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Interviste

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Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo: “Il male è ovunque”

Venerdì 23 agosto il pubblico di Ravenna ha potuto incontrare e celebrare un vero e proprio maestro del cinema italiano. In un’anticipazione del Ravenna Nightmare Film Festival, rassegna dedicata al lato oscuro del cinema, nella prestigiosa cornice del Cinema City, Pupi Avati ha presentato il suo ultimo lavoro Il Signor Diavolo, attualmente nelle sale italiane. Ad accompagnarlo sono stati lo scrittore romagnolo Eraldo Baldini e il direttore artistico del festival letterario GialloLuna NeroNotte Nevio Galeati.

Avati ha così introdotto Il Signor Diavolo: Siamo in un momento di grande crisi e difficoltà per il cinema italiano, che produce quasi esclusivamente commedie sul presente, con una panchina molto corta, perché i cast di questi film sono più o meno sempre gli stessi. E anche i risultati, non sono quei grandi risultati che dava la nostra commedia di costume, ma sono riscontri molto modesti. Oggi il mercato è in mano per l’80% al cinema americano. Quando si guardano le classifiche, molti weekend nei primi 10 posti per incasso, non ci sono film italiani. Succede, ed è tremendo. Quando cominciai a fare cinema io, in Italia si producevano 350 film all’anno, quasi uno al giorno. Film di tutti i generi: drammatici, d’amore, musicali, western, e ovviamente horror, che venivano venduti in tutto il mondo. Improvvisamente, non si è più fatto nulla. Ci si è ridotti a fare questo cinema di commedia, sul presente, con dinamiche uguali a quelle che trovi a casa tua. Le cinematografie più evolute, come quella nordamericana, hanno continuato invece a fare film sul futuro, sul passato. Non hanno paura, allargano la dimensione. Quando sono andato a proporre questo film, con la definizione di gotico rurale, o gotico padano, i produttori mi hanno detto quasi tutti di no. Ho avuto ben sette no prima di trovare un distributore che mi finanziasse il film, cioè Rai Cinema insieme a 01 Distribution. Due sere fa ero a Bologna, ieri a Comacchio, stasera a Ravenna: trovo sempre sale piene. Cè quindi una potenzialità per questi generi, non è vero che il pubblico italiano li rifiuta. Se confortate me, confortate anche altri miei colleghi ad avere coraggio e a fare film di fantasia, uscendo dai confini angusti di una realtà un po’ triste, nella quale siamo costretti a vivere.

Il Signor Diavolo

Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo

Dopo la proiezione del film, Avati si è lasciato andare ad alcune importanti riflessioni sul suo ultimo film e sul contesto socio-culturale in cui è ambientato, cioè l’Italia dei primi anni ’50, dominata dalla Democrazia Cristiana e da una tradizione rurale ancora fortissima.

Io avverto una sorta di nostalgia per quel periodo, ha esordito Avati. Quel periodo buio, cupo, tetro, in cui la Chiesa stessa ha ottenuto la figura carismatica del parroco di campagna. Io nel 1952, in cui è ambientato il film, ero già ragazzo, e per motivi bellici sono stato sfollato in campagna. I gesuiti dicevano “Dateci un bambino nei primi cinque anni della sua vita e sarà nostro per sempre”. Questa cultura contadina mi ha nutrito, una cultura terrorizzante, in cui si andava a letto in stanze buie. Il Signor Diavolo è infatti un film sulla paura del buio, che è una paura atavica, ancora oggi attuale. Un bambino di oggi ha ancora paura del buio, non è che perché ha visto Il re leone ne è stato affrancato.

Come in molti altri lavori di Avati, primo fra tutti La casa dalle finestre che ridono, ne Il Signor Diavolo gli uomini di chiesa rivestono un ruolo fondamentale, e per certi versi inquietante. Il prete è depositario di misteri, ha sentenziato Avati, cammina a un’altezza a metà fra terra e cielo. Una volta saliva su quei pulpiti, che adesso non si vedono più. Saliva lassù e ti raccontava cose che andavano oltre Dante Alighieri: l’Inferno, i peccati, la dannazione. Questa educazione ci ha portato ad avere un senso di colpa. Adesso il demonio non è più candidabile, ma non vuol dire che il male non ci sia. Io per esempio sono una persona profondamente invidiosa, non sopporto i successi altrui. Preferisco gli insuccessi altrui che i successi miei. Quando sono andato a confessarmi a San Pietro ho detto che sono deluso dal sacramento della confessione, perché confesso sempre i soliti peccati, cioè l’invidia e l’egoismo. Io infatti sono invidioso e dò solo il superfluo, mentre invece il cristianesimo dice che devi dare anche l’essenziale. Il confessore mi ha detto che non avevo bisogno di essere confessato, ma di uno psichiatra.

