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Solitudini e bellezze de “Il Suono del Mondo a Memoria”

Il nuovo racconto di Giacomo Bevilacqua ci presenta una città, un uomo e una missione: sopravvivere a New York senza parlare mai


Sam ha visto la sua vita andare in pezzi per colpa di una storia d’amore e adesso è una di quelle persone che incroci per strada, che sembrano normali, ma che dentro si portano tutto il peso della loro esistenza. Sam è un fotografo e adora New York. Ha pensato di scrollarsi tutto di dosso facendo un servizio sulla città, ma a modo suo: senza parlare con nessuno.

Biglietti, cenni del capo e messaggi sono ok, tutto il resto non è contemplato.

Queste sono le premesse de Il Suono del Mondo a Memoria, la nuova graphic novel di Giacomo Bevilacqua che parla di isolamento, di chiusure, di regole che ci imponiamo ma che vorremmo infrangere. Racconta di come fa male cadere, di come è bello quando ci tendono la mano e di quanto è difficile riuscire ad afferrarla.


È il suo primo racconto “lungo”, la sua prima opera “seria” e adesso basta con le virgolette perché a pensarci bene tutto il suo lavoro con A Panda Piace è stato sia lungo che serio, soprattutto per la dedizione e l’impegno.

Grazie ai social network ho potuto seguire la genesi de Il Suono del Mondo a Memoria fin dai primi bozzetti, appassionandomi alle fatiche di Giacomo che passava le giornate chino sulla tavoletta grafica per trasferirvi tutti i dettagli, tutti i colori e tutte le sfumature che fanno parte dell’immaginario di chiunque abbia visto almeno un film ambientato a New York. Tavola dopo tavola mi sono innamorato di questo racconto ancora prima di averne letto una sola parola, tale era la bellezza dei disegni.


Perché New York è così come ve la immaginate, è così come la vedete nelle foto e nei film. Non è come Milano, Parigi, Londra o altri posti famosi che ci vai e alla fine si rivelano esperienze filtrate. New York non dice bugie, il brutto e il bello sono tutti là, così come la vibrazione di fondo che sembra contagiare l’intera città in un misto di traffico, gente, idee e metropolitane che avverti solo quando ti fermi un attimo.

E tutto questo è compresso in maniera perfetta in ogni pagina di un libro che rappresenta un ulteriore passo nella maturazione di un artista che ha messo tutto il suo entusiasmo al servizio del suo lavoro, senza mai riposare o cercare soluzioni facili. Lo stile a volte cartoonesco di Giacomo si mescola a un’incredibile cura per i dettagli, fatta di centinaia di finestre, riflessi, persone e colori che escono dalla pagina e quasi sembrano dire Scommetto che non riesci a leggere perché sei troppo impegnato a vedere quanto siamo belli.


Tutte queste belle parole potrebbero essere influenzate dal fatto che conosco Giacomo e nutro per lui una grandissima stima, ma visto che ammiro veramente poca gente al mondo, la cosa dovrebbe farvi pensare.

Vorrei potervi direi di più sul libro, vorrei poter parlare dei tanti livelli di lettura, vorrei raccontarvi dei momenti che mi hanno emozionato di più, di quelli che ho sentito più miei, ma significherebbe togliervi il piacere di scoprire un racconto dolce, triste, malinconico, ma ricco di speranza e vita.

Del resto Giacomo, come tutte le persone che sanno divertire, quando decide di pestare duro sul piano delle emozioni riesce a trovare nel lettore quel confine tra malinconia, speranza, allegria e tristezza e a metterci una bandiera, una sonda mentale che scava e prima o poi qualcosa trova.

E in me ha toccato tante corde. Diciamo solo che per lavoro mi capita spesso di viaggiare da solo, dunque di parlare poco e di ridurre al minimo le interazioni sociali che spesso non vanno oltre il tassista o il concierge. Mitico no? A volte sì, poi arrivi al terzo giorno di silenzio e ti rendi conto che daresti un braccio per parlare con qualcuno a cui vuoi bene.

