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Libri E Fumetti

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Comics Standoff: Grosso Guaio a Chinatown, The Wicked + The Divine, Wolverine Arma X

Bentornati alla rubrica di consigli fumettistici pensati per chi cerca qualcosa di buono da leggere nella sconfinata offerta che oggi si presenta di fronte al lettore occasionale.

Oggi per voi abbiamo un colpo basso per i nostalgici degli anni ’90, un manuale di cultura pop e classico che ritorna in pompa magna. Vediamoli uno per uno.

Grosso Guaio a Chinatown: 1

Editoriale Cosmo — 5,87€

L’operazione è più o meno identica a quella attuata con Fuga da New York: prendere un classico con Kurt Russel e espanderne l’universo con fumetti che ci raccontino cosa è successo dopo il film. L’operazione in sé può essere abbastanza interessante, anche perché vede il coinvolgimento di Carpenter in persona, ma onestamente il risultato finale non è poi così esaltante come l’effetto nostalgia potrebbe portarci a pensare.

La storia inizia più o meno dove finiva il film e gli elementi tipici di Grosso Guai a Chinatown sono presenti in abbondanza: culti misteriosi, mostri, situazioni assurde e Jack Burton che cerca di uscirne usando battute e cazzotti. Il problema è che tutta l’assurdità che miracolosamente sembrava funzionare nel film (vuoi perché eravamo più giovani e disincantati? Forse) qua dopo un po’ stufa. Le battute e le situazioni si ripetono finché non fanno più ridere e i disegni tutto sommato non offrono particolari momenti di stupore. Magari ai fan duri e puri piacerà, io ho faticato a finirlo.

Voto:

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The Wicked + The Divine: Presagio Faust

Bao Publishing — 16€

Fondamentalmente l’opera che dovete leggere oggi per far bella figura quando qualcuno tira fuori l’argomento fumetti. Immaginate un mondo dove 12 divinità si reincarnano in altrettanti ragazzi e li trasformano in idoli musicali acclamati a livello mondiale, ma dopo 2 anni devono morire.

Lucifero è una ragazza che si veste come Bowie, Dioniso fa i rave, i Daft Punk sono divinità norrene dissolute, Baal si ispira a Kanye West, non mancano neppure ispirazioni a Prince e così via.

Il risultato è un frullatone pop citazionista di livello alto, disegnato splendidamente, che mescola riflessioni sulla morte, sulla caducità del successo con analisi della psicologia dei fan, mescolando tutto storie d’amore fluido e personaggi scritti benissimo.

Non tutto funziona perfettamente eh? Alcuni passaggi sono risolti con una certa fretta, i personaggi avrebbero bisogno di maggiore rifinitura e Laura, protagonista e voce narrante, passa troppo facilmente dallo status di sconosciuta ad amica delle star, ma la scrittura e l’humor di Kieron Gillen riescono quasi sempre uscirne con facilità. C’è comunque abbastanza carne al fuoco per aver voglia di capire dove si andrà a parare.

Ciò che invece funziona sempre sono il disegno e i colori. Ho adorato le linee nette, le colorazioni brillanti e le splash page caleidoscopiche di Jamie McKelvie e Matt Wilson, totalmente in linea con lo spirito pop dell’opera.

Voto

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Arma X. Wolverine

Marvel — 21€

C’è poco da dire su questo volume che non sia già stato detto, ma vale sempre la pena ripeterlo.

La storia è quella di come Wolverine è diventato ciò che è, di quanto sia stato duro il procedimento terrificante a cui è stato sottoposto contro la sua volontà, un esperimento che ricorda il nazismo, senza però mai scadere nel patetico o nel fanservice, nel dare al lettore una soluzione facile e spettacolare.

Un fumetto incredibile per composizione di testi, posizione delle didascalie e disegni. Niente è casuale, niente è fuori posto, niente è scontato. Tutto viene cucito con calma e classe, guidando il nostro sguardo in un’opera che usa Logan per parlaci dell’oscurità umana, dei nostri pensieri più brutali, ma sopratutto per emozionarci con un fumetto incredibile che merita un posto di tutto rispetto anche se Wolverine non vi ha mai detto niente (siete pazzi?).

Oltretutto, Marvel ha deciso di ripubblicare questa storia in un’edizione incredibile, enorme e bellissima. un oggetto al limite della pornografia libraria, che rende totalmente giustizia alla bellezza delle tavole. Quando poi ho scoperto che la copertina è un enorme poster ho faticato a trattenere una sindrome di Stendhal. Brava Marvel, brava.

Voto

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Natale con N3rdcore

La lista di regali per chi ha già tutto


La lista è in aggiornamento costante, se vuoi segnalare qualcosa manda una mail a lorenzo@n3rdcore.it, lascia un messaggio sulla pagina Facebook o scrivimi in ogni altro modo possibile.

Cosa gli regalo? Ha già tutto!”, “Oddio mia figlia mi ha chiesto un computer, ma non le piacevano le Barbie?”. E poi parenti disperati che vagano per centri commerciali chiedendo di oggetti misteriosi come la “PerBoPer” (ovvero l’XBOX, fidatevi, è successo davvero in un negozio sardo) o “CalofDauti” e quelli rassegnati che alla fine ripiegano sulla sciarpa, il cappello di lana o, orrore, un regalo utile.

Ma non temete amici, se qualcuno intorno a voi non sa cosa regalarvi per Natale o se voi stessi siete alla ricerca del regalo perfetto ci siamo qua noi. Ecco una lista di feticci nerd nei quali investire i vostri sudati risparmi di un anno, che le Spese Futili siano con voi!

Pensieri fantastici e dove trovarli (1–50€)

Volete seminare il terrore al rifugio sciistico? Perfetto, abbiamo questo passamontagna in lana con sopra un Facehugger che vi permetterà di prendere uno zabaione caldo senza fare la fila, perché saranno scappati tutti.

Per chiunque voglia far capire che legge i libri giusti, ecco una maglietta con la copertina della prima edizione de La Colazione dei Campioni” di Vonnegut.

Per il fan di Guerre Stellari che ha già tutto: il libro con lo storyboard della vecchia trilogia.