Il senso de Il Signor Diavolo, per il regista è molto chiaro: L’assunto del film, al di là del buio, è che il male è ovunque. Il male è in noi e in tutti gli altri. Il male è persino nel bambino meno sospettabile. Come è chiara del resto il ruolo del funzionario Momentè, chiamato a indagare su misteriosi eventi che coinvolgono la Chiesa in Veneto. La figura del forestiero Momentè, culturalmente distante anni luce dai protagonisti, induce identificazione dello spettatore, perché anche lui viene da quel mondo lì. Questi personaggi finiscono sempre male perché mi assomigliano. Io sono un perdente, non lo dico con civetteria. Sono un perdente e sono sedotto dagli inadeguati, da chi cerca la felicità ma non la vede mai arrivare. Io ho 80 anni e i miei titoli di coda non sono lontani, quindi posso fare i conti con la mia vita, e mi rendo conto che innanzitutto non ho fatto il film della vita, il che è anche positivo perché mi fa sperare che io lo possa ancora fare. Essere insoddisfatti produce energia. Io vedo tanta gente soddisfatta di di se stessa, pacificata col mondo. Io non li invidio, e penso che il nostro dovere sia dare quello che di te ti è stato dato, come nella parabola dei talenti. I miei protagonisti sono sempre personaggi con problemi, con grandi sogni che non si realizzano, ma che continuano ad avere fino alla fine.

Pupi Avati ha poi spaziato sulla sua personale idea di fede, e, più in generale, sulla speranza. La mia fede non è autentica. Io voglio credere, io penso che Dio sia indispensabile perché vedo un livello di ingiustizia così diffuso, non tanto a livello pubblico, ma in persone accanto a me. Persone che nascono nel dolore e muoiono nel dolore, nate nell’ingiustizia e morte nell’ingiustizia. Io vado in chiesa e prego Dio di esistere, perché non credo più a un’istituzione che possa penetrare in ambiti privati e restituire giustizia, ci vuole qualcuno dall’alto. Questo proselitismo laico, per il quale mi si deve convincere a non credere, per quanto riguarda me, lo posso anche sopportare, ma per altre persone, che non hanno altro che l’aspettativa del dopo, non lo posso accettare. Quando ti muore un figlio,come puoi permettere di dire a qualcuno che non c’è altro? Io penso che sia profondamente ingiusto privare le persone di aspettative e di sogni. Ai miei ragazzi dico di fare sogni, anche ambiziosi, perché magari non si realizzeranno, ma sarà sempre meglio morire inseguendo un sogno che rassegnarsi al fatto che non succeda niente. Io vedo i miei figli 40enni e i miei nipoti che sono già rassegnati, rinunciatari. Non confidano nel fatto che la vita possa essere qualcosa di orrendo ma anche di straordinario. Io 50 anni fa vedevo bastoncini di pesce. Improvvisamente mi sono trovato a vedere 8½ e sono andato al Bar Margherita a dire a tutti di vederlo. Quando tutti lo videro, dissi: ci proviamo? Bellocchio ha fatto un capolavoro come I pugni in tasca con 38 milioni! Ero come Gesù con gli apostoli, stavo facendo la squadra. Era meraviglioso. Quella sera lì è nata una storia. Siamo stati tutti a Piazza Minghetti a prendere nomi dei registi e abbiamo mandato migliaia di lettere, ma non ci ha risposto nessuno. Poi un giorno, nella buca della posta ho trovato una lettera. L’ho presa e sopra ho visto il mittente più autorevole che si potesse desiderare: Ennio Flaiano. Ci aveva risposto Ennio Flaiano! Aspetto la sera per aprirla con tutti gli altri. Vado al bar, la apriamo, tiriamo fuori il foglio e c’era scritto: “Non scrivetemi più!”.

Dopo un breve accenno ai progetti successivi a Il Signor Diavolo, (Oggi ho incontrato il sindaco di Ravenna, una settimana fa quello di Firenze, perché abbiamo da molti anni l’intenzione di fare un film su Dante) e una carezza alla sua terra (Io ho presentato il film solo in Emilia-Romagna per vigliaccheria, perché sento che è una zona con molta amicizia nei miei confronti. Qui io sento di parlare una lingua a me amica), Avati ha commentato i primi incoraggianti risultati de Il Signor DiavoloLa prima sera mi sono arrivati 313 risultati, cioè le 313 sale dov’è il film. Io adesso vado in albergo e mi trovo 313 situazioni, poi mi confronto con mio fratello. Il risultato di ieri sera non era né Il Re leone, né Fast and Furious, ma era il terzo risultato. Ed è un risultato per il quale Rai Cinema stamattina si è congratulata. Ed è la prova che essere così negativi su un genere è un errore. Non soltanto un genere, ma tutti i generi. Evidentemente noi non abbiamo tante tecnologie, però i film “de paura”, con atmosfere, li sappiamo fare. Qui i pochi effetti che ci sono li ha fatti Sergio Stivaletti, con cose molto semplici, e se il film funziona non è certo per quelli. Il Signor Diavolo non è fondato sugli effetti speciali. Se noi abbiamo avuto un trasteverino come Sergio Leone che si è inventato il western, con sfrontatezza, vuol dire che possiamo permetterci di essere più coraggiosi e di non ripiegarci sulla commediola. Siamo dentro a una sorta di grande ricatto, per cui le altre cinematografie spaziano, mentre noi no. Il cinema italiano a Venezia avrà titolini, mentre si spenderanno tanti soldi per esaltare il cinema americano.

