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La storia del termine Bimbominchia

Innanzitutto, se usi la K lo stai scrivendo sbagliato

Nella maggior parte dei casi i neologismi della lingua italiana ci arrivano dall’estero, tipo selfie, perché entrano a far parte della nostra quotidianità come mode che arrivano da fuori con due mesi di ritardo. Difficilmente la lingua italiana crea qualcosa di nuovo e quando lo fa vengono fuori cose tipo “petaloso” e tutti devono fare i brillanti su Facebook.

Per questo motivo sono particolarmente orgoglioso di raccontarvi la storia del termine “Bimbominchia” che sicuramente avrete incontrato almeno una volta nella vita, o perché lo eravate voi o perché lo avete usato contro qualcuno.

Intanto, nonostante quanto riportato sulla Treccani, si scrive senza l’uso della K, perché scrivere con la K è proprio una roba da bimbominchia. Sempre la Treccani sbaglia, perché identifica il termine come uno scontro generazionale tra adulti e ragazzi su Twitter, ma il termine nasce ben prima del social network con l’uccellino.

Il termine nasce su Manicomio, un forum creato all’interno di NGI, pioneristica associazione che nacque ai tempi della prima esplosione dei videogiochi competitivi in Italia e dei Lan Party. Manicomio era un forum decisamente particolare in cui il passatempo principale era discutere animatamente, offendersi i parenti senza farlo in maniera plateale, averla vinta sull’avversario e esercitare ogni possibile esercizio di retorica, anche i più vigliacchi, una sorta di Fight Club della parola.

Manicomio era caratterizzato da un nonnismo feroce, un regolamento contorto, pensato soprattutto per bannare i “niubbi”, ovvero quelli appena arrivati, e dal fatto che gli admin potevano essenzialmente fare ciò che volevano. Era un forum “pericoloso” perché entrarci senza conoscere le regole e senza rendersi conto che era tutto un gioco portava le persone a reagire malissimo e beccarsi ban che potevano durare mesi e che impediva loro di discutere nelle altre sezioni di NGI.


Era, anzi è, visto che esiste ancora, un luogo assurdo e sperimentale come la rete a cavallo tra ’90 e il 2000, in cui sono cresciute parole che oggi usano tutti come “troll”, “lol”, “meme” e in cui bisognava essere dotati di una buona dialettica, solide basi culturali e di un minimo di corazza, altrimenti era finita. Oppure bastava semplicemente essere troppo stupidi per capire gli insulti. Manicomio non tollerava debolezze. Probabilmente ci ho passato i miei anni su internet più divertenti, ci sono transitati diversi casi umani, che oggi probabilmente troverebbero posto in un video di Rovazzi, ma anche persone sorprendentemente brillanti.

Per chi riusciva a entrare nel suo meccanismo, il forum si rivelava per quello che era: un grandissimo gioco di ruolo sociale in cui ogni utente era un personaggio con punti di forza e debolezza, amicizie, cricche, tradimenti e colpi di scena. Tra tutti gli utenti uno dei più temuti e conosciuti era Lord Phobos, una figura dotata di autostima incrollabile, capacità retoriche e molto tempo a disposizione, che, giocando a fare il cattivo su internet, si divertiva a collezionare i ban niubbi sfruttando ogni possibile cavillo. Se Manicomio fosse stata una discarica, Lord Phobos sarebbe stato il cane da guardia che faceva paura ai bambini.

La sua frase preferita era “Dio come sono bello! Bello come sono dio!

Lord Phobos in una tenebrosa immagine di repertorio

Fu proprio lui a scrivere per la prima volta la parola “bimbominchia” per insultare un altro utente, chiamato Braindamage, come racconta lui stesso.

Volevo insultare Braindamage, che era sempre così dannatamente pirla, bambinesco, mieloso, sdolcinato, un fessacchiotto ridacchiante e trollante, un bambinetto del cazzo senza arte nè parte.Tutti i concetti sopra espressi si fusero istantaneamente in un’unica parola, diventando “Braindamage, tu sei un bimbominchia

Inizialmente il neologismo, nonostante il successo, rimase confinato al recinto di NGI o al massimo si diffuse in qualche altro forum che ne condivideva i lettori. Internet prima era un luogo fatto di compartimenti molto più stagni di adesso, mancava un canale in grado di unire quasi tutti, come Facebook.

Tuttavia, di lì a poco sarebbe arrivata un’altra piccola rivoluzione: World of Warcraft. Il gioco di ruolo online di Blizzard uscì 10 anni fa (col cavolo, ormai sono 13 e questo mi fa sentire ancora più vecchio) e portò in rete tantissimi giocatori, tra cui anche molti italiani e ovviamente anche una bella fetta di utenti NGI. La comunità italiana si concentrò soprattutto su un server chiamato Crushridge, fino a colonizzarlo quasi completamente in maniera non ufficiale. Il successo del gioco fu tale che per molti rappresentò anche la prima esperienza online di massa. Secondo voi cos’è un server di gioco pieno di ragazzini italiani che scrivono contemporaneamente? Un server pieno di bimbominchia.

In pochissimo tempo il termine si diffuse a macchia d’olio e fu storpiato con la K, arrivò in tutti i forum d’Italia, nei blog, nelle chat di msn, su FriendFeed, ICQ e tutte le forme d’espressione che stavano sbocciando in una web italiano ormai in piena espansione. Da là alla televisione, alle scuole, a Facebook e a YouTube il passo era breve brevissimo.

Eppure quasi nessuno sa come è nata la parola bimbominchia, perché con internet funziona così, è un ottimo strumento se devi informarti su ciò che è successo un mese fa o fuori dai suoi confini, ma quando si tratta di qualcosa generato al suo interno, soprattutto se è successo quasi vent’anni fa, la situazione si fa molto più complicata.

Per questo motivo quando i giornalisti scrivono dei fenomeni della rete tendono a prendere cantonate mostruose. Ad ora, pur scomodando gli amministratori di NGI, non sono riuscito a risalire al primo post, perché probabilmente il database originale non esiste più. Conservare ogni post di un forum per quasi vent’anni comporta un lavoro enorme… e spesso inutile.

