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Nostalgia

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Ultra Street Fighter II per Nintendo Switch

O di come si possa amare il proprio carnefice

Di Roberto Recchioni

AMARCORD

Mi piacerebbe dirvi che il mio rapporto con Street Fighter II è nato nel 1991, quando lo incrociai per la prima volta in un bar di Mestre mentre ero in gita con il liceo. E vorrei poi dirvi che il rapporto si cementò, diventando indissolubile, grazie alla sala giochi Extra Ball di Roma che al gioco Capcom aveva dedicato due intere pareti e che organizzava tornei a premi ogni settimana.

Ma non è così: perché per quanto trovassi incredibile il capolavoro della Capcom nella sua versione arcade, non riuscii mai a padroneggiarlo davvero in quel contesto perché io son sempre stato un tipo da pad e con gli stick equipaggiati dalle macchine arcade non ci ho mai saputo fare davvero.

Il mio amore eterno per Ryu e soci nacque l’anno successivo, quando Street Fighter II venne convertito per il Super Famicom. Il Super Famicom era la versione giapponese della console che da noi sarebbe poi arrivata con il nome di Super Nintendo, io l’avevo comprata qualche mese prima attraverso gli strozz… i commercianti che si dedicavano al mercato dell’importazione parallela. Il mio desiderio di possedere subito la nuova macchina Nintendo derivava principalmente da titoli come Super Mario World, Super Mario Kart, Super Ghouls ‘n Ghosts e Super Tennis, ma l’arrivo di SFII mi obnubilò la mente e feci carte false per farmelo recapitare a casa il giorno della sua uscita giapponese e per parecchio tempo non giocai praticamente ad altro perché era una conversione che mi sembrava praticamente perfetta. E poi, potevo finalmente giocarla con il pad.

Poi la Capcom ne fece uscire una seconda versione, la Champion Edition che permetteva di controllare i boss del gioco. Poi una terza, la Turbo, che aggiungeva opzioni e modalità, portava nuove mosse e bilanciamenti, ritoccava elementi grafici e reintroduceva gli stage bonus che erano stati eliminati dalla prima release. Poi una quarta denominata Super che aggiungeva nuovi personaggi. E una quinta, la Super Turbo, che arricchiva ulteriormente il pacchetto.

In sostanza, la Capcom apportando perfezionamenti e piccole aggiunte in ogni nuova release, anticipava il concetto dei DLC moderni. Solo che lo faceva con le cartucce e quindi rivendeva lo stesso gioco per intero. A prezzo pieno. Ed era un prezzo salato, specie se te li facevi arrivare dal Giappone perché dovevi averli subito per riuscire a padroneggiarne le novità prima di tutti gli altri.

E qui veniamo al punto in cui vi spiego perché SFII non era solo un gioco che mi piaceva (molto) ma anche una specie di religione. Perché a SFII non ci giocavo da solo ma con gli amici. Ci trovavamo dopo la scuola a casa di qualcuno, portandoci dietro le console, i pad e i giochi, e passavamo il pomeriggio sul divano a scambiarci calci in faccia e mosse segrete, organizzando sfide e tornei. SFII, assieme a Super Mario Kart e poi a International Superstar Soccer, fu il primo gioco a rendermi consueto quel concetto, che poi mi sarebbe diventato molto familiare, di Lan Party. Un mucchio di amici riuniti attorno a un videogioco, impegnati in sfide giocose ma competitive. Inutile che ve lo dica: era un bel modo per ammazzare i pomeriggi.

Quando il Super Famicon raggiunse il valhalla che spetta alle grandi console, SFII traslò su altre macchine: da quelle virtuali del Mame al Gameboy Advance, passando — ovviamente — sulle prime tre incarnazioni della Playstation. Il mondo però era cambiato: Internet era arrivato nella quotidianità di tutti, le nostre vite si erano complicate e per giocare assieme a qualche altro giocatore umano ormai mi affidavo al multiplayer online di giochi come Half Life, Counterstrike, Halo e un mucchio di altri. Anche questo era bello. Anzi, è bello ancora oggi. Ma non era la stessa cosa. È per questo che l’uscita di SFII per la nuova console di casa Nintendo, ha risvegliato in me antiche sensazioni.