Il regista ha poi concluso l’incontro, al termine del quale ha ricevuto la notizia della morte del suo attore feticcio Carlo Delle Piane, con una toccante riflessione sulla sua carriera e sulla sua vita. Per Il Signor Diavolo non voglio parlare di prodotto finale, direi più sintesi momentanea. Quando fai un film ci metti dentro tutto quello che hai fatto prima. Come dice Proust, il futuro si trasforma in passato. Cominci ad avere nostalgia del passato e a un certo punto dell’ellisse della tua vita, in cui il fisico si indebolisce, i ricordi prendono il sopravvento. Il tuo io però percorre una traiettoria completamente diversa. La fine dell’ellisse è la vecchiaia, che è misteriosa e affascinante, perché produce la nostalgia della tua adolescenza. Torni ad avere la voglia di essere figlio e tenere per mano i tuoi genitori. Da vecchio percepisco i bambini come non li ho mai percepiti, perché fra un vecchio e una bambino c’è una sintonia profonda, grazie a un sentimento che ci rende migliori: la vulnerabilità. Le persone più vulnerabili sono le migliori. Più uno è vulnerabile, più capisce l’altro. Io sento che invecchiando sono diventato molto più percettivo su tutto ciò che ci circonda. E sento che la fine del mio viaggio si dovrebbe concludere in quella cucina di Via San Vitale 5, dove mi aspettavano i miei genitori per la cena.

La Madeleine Dragon's Lair

I podcast per la vostra estate

I privilegi e i vantaggi che offre ascoltare un podcast sono molti: un podcast si può ascoltare quando si vuole; lo si può ascoltare da qualsiasi device (anche da un device anziano e senza schermo – se si scarica il file audio); lo si può ascoltare sui mezzi al posto della musica pop tutta allegra che avete in cuffia in modo da evitare due cose: A) l’effetto straniante che provoca la distanza tra la realtà umana che vi ritrovate sull’autobus delle 12:30 di un mercoledì d’agosto e B) se l’anziano davanti a voi dovesse lamentare qualche mancanza di deferenza nei propri confronti non dovreste interrompere una bella canzone ma solo la voce di un conduttore; lo si può ascoltare al buio o con gli occhi chiusi (gli schermi e le luci non aiutano durante le notti afose e per chi non si porta dietro l’ombrellone in spiaggia perché è un vero duro è manna dal cielo); i viaggi in macchina di mattina presto verso il posto dove trascorrere le ferie senza più la voce di Bordin a fare compagnia possono essere riempiti da alcuni di questi bellissimi programmi:

 

Cavour

Giornalista per Il Foglio, L’Opinion e autore di 24 Mattino Francesco Maselli conduce abilmente il più bel podcast a tema politico in italiano. Cavour si occupa solo di politica estera (inevitabilmente si parla anche di quella interna, vista quindi da Roma) con semplicità e completezza e soprattutto ne si parla con ospiti che se ne occupano a livello professionale e politico, dai giornalisti invitati – come la bravissima Giulia Pompili per l’Asia – ai protagonisti della politica italiana, come Paolo Gentiloni sui dossier libici. Dalla situazione algerina (perché ne parlano in così pochi?) agli affari vaticani, dalla rilevanza italiana nel continente all’importanza della Cina, consiglio Cavour, che ha anche una bellissima sigla elettronica che gasa tantissimo. Per la storia del vero Cavour vi rimando a quest’altro podcast di Alessandro Barbero.

 

 

La Bussola di Carta

Bussola alla mano, partiamo per un viaggio alla scoperta del mare di carta del fumetto italiano. Così recita la descrizione del miglior programma dedicato al fumetto, prodotto da Malarazza e condotto da Zanno. La Bussola di Carta affronta un viaggio per gli antri segreti del meglio del fumetto underground: Spugna, Martoz, Jacopo Starace, Cammello. Per ora sono questi gli ospiti di Zanno e della sua inconfondibile verve. Consigliato a chi ama le scazzottate, le distorsioni, le metamorfosi e quel minimo di sense of wonder di puro straniamento che caratterizza i fumetti dei sopracitati.