Ecco, alla fine de Il Suono del Mondo a Memoria ti senti come dopo il “Ciao” detto a una persona che ti aspetta all’aeroporto con un sorriso sulle labbra.


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Tanto a poco, ecco l’Asus ZenPad S 8.0

C’è stato un periodo in cui se parlavi di videogiochi era “la Playstation”. Non importa se giocavi col GameBoy, col PC, con un vecchio Megadrive o col Saturn. Per tua madre, tua nonna e l’uomo della strada era “la playstation”. Questo perché sono era stata così brava a insinuarsi nella nicchia dei videogiochi che ormai ne era diventata il portabandiera, un po’ come la Bic che è diventata l’immagine standard della penna. Apple con i tablet ha fatto la stessa cosa, tanto che oggi se vai in giro a dire che c’è vita anche oltre l’iPad ti guardano come se avessi appena parlato di scie chimiche.

Eppure, se proprio avete voglia di mettervi in casa un tablet che vi permetta di leggere libri, giocare, guardare Netflix o cazzeggiare su Facebook, dovete sapere che non siete obbligati a spendere molto più di 200 euro. Prendiamo ad esempio l’Asus ZenPad S 8.0 che mi è stato mandato un po’ di tempo fa e che ho avuto modo di provare un po’ in questi mesi e che può senza dubbio rappresentare un’ottima alternativa lowcost alla vostra voglia di Mela Morsicata.

Ignoriamo l’iPad Mini 4 (che poi vorrei capire che ci fate con tutto quell’hardware se al massimo lo dovete usare per qualche giochetto, gli appunti e Facebook) e puntiamo direttamente al 2 che si attesta più o meno sulla stessa fascia di prezzo. Lo ZenPad costa (poco) meno e ha una memoria maggiore, supporta le schede SD per espandere la memoria e ha il doppio della RAM. Non è poco. Inoltre, potete collegarlo al PC e inserire i file senza dover passare per iTunes, volendo può addirittura diventare una chiavetta USB d’emergenza. La fotocamera è più che sufficiente per ottenere foto decenti, ma non aspettatevi capolavori degni di Instagram. Se sperate di ottenerli con un tablet siete fuori strada. “Eh ma dell’iPad a me piace soprattutto la cover”, beh c’è anche quella, si chiama Tricover, può essere usata come stand e manda in standby il tablet quando la chiudete.

Anche l’assistenza cliente dovrebbe essere in linea con quella Apple, grazie ZenCare, il servizio clienti Asus che si occupa di guasti e riparazioni.

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Parlando di difetti: il processore è leggermente inferiore come prestazioni rispetto alla concorrenza e lo stesso si può dire della batteria, che dopo una giornata e mezzo e non può appoggiarsi sull’ecosistema Apple, ma ormai, tolti alcuni giochi in esclusiva, su Android si trova tutto ciò che vogliamo. Il problema storico dell’hardware Asus è un altro: il cosiddetto “Bloatware” ovvero app spesso inutili che impestano la memoria del tablet e che spesso non possiamo neppure rimuovere. Per carità, niente di così dannoso ed eccessivo, ma più che sufficiente a far storcere il naso a chiunque abbia una conoscenza informatica superiore a “internet=Facebook”.

Altro difetto, se così vogliamo chiamarlo è che il cavetto non usa la mini-USB standard ma una USB-C, quindi dovrete portarlo sempre con voi per una ricarica senza poter contare su eventuali prestiti. Parlando della batteria, le prestazioni non sono stellari, circa una giornata di utilizzo leggero e cinque o sei puntate della vostra serie preferita su Netflix.

Creed — La Recensione: Creederci sempre, mollare mai

Ultimamente il mondo del cinema ci mette sempre più spesso di fronte a operazioni nostalgia, prequel, spin-off, reboot e altri favolosi nomi che tradotti significano “non abbiamo più idee”. È altrettanto certo però che non ne avremmo così tanto la nausea se tutti sapessero riscaldare la minestra come ha fatto Stallone.