Ancora libri, stavolta Art of Atari, ovvero le bellissime copertine di questa vecchia console, assolutamente da non perdere. Ne avevamo già parlato qua.

Dentro di voi c’è un bambino e quel bambino ha visto I Goonies, dategli una di queste action figure old style della ReAction di Chunk, Data o Sloth e nessuno si farà male. (Ci sono anche quelle di Alien)

Sono belli, rendono la vostra libreria molto più figa ed evocano una meravigliosa carrellata di ricordi. Si chiamano Bitmap Books e dovreste almeno comprarvi quello dedicato all’Amiga.




La tazza della Lego è sempre un buon modo per iniziare la giornata, Everything is Awesome! Scherzi a parte, la vera tazza per intenditori è QUESTA.

Noi nerd adoriamo ricevere le cose e adoriamo le sorprese. Se non sapete cosa regalare, donate un abbonamento a The Fun Box, ovvero un ricco bottino di gadget che cambiano secondo un tema deciso mese dopo mese.

Parlando di Lego, avete Lego Dimensions? Ottimo, comprate il set dei Gremlins. Ancora non lo avete? Fate bingo e comprateli entrambi!




Il Fantasy ‘80/’90 è stato uno dei momenti più belli e parrucconi degli ultimi 30 anni, potremmo scegliere tante cose, ma preferiamo buttarci su questa edizione speciale di Labyrinth.

Se cercate la chicca giusta per quel vostro amico cinefilo che se la crede tantissimo, regalategli un piccolo soprammobile ispirato a Essi Vivono. Se non sa cosa è picchiatelo forte, se lo conosce vi sarà eterno debitore.

Tetris è il gioco più bello del mondo, ma la sua storia è stata un incastro di quelli in cui ti rimane uno spazio vuoto nel mezzo e rischi sempre di vedere il Game Over. In “Tetris, Incastri Internazionali” questa storia è raccontata con tutto l’amore che si può avere per i videogiochi.




Coltivate la passione di vostra figlia o della fidanzata per la scienza e il nerdismo. Non lasciate questo campo solo agli uomini che tanto pensano solo a tecnologie più veloci per vedere i porno. Ispiratela con “Le tue antenate

Un vostro amico ascolta solo vinili per darsi un tono? Regalategli queste colonne sonore di vecchi videogiochi rimasterizzate in LP coloratisi e bellissimi.

Siete andati sotto con Westworld? Ottimo allora sapete già di non poter resistere a questa maglietta della Delos, dovete comprarla, è nella vostra programmazione.




Usa la carta di credito Luke (51–100 €)

La tua ragazza legge fumetti dalla mattina alla sera e ogni volta che vede un personaggio femminile che fa la damigella in pericolo si incazza come una biscia? La borsa di Captain Marvel è quello che ci vuole per scatenare la sua potenza.

Difficile scegliere un libro della Read Only Memory che non sia da comprare subito. Per i retrogamer duri e puri consigliamo assolutamente quello dedicato ai Bitmap Brothers, quello su Sensible Software e quello sul Sega Megadrive.

Cercate un maglione da indossare nelle occasioni speciali? Perché non quello ispirato a Nightmare? Metterà a disagio i vostri ospiti in men che non si dica!




Zombicide è tutt’ora uno dei giochi da tavolo più belli e divertenti di sempre. Peccato che si rischi ogni volta di fare le cinque di mattina. Se il gioco lo avete già potete sempre farvi regalare una delle molte espansioni.

Ti è piaciuto Stranger Things? Non negarlo, sappiamo che è così, dunque comprati le sue mitiche lucine di Natale!

Non pensiamo di dover dare grosse spiegazioni sul perché è assolutamente fondamentale parcheggiare una Delorean con tanto di luci e suoni sulla vostra mensola migliore.




Verso l’infinito e oltre (Sopra 100 €)

Se ancora vi rode di quando non vi hanno comprato la pista con le macchinine da piccoli è il momento di rimediare con questa incredibile pista “Race of Victory” della Carrera. Auto graaaaandissime, con tanto di fari, sorpassi, pit stop, consumo gomme, derapate e la vostra compagna che vi sbatte fuori di casa!

Una Regina Aliena è ciò che vi serve davvero per trasformare il vostro salotto in qualcosa di degno di essere vissuto. Fidatevi, io ne ho una.

Esistono molte cose belle della Lego, ma la caserma di Ghostbuster rimane uno dei set più belli e costosi al momento. Se vi guardano male potete sempre dire che è un investimento che frutta più dell’oro (ed è vero).




Judge Dredd ha un’arroganza fuori dal comune, capita quando sei la legge incarnata, ecco perché questa bellissima action figure con tanto di moto secondo noi merita l’attenzione di chi adora il genere.

Bello, pesante, senza fili e decisamente ben fatto. Con un fisico così un mouse così può accompagnare solo. Quel mouse è lo Spatha

Se ti prude la voglia di retrogaming e hai un sacco di cartucce del NES, SuperNes, Mega Drive e Game Boy potresti volere una console che le fa funzionare tutte in un posto solo: il Retron!




E se quella voglia ancora non è sazia, sappiate che HomeCade è forse il modo migliore per placarla, ed è anche un’idea tutta italiana per avere in casa qualcosa di simile a un cabinato ma senza impazzire con configurazioni, ingombri eccetera.

Avete velleità da YouTuber o videomaker ma non sopportate l’idea di portarvi dietro attrezzature pesanti? La Canon Gx7 MarkII è una macchina fotografica compatta che vi permetterà di cavarvela in ogni situazione.

La fissa coi robottoni dei cartoni animati non passa mai, MAI, ecco perché la linea superlusso con Mazinga, Jeeg e Ufo Robot sembra una figata degna di prosciugarvi il portafoglio.