EDIT: Dopo un lavoro collettivo con utenti dell’epoca siamo riusciti a risalire a quello che dovrebbe essere il post in cui tutto è iniziato. Ovvero questo. Alcune fonti apocrife e che verranno probabilmente represse nel sangue dichiarano che il termine “bimbominchia” sia stato utilizzato poco tempo prima da un altro utente che Lord Phobos sia solo responsabile di averlo reso famoso in tutta NGI.


Nessuno in quel momento aveva capito di trovarsi di fronte a un neologismo che un giorno sarebbe stato usato da Travaglio contro Renzi.

Ormai il termine non mi appartiene più, ma ha quasi mantenuto il suo significato originale: bambino indisponente, capriccioso, fastidioso, rumoroso ed inappropriato in ogni contesto, molesto nella sua enciclopedica inadeguatezza ed ignoranza che ostenta con fragore come una scimmietta che lancia le sue feci in giro, impunita. Il povero Braindamage non era in realtà poi così male”.

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Lego vs Playmobil come Apple vs Microsoft

Perché Lego è cult anche per gli adulti e Playmobil no

In queste ore Playmobil ha lanciato la propria linea dedicata a Ghostbusters che comprende la stazione dei pompieri, la Ecto-1, l’omino dei marshmallow, i cagnacci di Gozer e altre scene del film. Il prezzo dei vari set è piuttosto conveniente, il più caro, la caserma, costa circa 70 euro.

Una cifra onesta per un uomo che guadagna duramente il proprio stipendio scrivendo di videogiochi, film e maschere di Optimus Prime, per questo la freccetta del mouse è andata sicura verso l’ordine di Amazon. Prima di completare l’ordine però mi sono fermato, c’era qualcosa che non quadrava.

Non era tanto lo spazio nè tantomeno lo stigma sociale, anzi, parte della mia bacheca Facebook mi incitava all’acquisto. Ho realizzato che se lo stesso oggetto fosse stato della Lego lo avrei comprato senza indugi. Dopotutto, l’unica cosa che mi impedisce di comprare i set Lego più grandi, tipo la caserma o la Morte Nera, non è tanto il fatto che non saprei dove metterlo e che Giulia mi soffocherebbe nel sonno con un cuscino, ma il prezzo.


E allora perché non compravo a cuor leggero il set Playmobil? Perché l’altra parte della mia bacheca Facebook incitava Lego con fare da zelota?

Perché Lego è riuscita a sdoganarsi come oggetto cult anche presso gli “adulti” (con tutte le virgolette del caso) mentre Playmobil è visto come un giocattolo o al massimo un oggetto di modernariato?

Perchè tra Lego e Playmobil scorre più sangue che tra Apple e Microsoft?

Entrambe reinterpretano con il proprio stile grafico situazioni reali, fantasiose e legate a determinati universi narrativi. Città, castelli medievali, astronavi, c’è un set per tutto.

Il paragone tra Lego e Apple però è più sensato di quanto si possa immaginare, dato che entrambe riescono a vendere prodotti estremamente costosi non tanto per il loro effettivo valore, quanto per l’emozione che danno comprandoli. Microsoft e Playmobil sono meno affascinanti e seppur paradossalmente più sensate e pragmatiche, sono meno brave a raccontarsi.

Al di là del fatto che i mattoncini sono un simbolo di libertà creativa, di infinite possibilità nascoste nella nostra testa e degli spettacolari progetti amatoriali, la maggior parte degli appassionati Lego acquista set precostituiti e segue scrupolosamente le istruzioni, collezionando tutto ciò che gli piace.


Dunque, Lego è talmente furba che ci vende giocattoli che noi dobbiamo montare riciclando più o meno sempre gli stessi pezzi di plastica, esclusi alcune varianti speciali. Il grosso del costo per l’azienda sono le licenze e la progettazione, il resto è tutto margine. Inoltre, tutta la parte dell’assemblaggio è a carico dell’acquirente, che è ben felice di farlo, anzi, è parte stessa del divertimento.

Quale altra azienda può dire altrettanto?

Quelle di modellismo” direte voi, ma non è proprio così. Per montare un set Lego non è richiesta nessuna particolare abilità, non bisogna essere bravi a pitturare, incollare, fissare o modellare. Sono puzzle tridimensionali abbastanza semplici, esercizi zen che prevedono l’esborso di centinaia di euro per pezzi di plastica con cui tra l’altro è anche difficile giocare, perché tutto potrebbe andare in pezzi al primo urto.

Dall’altra parte Playmobil offre un giocattolo altrettanto carino, che non ha bisogno di essere montato, salvo qualche adesivo, e decisamente più solido da utilizzare.


Cerchiamo di analizzare la cosa con piglio vagamente scientifico. Dal punto di vista creativo i mattoncini Lego permettono molte combinazioni e il fatto di essere giocattoli “creativi” è stato per anni il cavallo di Troia per convincere anche i genitori più restii.

Tuttavia è inutile girarci intorno, il successo moderno di Lego è legato all’acquisizione continua e mirata di marchi che piacciono molto ai geek, una categoria di persone a loro agio con il proprio lato più “infantile”.

Non compriamo un giocattolo, stiamo comprando un modellino di Tie Fighter piacevole da montare, esteticamente gradevole da mettere in un salotto “a tema” e soprattutto con un valore economico. Non è una roba infantile, ma l’affermazione di una passione che travalica l’età. Lego questo lo sa benissimo, tanto che certi set e modellini non sono assolutamente pensati per i bambini, se non quelli interiori.

Lo stesso vale per i set cittadini: non è una roba per ragazzini, mi sto divertendo a costruire una città, assemblando le varie parti e mantenendo tutto in ordine, proprio come un modellista. Per non parlare dei set dedicati agli architetti. Lego ha saputo parlare agli adulti senza perdere l’anima, perché era facile rinchiuderla in un mattoncino.