Creed guarda la recente cinematografia fatta di giovani problematici, Young Adult che rifiutano la guida dei più grandi e figure paterne assenti o colpevoli e gli urla in faccia che è il momento di tornare ai bei film degli anni ’90, quelli che ti dicevano cos’era giusto e cosa sbagliato, che ti rassicuravano ricordandoti che là fuori è dura per tutti, non solo per te, e che quindi farai bene a smettere di lagnarti e ad allenarti, ascoltando chi ne sa più di te, invece di sperare di risolvere tutto solo perché pensi di essere bravo. E quando cadi stai tranquillo che c’è la famiglia, quella tradizionale (ovvero in stile Fast & Furious), fatta di persone che ti vogliono bene anche quando fai una cazzata.

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Creed è un film in cui tutti lottano. Lotta la Signora Robinson (sì, quella della serie TV) che adotta un figlio simbolo del tradimento di un marito che tanto ha amato, lotta la cantante che vuole raggiungere il successo ma deve fare in fretta perché sta diventando sorda. Si lotta contro il cancro, contro la mancanza, contro l’avversario, contro la boria, contro i luoghi comuni, contro i propri demoni. Non c’è un solo personaggio nel film che non dimostri una sacrosanta verità: la vita è un casino e bisogna saper rispondere ai suoi colpi, se non per la vittoria, almeno per uscirne a testa alta.

Per rendere questo concetto l’estetica del film abbandona ogni fronzolo dei canoni moderni per riproporre una grande messa in scena degli anni ’90 come se li filmassimo oggi. Filadelfia è una città priva di lustrini e trovate architettoniche, solo mattoni rossi, ristoranti pacchiani, sporco e tanto traffico. Le palestre illuminate e pulite lasciano presto il passo a buchi semivuoti in cui un vecchio con anni di esperienza può tirarti fuori il meglio senza troppe distrazioni e dove il sacco che colpisci ha più anni di te. È un mondo dove quando vinci, hai dato così tanto che non vai a festeggiare in un club con le zozze, ma crolli sul divano. La gente veste normale, le ragazze hanno i capelli come Janet Jackson, gli zarri impennano con le moto e i colori sono ricchi di contrasto e saturi, come se fossero usciti da una vecchia cinepresa.

La storia è invece un collage dei Rocky precedenti, c’è il ragazzo bravo ma inesperto, c’è il campione che decide di scontrarsi col giovane, c’è la voglia di riscatto, c’è la compagna di carattere ma che non smette mai di supportarti, c’è il training montage, anzi ce ne sono due, perché non si sa mai, e poi c’è Stallone, che è ferito senza essere patetico, quasi dolce col suo cappellino, gli occhialetti e la rosa adagiata sulla tomba della moglie. È una leggenda che passeggia tra i comuni mortali con semplicità e modestia, fiero dei successi e consapevole delle cadute, che ora più che mai rispecchia il cammino di Stallone, un uomo con le idee chiare che ci ha creduto fino in fondo, senza mollare mai e nonostante il pregiudizio di chi lo tacciava come semplice action-man.

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Tuttavia, queste ottime premesse potevano andare a puttane con una facilità incredibile. Esattamente come il suo protagonista, il film era un giovane di belle speranze e dal passato glorioso che aveva tutto da dimostrare. Come un pugile ansioso di successo rischiava di perdersi tra allenatori sbagliati, doping e ragazze facili. Invece anche qua Stallone, ma soprattutto Coogler e Covington dimostrano di avere una mano fermissima nel trattare la materia.

Il fulcro della storia sono i combattimenti e l’allenamento di Adonis Johnson/Creed? E allora quello dev’essere sempre in primo piano. La storia d’amore, i drammi, i momenti felici, ruotano tutti attorno a questo centro, senza mai sbracciare per un po’ di attenzione e senza mai cadere nel facile trucchetto della scena hot o del momento strappalacrime. Anche la figura di Apollo è usata solo quando serve, senza esagerare, come la scarica di adrenalina che permette di farcela anche quando tutto sembrava finito.