Libri di cibernetica: “C’era una volta, prima di Mazinga e Goldrake”


Rispondete senza pensarci troppo: qual è il primo robot della storia dei fumetti giapponesi? Astro Boy? L’avrei detto anch’io, ma invece è Tanku Tankuro una specie di automa rotondeggiante che combatteva i nemici del sol levante nel 1934. E come è nata la parola robot? Da un’opera polacca di Karel Čapek che, caso strano, ha parecchi punti in comune con Westworld. E restando in tema, chi sa qual è stato il primo esempio di robot gigante in stile Mazinga? I più informati potrebbero rispondere “Super Robot 28”, ma in verità fu probabilmente Kagaku no senshi, ovvero “Il Guerriero della scienza”, una specie di enorme cavaliere medievale alimentato a vapore che attaccava New York durante la Seconda Guerra Mondiale.

Insomma vi siete mai chiesti come nasce la passione giapponese per la robotica e i macchinari sofisticati? Quanto è stata forte l’influenza occidentale nella creazione dei primi manga o quanto è stato difficile produrre i primi numeri dell’anime di Astro Boy? Avreste mai immaginato che c’è un filo che lega Kyashan e Cyborg 009 a un’opera teatrale cecoslovacca degli anni ’20?

Queste sono solo alcune delle domande a cui risponde “C’era una volta, prima di Mazinga e Goldrake”, libro del super esperto Massimo Nicora, un italiano che potrebbe tranquillamente tenere lezioni sull’argomento all’Università di Tokyo senza mai annoiare.


Del resto la storia dell’animazione giapponese ha radici profonde. È la voce di un popolo zavorrato da un orgoglio incrollabile che ha sbattuto più volte la faccia contro una realtà ben diversa da quella raccontata da chi lo governava e che, proprio grazie ai fumetti, ha saputo esorcizzarla e trasformare ansie, paure e lutti in qualcosa di positivo ed eroico. Questo processo di elaborazione è ben descritto all’interno del libro che partendo dall’epoca Tokugawa arriva fino al ’79 e ci mostra come la Bomba Atomica abbia rappresentato la fonte d’ispirazione più forte degli ultimi 60 anni trovando espressione nel disegno e nella meccanica.

Personalmente adoro a livello maniacale qualunque tipo di opera storiografica che mostra il dietro le quinte della cultura popolare nel suo sviluppo, soprattutto quando si parla di argomenti apparentemente “leggeri” come l’animazione giapponese.

https://n3rdcore.it/the-art-of-atari-quando-la-copertina-era-tutto-784e9c1c67e6

Questo perché quando poi si finisce per scavare a fondo si scopre che di leggero non c’è assolutamente niente. Qualunque opera dell’uomo è spesso frutto di errori, colpi di genio, influenze storiche e bisogni concreti. Dopotutto pensare e realizzare un fumetto o un anime di successo è un processo creativo che deve saper tener conto dello spirito del proprio tempo ma anche di eventuali influenze esterne e di concetti innovativi. L’idea di originalità totale non ha assolutamente senso, tutto si crea, si ricrea, si rielabora e si riforma in un continuo aggiungere e togliere. Insomma una eventuale divisione fra cultura alta e bassa ha sempre meno senso.

Oggi ci riempiamo la bocca con cyborg, robotica, identità virtuali e androidi che presto potrebbero reclamare i loro diritti e questo ci sembra così attuale,èo moderno. E invece tutto nasce là, in quelle pagine. Nasce con Eight Man, con Gigantor con persone che da piccoli si sono nutriti di pane e Metropolis e che poi con la creazione di un manga hanno contribuito a costruire una vera e propria identità nazionale.


C’era una volta, prima di Mazinga e Goldrake parte dai Karakuri, passa per Japan Punch, Tezuka e Astroganga per arrivare alle soglie dell’epoca di Goldrake e Mazinga raccontandoci come fosse scritto nella storia che il Giappone sarebbe diventato il Regno dei Robot Giganti.

Se alla fine della lettura ne vorrete ancora dovrete attendere il prossimo anno quando Nicora pubblicherà “C’era una volta Goldrake. La vera storia del robot che ha rivoluzionato la TV Italiana”. Nel frattempo preparate i vostri mutandoni d’acciaio e i magli perforanti, perché ci sarà da godere forte.

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Comics standoff: Monolith, Sentinelle d’inverno, La Terra dei Figli

Non potrebbero essere più diversi tra di loro, uno è un fumetto ultra patinato che è già un film, il secondo è una distopia politica che ci parla del terrorismo e il terzo è una lotta personale che l’autore ha intrapreso con sé stesso. Dunque facciamo partire il carillon, stringiamo l’inquadratura su mani e pistole e vediamo chi la spunta.

Monolith — Primo Tempo (Recchioni , Uzzeo — LRNZ)

La tecnologia c’ha questo problema: quando non funziona perfettamente diventa un problema più grande di quello che cerca di risolvere. Il telefono in cui tieni tutti i tuoi contatti che si scarica, il navigatore che ti porta in mezzo al nulla, qualcuno che ti spia perché non hai configurato bene la videocamera del tuo sistema di allarme, tua zia che ti fa formattare un PC pieno di virus. La tecnologia c’ha anche quest’altro problemino, che ti mette in mano una serie strumenti di sorveglianza estremamente facili da usare, che rendono anche la persona più riservata del mondo uno spione.

L’abilità di Recchioni e Uzzeo invece non sta solo nello scrivere bene, ma risiede anche in una profonda capacità di analisi, un intuito sopraffino che gli permette di capire (o addirittura influenzare) prima degli altri cambiamenti, mode e tendenze. Non solo hanno una katana affilata, ma dopo i fatidici sette respiri sanno subito dove colpire. Monolith rappresenta la loro interpretazione di una corrente che vede in Black Mirror la sua manifestazione più evidente: il momento in cui smettiamo di esaltarci per la tecnologia e cerchiamo di capire come ci cambia.


La storia entra subito nel vivo con pochi dialoghi essenziali: un uomo che, come molti, usa la tecnologia per sorvegliare una compagna che in passato non si è comportata bene, un figlio che ci finisce nel mezzo e una macchina dotata di tecnologie smart che analizzano, prevengono, proteggono, o quasi. Ovviamente tutto finisce malissimo, tra rabbia, sensi di colpa e un bambino intrappolato nel bel mezzo del nulla perché tu hai deciso di fare di testa tua e la macchina pure.