 

Tizzoni d’inferno

Prendete dei fumettisti e degli appassionati del fumetto, metteteli in un bar e cominceranno a parlare di fumetti. Quindi lo sceneggiatore e direttore editoriale di Feltrinelli Comics Tito Faraci, Lavinia Michela Caradonna e Matteo Scandolin (e Giulio D’Antona) registrano le loro chiacchierate al Secco, meraviglioso bar sui Navigli, per la piattaforma Querty. Il podcast – che va in onda anche su Radio Onda D’Urto – ospita in ogni puntata alcuni dei fumettisti più interessanti e importanti del panorama italiano, si consigliano titoli e fumetti da edicola e si ride molto. Un podcast che sembra registrato in bar – perché è registrato in un bar – è il divertimento che non si può far mancare un appassionato di fumetto. Un applauso al Secco!

 

Fottuti geni

Lo conoscete Massimo Temporelli? Conduce il podcast di divulgazione scientifica migliore che si possa trovare in giro. Già fisico, Temporelli ha lavorato in un museo e oggi si occupa di diffusione della cultura dell’innovazione. Leonardo, i ragazzi di via Panisperna, Marconi e Marie Curie: questi sono solo alcuni dei grandi scienziati della storia a cui ogni puntata è dedicata. Oltre alle biografie dei personaggi è interessante l’approccio storico sulla scienza e la tecnologia, di cui si sente spesso la mancanza in particolar modo a scuola. Temporelli riesce però a catturare molto velocemente l’attenzione dell’ascoltatore, per portarlo in un mondo di straordinarie scoperte che risiedono nella mente dei fottuti geni della storia.

 

 

Archivio Pacifico

Francesco Pacifico (scrittore: Le donne amate, Seminario sui luoghi comuni), intervista persone molto brave in quello che fanno. Dalla chef-star Alessandro Borghese alla decana delle giornaliste di cinema e cultura popolare Natalia Aspesi, dallo scrittore Nicola Lagioia, fino a Giancarlo De Cataldo. Pacifico, attraverso chiacchierate rilassate e rilassanti, si fa raccontare strani aneddoti, storie fuori dal comune, desideri, paure e ricordi da alcuni dei personaggi più interessanti che fanno o hanno fatto la cultura italiana. Dio si nasconde nei dettagli.

 

Veleno

16 bambini portati via dai propri genitori, accusati di essere pedofili e satanisti. Veleno è un podcast in 7 puntate che racconta una storia da far paura. C’è anche un libro molto bello pubblicato da Einaudi.

 

Abisso editoriale

Maria e Alessandra vi parleranno dell’editoria con i tentacoli, della storia e delle vicende editoriali di alcuni degli scrittori che amate di più e di tanti altri aneddoti interessanti. Non c’è solo la storia, in Abisso editoriale, c’è anche spazio per i temi di attualità, per definire lo stato dell’arte della materia in questione. La situazione delle riviste letterarie, quella delle scuole di scrittura e quella degli pseudonimi. Fatevi avvolgere dagli splendidi e paurosi tentacoli che emergono dal fondo dell’abisso. Vi divertirete.

 

 

The Guardian’s Audio Long Reads

Si impiega molto tempo per leggere i long form del Guardian ma ne vale la pena, sono degli ottimi articoli (le cose più interessanti sono in inglese, c’è poco da fare). Tuttavia – se per vari motivi voleste riposare gli occhi – si possono trovare ovunque i podcast di questi articoli, di una qualità suprema.

 

PopScriptum

E poi vabbè, sì, c’è quello di PopCore (lo riprendiamo, giurin giurella).

Millennials, abbiamo parlato con gli autori del prossimo libro che dovrebbe diventare una serie tv

Millennials è un libro scritto dal collettivo di autori detto La Buoncostume (nome bellissimo, se volete sapere la mia opinione) che rappresenta una delle più interessanti novità editoriali del periodo.

Da sempre nella storia ci sono due forze in campo che lottano e sul cui equilibrio si basa lo sviluppo dell’uomo: il Vecchio e il Nuovo. Il primo lotta per rimanere al suo posto e non farsi scalzare, ma col tempo perde la forza e rischia di trascinare il mondo verso derive che non hanno più senso, il secondo scapita per affermarsi, ma spesso ha bisogno del tesoro di esperienze accumulate dalle generazioni precedenti.

Vecchio e Nuovo, genitori e figli, pensionati e precari, politici parrucconi e nuovi rampolli sono sempre divisi tra conflitto e collaborazione, ma cosa succederebbe in un mondo in cui gli adulti smettono di esistere?

Millennials

Millennials racconta ciò che succede quattro anni dopo Il Blocco, ovvero il momento in cui tutte le persone sopra i 17 anni e mezzo si paralizzano per strada in una sorta di animazione sospesa. Nono sono vivi, non sono morti, sono statue che ricordano il passato.

Dopo la fase iniziale in cui tutti i sopravvissuti si comportano come si comporterebbe un adolescente quando i genitori non sono in casa, ma su scala mondiale, i ragazzi si organizzano in una sorta di “Mondo Nuovo” fatto di comuni in cui ogni decisione è frutto di lunghi dibattiti, forum che si reggono su reti traballanti e una valuta, il syn, con cui viene pagata qualunque cosa, dai tutorial su come spegnere centrali nucleari ai pochi alcolici che si riescono a coltivare.