Così come mi comprerei una testa di Alien, l’orologio di James Bond, il modellino del Falcon, una statuetta di Godzilla, una spada laser o un’action figure di He-Man, magari d’epoca. Sono tempi in cui essere a proprio agio col proprio lato pop non è soltanto normale, ma quasi obbligatorio.

Invece, la roba della Playmobil mi piace, mi rendo conto che il set dei Ghostbusters è pensato per me però… mi riporta indietro a quando ero bambino in maniera differente. Non con nostalgia, ma infantilismo, non c’è collezionismo, è più un giocattolo. Una volta comprato non può diventare altro, non posso andare in un sito di appassionati e trasformare il castello di quando ero bambino in una replica di Battlestar Galactica. I Lego sono acqua, per dirla come Bruce Lee, i Playmobil sono rigidità.


Ecco la mossa Kansas City che è riuscita a Lego e che forse Playmobil sta facendo fuori tempo massimo: è passato dall’essere un giocattolo a oggetto pop senza tempo, ha acquisito i diritti d’immagine di saghe cult immortali nel momento esatto in cui la maturità ha smesso di coincidere con serietà. Tra Lego e Playmobil percepiamo la stessa differenza che passa tra Keith Haring e il disegno di un bambino.

Non dimentichiamo poi un dettaglio importante, negli ultimi anni, spinta dalla nostalgia, da Minecraft e dai videogiochi indipendenti, si è imposta un’estetica 8-bit che si sposa perfettamente con Lego, che non ha caso ha dedicato proprio un set al titolo di Mojang.

L’unica altra spiegazione che sono riuscito a fornirmi è che la fragilità dei Lego fa parte del loro fascino. Più un giocattolo è solido più è chiaramente pensato per un bambino, più ci sentiremo dei bambini ad acquistarlo.

L’attenzione e la cura con cui bisogna costruire e mantenere i set Lego più belli e costosi gli dona un’aura speciale, la stessa di un trenino, un galeone, un cristallo di Swarosky. Non li percepiamo come oggetti per bambini, perché un bambino li romperebbe o li userebbe in maniera differente, spesso priva delle regole che li rendono un passatempo adulto.

La forza di Lego non è solo fatta di tempismo e licenze, ma anche della fragilità trasformata in un valore.

P.S.

L’infiammato dibattito Lego VS Playmobil è continuato in un post su Facebook di Roberto Recchioni ricco di spunti interessanti.

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L’incredibile vita di Dolph Lundgren

La storia di un uomo che non voleva farsi menare dal padre e ha finito per picchiare Van Damme

Nel 2009 dei ladri entrano in una villa in Spagna, legano la donna che è al suo interno e si fanno consegnare soldi e preziosi. Nel corso della razzia i topi d’appartamento si imbattono in una foto del padrone di casa: Dolph Lundgren.

A quel punto decidono di interrompere immediatamente il furto e scappare. Un po’ di tempo dopo la refurtiva ricomparirà magicamente di fronte alla porta di casa, perché nessuno vuol fare incazzare uno svedese di quasi due metri che conosce le arti marziali, anche se è solo una stella del cinema d’azione sulla via del tramonto.

Lundgren, insieme a Stallone e Schwarzenegger ha rappresentato per anni il classico stereotipo di Hollywood del tipo grande, grosso e un po’ stupido. L’attore specializzato in film d’azione privo di alcuna dote messo là solo perché funzionale all’ennesima pellicola guardata con sufficienza da chi pensa che il vero cinema sia soltanto autorialità, dialoghi e piani sequenza. Un ragazzotto tonto ma funzionale.

Ma se Stallone e Schwarzenegger hanno saputo col tempo andare oltre lo stereotipo in cui Hollywood li aveva incasellati, Lundgren nell’immaginario collettivo non si è distaccato molto dal “Ti spiezzo in due” che gli ha dato fama mondiale.

Eppure dietro quella faccia scolpita con il piccone si nasconde uno spirito sereno, un uomo di cultura e di grande umorismo. Forse gli è mancato il regista giusto, forse aveva veramente poco da dire al cinema, la mia idea è che forse la sua vita si è rivelata più interessante dei suoi film e quindi gli andava bene così.

Dolph Lundgren è diventato ciò che è diventato per colpa e merito del padre, un ingegnere militare rigido ed estremamente severo e insoddisfatto della propria carriera che si rifaceva su moglie e figli. Questo vuol dire lividi che non vuoi mostrare a scuola, vuol dire un genitore che ti dà del perdente quando vorrebbe dirlo a sé stesso e una cronica mancanza di sicurezza.

Uata!

Questo portò il giovane Dolph ad allenarsi sempre di più nelle arti marziali, così da potersi difendere e dimostrare a suo padre che valeva qualcosa. Chissà che bell’atmosfera si respirava in quei giorni in casa Lundgren, non a caso ben presto se ne andò a studiare prima negli Stati Uniti, poi in Australia.

Il tempo passa e quel ragazzino biondo che sembrava sempre malaticcio diventa una macchina di morte estremamente intelligente, in grado di laurearsi in chimica all’università di Sidney, vincere i campionati europei di karate e pagarsi gli studi facendo il buttafuori. Non so se avete mai visto quanto possono essere grossi e ignoranti gli australiani, ora immaginateli sbronzi, è chiaro o diventi un dio della guerra o non ne esci.

Il prossimo passo della sua fulgida carriera di chimico doveva essere il Massachusetts Institute of Technology, ma proprio mentre faceva il buttafuori in Australia e aveva le valige pronte per Boston fu notato da una ragazza, che si innamorò di lui.

Quella ragazza era Grace Jones.

A New York ci si buttava proprio via dalle risate

Il biglietto per Boston divenne uno per New York e improvvisamente quel giovane ragazzone svedese dotato di un impressionante quoziente intellettivo (si vocifera sia di 160) si ritrovò esattamente dove tutti volevano essere: a ballare nello Studio 54, accanto a Andy Warhol e nel letto di una delle sex symbol del periodo.

Sono gli anni in cui Dolph gira per New York con due pistole nascoste addosso perché la città è piena di criminalità e lui ha paura di essere rapinato, ma vive anche con l’ansia di finire in galera, perché la cosa non era propriamente legale.