Al di là della buona intuizione narrativa, ciò che porta Monolith a un livello superiore sono i disegni di LRNZ. Ormai non ha neanche più senso di dire che “confermano il suo talento”, questo è successo anni fa, diciamo che se la vita fosse un videogioco avrebbe ottenuto un ulteriore livello di abilità. Non c’è pagina in Monolith che non nutra gli occhi con riflessi, ombre, dettagli e soluzioni grafiche perfette.

Dal giallo e nero di un allarme che suona ai mille neri delle sequenze oniriche. Sguardi, panorami, riflessi, corpi, sfumature e colori che ci invitano a una lettura che si prenda tutto il tempo necessario prima di andare avanti con la pagina successiva. Poveretti quelli che hanno deciso di farne un film e mettersi in competizione con tutto questo.

Sentinelle d’Inverno (Vaughan — Skroce)

Cosa succede quando sei gli Stati Uniti e anni te ne freghi del surriscaldamento terrestre? Che poi nel 2112 arriva il momento in cui invadi il Canada coi robottoni per rubargli tutta l’acqua. Se vi sembra strano, sappiate che ci avevano pensato.

Il fumetto di Vaughan, fondamentalmente una versione seria del film di South Park, cerca in qualche modo di insidiare nel lettore il tarlo di una riflessione su terrorismo, espansionismo, tortura, kamikaze, prigionia e guerre economiche. Il punto di vista principale del racconto è infatti una ragazza canadese che ha perso tutti nei primi giorni dell’offensiva e che si è trasformata in uno strumento di vendetta. Insomma, l’idea è quella di farci tifare per i terroristi, o almeno di farci venire qualche dubbio.

Casomai il metaforone con la situazione attuale non fosse ancora abbastanza evidente, nella parte finale ci pensa proprio lei a rendere palesi gli intenti. “Sai cosa succede davvero quando fai saltare per aria i genitori di qualcuno? — chiede la ragazza a una torturatrice cattiva cattiva — Non ottieni un nobile difensore della giustizia, ottieni me”.


L’idea non è male e viene presentata col giusto grado di incertezza, perché in fondo nessun lato della barricata ha pienamente ragione, ma la storia avrebbe avuto bisogno di parecchie pagine in più. Dopo un buon inizio tutto si risolve un po’ troppo in fretta, come se l’autore si fosse accorto di non avere più spazio, il risultato è che manca quel qualcosa in grado di rendere le azioni del gruppo di freedom fighters un po’ più sensate e coerenti. Ci sono un sacco di personaggi interessanti che vanno e vengono troppo in fretta ed è un vero peccato (piccolo appunto: non affezionatevi troppo a nessuno).

Il terrorismo e la guerriglia non nascono solo come risposta alla violenza diretta, soprattutto quello fatto di gente disposta a farsi saltare in aria, ecco perché nonostante la violenza e una storia interessante Sentinelle D’Inverno non è un moderno V per Vendetta che sostituisce la Tatcher con gli Americani. Dopo Saga a Vaughan gli voglio bene come un fratello, ma stavolta il diamante brilla meno del solito.

Nota di merito assoluto per i disegni di Skoce che, non chiedetemi come mai, con quel tratto pulito, particolareggiato e particolarmente preciso nel mostrare ogni espressione possibile, mi ha ricordato il compianto Steve Dillon. Alcune tavole sono veramente potenti, anche se non si esce quasi mai da una gabbia molto classica.

Comunque, un fumetto da recuperare, magari non subito, ma dategli una possibilità, perché alcuni dialoghi sono spettacolari e la storia non lesina le scene d’azione spettacolari.

La Terra dei Figli (Gipi)

Gipi è un toscano, e come tutti i toscani se gli metti un’etichetta cercherà di strapparsela di dosso in tutti i modi. Se diventa famoso per le storie autobiografiche, ecco che cerca la narrativa pura, se sbavi sui suoi acquerelli decide di farti un libro intero tutto in bianco e nero con disegni cattivi, rigidi o, come ha detto lui “spolpati come un osso”. Se pensi che sia un tipo tutto serio, ecco che ti fa il gioco di carte e passa la giornata seduto per terra a Lucca Comics a divertirsi e a ridere come un matto. Gipi è forse la risposta migliore a chi si scandalizza quando un autore fa qualcosa che il pubblico non ritene nelle sue corde.

La Terra dei Figli è il risultato sia di questa voglia di scappare, sia di una scommessa con sé stessi, il vedere se si ha la capacità di raccontare una storia senza didascalie, flashback e altri trucchetti, ma avendo più o meno solo gli strumenti a disposizione del protagonista, un ragazzo che vive in un mondo post-apocalittico fatto di gente di poche parole e fanatici che parlano una italiano preso da Facebook.

Il risultato è un libro tosto, non vuole divertirti, che non ti coccola con soluzioni facili, non ti viene incontro. Se fosse un videogioco non sarebbe certo Assassin’s Creed o Call of Duty, ma uno di quegli strategici della Paradox in cui devi imparare un sacco di cose e stare attento a ciò che succede.


C’è un momento devastante, composto da circa nove pagine, in cui vediamo un diario scritto a mano dagli occhi di chi non sa leggere. Una scelta che genera ansia, fastidio, difficoltà e incomprensione che è forse uno dei punti più alti di una narrazione che si spoglia di tutto per darti solo ciò che hai di fronte, senza orpelli.

Chi si prenderà il tempo di assaporare, capire e sbrogliare il tratto finissimo e ingarbugliato dei disegni si troverà di fronte una storia che ci racconta di come a volte la durezza sia una forma di amore quando il mondo fa schifo, di come alla fine tutto ciò di cui abbiamo bisogno è sapere che qualcuno ci vuole bene, anche se non sappiamo che nome dare a questo sentimento e che anche quando nella vita abbiamo fatto solo schifo c’è sempre tempo per un gesto di redenzione.

Adesso non vedo l’ora di scoprire cosa Gipi non farà nel suo prossimo racconto.