Chi preferisce vivere di saccheggi viene rapidamente isolato e finisce per unirsi alle poche bande che ancora resistono, ma anche questo Mondo Nuovo che riesce a fare a meno degli adulti ha i suoi segreti. Insomma, se vi aspettavate il classico “Signore delle mosche” in salsa moderna rimarrete sorpresi.

Millennials è un libro molto particolare nell’attuale panorama italiano della letteratura. Intanto è scritto molto bene, con una divisione a capitoli che segue i personaggi in stile Game of Thrones che col tempo li porta sempre più vicini, sempre più legati tra loro, inoltre è un libro che sfugga alla nostalgia imperante e al bisogno che ti arriva dopo i 30 anni di ascoltare troppo spesso “sui giovani d’oggi ci scatarro su“. Inoltre, è un favoloso esempio di speculative fiction italiana, ambientata in Italia, che riesce a non essere assolutamente provinciale, che vive di ciò che è e non del bisogno di facilitare le cose al lettore per paura di non essere capita.

Per parlarne un po’ abbiamo coinvolto in una lunga chiacchierata Simone Laudiero, autore fantasy italiano che fa parte de La Buoncostume e che, per spirito di comunione col suo romanzo, abbiamo deciso di intervistare via chat.

Ciao Simone, allora facciamo che iniziamo questa intervista via chat, l’idea mi piace perché in effetti è molto in linea con Millennials, dove tutti i ragazzi comunicano attraverso una sorta di rete chiamata Syn. Vediamo come va. La prima cosa che mi viene in mente è che io faticherei a scrivere un romanzo a quattro mani, voi lo avete fatto con quattro persone, vi ha aiutato la visione in capitoli?

No, il lavoro di scrittura vero e proprio è tutto mio. Da bravi sceneggiatori però abbiamo condiviso tutto il lavoro di progettazione, a volte anche molto nei dettagli. Insieme prendevano tonnellate di appunti, poi io sparivo per qualche settimana e scrivevo una parte

Ah ecco, c’è il trucco!

Hehehe

Quindi diciamolo, gli altri della Buoncostume sono dei culattoni raccomandati

E anche bamboccioni. Si salvano con un paio di idee niente male

Sei un po’ il John Lennon che porterà alla rottura, ma senza piombo in corpo

No no storicamente john Lennon è Pier Mauro Tamburini

Giusto

Diciamo che sono il ghost writer del gruppo (e quindi anche di me stesso)

Come nasce l’idea di Millennials? Dalla voglia di scrivere della speculative fiction? Da quella di raccontare una generazione in modo differente? Qual è la scintilla che ha dato il via a tutto?

Due scintille, direi: da una parte questa immagine di tutti gli adulti bloccati, ridotti a statue mummificate che infestano le città e i paesi. Un’idea puramente visiva. Dall’altra la voglia di raccontare il conflitto generazionale sull’opposizione energia/stasi. I giovani che creano, gli adulti che soffocano. Anzi che bloccano. Quando il libro inizia i ragazzi sono soli, e stanno costruendo la società che vorrebbero, ma non appena qualcosa minaccia questa felicità, si creano delle tensioni, degli squilibri

Come sono state le prime reazioni?

Molto buone, ci arrivano un sacco di messaggi su FB e su IG di gente che lo sta leggendo, specialmente, moltissime foto spedite in piena notte da gente che non riesce a smettere di leggerlo. Che poi è la soddisfazione più grande: sapere di aver creato quella stessa passione che ha fatto innamorare te dei libri Mission accomplished!

Parliamo del fatto che neppure voi siete tanto giovani alla fine, come avete aggirato il rischio di creare giovani visti da una persona con 10 anni in più sulle spalle?

Beh, scrivere dei ragazzi per un autore adulto è sempre una sfida. Utilizzi la tua esperienza di quando avevi quell’eta e la integri con ciò che vedi dei ragazzi. Cercando di osservarli senza nessun preconcetto, anzi con l’ingenuità con qui li avresti osservati alla loro età.

Quindi avete preso dei 17enni e li avete messi in una teca con un telefono, confessate!

Hahaha no. Però origliavo tutti, in autobus, per la strada… tutti i discorsi assurdi che fanno. Che era un lavoro che personalmente avevo già iniziato per la mia trilogia per ragazzi

In effetti scrivere di un ragazzo di oggi, alla velocità con cui nascono e muoiono le mode, dev’essere un po’ come scrivere di fantascienza

Si per le mode siamo partiti dall’idea che quattro anni dopo l’evento del blocco tutto fosse nuovo: generi musicali, linguaggio, cosa è cool e cosa no. Per esempio, la cosa più da sfigati in questo mondo è assumere le pose degli adulti

Vero, le pose “adu” e c’è un gran bel lavoro sul gergo e generi musicali assurdi e sulle canzoni. In questo Millennials è realmente fantascienza, perché sei calato in media res in un mondo nuovo.