Gli anni in cui si compra una Harley e ogni tanto la sfoggia girando per il quartiere a petto nudo, salvo poi rendersi conto di vivere in un quartiere ad alta percentuale gay, e questo, dichiarerà poi in una intervista “spiega come mai pensavo che la gente fosse tutta estremamente gentile con me”.

Lundgren alla Factory di Warhol, appena uscito di palestra

Gli anni in cui poserà per un servizio fotografico di Warhol e scoprirà in seguito che lui e il fotografo avevano fatto una scommessa su chi gli avrebbe fatto togliere più vestiti.

Sono gli anni in cui il suo fisico gli permette una cosa che oggi lo ucciderebbe: bere la sera come se avesse l’imbuto e presentarsi in palestra ancora mezzo sbronzo per allenarsi e continuare a lavorare sul fisico che gli ha permesso di diventare il toy boy di Grace Jones.

Non si sa per quale miracolo, ma Dolph riesce in qualche modo a sopravvivere a tutto questo senza venirne inghiottito e sputato come una vacca in una vasca di piranha.

Ma oltre alla palestra e alla vida loca, decide di dedicarsi anche alla recitazione, d’altronde gli anni ’80 sono il brodo di coltura dei film d’azione che entro breve avrebbero dominato il cinema e plasmato una generazione, era semplicemente perfetto per il ruolo. La sua prima particina è quella di un tirapiedi in 007 Bersaglio Mobile, nella buffissima scena in cui Grace Jones, che gli aveva fatto ottenere la parte, afferra un tizio come se fosse una campionessa di wrestling bionica. Un capolavoro del camp talmente grosso che la recitazione di Walken passa in secondo piano.

Sarà proprio sul set di 007 che Roger Moore conierà la miglior definizione di Dolph Lundgren: “è più grande della Danimarca”.

Per quanto piccola l’esperienza gli piace e pensa che forse è più divertente e redditizio che studiare chimica. Decide quindi di mollare definitivamente gli studi per gettarsi nel mondo del cinema, senza la minima preparazione, e proporsi per un ruolo nel prossimo film di Stallone, che ormai era già una star: Rocky IV

Dopo aver incassato un rifiuto perché troppo alto, Lundgren riesce a spuntarla su 5000 candidati e ottiene la parte di Ivan Drago. Per diventare il miglior prodotto della scienza e della medicina sovietica si allena duramente per cinque mesi e sviluppa con Stallone un discreto feeling, tanto che molte scene non sono neppure coreografate, ma improvvisate.

Ecco perché durante una scena, preso dall’entusiasmo, dà un pugno così forte che il povero Sly dev’essere ricoverato al termine della ripresa con la pressione a 260 e il cuore che batte fortissimo.

Per fortuna dopo quattro giorni è di nuovo in piedi e Dolph Lundgren diventa improvvisamente una star di Hollywood senza aver alcuna idea di cosa debba fare a parte guardare male qualcuno e fare mosse di boxe o karate (ad oggi si ricorda ancora a memoria tutto il combattimento finale).

“C’è una scena del film che esprime perfettamente come mi sentivo: quella in cui Ivan Drago è sulla piattaforma idraulica che lo rivelerà al mondo. Si sente terrorizzato, ma deve anche apparire fiero, sicuro e preparato. Ciò che Drago prova è molto simile a ciò che provavo in quel periodo. Ero solo un ragazzino che cercava di far credere agli altri di aver diritto di stare là, che ero a mio agio, ma nella mia testa era tutto un “Ma che diavolo sta succedendo?”.

Dopo il ruolo di Ivan Drago la sua vita cambierà completamente. In neanche 90 minuti passò dall’essere il manzo di Grace Jones alla persona con cui la gente voleva farsi le foto se passeggiavano per strada (e infatti lei lo mollerà). Da quel momento si lancerà verso ruoli sempre più interessanti e, ovviamente, che mettono in mostra le sue doti fisiche, tipo quello per un film tratto da un franchise importante, un film che sarà un successo sicuro: Master of the Universe!

Il risultato lo conoscete bene, se così non fosse guardate qua.

Dopo la batosta dei Masters, la carriera di Lundgren prenderà una strana piega, diventerà una sorta di feticcio action per amanti del genere, ma gli mancherà sempre la zampata vincente. La sua particolarità è che non interpretava solo personaggi in grado di staccare la testa a qualcuno, sembrava realmente in grado di farlo, ed era anche a suo agio con ogni tipo di arma. Universal Soldier e Il Punitore sono forse i suoi film più interessanti, ma perché non citare anche Resa dei conti a Little Tokyo e Red Scorpio?

Negli ultimi anni, grazie al successo di The Expendables, in cui si mangiava ogni scena in cui era presente, s’è pure tolto lo sfizio di dirigere qualche onesto film e la sua figura è stata in parte recuperata, anche dal punto di vista della recitazione. Purtroppo il suo rilancio non è stato in stile “John Travolta dopo Pulp Fiction”, la sua parte nell’ultimo dei Coen è stata tagliata, ma rischiamo di vedercelo comparire nel film dedicato ad Aquaman in tutto il suo biondo e teatrale splendore.

Per certi versi è sempre stato la versione allegra di Van Damme. L’attore belga è un tormentato, uno che alla fine ci crede tantissimo e che soffre nel ruolo di stella dell’action che piano piano sta spegnendosi, cerca sempre una conferma della propria grandezza.

Dolph invece sembra portarsi sempre dietro l’aria del ragazzone che girava a torso nudo per un quartiere gay ed era contento perché tutti lo salutavano. Ha la certezza di chi non deve dimostrarsi un cazzo, perché la vita se l’è goduta e ha fatto pace con le proprie ambizioni.

Dolph Lundgren è un monumento alla complessità umana, pensi di avere di fronte un pezzo di marmo col ciuffo biondo, ma se scavi scopri un amante dell’arte, un uomo che non si vergogna di piangere, estremamente autoironico, consapevole del suo ruolo e un grande amante del cinema.