Solitudini e bellezze de “Il Suono del Mondo a Memoria”

Il nuovo racconto di Giacomo Bevilacqua ci presenta una città, un uomo e una missione: sopravvivere a New York senza parlare mai


Sam ha visto la sua vita andare in pezzi per colpa di una storia d’amore e adesso è una di quelle persone che incroci per strada, che sembrano normali, ma che dentro si portano tutto il peso della loro esistenza. Sam è un fotografo e adora New York. Ha pensato di scrollarsi tutto di dosso facendo un servizio sulla città, ma a modo suo: senza parlare con nessuno.

Biglietti, cenni del capo e messaggi sono ok, tutto il resto non è contemplato.

Queste sono le premesse de Il Suono del Mondo a Memoria, la nuova graphic novel di Giacomo Bevilacqua che parla di isolamento, di chiusure, di regole che ci imponiamo ma che vorremmo infrangere. Racconta di come fa male cadere, di come è bello quando ci tendono la mano e di quanto è difficile riuscire ad afferrarla.


È il suo primo racconto “lungo”, la sua prima opera “seria” e adesso basta con le virgolette perché a pensarci bene tutto il suo lavoro con A Panda Piace è stato sia lungo che serio, soprattutto per la dedizione e l’impegno.

Grazie ai social network ho potuto seguire la genesi de Il Suono del Mondo a Memoria fin dai primi bozzetti, appassionandomi alle fatiche di Giacomo che passava le giornate chino sulla tavoletta grafica per trasferirvi tutti i dettagli, tutti i colori e tutte le sfumature che fanno parte dell’immaginario di chiunque abbia visto almeno un film ambientato a New York. Tavola dopo tavola mi sono innamorato di questo racconto ancora prima di averne letto una sola parola, tale era la bellezza dei disegni.


Perché New York è così come ve la immaginate, è così come la vedete nelle foto e nei film. Non è come Milano, Parigi, Londra o altri posti famosi che ci vai e alla fine si rivelano esperienze filtrate. New York non dice bugie, il brutto e il bello sono tutti là, così come la vibrazione di fondo che sembra contagiare l’intera città in un misto di traffico, gente, idee e metropolitane che avverti solo quando ti fermi un attimo.

E tutto questo è compresso in maniera perfetta in ogni pagina di un libro che rappresenta un ulteriore passo nella maturazione di un artista che ha messo tutto il suo entusiasmo al servizio del suo lavoro, senza mai riposare o cercare soluzioni facili. Lo stile a volte cartoonesco di Giacomo si mescola a un’incredibile cura per i dettagli, fatta di centinaia di finestre, riflessi, persone e colori che escono dalla pagina e quasi sembrano dire Scommetto che non riesci a leggere perché sei troppo impegnato a vedere quanto siamo belli.


Tutte queste belle parole potrebbero essere influenzate dal fatto che conosco Giacomo e nutro per lui una grandissima stima, ma visto che ammiro veramente poca gente al mondo, la cosa dovrebbe farvi pensare.

Vorrei potervi direi di più sul libro, vorrei poter parlare dei tanti livelli di lettura, vorrei raccontarvi dei momenti che mi hanno emozionato di più, di quelli che ho sentito più miei, ma significherebbe togliervi il piacere di scoprire un racconto dolce, triste, malinconico, ma ricco di speranza e vita.

Del resto Giacomo, come tutte le persone che sanno divertire, quando decide di pestare duro sul piano delle emozioni riesce a trovare nel lettore quel confine tra malinconia, speranza, allegria e tristezza e a metterci una bandiera, una sonda mentale che scava e prima o poi qualcosa trova.

E in me ha toccato tante corde. Diciamo solo che per lavoro mi capita spesso di viaggiare da solo, dunque di parlare poco e di ridurre al minimo le interazioni sociali che spesso non vanno oltre il tassista o il concierge. Mitico no? A volte sì, poi arrivi al terzo giorno di silenzio e ti rendi conto che daresti un braccio per parlare con qualcuno a cui vuoi bene.

Ecco, alla fine de Il Suono del Mondo a Memoria ti senti come dopo il “Ciao” detto a una persona che ti aspetta all’aeroporto con un sorriso sulle labbra.


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Mater Dolorosa: chi ti ama ti odia?

Riflessioni e recensione dell’incredibile albo che celebra i 30 anni di Dylan Dog

Se la vita è un mare, ognuno di noi è una barca. Alcuni sono yacht di lusso in cui niente sembra andare male e tutti sorridono felici, incuranti di onde e pericoli, altri sono vecchi galeoni piegati dalla tempesta e dalle malattie, sempre sull’orlo di un ammutinamento o di una ricaduta, ma sempre in grado di affrontare i marosi, anche con le vele squarciate.

Questa la metafora principale di Mater Dolorosa, albo di Recchioni e Cavenago che sigla i 30 anni di Dylan Dog, che per qualità di scrittura e disegni rischia realmente di alzare fin troppo gli standard di un settore e di un fumetto che già se la stava passando piuttosto bene.

Sì perché se i testi di Recchioni sono asciutti e incisivi, i disegni di Cavenago sono grandiosi, esagerati, riempiono gli occhi, sottolineano le frasi, esaltano i personaggi e assaltano la pupilla del lettore con un’alternanza di dettagli, sfumature e sontuose visione d’insieme. E poi i colori, dio mio, quei colori che rendono tutto così giusto, sensato, perfetto. Sarà dura dopo aver letto questo numero tornare alla comunque alta qualità del bianco e nero degli altri albi.

Mater Morbi is not amused

La storia, oltre a fornirci squarci importantissimi sul passato e sul futuro dell’Indagatore dell’Incubo, riprende in parte il discorso interrotto con Mater Morbi in cui Recchioni mise tutta la sua esperienza personale di ospedali e cicatrici per raccontare un orrore molto terreno, quello della malattia, di come gestire il senso di una coscienza attaccata alle macchine, della vita in balia di medici, cure dolorose e speranze talvolta inutili.

Chiunque abbia avuto più di un raffreddore sa che non si guarisce mai veramente. Dunque se Mater Morbi era la malattia e la sofferenza, Mater Dolorosa è l’amore che ti isola dal mondo e ti impedisce di crescere, ma è anche l’albo della ricaduta, della paura di tornare di nuovo a dormire in un letto non tuo, ma soprattutto della sensazione di aver lottato invano.