IL CONTENITORE È IL CONTENUTO

Parafrasando McLuhan che diceva che “il medium è il messaggio”, mi permetto una breve disanima sulla Switch e sulle sue peculiarità. Perché diciamocelo, sulla carta lo Switch non ha nulla di nuovo o inedito. È sostanzialmente un grosso cellulare o un piccolo tablet con funzioni estremamente limitate a cui si attaccano due pad laterali. Quando sei a casa lo puoi agganciare su di un dock che ti permette di fruire i suoi contenuti su uno schermo ad alta definizione, quando sei in giro lo giochi standalone. Ma allora perché ha già saputo far innamorare tanta gente, me compreso?

Perché lo Switch, grazie alla sua portabilità, alla sua facilità di connessione e all’indipendenza e versatilità dei suoi pad, permette a due (o più) giocatori di sfidarsi allo stesso gioco stando tutti nello stesso posto. Un gruppo di amici seduti sul divano che giocano assieme, prendendosi in giro, sostenendosi, facendo il tifo o “gufando” (questo termine lo capiranno solo i vecchietti come me).

È una console sociale dove con “sociale” non si intende quella socialità virtuale del web 2.0 ma quel tipo di socialità che ti fa stare realmente con gli altri, in maniera fisica. In sostanza è una macchina che riporta l’idea di gioco come momento aggregativo al centro dell’esperienza.

E non è un caso che due dei campioni ludici di questo tipo di approccio, Mario Kart e SFII siano stati tra i primissimi titoli a raggiungere il mercato.

In quest’ottica, e solo in quest’ottica, il (ri)lancio di Ultra Street Fighter per Switch ha una qualche rilevanza. Perché, di fatto, il gioco non è altro che un porting appena rivisto della versione di SFII uscita qualche anno fa per PS3 e 360, ma il fatto che giri su Switch e che quindi possa avvalersi del tipo di esperienza unica proposta dalla macchina Nintendo, altera in maniera sostanziale la percezione che ne abbiamo. Il contenitore cambia la valenza del contenuto. Il contenitore È il contenuto.

MENO PIPPE, PARLIAMO DEL GIOCO

Come detto poco sopra, si tratta di poco più che un porting di Super Street Fighters II Turbo HD Remix, titolo uscito nel 2008, con alcune piccole aggiunte (due personaggi extra che comunque erano già apparsi in altre incarnazioni del gioco) e qualche omissione (mancano alcune modalità di gioco probabilmente ritenute poco interessanti). Il gioco garantisce la possibilità di essere giocato in modalità classica o moderna.

BENGUS, l’originale illustratore di SF II

La versione moderna ha la colonna sonora e tutti gli effetti remixati e sostituisce la meravigliosa grafica in pixel art originale con dei brutti disegni in alta definizione realizzati dallo studio Udon che, nonostante quello che credano in molti, non è un gruppo di artisti giapponesi ma un branco di mediocri fumettisti americani specializzati in maldestri scimmiottamenti degli stilemi di manga e anime e che, non si sa bene per quale motivo, ha incontrato i favori della Capcom negli ultimi anni.