Ed ecco quindi che, proprio come nel primo Rocky, torna la steadycam che ci regala momenti di boxe talmente intensi che quasi lasciano i lividi e almeno un paio di piani sequenza prima dell’ingresso sul ring e durante un match che fanno digrignare i denti per quanto sei teso e carico. Non male anche la scelta di presentare i vari pugili del film con un fermo immagine ricco di statistiche in stile videogioco, unica concessione di una regia che guarda molto al passato.

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Ovviamente parliamo di un film di combattimenti, quindi ci sarà sempre il coglione che se ne esce con “eh ma nella verità mica si picchiano così tanto”? Ma a noi che ce ne frega. Siamo troppo impegnati a sincronizzare i battiti del cuore con la colonna sonora che riprende alcuni temi fondamentali della saga e li rielabora in uno dei pochi veri momenti di modernità.

I difetti del film sono solo due, anche se veramente fastidiosi: il pugile Fedez, inguardabile, e il doppiaggio dei commentatori nello scontro finale, nasale come mai, che rischia seriamente di sciupare uno dei combattimenti più belli degli ultimi anni.

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Attenzione: tornati a casa vorrete salire di corsa le scale e alzare le braccia al cielo, pazienza se dopo sputerete un polmone.

The Revenant — La recensione: Il buono, il brutto e il redivivo

Cosa fareste per un Oscar? Sareste disposti a mangiare pesci crudi? A dormire dentro la carcassa di un cavallo? A rischiare di perdere una mano per il freddo? Io forse no, voi non lo so, ma né io né voi siamo DiCaprio, che ogni giorno si alza in una villa di lusso, cercando di non svegliare l’ennesima modella che gli dorme accanto, per vedere immagini come questa.

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The Revenant è una storia di vendetta che mette in scena una leggenda americana più volte raccontata e rimasticata: Hugh Glass, cacciatore, guida e esploratore viene quasi fatto a pezzi da un orso, i suoi compagni lo lasciano da solo in mezzo ai boschi, credendolo morto, ma lui non solo sopravvive contro ogni pronostico ma li trova e si vendica.

Iñárritu (scritto rigorosamente col copiaeincolla) prende questa storia e la trasforma in un lunghissimo virtuosismo fatto di panorami mozzafiato, luci naturali, piani sequenza e movimenti di macchina che ispirano ammirazione ad ogni cambio di inquadratura. Lo spettatore è continuamente rimbalzato tra campi così stretti che il fiato degli attori appanna la macchina da presa e scorci che sembrano presi da un documentario sul Canada, pronti a puntare il dito sull’insignificante dimensione dell’uomo di fronte alla natura. Ci sono momenti in The Revenant in cui puoi quasi percepire la difficoltà di catturare quella lama di luce, quel riflesso, quel momento perfetto, quell’espressione dell’attore che si sveglia dentro il ventre di un cavallo morto. La scena dell’attacco degli indiani riscrive completamente le regole del western e rappresenta per il genere ciò che lo sbarco in Normandia di Salvate il Soldato Ryan fu per i film bellici.

D’altronde il regista con Birdman aveva fatto capire che i blockbuster facili li voleva lasciare agli altri, adesso era arrivato il momento di tenere fede alla parola data.

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Una bellezza inalterata e selvaggia dunque, che contrasta con l’incredibile durezza della vita dei coloni americani del 1800, personaggi rozzi, brutali e animaleschi dipinti fondamentalmente come uomini delle caverne che hanno sostituito la clava col fucile. Un mondo in cui gli uomini si uccidono, rubano e ballano ubriachi mentre le donne sono poco più che oggetti con cui sfogare gli istinti più bassi, in cui anche gli indiani non sono certo il classico “buon selvaggio” ma ribelli incazzati col mondo che non ci pensano più di tanto a piantarti una freccia in gola.

