella verbale. Solo tanta noia.

Se proprio vogliamo cercare del buono in Godzilla, possiamo ritrovarlo nella scansione dei tempi filmici. La prima parte creava l’attesa del mostro, con qualche segnale della sua presenza: la traccia sui sonar, l’enorme impronta, la tensione della mancata apparizione. La seconda parte, invece, è tutta sulla sorpresa della scoperta delle uova sotto il Madison Square Garden e le relative scene di caccia (in cui l’uomo fa la parte della preda come ci aveva insegnato quattro anni prima Jurassic Park, omaggiato in più di un’occasione). Qui Emmerich è un vero mestierante, prendendo i canoni dei film di mostri e riportandoli pari pari sul grande schermo.

Non basta conoscere gli ingredienti e metterli tutti nella giusta sequenza per avere la cena perfetta, però.

E tutti i premi che il regista naturalizzato statunitense ha ricevuto lo dimostrano: peggior remake, peggior attrice protagonista, nominato come peggior regia, peggior sceneggiatura e peggior film dell’anno.

Rivedere Godzilla non è stato faticoso, per carità. In fondo Emmerich aveva comunque una buona mano.

Il vero problema è che per far partire questo genere di operazioni e dar loro la giusta dignità, la spinta corretta e l’allure esatto ci vogliono gli appassionati.

Mi spiego e chiudo con un parallelo: Quentin Tarantino è stato un grande amante di un certo cinema italiano, ben prima che la critica prendesse gli stessi film riconoscendone il loro valore. Grazie a questo suo amore, Tarantino ha infarcito di citazioni e omaggi ogni suo film, raccontando l’epopea del west con le musiche di Morricone e l’occhio di Leone, la crescita dell’eroe dei film di arti marziali, le indagini alla buona dei poliziotteschi degli anni ’70. La passione del regista di Pulp Fiction si vede in ogni scena, dai dialoghi alle inquadrature, passando per lo stile registico e la scelta della fotografia e tutto questo ha contribuito a creare un suo linguaggio, perfettamente riconoscibile.

Roland Emmerich, invece, per sua stessa ammissione, non ha mai apprezzato i film di Gojira, cercando di distaccarsene per quanto possibile: ecco spiegato il perché del risultato annacquato, che oggi è buono solo per una visione in quelle domeniche pomeriggio di pioggia, quando non sai proprio cosa fare e in realtà sei solo alla ricerca di un sottofondo buono per sonnecchiare.

 

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