Si esatto. Per farlo sono corso a rileggere Gibson, che è maestro assoluto di quella roba, non ti spiega un cazzo per le prime 150 pagine.

Vero, di solito le prime pagine di Gibson servono a disorientare il lettore, leggi “sprawl” e dici “ma che roba é?”, però il bello è che poi diventa linguaggio comune, chissà che qualche giovane lettore non inizi a usare il vostro gergo.

Gibson è un titano del world building. Ha sostanzialmente rinunciato a fama e ricchezza triple per poter usare quel suo metodo spaesante.

Pensi che i ragazzi lo leggeranno? O forse più i nostri coetanei?

Il libro è pensato per essere un’avventura, con un sacco di botte, esplosioni e misteri, è scritto da videogiocatori, pensato per provare almeno a competere con gli altri stimoli che i ragazzi hanno di questi tempi. Secondo me la cosa che può risultare un po’ faticosa per un lettore non abituato a leggere moltissimo sono i tanti punti di vista che all’inizio richiedono impegno.

Son contento che hai tirato fuori i videogiochi, perché in effetti dentro Millennials ti levi lo sfizio di usare Last of Us come se fosse una fiaba per bambini.

Esatto! Lo sfizio, hai detto benissimo. Per quella scena uno sarebbe andato su Star Wars, l’iliade moderna, ma sarebbe stata una scelta da nonni

Sì, ho notato che qua e là hai inserito piccoli ganci pop non banali. Tra l’altro Millennials è una delle poche opere di oggi che non si aggancia alla nostalgia del passato. Se non come qualcosa di morto.

Hehehe si, sarebbe stato assai ipocrita, oltre al fatto che come dire, la nostalgia non è più tanto cool.

Vero, però anche coraggioso di fronte a una generazione che sta scoprendo ora la vecchiaia e i bei tempi andati.

Si sì ma io per primo, nel privato non vedo l’ora di passare il fine settimana a giocare a Phantasy Star e Golden Axe. Però un’altra cosa sono i mondi che crei.

Però va anche detto che la nostalgia per me funziona bene quanto mantiene una certa distanza, troppo da vicino spesso la realtà dell’invecchiamento fa male. Ho rigiocato a Toshinden, volevo morire.

Senza dubbio, molto giochi per  esempio sono belli da guardare su Youtube, ma giocati con la giocabilità di un tempo sono terribili, altri invece sono magici. Tipo: il primo Zelda, ma come fa?

Ma torniamo al romanzo, ammetto che Millenials come titolo mi ha un po’ stranito, forse perché è una parola ormai strausata e rischia di essere respingente. Anche perché, a voler fare i precisini, quasi parla di Generazione Z.

Ne abbiamo parlato a lungo, la nostra idea è che col tempo la parola millennials cambierà significato, già un po’ lo sta facendo. Vuol dire sempre di più solo “giovane cresciuto nella tecnologia”, un super-nativo digitale

Sì, anche perché ormai in teoria è una generazione che prende quasi vent’anni. Impossibile comparare uno nato a metà degli anni ’80 con uno nato nel 2000, eppure c’è questa idea di macrocategoria

I sociologi sono un po’ nel panico, continuano a rimandarne la fine. La nostra idea è che man mano verrà ritardata sempre di più, perché ci accorgeremo che quelli nati dopo il 2000 sono i veri nativi digitali. Il nipote di una mia amica, che se gli chiedi una parola con la A risponde “ackeraggio”

Lo capisco quel bambino, io da piccolo alle parole con la E rispondevo ESOSCHELETRO (sì ero un bambino particolare).

Ma sto bambino ha risposto Extreme. Neanche lo sa che non è italiano. Gibson prendi nota!

Scendiamo un po’ nel profondo: avete spesso definito Millennials come una utopia, ma io le utopie me le ricordavo meno violente

Quando il libro inizia assistiamo ai lavori in corso di una società migliore della nostra, non perfetta per due motivi: il primo è che non sarebbe realistica. Due, le vere società perfette danno i brividi e in letteratura nascondono sempre un pacco. Però diciamo che i ragazzi stanno costruendo un mondo in cui la violenza non conviene. È la cosa più stupida da fare

In effetti il messaggio è “lasciateci sbagliare a modo nostro”

Esatto, diciamo che è un mondo in cui le stellette di GTA funzionano, ma non vieni espulso per sempre. anche il peggior antisociale può essere riaccolto se una comunità decide di fidarsi. Scegliamo di giocare a un certo gioco di speranza, con la consapevolezza che mille distopie giocano al gioco opposto di disperazione ogni giorno

Però in questa società c’è comunque un pacco, ci sono segreti e trame nascoste. Forse perché i segreti e le trame sono un inevitabile sottoprodotto del potere e il potere c’è anche nelle utopie positive

Ovviamente il sistema, per quando illuminato e Smart, è fatto di persone, e le persone hanno passioni appetiti. Le paure, anche in buona fede, generano divisioni e l’autore ha del conflitto con cui lavorare

Si Millennials si mantiene sul confine fra distopia e utopia, forse è un genero suo: la dynatopia. Qualcosa di possibile. Solo perché ho scoperto ora che dynatos in greco vuol dire “possibile”.