Se The Revenant è un western (e non credo lo sia) cerca di farlo nel modo più spietato possibile, buttando via il mito della frontiera, dei coloni gentili e dell’eroismo per lasciarci un gruppo di razziatori in territorio ostile che arraffano ciò che possono e chiamano gli indiani “negri degli alberi”.

Questo non vuol dire che non ci sia spazio per un certo spiritualismo, affidato ai sogni in cui Glass rivede la moglie morta e dove il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki può dare libero sfogo al suo lato più visionario e “malickiano”.

The Revenant è il classico film che fa della violenza e di un certo compiacimento splatter una parte fondamentale della propria narrazione e che pur raccontando una storia incredibile cerca di farlo col maggior realismo possibile, senza lesinare dettagli di budella, sangue, frecce che trapassano occhi e gole che gorgogliano per il sangue. Il tutto è incorniciato da una colonna sonora dal suono sorprendente moderno, che accompagna le immagini alternando ritmi ossessivi e quasi tribali a momenti più evocativi ed eterei.

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Essendo la storia così semplice che la si potrebbe narrare solo per immagini, il film fa un uso estremamente parsimonioso della parola, soprattutto per quanto riguarda DiCaprio, che, complice una ferita alla gola, si esprime per gran parte del film con rochi grugniti e sguardi allucinati. Il risultato è una performance estremamente credibile nel ruolo di vera e propria incarnazione della Vendetta, lontana da ruoli facili e gigioni come quelli di Django e Il Lupo di Wall Street. Se è vero che l’Academy ama chi è disposto a perdere il proprio fascino hollywoodiano recitando ruoli in cui appare brutto, deforme e persino ridicolo, non so altro cosa possa fare il povero Leo per convincerli.

Un altro che rischia seriamente la statuetta è Hardy, ormai perfettamente calato nel ruolo dell’attore trasformista, che mette in scena un cacciatore di pelli texano molto loquace, sfregiato, avido e cinico dall’accento quasi incomprensibile. Un cattivo perfetto con cui è praticamente impossibile empatizzare, un personaggio sgradevole e fastidioso, completamente lontano dal fascino del male.

La Vendetta è senza dubbio l’apparente tema principale di The Revenant, ma ci sono almeno due altri importanti tematiche che scorrono parallele, uno è il senso del divino e l’altro è il bisogno umano di qualcosa che ti porti avanti, uno scopo supremo che ti permette di superare tutto ciò che hai di fronte. I due temi sostanzialmente si mescolano in un unico grande messaggio: tutto ciò che ti tiene in vita, tutto ciò che fa battere il tuo cuore, sia la voglia di vendetta, uno scoiattolo che ti impedisce di morire di fame, il desiderio di una vita migliore nel Texas, tua moglie morta diventa automaticamente il tuo dio personale.

Il problema di tutta questa magnificenza, di tutto questo ben di dio visivo e di questa incredibile prova attoriale drammatica è che purtroppo in certi momenti crolla sotto il suo stesso peso. Ci sono momenti in cui The Revenant sembra un episodio girato molto bene di “Uomo vs Natura” con DiCaprio al posto di Bear Grylls. Il modo quasi fortuito con cui il protagonista riesce a sfuggire la morte per mano di un orso, del freddo, della gravità, degli indiani, della setticemia, delle rapide, guarendo in poco tempo da ferite terribili che vengono cauterizzate con la polvere da sparo (sì, come in Rambo) o curate, come in Call of Duty, dal semplice riposo, tendono ad assumere col tempo un retrogusto comico.

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Ok, sei lo spirito della Vendetta, sei una fottuta nemesi personificata, però a tutto c’è un limite. Inoltre la quantità di sfighe che sembrano tormentare Glass e chiunque osi condividere la sua strada sembrano figlie di una di quelle capricciose divinità che fecero vagare Ulisse per anni. In effetti ci sono momenti in cui The Revenant più che un western atipico sembra una tragedia greca ambientata in Canada.