“Oggi ho l’età che Clint Eastwood aveva quando nel 1984 giravo per New York con due pistole nascoste eppure lui sta ancora lavorando, ho un grande rispetto per lui e per come è uscito dal cliché e ha ottenuto il riconoscimento che meritava, forse quando avrò 82 anni non farò i salti mortali, ma se potrò ancora lavorare nel cinema sarò felice”.

E se il prossimo regista di successo fosse un biondone sottovalutato che faceva karate per non farsi picchiare dal padre?

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Ma perché i personaggi giapponesi hanno gli occhi tondi?

Un’intricata storia a base di jeep di latta, cyberpunk e kawaii

Whitewashing è una parola spuntata fuori negli ultimi anni per indicare tutte quelle volte in cui un personaggio con origini etniche ben precise viene interpretato dal classico attore bianco per vendere meglio il film a quello che viene ritenuto il principale pubblico di riferimento.

Tilda Swinton che interpreta il maestro del Doctor Strange, Benedict Cumberbatch che fa Khan, Emma Stone che fa la mezza hawaiana e mezza cinese in Aloha e volendo andare molto indietro anche la versione bianca e capellona di Gesù è stata pensata per un pubblico che potesse identificarsi con la figura del Salvatore.

Tuttavia, quando la polemica riguarda un prodotto giapponese, come gli adattamenti di Death Note e Ghost in the Shell, nella discussione viene spesso fuori la frase “I manga sono disegnati con gli occhi tondi perché i giapponesi vorrebbero essere occidentali. I personaggi sono pensati con tratti occidentali e pelle chiara, quindi è normale che gli attori siano occidentali”.

Ebbene questa affermazione è abbastanza sbagliata perché non considera alcuni concetti base della rappresentazione di sé, anche se contiene un piccolo fondo di verità legato alla storia del Giappone dal dopoguerra ad oggi.

Innanzitutto, i mangaka non disegnano i personaggi di anime e manga pensando agli occidentali, ma basandosi su una standardizzazione che si è creata in oltre sessant’anni di storia e si basa su un lento processo di spersonalizzazione razziale.

Tezuka mentre pensa a tutti i soldi che ha fatto

La versione breve è che Osamu Tezuka, padre di Astro Boy e figura influentissima nel mondo dei manga e degli anime, ha iniziato a disegnare i suoi primi personaggi con gli occhi grandi ispirandosi ai personaggi Disney e a Betty Boop. Questo ha imposto uno standard al quale si sono ispirati moltissimi disegnatori, ammiratori e imitatori di Tezuka che perdura ancora oggi.

Tuttavia il motivo per cui Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell e moltissimi altri personaggi hanno tratti che ci ricordano gli occidentali è ben più radicato nella storia del Giappone di una semplice ispirazione a Topolino.

Una nazione da ricostruire

Al termine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone era fisicamente e mentalmente a pezzi. Una nazione che si riteneva nettamente superiore alle altre e vedeva nella sconfitta militare il più grave dei disonori era stata costretta a firmare una resa umiliante, a spogliarsi del suo esercito e del suo sistema economico. Per non parlare del trauma di aver subito due bombardamenti atomici.

In questo contesto culturale aveva bisogno di ripartire e lo fece partendo dai giocattoli, che furono la spinta iniziale per quello che negli anni 2000 diventò il cosiddetto “Cool Japan”.

Nel libro Millennial Monsters: Japanese Toys and the Global Imagination possiamo leggere che gli artigiani iniziarono a costruire modellini delle Jeep americane utilizzando le lattine delle razioni militari della forza occupante. La scelta di usare come modello chi li aveva sconfitti era l’unica possibile: il Giappone non aveva nessun esercito a cui far riferimento e gli americani non avrebbero altrimenti visto la cosa di buon occhio.


L’uso di materiale di scarto per creare giocattoli è una pratica diffusa in tutto il mondo, ma l’abnegazione nipponica li rese giocattoli desiderati in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti.

Le Jeep di latta furono la pietra angolare del nuovo impero economico del Giappone e il Cavallo di Troia per un’ondata di giocattoli pensati per i ricchi bambini americani che non erano certo interessati alle bambole kokeshi (quelle sì che hanno gli occhi a mandorla) ma a prodotti che si ispirassero alla più grande industria culturale del momento: la Disney. Lo stesso motivo che portò agli occhi tondi di Astro Boy (il resto venne preso, anche, da Metropolis), che non a caso fu il primo anime importato e adattato per il pubblico americano.

Paradossalmente, non furono gli Stati Uniti a imporre la propria visione del mondo al Giappone, furono le industrie giapponesi ad appropriarsi dell’immaginario americano per fare un sacco di soldi. Il Whitewashing, o comunque il rimescolamento dell’immaginario giapponese, in questo caso non è un fenomeno legato agli ultimi anni, ma è nato nel momento in cui l’Imperatore Hiroito ha firmato la resa sul ponte della USS Missouri.

Boom economico, crisi e cyberpunk

A cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 il Giappone mise la quinta e diventò una superpotenza economica grazie all’elettronica di consumo, ma i traumi della guerra erano ancora presenti nelle menti dei suoi cittadini, mentre Russia e Stati Uniti iniziavamo un braccio di ferro nucleare di cui solo i giapponesi conoscevano gli effetti.

Furono gli anni in cui il cinema sublimò l’orrore atomico con Godzilla e con i film tokusatsu, ovvero ricchi di effetti speciali. Un’epoca segnata da Kaiju, tutone di gomma, radiazioni che creano mostri e cinema pieni in tutto il mondo.

All’inizio dei ’90 iniziò a serpeggiare la crisi, i bambini restano sempre pù soli mentre i genitori lavorano tutto il giorno, adulti e giovani si rifugiano sempre di più in personaggi fittizi con cui identificarsi e da cui ricevere conforto. Nello stesso periodo esplode a livello mondiale un fenomeno presente nella cultura nipponica fin dagli anni ’70: gli Otaku,

Sono anche gli anni del cyberpunk, della paranoia tecnologica di un futuro spersonalizzante e alieno con megalopoli e transumanesimo. Si estremizzano i temi classici dell’animazione giapponese: bambini prodigio intrappolati in enormi robot o trasformati in cyborg, minacce aliene che ricordavano vagamente i lineamenti occidentali, adolescenti con poteri mentali che distruggono intere città, bambole sessuali, mostri tentacolari e agenti speciali con corpi cibernetici e residui di umanità.