Gli scimmiottatori dello studio Udon

La modalità classica, sulla carta, avrebbe dovuto invece restituire la versione originale del gioco sia sotto il punto di vista sonoro che visivo. Promessa mantenuta solo in parte perché se sul lato audio non c’è nulla di cui lamentarsi, sotto il punto di vista video si è fatto un mezzo pasticcio, utilizzando sì la grafica originale del gioco per sfondi e personaggi, ma non per le scritte, i ritratti, le barre di energia, le schermate di transizione e le scenette di end game. Il risultato è uno sgradevole pasticcio che non accontenta davvero nessuno. Inspiegabile poi la totale omissione dei bonus stage (i barili, la macchina e via dicendo), soppressi per non si sa quale motivo. In compenso, è stato aggiunto un risibile sottogioco in prima persona talmente mal realizzato che è molto meglio far finta che non ci sia. Sul fronte gameplay poco da dire: è la versione più raffinata e calibrata di SFII mai realizzata, che significa che è uno dei tre migliori picchiaduro a incontri di ogni tempo (non mi chiedete quali sono gli altri due che poi su queste cose si litiga). Molti esperti di SFII avevano sollevato parecchi dubbi sulla praticità di usare gli stick dello Switch per giocare, ritenendoli (non a torto) poco precisi e reattivi. In effetti non sono il massimo per il gioco competitivo di altissimo livello, ma svolgono abbastanza bene la loro funzione per i giocatori della domenica. Io, per andare sul sicuro, ho comprato un pad 8bidto e ho tagliato la testa al toro.

MA VALE I SUOI SOLDI?

Visto che è venduto a 40 euro, che è quasi il prezzo pieno di un gioco Switch, e che nello store Nintendo sono in vendita i migliori picchiaduro SNK a 7 euro, l’unica risposta che posso darvi è che no, il gioco non vale assolutamente il suo prezzo.

Ma il loro prezzo non lo valevano neanche le cartucce del Super Famicon che continuavo a comprare e ricomprare.

Il punto è semplice: volete giocare con SFII con i vostri amici, ovunque vi troviate, senza dover stare a impazzire dietro a configurazioni PC, connessioni e download più o meni clandestini, ma semplicemente prendendo in mano un pad e scegliendo il personaggio che più vi piace?
Allora questa è l’unica soluzione possibile. La dovete comprare per forza e benedire e stramaledire la Capcom come faccio pure io da decenni.

Certo, se non avete amici o non siete fan di SFII, lasciate perdere.

Ma se non siete fan di SFII è normale che voi non abbiate amici.

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Bevi la nostalgia responsabilmente

BimBumBam, youtuber e ricordi che forse dovresti lasciare là dove sono

Ieri è successa una cosa divertente: il canale Mediaset Extra ha trasmesso una maratona di BimBumBam, 10 ore ininterrotte di cartoni, ciuffi cotonati, sketch ridicoli e nostalgia iniettata direttamente nella ghiandola pineale per festeggiarne l’anniversario della messa in onda.

Il risultato è stato che milioni di persone che oggi schifano i ragazzi che guardano coetanei fare cose stupide si è messa a guardare cose stupide di quando erano ragazzi. Un rito collettivo di nostalgia catodica infarcito di “Eh quelli sì che erano cartoni animati belli” e “oggi di trasmissioni così non ne fanno più”, in una sorta di compiacimento autoassolvente sintetizzabile in la vecchia merda è meglio della nuova merda perché è la mia merda.

Se in qualche modo provavi a far notare che forse BimBumBam era semplicemente una roba stupida e infantile che andava bene perché all’epoca eravamo bambini e che, tutto sommato, è inutile fare gli spocchiosi sugli youtuber se alla stessa età eri in bilico fra Uan e Non è la Rai ecco che parte la levata di scudi, i distinguo, le precisazioni e gli psicodrammi. Tra il Bonolis di quegli anni e Favij ci corre meno di quello che si pensa, ricordiamocelo quando lo troveremo a condurre Sanremo 2030.

Dai, raccontami come Blue, The Summer is Magic o Rythm is a dancer sono meglio di Rovazzi.

Please to meet you, hope you guessed my name

Ho visto addirittura qualcuno negare con forza che molti dei cartoni animati erano pensati per venderci i giocattoli, come se qualcuno avesse calpestato la purezza del suo sogno. Inconsapevole che He-Man fosse un prodotto della Mattel, non di un genio magico che voleva solo divertire i bambini.