Questa apoteosi di fortuna e sofferenze finiscono per risultare quasi ridicole e per certi versi impediscono al film di creare un forte legame con lo spettatore. Noi non soffriamo con Glass perché ciò che gli succede è totalmente fuori da questo mondo. Pur riconoscendo l’evidente sforzo produttivo e recitativo finiamo per rimanere tutto sommato molto distanti dalla sua storia e dal suo dolore perché è troppo perché è semplicemente troppo.

Il risultato è una pellicola bellissima, ricca di scene spettacolari ma che rischia in certi momenti di scadere nel virtuosismo fine a sé stesso, nel “Dio cristo, sto mangiando carne cruda con le palle a bagno in un fiume gelato, me lo dai questo fottuto Oscar?”.

Dunque Academy fallo, prima che qualcuno si faccia male sul serio.

Turbo Kid — La recensione

Turbo Kid è l’esempio di ciò che succede quando metti una cinepresa in mano a una generazione cresciuta coi film, le serie tv, i giocattoli e le pubblicità degli anni ’80 e ’90. I tre registi, François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell non hanno infatti nascosto il fatto che Turbo Kid sia una lettera d’amore ai film che li hanno più emozionati durante l’infanzia e quindi non stupisce che il risultato sia un ottovolante lanciato a tutta velocità nella mente di un over-30.

Turbo Kid ammassa così tanti riferimenti risalenti alla cultura degli anni ’80 che ci vorrebbe un hangar per contenerli tutti. L’arma più importante è un guanto potenziato che ricorda il Power Glove della Nintendo e spara raggi come Megaman. C’è un robot che segnala la propria energia con i cuoricini di Legend of Zelda, ci sono le BMX, la carta nei raggi della bici per fare rumore, massime degne del Kobra Kai, un cubo di Rubik, le diapositive del ViewMaster, ci sono i cereali che si chiamano Soylent Green,Indiana Jones che fa a braccio di ferro con Mola Ram e ogni inquadratura sembra un quiz enigmistico in cui scovare citazioni.

La colonna sonora è composta da Le Matos, un duo di dj franco-canadesi chiaramente affascinato dai film e i cartoni animati di almeno 20 anni fa. Tutto il film è quindi accompagnato da un sapiente mix di canzoni pop-rock motivazionali e sintetizzatori degni di Moroder.

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Chi ha capito almeno la metà di quanto scritto sopra, amerà Turbo Kid, lo amerà molto più di quell’operazione tutto marketing e zero sentimenti di Kung Fury, sempre che riesca a trovarlo. Stranamente pur avendo collezionato recensioni positive un po’ ovunque, questa pellicola a oggi non ha ancora un distributore italiano. Anche se a quanto pare da oggi dovrebbe essere disponibile su iTunes, almeno quello americano.

La storia è semplice: la Terra è stata devastata dalle piogge acide, i pochi sopravvissuti lottano tra loro per l’acqua potabile, nessuno usa più le auto e tutti si muovono in bici. In questo mondo orribile vive un ragazzo senza nome e senza genitori che in sella alla sua BMX saccheggia tutto ciò che può per scambiarlo con l’acqua e i fumetti del suo idolo: Turbo Rider, un supereroe che uno stile a metà tra i cartoni giapponesi e i giocattoli di Capitan Power (ve li ricordate?). Il ragazzo è un solitario che vive di espedienti e ricordi, totalmente isolato dal resto del mondo e che cerca solo di andare avanti senza problemi. Ovviamente però il destino ha in serbo per lui qualcosa di molto diverso.

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A sconvolgergli la vita ci penserà Apple, una ragazza ingenua, completamente pazza, creata ispirandosi palesemente a Jem e le Holograms e alle teste di bambola da truccare che erano così popolari trent’anni fa. I suoi occhi sbarrati sembrano totalmente impermeabili alla bruttezza del mondo che la circonda, adora tutto ciò che incontra (“Saccheggiare? Io adoro saccheggiare!”) e ha un entusiasmo che ricorda molto il cane di Up. Apple è probabilmente uno dei personaggi migliori del film nonché uno dei pochi che non recita come se facesse parte di un action movie a basso costo. A lei sono affidati i risvolti più comici eadolescenziali della trama ed è perfetta nel controbilanciare lo splatter e la violenza che occupano gran parte delle scene.