Mokoto Kusanagi non è interessata alle tue polemiche sulla Johansson

Nel frattempo la cifra stilistica del disegno giapponese si canonizza sempre di più attorno alle figure kawaii, ai capelli colorati, al fanservice, agli shonen, agli occhi che si fanno specchio delle emozioni diventando tondi, affilati, definiti o stilizzati in base a ciò che devono comunicare. Un altro dettaglio interessante è il naso, spesso appena accennato nei personaggi orientali e ben pronunciato in quelli occidentali. Tendenzialmente i personaggi di anime e manga non devono rappresentare ciò che hanno intorno, ma topos narrativi e ruoli ben precisi. Così come i Simpson non devono per forza assomigliare agli esseri umani.

Una caratterizzazione che ovviamente ha le sue eccezioni (Dragon Ball col tempo si è indurito sempre di più nel tratto, quasi a simboleggiare la maturità dei protagonisti, mentre altri manga come JoJo o Hokuto no Ken hanno quasi sempre avuto personaggi dagli occhi molto squadrati, in quanto visti come occidentali), si è evoluta nel tratto, perdendo o incrementando i dettagli in base alla moda, ma che tutto sommato resiste fino ad oggi.

In questi anni la spersonalizzazione del cyberpunk, le influenze della tradizione, gli Oni, la magia e le paure atomiche si mescolano con lo stile giapponese, il risultato sono storie in cui l’importanza dei temi e delle metafore è al centro dell’attenzione, mentre la caratterizzazione razziale è sfumata e influenzata da anni e anni di disegno ispirato all’esterno e da una mentalità che parte dal vendere ai bambini americani bambole progettate sul modello Disney.

Anime e manga sono l’espressione del popolo giapponese a livello culturale, ma quasi mai la sua rappresentazione fisica, quella è venuta meno nel corso di anni e anni di espropriazioni e appropriazioni di una cultura diversa alla quale hanno sempre fatto riferimento. Le storie, le ambientazioni, le tematiche sono spesso giapponesi, ma i personaggi vivono in una zona etnicamente grigia decenni di oppressione vengono sublimati e diventano irrilevanti.

Questa dissonanza, questo fallout culturale è molto più forte se visto dall’esterno, ecco perché se chiediamo ai ragazzi giapponesi un parere su Scarlet Johansson che interpreta Motoko Kusanagi ci risponderanno che va benissimo, perché un’attrice giapponese non sarebbe abbastanza “anime”.

Quindi no, i personaggi giapponesi non hanno gli occhi tondi e un’apparenza occidentale perché il Giappone vorrebbe essere occidentale o perché preferiscono i tratti caucasici, è il risultato di un complesso rapporto di appropriazioni, erosioni e influenze.

Un paradosso unico, un cortocircuito secondo il quale disegnando un personaggio in stile manga sto chiaramente citando l’oriente e prendendo dalla loro cultura nipponica, che però a sua volte si ispira all’occidente perché non le era rimasto nient’altro se non qualche lattina vuota.

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Batman, il lutto e la figura dell’eroe

C’è un uomo in Canada che non si veste come Batman, è Batman.

I supereroi sono quanto più vicino ci sia rimasto nella cultura moderna delle divinità greche e delle religioni politeiste. Un tempo avevamo un dio per il fulmine, uno per la morte, uno per la primavera e uno per il raccolto. Oggi il nostro rapporto è più sfumato, gli eroi non ci spiegano il mondo, ci dicono chi siamo, reinterpretano il mito. Tra una battaglia per il destino della Terra e l’altra ci fanno sentire meno soli.

Capitan America rappresentava lo spirito di una nazione, Spiderman le difficoltà della crescita e delle responsabilità, Khamala Khan è la voce di una minoranza, Moon Knight ci parla di pazzia, Hulk riprende il mito di Dr. Jekyll e Mr Hyde. Abbiamo eroi che non sanno come fare coming out, alcolisti, playboy, anti-eroi, buffoni e nerd.

Ma i supereroi non esistono e, dal vivo, con quelle tutine, sarebbero più buffi che epici. C’è poi il grande problema dei poteri, per adesso superforza, telecinesi e velocità fulminea sono molto lontane.

Ma questo non vale per Batman.

In questo variegato pantheon, Batman incarna i valori di giustizia, di un codice d’onore, ma è anche un simulacro del lutto e di dove può portarti se sei ben indirizzato (e sei un miliardario pieno di tempo e giocattoli fighi). Batman è solo un uomo, ben allenato e ben equipaggiato, ma sempre uomo rimane. Forse anche questo è parte del suo fascino.

Potrà sembrare un concetto banale ma, per Brampton, Batman è qualcosa di molto molto serio.

Being Batman è un piccolo documentario che racconta la vita di un canadese che ha portato la sua passione per l’Uomo Pipistrello oltre quell’ultimo miglio che separa il grandissimo fan dall’ossessionato. Nel filmato possiamo vederlo indossare il cappuccio con le punte, l’armatura, addestrarsi al ninjutsu e pattugliare le strade sostenendo orgoglioso di aver anche acciuffato qualche criminale.

Il motivo? Vestirsi da Batman, essere Batman per lui è un modo per gestire un grave lutto personale.

Là dove la morte dei genitori aveva condotto Bruce Wayne a fissarsi in maniera ossessiva con la figura minacciosa del pipistrello, qui uno bizzarro incrocio metafumettistico ha portato un uomo qualunque a fissarsi su Bruce Wayne.

Sarebbe molto facile liquidarlo come individuo strano, come cosplayer, per la sua casa piena di cimeli e la riproduzione fedele della Batmobile di Tim Burton. Ma c’è di più.