Ma più che di malattia, Mater Dolorosa parla di crescita e di come la sofferenza sia forse una parte fondamentale di questo processo. Dopotutto chi ti vuole più bene? Chi ti protegge da ogni male, senza mai farti sentire il peso delle cose, sobbarcandosi ogni affanno, o chi ti espone fin da subito ai colpi della vita, così da indurirti la pelle di fronte a un mondo che non fa sconti?

La risposta dipende dal cammino di ognuno di noi, ma di sicuro una vita di sofferenze non ci rende automaticamente migliori di chi ha avuto la strada spianata. Se infatti l’eccessiva serenità rammollisce, le troppe difficoltà incattiviscono.

Per Recchioni la soluzione sta nel mezzo: “La sofferenza è un vento che spazza i campi, puoi nasconderti, alla fine di troverà sempre, e più ti sarai nascosto più sarai debole, ma se lasci che ti trasformi… farà di te un mostro capace di vedere solo sé stesso”.

“Allora in questa pagina la tocchiamo piano eh?”

Dunque il dolore, un po’ come la paura del Duca Leto Atreides di fronte al Gom Jabbar, dev’essere qualcosa da far scorrere, per poi andare oltre.

In fondo anche i cattivi, quel male assoluto personificato in John Ghost, altro non sono che una parte del tutto, attori in una recita il cui senso finale ancora dev’esserci svelato.

Nel mio periodo più “dylandoghiano”, quello in cui il figlio di Tiziano Sclavi arrivò a contendere poster e copertina di Max alle soubrette con tette al vento (mi pare fosse il ’93), avevo in camera un adesivo (l’ho ritrovato!)lungo circa un metro per una ventina di centimetri in cui compariva Dylan Dog con alle spalle tutto il pantheon di mostri presenti nelle sue storie, nel cinema e nelle letteratura. Sull’adesivo c’era scritto “Salta su, l’unico mostro che manca sei tu!”.


All’epoca era solo la frase di un adesivo, in fondo avevo 12 anni e leggevo Dylan da quando ne avevo 8 (non ho ancora capito come convinsi i miei genitori a comprarmelo), ma leggendo Mater Dolorosa, quelle parole acquistano definitivamente un senso, una motivazione ripetuta e sottolineata nel corso di questi 30 anni. Perché alla fine quell’adesivo diceva la verità, i mostri, i veri mostri, quelli che quando stanno male si trasformano in grumi di egoismo e cattiveria siamo noi, vivono dentro di noi e spesso ci fanno fare cose che non vorremo.

Sono mostri che spesso non muoiono tanto facilmente, perché non hanno corpo, ma sono solo un’idea. Per fortuna oggi Dylan Dog ci rassicura e ci dice che possiamo batterli, se siamo disposti a soffrire rimanendo umani.


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Perché dovreste leggere “Ansia, la mia migliore amica”


Qualche giorno fa mi hanno chiesto “Qual è la tua molla creativa? Cosa ti spinge a scrivere e cosa ti ha portato a fare questo lavoro?”.

Credo di poter serenamente rispondere “L’ansia”.

L’ansia di “oddio c’ho questa idea in testa, la devo subito mettere giù”.

L’ansia di “odio tutti i lavori che ho fatto finora, devo vivere di scrittura”.

L’ansia di “avrò scritto una cosa interessante? Fammi rileggere”.

L’ansia di “non scrivi da troppo tempo, fai qualcosa o il mondo si dimenticherà di te e finirai sotto un ponte, senza una presa di corrente per la PS4”.

L’ansia, se gestita bene, è una gran bella motivazione sapete?

Per questo quando ho iniziato a leggere Ansia, la mia migliore amica”, edizione grande e grossa di A Panda piace l’avventura, miniserie Panini di Giacomo Bevilacqua uscita l’anno scorso, immaginavo che avrei trovato qualcosa a me affine. A dire il vero ne sarei stato certo anche se si fosse chiamato “Racconto senza titolo”.

Come tutti ho conosciuto Bevilacqua grazie a quel colpo di genio che è la striscia di fumetti “A Panda piace…”, poi ho avuto occasione di scambiarci qualche parola sia in rete che dal vivo. Magari un giorno si scoprirà che era un serial killer, ma mi ha sempre dato l’idea di essere una delle poche persone al mondo su cui è impossibile dire qualcosa di male. Ha un atteggiamento positivo, non l’ho mai sentito sparlare di nessuno, è paziente, disponibile e, come dimostrato in Metamorphosis, è baciato da una singolare bravura sia nei testi che nel tratto. Insieme a ZeroCalcare è senza dubbio uno dei maggiori esponenti dell’attuale scuola fumettistica italiana che si scrive e disegna i testi da sola.

Chiunque abbia letto almeno una volta le vignette di Panda sa benissimo con quale semplicità riesca a passare da argomenti leggeri ad altri decisamente più sensibili senza mai perdere la freschezza o risultare forzato.


Avete presente la Pixar, che ti fa il cartone animato coi personaggi buffi e poi ti piazza a tradimento scene come l’inizio di UP, il finale di Toy Story 3 o la morte di Bing Bong? Ecco Bevilacqua è come la Pixar, ma meglio.

Ansia, la mia migliore amica è un viaggio interiore, una storia in cui risate e occhi lucidi convivono serenamente senza darsi troppo fastidio, il racconto allegorico di un mondo in cui Pigrizia e Creatività sono due sorelle che si odiano e lottano con magie fatte di librerie artigianali vs modelli dell’Ikea, Ozio è un tranquillo signore che gira con un joypad come collana, Paura è il re del paese immaginario in cui fuggiamo quando quello reale diventa insopportabile, dove la felicità si compra in minuti e i problemi sono mostri che ti sbarrano la strada e diventano più grandi se li eviti. Dove l’importante è mantenere la calma per non farsi divorare (letteralmente) dal Panico, dove la Crisi, se la lasci fare, si prende tutto e la Rabbia non la sconfiggi con le botte, ma districandola.