Come poi vuole la tradizione, ogni apocalisse ha il suo regnante che in questo caso si chiama Zeus, ha la faccia e il carisma di unMichael Ironside e sintetizza tutti gli stereotipi del super cattivo privo di empatia, ma ricco di frasi a effetto.

Zeus, soprannominato così perché ogni tanto indossa la maschera del dio greco, è un sadico contornato di scagnozzi pronti a tutto che controlla il territorio gestendone le riserve d’acqua attraverso un perverso procedimento che preferiamo non svelarvi. Quando si annoia, fa combattere i suoi uomini migliori contro chi osa contraddirlo o chi ha la sfortuna di trovarsi solo per strada.

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Ed è proprio così che Zeus incrocia il suo cammino con quello del giovane protagonista che sarà costretto a strappare Apple dalle sue grinfie.

Il capo dei suoi tirapiedi è Skeletron, anche qua il nome non può che ricordare allo storico nemico di He-Man, un tizio muto e pieno di tic che indossa la maschera di un teschio e ha un’arma che spara seghe circolari. Al suo comando c’è un esercito di folli vestiti come se avessero saccheggiato nell’ordine un ferramenta, un negozio di materiali sportivi e un museo, creando una sorta diibrido tra i Cavalieri dello Zodiaco e una squadra di hockey.

Con queste premesse Turbo Kid si sviluppa lungo una trama tutto sommato non banale, anche se ogni tanto soffre qualche calo di ritmo, e racconta una storia insospettabilmente dolce, a tratti romantica, in cui gli spruzzi di sangue non hanno niente da invidiare a Kill Bill e dove le (volontariamente) ridicole scene splatter sono perfette per un sabato pomeriggio al cinema con gli amici tirandosi popcorn.

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Ciò che differenzia Turbo Kid dalle solite operazioni nostalgia senz’anima e acchiappa-hipster è l’amore. L’amore per un’epoca, per il cinema di puro intrattenimento, per le serate d’estate in cui non c’era niente alla tv e Italia 1 passava Notte Horror, per i film della Troma, per il Sega Megadrive. Turbo Kid è una satira che non manca di rispetto, un pastiche pieno zeppo di riferimenti visivi e sonori che non nausea mai e che scioglierà il vostro cuore nostalgico… oppure ve lo strapperà dal petto.

Pubblicato originariamente su WIRED.

Birdman, ovvero dell’ansia di esserci (e dei piani sequenza)

Scritto originariamente per WIRED.

Doverosa premessa: amo i piani sequenza come è giusto che sia, ma mi trasmettono un’ansia incredibile.
Non so se questa sensazione sia colpa di un’infanzia a base di televisione e videogame o della scarsa soglia d’attenzione che possono avermi regalato, ma riesco a gestirli solo distogliendo lo sguardo ogni tanto, che sia Hitchcock, Gravity o True Detective.
Dunque, considerando che Birdman è girato come se fosse un lunghissimo, bellissimo, claustrofobico e allucinato piano sequenza, è facile intuire l’effetto che ha avuto su di me questo film.

Effetto che, probabilmente, è fortemente voluto e ricercato anche dallo stesso Iñárritu, visto che per quasi due ore ci racconta le ansie e i timori di Riggan Thomson/Michael Keaton, ex attore famoso che ha avuto il picco massimo di popolarità una decina di anni fa recitando in tre blockbuster come supereroe, Birdman appunto, e che adesso cerca un nuovo riscatto artistico mettendo in scena un adattamento di Carver a Broadway.

Il parallelismo in cui Birdman sta a Riggan come Batman sta a Keaton non credo necessiti di spiegazione vero?