Batman non è stata una scelta per me, c’è grande somiglianza tra la vita di Bruce Wayne e la mia. Non è stata una decisione cosciente quella di essere Batman. È il miglior modo di gestire il dolore, di esprimere il mistero che sento.

Non c’è recitazione, ma voglia di liberarsi di una costrizione sociale, di una protezione. C’è un uomo che mettendosi la maschera si rivela. I cimeli, le spade, sono la sua anima sui muri.

Certo che capisco la differenza tra realtà e finzione, ma quando c’è di mezzo la finzione possiamo scrivere la storia che vogliamo”. La realtà è la perdita di una famiglia, la finzione è dove tutto questo ha senso. Ecco perché i supereroi ci piacciono così tanto.

In fondo la domanda su cui fantastichiamo è semplice: se hai le capacità, il potere e la motivazione, qual è la differenza tra te e un supereroe?

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L’egemonia culturale di Titanic

Perché a distanza di anni ancora alziamo le braccia se siamo sulla prua di una nave

Nel 1998 internet era una cosa abbastanza buffa a cui ti connettevi con oggetti che facevano uno strano rumore chiamati “modem” e che i ragazzi usavano quasi solo per scaricare informazioni da usare nei compiti. Occasionalmente parlavi su Messenger con qualche amico illuminato, ma era una landa desolata fatta di pagine statiche, siti in flash e poco altro.

Non esisteva la cultura della visibilità, non sapevi cosa facevano gli altri se non te lo dicevano o vedevi le foto stampate, i cellulari servivano per giocare a snake e fare gli squillini. In questo contesto sociale esistevano tre cose che ti dicevano cosa ti sarebbe piaciuto: i genitori (imperativo disprezzare ciò che apprezzavano) gli amici (fondamentale amare ciò che amava la gente a cui volevi piacere) e la televisione.

Beh poi c’erano anche le riviste, ma i ragazzi non hanno letto e non leggeranno mai, al massimo qualche copertina di Ciak o TV Sorrisi e Canzoni per i più acculturati.

All’epoca se volevi parlare agli adolescenti non stavi su una timeline o nei video di YouTube, stavi su MTV, almeno io stavo su MTV, l’accendevo appena tornato da scuola e la spegnevo la sera dopo cena. Se dovevo studiare o giocare abbassavo il volume, così se passava un video che mi piaceva potevo alzarlo al volo.

Tutto ciò fu praticamente impossibile per circa sei mesi, da gennaio a giugno del 1998, senza passare per una Cura Ludovico a base di Celine Dion. A qualunque ora del giorno e della notte ogni tre video il quarto era My heart will go on, non c’era speranza, non c’era pietà, solo OOOONCE MOOOOOORE YOUUUU OOOOPEN THE DOOOOR.

Perché all’inizio di quell’anno Titanic arrivò nei cinema italiani come tutti gli altri grandi blockbuster usciti prima e dopo di lui, ma a differenza di quasi tutti gli altri film rimase in programmazione per sei mesi. Un sacco di gente lo vide più di una volta, con i genitori, con gli amici, poi con altri amici, poi da soli e così via.

Sei mesi? Vi rendete conto? Secondo me non vi rendete conto.

Oggi viviamo in una cultura fatta di mode che hanno un impatto incredibile ed effimero, per qualche settimana monopolizzano il panorama come enormi torri di babele che gettano la propria ombra su qualunque cosa per poi crollare e venire sostituite da nuove torri ancora più alte. All’epoca i ritmi erano un po’ più lenti ma non molto diversi, ciò nonostante Titanic riuscì a imporsi come una sorta di grande egemonia culturale in qualunque ambito della società. Non potevi ignorarlo, potevi solo farci i conti.

Alla fine lo avevi visto anche senza averlo visto, quando anni dopo passo in TV e finalmente mi tolsi il dente sapevo già tutto per osmosi.

Avete presente quando prima dell’uscita di Episodio VII anche le arance portavano il marchio di Star Wars? Beh Titanic riuscì a fare molto di più senza gli infiniti mezzi di Disney e senza i social network ad amplificare tutto. Ogni ragazzina ne parlava, i poster di Di Caprio erano più di quelli di Kim Jong Un che ora tappezzano la Korea del Nord, tutte sognavano di piangere il proprio ragazzo mentre quello moriva assiderato vicino al circolo polare artico.


Come ogni diciassettenne sano di mente dell’epoca odiavo tutto questo, innanzitutto perché monopolizzava la mia rete di riferimento con gli striduli acuti di una cantante canadese, secondo poi era una storia d’amore sdolcinata, patetica che un ragazzo cresciuto a base di Kenshiro, Starship Troopers e Carmageddon poteva solo rigettare come veleno.

Lo stesso ragazzo piangerà però lacrime sincere per la morte di Aerith in Final Fantasy VII, ma non è questo il punto.

Per anni mi sono chiesto cosa ci fosse dietro quella follia collettiva, come mai in Italia milioni di persone per mesi non videro altro. Oggi, rendendomi conto che era l’anniversario della prima italiana, mi sono messo a rimuginare sul film e ho finalmente scoperto l’acqua calda. Titanic era il film perfetto.

Se eri una ragazza difficilmente potevi restare indifferente di fronte al faccino di Di Caprio e al suo caschetto biondo copiato da molti ragazzi, non io, io avevo i capelli mori e casuali, ma ricordo un compagno di classe che c’ha vissuto di rendita per un intero anno scolastico. E che dire della storia d’amore? Appassionata, disperata e moralmente perfetta. Coi ricchi cattivi, i poveri buoni, coi cattivi che muoiono male e i buoni che lo fanno con onore.

Poi c’era tutta quella parte dedicata ai maschi costretti a vederlo per poter mettere una mano sulla spalla della fidanzata nel buio del cinema. Quelli che si allenavano a rimanere impassibili nella scena di nudo con Kate Winslet e quelli che cercavano di evitarsi mesi e mesi di prese per il culo con “Va beh però ha dei grandi effetti speciali e la seconda metà col naufragio è figa”.