È praticamente impossibile scorrere le pagine del volume senza trovare una parte di sé, un momento che abbiamo vissuto e che ci fa dire “e c’hai ragione”.

Tra l’altro è anche un ottimo modo per apprezzare l’evoluzione del tratto di Bevilacqua, che capitolo dopo capitolo si fa più preciso, più interessante e ricco di sfumature. Una sorta di esercizio continuo che lo ha senza dubbio preparato a ciò che verrà.

Una vignetta di “Il suono del mondo a memoria”

Sì perché “Ansia, la mia migliore amica” è ciò che vi serve per passare meglio la vostra estate, in attesa che il 15 settembre esca “Il suono del mondo a memoria”, una storia ambientata a New York in cui l’autore abbandona i toni umoristici di Panda per un intreccio fatto di passati difficili e presenti da scoprire, sullo sfondo di un racconto a colori che promette benissimo già dalle prime vignette.

Questo libro è il frutto di due anni e mezzo di lavoro.
È qualcosa di estremamente intimo, qualcosa di cui volevo parlarvi da tempo, e farlo cercando le giuste parole, le giuste battute, il giusto umorismo, non è facile.
Questo è un libro a strati, a spirale, ogni capitolo che vi lasciate alle spalle, è un passo in più che decidete di compiere verso il centro della mia anima e di quella di Panda.
Spero vivamente che coloro i quali si erano fermati all’inizio decideranno, questa volta, di continuare il viaggio perché Panda è sempre stato superficiale, semplice e a volte stupido, come il primo capitolo di questo libro, ed è esattamente da lì che io ho sentito l’esigenza di farlo partire.
Era l’unico modo che avevo per poi riuscire a trascinarlo fuori con la forza, e spedirlo in un viaggio più grande di lui.”

Fumetti per lettori occasionali — SAGA


Il mondo è pieno di cose bellissime e sono tante, troppe talvolta… quindi ci sta che alcune possano sfuggire. Per questo esiste N3rdcore.it, per mostrarvi tutte le cose interessanti che magari vi siete persi.

Un tesoro che ho scoperto di recente e che vorrei condividere con voi è Saga, una serie fumetto edita da Bao Publishing. Lo so che i lettori più smaliziati probabilmente già lo conoscono ma d’altronde questa rubrica non si chiama “Consigli per chi sa già tutto sui fumetti”.

A dire il vero è già molto tempo che sento parlare di Saga, tra l’altro sempre benissimo, ma fino a qualche giorno fa non avevo minimamente idea della sua potenza narrativa. Poi al Comicon di Napoli ho comprato a scatola chiusa i primi cinque volumi. Tre li ho divorati sul treno che mi ha riportato a Milano.

Saga narra la storia due pianeti, Landfall e Wreath, abitati da popoli completamente diversi. I primi possiedono le ali, un’avanzata tecnologia e armi da fuoco, i secondi dai tratti vagamente demoniaci padroneggiano la magia e le armi bianche. Le due razze sono in lotta da tantissimo tempo, ma visto che la distruzione di un pianeta danneggerebbe l’orbita dell’altro hanno subappaltato la guerra al resto dell’universo.

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Alana è una soldatessa di Landfall, Marko un guerriero di Wreath fatto prigioniero. I due si incontrano, fuggono assieme e hanno una bambina, Hazel, il che li rende un abominio per le rispettive fazioni e un problema da eliminare. Sulle loro tracce finiranno sicari che hanno le forme di affascinanti donne ragno, uomini serpente, robot con un televisore al posto della testa, gatti che annusano le bugie, giornalisti gay di un popolo subacqueo e, ovviamente, l’ex ragazza di Marko. Tutta la storia è seguita dalla voce narrante di Hazel che ogni tanto anticipa o commenta la vicenda con delle didascalie.

Questa è in poche parole la trama di uno dei fumetti più belli degli ultimi anni. Una storia in cui Romeo e Giulietta incontrano Flash Gordon, Il Signore degli Anelli e Guerre Stellari per farsi una birra con colpi di scena in stile Game of Thrones. Il risultato è una grande allegoria dei rapporti umani, del crescere un figlio e della guerra rappresentata attraverso splendidi disegni.

L’aspetto migliore di Saga è probabilmente il bilanciamento. Da un lato abbiamo mondi fantastici, creature assurde eppure verosimili e una storia principale dalle dimensioni di una space-opera, dall’altro c’è tutta la dimensione umana e familiare di una coppia che sbaglia, si ama, si molla e cerca di crescere una bambina in un mondo che la vuole morta. Un equilibrio che ritroviamo nei toni, ora tragici, ora comici, ma mai falsi, mai sopra le righe, mai forzatamente leziosi o epici, che continua nel visionario caleidoscopio di personaggi e creature che esaltano un mondo fatto di diversità razziale e di genere. Più che un fumetto Saga è una lezione di tolleranza che tutti dovrebbero leggere.

SAGA

Un universo in cui è assolutamente normale viaggiare nello spazio dentro il teschio di un drago, dove le babysitter sono fantasmi adolescenti, dove esiste un enorme pianeta bordello, dove gli alberi posso diventare astronavi e per lanciare una magia bisogna dire ad alta voce un segreto. Una storia che non ha paura di mostrare sesso esplicito, ma d’altronde assolutamente normale, come quello fra due persone che si amano, o affrontare temi come la pedofilia, la dipendenza, il razzismo, l’omofobia e tutto i lati peggiori dell’umanità. Un progetto che non si innamora dei suoi personaggi e non ha paura di ucciderli nei modi più diretti e truci possibili, roba che in confronto le Nozze Rosse sono un brunch con la nonna. La sua bellezza sta senza dubbio nel paradosso di avere personaggi realistici e molto “terrestri” senza rinunciare al divertimento di una storia fantastica.

I disegni sono di Fiona Staples, il cui stile versatile si sposa perfettamente con una narrazione che deve molto alla capacità di affascinare lo spettatore con immagini spettacolari. Dal primo al quinto volume c’è senza dubbio un’evoluzione del suo tratto che in alcune prime tavole risulta forse solo abbozzato, ma che poi esplode in favolose splash page nelle parti finali.