Intorno a lui ruotano una serie di personaggi allucinati e psicotici come vuole la tradizione del teatro e di Hollywood. Abbiamo Edward Norton nei panni dell’attore bravo, ma un po’ stronzo che recita seguendo il metodo, Naomi Watts che impersona l’attrice brava ma non troppo in cerca di approvazione e conferme, l’ex moglie con cui ricordare i bei tempi, la nuova compagna con cui forse avere un figlio, l’agente sempre stressato (un sorprendente e dimagrito Galifianakis) e infine Emma Stone, la figlia in riabilitazione, sempre scazzata, a cui sono dedicate le inquadrature più belle e alcuni dei dialoghi più interessanti.

Nel primo atto l’azione si svolge solo all’interno del teatro in una sorta di commedia dell’ansia in cui tutti sono a un passo dallo sbrocco e niente va come deve. Qua e là si avvertono voci interiori e strani segni di telecinesi che ci fanno capire come il film, pur cercando una sorta di unità di tempo e spazio, segua il punto di vista e lo scorrere del tempo con una certa soggettività. Per tutto il tempo non capiremo mai se la prospettiva è quella di un occhio esterno o se tutto viene invece filtrato attraverso la lente distorta di Riggan, che vede e fa cose che esistono solo nella sua testa.

Dal secondo atto in poi piano piano crolla il senso del reale e ci troviamo sempre più spesso nella testa di un uomo che crede di poter volare, di riuscire a spostare gli oggetti col pensiero ed è costantemente disturbato dalla profonda voce di Birdman.

Riggan è infatti roso dal tarlo del successo, vuole essere ricordato e significare qualcosa per le persone che gli stanno attorno. La voce di Birdman in fondo rappresenta proprio il successo hollywoodiano, potente, esaltante, il suo passato glorioso e la voglia di riscatto. Una voglia che lo porterà a compiere gesta assurde pur di ottenere un applauso in più.

Ma Birdman non è solo un film sulla voglia di essere qualcuno, è anche una denuncia del “Genocidio culturale”, per usare le parole del film, messo in atto da Hollywood. È un film contro i critici che fanno questo lavoro solo perché non sanno creare, ma anche contro chi si improvvisa artista, è un film sul teatro e le sue follie, è un film sulla fama, ossessiva e assillante, che cresce quando smetti di essere un personaggio e diventi il meme di un social network.

Per certi versi Birdman parla di chiunque abbia un blog, un podcast, una pagina Facebook, un account Twitter, uno spazio su un giornale, in teatro, in radio o in televisione. Parla di quella fastidiosa voglia di non voler mai scendere dalla cresta dell’onda, di sperare che ci sia sempre qualcuno a rendere la nostra vita un successo col suo acclamare.

Il problema è che proprio volendo essere tutte queste cose, finisce poi per non sviscerare nessuno dei vari temi come meriterebbe. Il regista sembra limitarsi ad accatastare ottime idee come fossero legna per il falò, senza mai incendiarle. L’unico vero monologo riguarda il bisogno di voler essere famosi, per il resto i personaggi e gli argomenti rimangono in sospeso, e ogni qualvolta in cui si potrebbe dire qualcosa di più arriva un bel movimento di macchina o una scena d’impatto che svia l’attenzione.

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Esempio di scena d’impatto

Birdman più che un bel film è una bella performance, è bello da vedere, bellissimo da ascoltare, sia per la colonna sonora che per le prove di recitazione, una pellicola che sicuramente profuma di Oscar, ma è che si crede forse più brillante di quello che è.

Di sicuro il tutto poteva finire 20 minuti prima, o magari come nel finale alternativo con Johnny Depp che non è stato mai girato, e che avrebbe dato un senso di circolarità al tutto (l’idea era quella di far vedere Depp nella stessa situazione iniziale di Riggan, anni dopo i Pirati dei Caraibi, ma l’attore non ha dato il permesso)

Birdman dunque ricorda un po’ un modello bravo a conquistare formaggini a Trivial Pursuit. Sicuramente fa la sua bella figura e conosce alcune cose, ma sapere qualche nozione equivale a vera conoscenza?

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