Il fatto è questo: avevano ragione. Se oggi ancora la gente va sulla prua delle navi e alza le braccia è perché Titanic è stato forse uno dei film più trasversali della storia. In cui tutti potevano trovare qualcosa di interessante da vedere. C’era tutto, l’amore, i tizi che cadono urlando, lo spettacolo di un’enorme nave che si spacca a metà e l’assurda e patetica idea che una ragazza ricca avrebbe seriamente considerato un poveraccio.

Titanic, avevi ragione tu, però non ti perdono ancora Celine Dion.

2016, io t’ho voluto bene

Vi svelo un piccolo segreto: i bilanci di fine anno mi terrorizzano.

Quando dici “un anno peggiore di questo mai” il fato trova spesso il modo di farti capire che ti sbagliavi, se dici “è stato un buon anno il prossimo sarà migliore” di solito ti ritrovi nel punto esatto in cui Godzilla decide di liberare gli intestini.

Dopo che per due volte Gennaio è stato Alex DeLarge di Arancia Meccanica mentre io facevo il barbone preso a calci, quest’anno arrivo al giro di boa con un certo carico di ansia, che ho bisogno di sfogare in qualche modo.

E visto che questi sono i giorni delle classifiche finali, ecco i miei cinque momenti dell’anno, non necessariamente i migliori, ma quelli che ricorderò di più. Qualcosa a metà tra il vano tentativo di ingraziarsi la sorte e ricordarmi che se si continua sempre a dire “mai una gioia” prima o poi qualcuno ti dà retta.

Tanto lo sanno tutti che il vero capodanno è tra agosto e settembre.

Quando ho preso per sbaglio una metropolitana per donne a Osaka


Il Giappone è un paese civilissimo dove in metropolitana da una parte ci sono gli uomini che fanno foto sotto le gonne alle ragazze e dall’altra, nelle ore di punta, donne e uomini preferiscono evitare l’imbarazzo di stare troppo vicini.

Per risolvere il problema ogni treno della metro ha carrozze dedicate alle signore. Sono contraddistinte dafrecce rosa, maniglie rosa, scritte rosa e dal fatto che… dentro ci sono solo donne.

Ecco perché quando sono entrato mi son detto “Ma guarda, sono l’unico straniero, anzi no ci sono solo donne, forse sarà l’ora in cui tornano tutte a casa dal lavoro” finché non ho capito.

Stupido gaijin!

Quando mi sono trovato sul set con un animale chiamato Boris


Sono sul set della terza puntata di Cosplay People, la miniserie/documentario sul mondo del cosplay che ho scritto per Sky. Fa freddino, minaccia pioggia, mi sono svegliato alle 5 per prendere un treno fino a Sarzana e un paio di solerti impiegati del comune ci hanno negato l’accesso a un castello perché sia mai si possa riprendere un monumento senza una trafila di due settimane, sono pieno di dubbi sulla riuscita dell’episodio.

Insomma, mi gira il cazzo.

Però l’assistente di produzione s’è portata dietro un bulldog, che ora sonnecchia vicino alle attrezzature.

“Come si chiama?”
“Boris”

A quel punto ho capito che sarebbe andato tutto bene, ma anche tutto a cazzo di cane.

Quando ho brindato a Leonard Nimoy

Un bel giorno mi chiama Screenweek per sapere se avevo voglia di rappresentarli a Los Angeles per la proiezione di Star Trek: Beyond. “Assisterai a un trailer esteso, a una conferenza con gli attori e poi ci sarà una sorpresa”.

Sono arrivato ai Paramount Studios piuttosto freddino, Star Trek mi piace, ma ho sempre preferito i respiri affannati alle orecchie a punta. Insomma, era solo un viaggio di lavoro, ma poi ci hanno svelato che la sorpresa sarebbe stata l’inagurazione di una strada negli studi dedicata a Leonard Nimoy.

Sarà stata l’emozione nel momento, la vista di tutte quelle persone sorridenti e malinconiche, strette nel ricordo di una persona che aveva tanto contribuito al loro immaginario, ma non mi ero mai trovato di fronte a una così forte dimostrazione liturgica di nerdismo.

Se mi chiedessero di rifarlo andandoci a nuoto e non in aereo partirei subito.

Quando ho dovuto spiegare i Pokémon sulla Rai


C’è stato un momento in cui i media, tutti i media, si sono ritrovati a dover parlare di una cosa amata dai ragazzini, piena di strane creature e che non conoscevano assolutamente. Non sto parlando di YouTube, ma di Pokémon Go.

Era così presente nella mente della gente che se andavi in bagno la carta igienica te la passava Pikachu.

Ebbene un bel giorno ho ricevuto una telefonata dalla Rai in cui mi si chiedeva con estrema cortesia di illustrare perché questo gioco mobile non fosse il nuovo anticristo.

La lezione che ho ricavato da questo brevissimo momento sotto le telecamere è: tieni sempre a portata di mano un vestito buono se non vuoi sembrare un contadino che si mette la giacca solo per andare a messa la domenica.

Quando ho dovuto recensire un parco giochi e parlare di felpe


Ho affermato spesso di aver iniziato a scrivere in quello che forse è il momento peggiore per chi cerca di campare mettendo lettere in fila, ma la verità è che mi trovo esattamente dove devo essere.

Del resto in quale altro periodo storico potrei rendere le ossessioni della mia infanzia un argomento di discussione? Dove potrei trovare lo spazio per scrivere di videogiochi, serie tv, gadget, vecchi giocattoli, cultura pop se non qui e adesso?

Quando, se non oggi, potrei scrivere un pezzo sul senso della felpa che mi dimostra, con tutte le sue condivisioni, che non ho ancora capito bene ciò che piace davvero alla gente?

E infine quale altro periodo storico mi permetterebbe di essere inviato dall’altra parte dell’oceano per scrivere degli Universal Studios con un biglietto che fa saltare la fila?

Adesso non mi resta altro da fare che prendere una macchina del tempo, andare dal me stesso di quando avevo 10 anni e darmi il cinque.


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