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Al timone della storia c’è Brian K. Vaughan, uno che oltre ad aver vinto 11 volte l’Eisner Award, l’Oscar del fumetto statunitense, ha scritto Private Eye, altro fumetto favoloso di cui magari vi parleremo in futuro, parte della quarta stagione di Lost, Under the Dome e un discreto numero di albi per DC e Marvel. Vaughan ha concepito Saga da bambino, perché si annoiava durante le lezioni di matematica, ma la scintilla si è accesa solo durante la seconda gravidanza di sua moglie. Voleva scrivere qualcosa che parlasse dei parallelismi tra la nascita di un bambino e il processo creativo, usando come cavallo di Troia una storia affascinante. E direi che c’è senza dubbio riuscito, almeno per ora.

Saga infatti non è ancora una serie completa, per ora sono usciti solo cinque volumi, il sesto arriverà a giugno. Un’attesa che personalmente sta diventando spasmodica, visto che Saga è riuscito in pochissimo tempo a spazzare via la concorrenza di qualunque altra forma di narrativa seriale.

Insomma se non comprate molti fumetti, o anche se non li comprate mai, questo è uno di quei casi in cui dovreste fare assolutamente fare un’eccezione.

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The Art of Atari, quando la copertina era tutto

Qualche giorno fa stavo parlando a un collega di un titolo che dovevo recensire e per descriverlo ho detto “è tipo Cabal”. Quando mi ha fatto notare che lui era nato proprio nell’anno in cui era uscito il gioco (1988) ho sorriso, mentre dentro di me qualcosa cercava un cappio.

A 35 anni nel mondo dei videogiochi si entra di diritto nel novero dei vecchi rompiballe, quelli che quando dispensano perle di saggezza alle nuove generazioni di videogiocatori vogliono essere ascoltati non vedere occhi che si alzano al cielo, e che hanno tutti i sacrosanti motivi per utilizzare espressioni altisonanti come “ai miei tempi…” in ogni frase.

Del resto noi veterani di pad e cartucce ancora portiamo i segni delle guerre tra console, delle brucianti delusioni quando spendevamo le paghette di mesi per un gioco che poi si rivelava una sola ipergalattica e dei traumi quando la mamma o il fratello ci staccavano la spina senza darci il tempo di salvare. Ma che ne vuole sapere questa generazione Millenial? Hanno tutti gli strumenti per valutare un videogioco e invece li trovi solo a lamentarsi sui forum (a dire il vero anche a noi piaceva) e gridare allo scandalo quando un titolo esce con una grafica diversa da quella della demo o dei primi video.

Il filmato, spesso rilasciato mesi prima del gioco, serve infatti a impressionare la stampa e convincere i negozianti a prenotarne quantità ingenti, ma poi l’inferno dello sviluppo di un videogioco moderno di fascia alta è tutt’altra storia. Questo procedimento si chiama “downgrade” e, anche se non fa mai piacere dirlo, segue logiche di business. Può quindi talvolta succedere che la versione di un gioco finale sia deludente rispetto alle prime grandiose aspettative.

Il giocatore moderno però ha mille modi per capirlo, ai miei tempi invece sì che venivi fregato, perché la grafica era quello che era, i trailer manco esistevano, le riviste erano poche e gli unici elementi che potevi usare per farti un’idea del gioco erano:

– L’amico figlio di papà che lo aveva già, evento abbastanza raro.

– Il parere del negoziante, che però spesso non sapeva neanche cosa stava vendendo.

– La copertina, ma la descrizione sul retro era in inglese e tu avevi a malapena 7 anni.

Prendiamo ad esempio Cabal: il gioco era questo.

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Solo che te lo spacciavano così, con teschi, muscoli, urla e adrenalina!

Cabal

Come potevo io non rompere i coglioni a mio padre dopo la convincente visione di un tizio che impugna una Uzi?

Per questo motivo in quel periodo le cover dei videogiochi erano vere e proprie opere d’arte, quadri che in un solo colpo d’occhio dovevano affascinare il potenziale acquirente, giusto il tempo necessario all’acquisto, facendogli dimenticare che alla fine si sarebbe trovato di fronte a un ammasso di pixel colorati.
In quell’immaginario totalmente da inventare era la copertina che ti faceva sognare, era la copertina che ti vendeva il gioco, era la copertina che riempiva gli spazi vuoti tra ciò che avresti voluto e ciò che giocavi veramente.

Questo valeva per il Commodore 64, per l’Amiga (che però era così piratato che le copertine non le vedevi mai) ma soprattutto per l’Atari.

Ed è per questo motivo che le copertine dei videogiochi Atari erano fondamentalmente dei piccoli capolavori di fascinazione, scorci di mondi bellissimi, pensate per evocare nel giocatore immagini favolose, gesta eroiche, avventure emozionanti, mostri terrificanti… che poi alla prova dei fatti si rivelavano dei blocchetti colorati sullo schermo e il resto dovevamo mettercelo noi.

Ecco perché un libro come The Art of Atari, che uscirà a ottobre con prefazione di Ernest Cline (quello di Ready Player One da cui Spielberg sta ricavando un film) non solo ha senso di esistere, ma è anche una di quelle cose da mettere in libreria e mostrare ai nipoti prima che ti umilino a Call of Duty XX.

The Art of Atari è la prima raccolta di tutti questi artwork, presi da collezioni private di tutto il mondo (strano che non siano venuti a bussare a casa mia). Tra le pagine del libro scorrono oltre 40 anni di storia dell’Atari, dalle copertine, al merchandising, dalla pubblicità ai cataloghi. Non mancano restrospettive sui giochi più famosi, concept e foto dei bozzetti originali, prove scartate, schizzi, interviste agli artisti coinvolti nella creazione, dietro le quinte e così via.

Ah è un’ottima riprova del fatto che, a volte, più bella era la copertina e più brutto era il gioco. Basta guardare quella di E.T.

Insomma, se cercate un tuffo nel passato, Art of Atari è probabilmente il trampolino giusto.


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