La verità è che BimBumBam era un modo intelligente per offrire ai genitori uno spazio sicuro in cui lasciare un bambino di fronte alla televisione e farlo bombardare di pubblicità di ogni tipo, sia attraverso Uan, sia attraverso spot. Le leggi dell’epoca erano decisamente permissive sulla quantità di spot e non avevi canali youtube pieni di cartoni in cui li potevi saltare, quindi eravamo esposti in maniera quasi totale a un felicissimo bombardamento. I genitori erano tranquillizzati dall’atmosfera giocosa, i bambini erano felici per i cartoni e Mediaset e le aziende di giocattoli avevano trovato lo spazio perfetto per trasformarci in piccoli consumatori.

Potrà sembrare strano detto da uno che si è appena comprato un libro sulle cover dei giochi Atari, stravede per Stranger Things e che ha sulla mensola Godzilla, Boba Fett e una Regina Aliena, ma la nostalgia è spesso un piacevolissimo errore che ci impedisce di andare avanti.

La nostalgia per sua stessa natura è qualcosa che ti fa credere che ricomprando il MegaDrive torneranno i tempi in cui potevi stare tutto il giorno a giocare, fregandotene degli impegni, che davanti hai ancora un futuro, mille possibilità e non una vita di impegni e responsabilità.

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Non è un caso se oggi viviamo un vero e proprio business della nostalgia, il presente e il futuro non ci offrono certezze, ci fanno schifo e sono pieni di pericoli. Viviamo nel mito degli anni ’80 raccontato dai nostri genitori, quello in cui tutti lavoravano e si andava in pensione a 60 anni. Il problema è che invece di ringraziarli per come ci hanno scavato la fossa con corruzione, favori politici e schifezze varie gli diamo pure ragione.

Secondo la nostalgia tutta la roba buona è già stata prodotta, tutta la musica migliore già scritta, tutti i film più belli già girati, i fumetti migliori già disegnati e i videogiochi di oggi sono solo grafica ed effetti speciali. La verità è che oggi come ieri, c’è roba buona e roba schifosa e se si pensa che tutto il buono sia già stato fatto allora tanto vale spararsi no?

La creatività è rielaborazione o rottura col passato, a volte anche citazione, ma non un continuo, totale e dogmatico ritorno. Se oggi vivessimo solo di recuperi degli ultimi 20 anni senza creare niente cosa recupererebbero le generazioni future? Cosa ci precludiamo se guardiamo solo indietro?

Ma dall’altra parte cosa diventiamo se non guardiamo mai indietro? La cosa più bella delle forme di espressione è il loro poggiarsi sulle spalle di chi le ha precedute o il cercare di romperle. Senza conoscere ciò che stato non possiamo apprezzare il futuro. L’arte è da sempre un gesto derivativo. Senza Kurosawa non esisterebbe Sergio Leone, senza Indiana Jones non avremmo Lara Croft o Uncharted, senza i videogiochi probabilmente non avremmo Matrix e neanche District 9, il bello della cultura pop sta anche in questo continuo citazionismo voluto o involontario che permette di apprezzare influenze che partono da Giorgio de Chirico e arrivano a ICO.

https://www.instagram.com/p/BM3Qe0MjQGh/?taken-by=n3rd_core

Il bello di un padre nostalgico è che può generare un figlio curioso.

Questa è il tipo di recupero del passato che adoro, per questo motivo mi riempio la casa di libri che parlano dei Masters, dei Bitmap Brothers, della storia dei robot giapponesi. Se la nostalgia diventa spinta di conoscenza è una gran cosa, se diventa una porta dietro la quale nascondere il mondo cattivo che non riesci più a decodificare diventa un problema.

Non perdiamo tempo cercando di recuperare il passato, di riviverlo, il bello della nostalgia sta nella lontananza, in qualcosa che è là, che ricordi, ma che non si tocca, perché quando lo fai rischi che si sfaldi come un vecchio libro.

Che poi non c’è niente di male a guardarsi BimBumBam o a comprarsi una statuetta di Cancer (almeno spero, altrimenti sono fottuto), ma la nostalgia dovrebbe essere come un whisky.

Un prodotto di qualità, da consumare con piacere, consapevolezza e moderazione, non una robaccia da supermercato nascosta in un cartone da bere alla goccia in un parcheggio per sfuggire a tutto il resto.