Stessa radice di dinamico? Dynatopia mi piace molto, da non confondere con la dynotopia

Dynotopia, perdonami, è una cosa ancora più bella. Dai, abbiamo appena inventato un genere letterario in diretta.

Vedi mondo che le interviste in chat sono le migliori?

ADESSO SPOILERIAMO DURO, ATTENZIONE SE NON AVETE LETTO

Parliamo un po’ della coscienza collettiva e della parte più controversa, per me, del finale? Innanzitutto, come mai questa forte virata verso lo zombie movie?

Ti dirò, noi non l’abbiamo mai vissuta così (però capisco che ti abbia fatto questo effetto). Per noi era più che altro, da un punto di vista di design, uno stadio del mostro. Ci siamo resi conto che trattarlo come il mostro di una storia horror con tutte le sue fasi (sembra morto, sembra innocuo, fa cose strane, si incazza, è più intelligente di te, è imbattibile) ci aiutava a gestire l’evoluzione della vicenda. Poi ovviamente ha anche altri aspetti.

Mi pare ci sia un altro elemento in gioco, qualcosa che potrebbe essere Gaia o una coscienza aliena

Si infatti. È plausibile che arrivi da un altro mondo. Scegliamo di non dirlo, perché la stessa entità non lo sa molto bene, non ha il tempo di prendere sufficiente coscienza. Però io scommetterei su “forma di biotecnologia aliena”, probabilmente malfunzionante.

Dovremmo chiederlo all’autore!

Questo è il tipico caso in cui l’autore collettivo ne approfitta per passare in giro la patata bollente. Ma ci piace pensare, un po’ da fighetti, che la risposta sia una dialogo in corso più che un dato certo.

Quindi volendo potreste parlarne ancora in un altro libro?

Si sì. Diciamo Che un seguito sarebbe possibile (ma molto difficile da scrivere) e probabilmente chiarirebbe certe cose. Però a noi piace che il lettore ne sappia quanto è giusto, cioè quanto è ragionevole che ne sappiano i personaggi che ha seguito

Quale tra i personaggi è il tuo preferito? Ce n’è sempre uno

Il più bello da scrivere è stato Olga. Da lettore forse sarebbe Marcello, perché ha più percorso

Si nota che c’è un certo favoritismo, è un po’ la chiave di volta.

Beh, diciamo che anche in un corale serve un protagonista, che spesso è anche osservatore, ma appunto è chiave di volta.

La cosa che forse ho più apprezzato è il ritorno della rete a una sorta concetto primordiale, egualitario, privo di algoritmi, sarà che mi sono formato sui forum, non sui social.

Si esatto, è un internet che fa un passo indietro e un passo avanti. Anche noi ci siamo formati prima dei social, infatti abbiamo ricevuto la critica che sembra un internet di fine anni Novanta. Ma l’idea è che il syn sia in primo luogo uno strumento, una cosa che ti è davvero utile, non come i social.

Una sorta di via di mezzo tra bitcoin, wikipedia e le stellette di GTA.

Si è valuta, tendenzialmente meritocratica, una banca del tempo che include ogni cosa, è forse la parte più utopisticamente positiva del racconto, insieme al finale.

Il finale mi pare una sorta di punto di conciliazione tra adulti e ragazzi, come se quell’amore per i genitori tenuto nascosto per sentirsi grandi fosse alla fine esploso in una enorme bolla di empatia che rende i sentimenti qualcosa di tangibile come gli odori. Tu che dici?

C’è senza dubbio una sorta di amore che contrasta la violenza, un momento di crescita per i ragazzi che passa attraverso l’accettazione e la consapevolezza.

Beh, in effetti c’è chi sosterebbe che la vera crescita di una persona passa dall’uccidere metaforicamente idoli e genitori, che a volte si concretizza in ciò che diventi quando smetti di essere un figlio.

Infatti, il nostro mondo è un po’ sospeso. Perché i genitori sono “morti” ma in tanti fanno i salti mortali per negarlo. Ci sono anche religioni dedicate ai bloccati, un aspetto forse poco esplorato. È una delle cose che abbiamo un po’ sforbiciato per evitare che il libro fosse di 600 pagine

In effetti il vostro è proprio un world building, avete considerato l’idea di farlo diventare una serie tv mentre scrivevate?

In realtà l’idea arriva da un pitch per una serie, d’altronde nasciamo sceneggiatori. Sicuramente sì, molte cose sarebbe bello tradurle visivamente. La sola immagine dei bloccati è molto cinematografica. In tanti ci stanno dicendo che sarebbe un’ottima serie, speriamo!

E adesso? Pomeriggi su Red Dead Redemption 2 o Giochi di ruolo?

Lasciamo stare, ho la PS4 a riparare

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CineComic Fest — intervista a Giorgio Viaro

Il direttore di Best Movie racconta il festival genovese dedicato a cinema e fumetto con Recchioni, Zerocalcare e Spiderman: Homecoming

Dal 5 al 9 luglio a Genova si terrà il Cine&Comic Fest, nuova e interessante manifestazione genovese che analizza il rapporto tra film e fumetti attraverso incontri con personalità del calibro di Roberto Recchioni e Zerocalcare, ma anche anteprime di lusso come quella dedicata a Spiderman: Homecoming, Monolith e Nemesi.

Sull’argomento ho fatto quattro chiacchiere (in rete, perché il fortunato si trova in Nuova Zelanda sul set di Mortal Engines, nuovo film di Peter Jackson) con Giorgio Viaro, organizzatore della manifestazione e direttore di Best Movie, probabilmente la rivista cinematografica più in salute del panorama italiano.

Cosa rappresenta per te il Cine&ComicFest, sia a livello personale che generale? Quali sono state le tappe più importanti per renderlo realtà?

Cine&Comic nasce dalla volontà di Porto Antico, e in particolare di un amico di lunga data — Luciano Bernardini — di creare a Genova un evento pop di richiamo nazionale all’interno della rassegna EstateSpettacolo. Doveva essere legato soltanto al cinema, ma data la congiuntura che stiamo vivendo e le mie passioni, ho pensato che declinarla così, incentrandola sui cinecomic, fosse l’idea migliore, anche perché un festival tutto dedicato ai cinecomic in Italia non esisteva. E non mi risulta niente di simile nemmeno altrove, ma potrei sbagliarmi. Vista la conferenza stampa di Lucky Red di questi giorni, con i titoli annunciati, come il film di animazione di Golem, e l’attenzione che le distribuzioni hanno subito manifestato per l’evento, penso che la scelta possa rivelarsi vincente.

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Come è cambiato in questi anni il ruolo del recensore cinematografico?

Troppe opinioni, nessuna opinione. Oggi il recensore deve essere molto più un mediatore che un giudice, qualcuno che aiuta il lettore a identificare il suo spazio di interesse e approfondimento sui vari media.

Come si resta al passo coi tempi, con i linguaggi e con le mode, senza perdere sé stessi?

Credo che la prospettiva sia contraria: sono lo studio dei tempi e dei loro linguaggi che dovrebbero aiutarci a restare noi stessi. Non puoi imporre la tua visione del mondo al mondo stesso, sarebbe un atto di megalomania intellettuale. Restare aperti e vigili mi pare la cosa migliore.

Ormai il nome cinecomic è diventato quasi dispregiativo, qual è il tuo rapporto con questo genere?

Cinecomic ormai significa tante cose diverse: al Cine&Comic Fest avremo un esperimento italiano multimediale come Monolith, un film d’autore come Nemesi, un blockbuster tout court come Spider-Man: Homecoming e uno sui generis, virato al noir, come Logan nella versione in bianco e nero. Al punto in cui siamo arrivati disprezzare i cinecomic sarebbe come disprezzare l’horror o i documentari, una presa di posizione senza senso.

Sono le serie Tv a essersi fatte cinema o è il cinema ad essersi avvicinato alle serie TV?

C’è una convergenza, e il paradiso è che oggi c’è molto più serialità al cinema che in TV, e molto più cinema sul piccolo schermo che su quello grande. Il Marvel Cinematic Universe è pura serialità, Glow è un film di 5 ore. Ed è solo un esempio tra mille.

Cosa manca al cinema italiano oggi?

Il cinema italiano si sta ritrovando, la mutazione generazionale ha i suoi tempi, non bisogna avere fretta.

Sempre parlando di evoluzioni, come ti poni di fronte alle ibridazioni con la realtà virtuale, il cinema interattivo o, in alcuni casi, i videogiochi?

Mi sa che ci sto ancora pensando. Ma quando ho visto Carne Y Arena non mi è sembrato cinema da nessun punto di vista. Se superi la dittatura dell’inquadratura, stai facendo altro. Detto questo, amo la sperimentazione linguistica in qualsiasi campo.

Di tutti i grandi insiemi della cultura pop qual è quello che ti fa abbassare le difese e ti fa diventare un semplice fan?

Mi è molto difficile assumere quel tipo di posizione. Ci sono autori che mi fanno quell’effetto, da Louis CK a James Gray, passando per Zerocalcare e, che ne so, certi cantautori italiani. Ma non riuscirei a ridurla a un contenitore specifico, a un media. (ndR non è vero, sappiamo come Giorgio Reagisce ai Funko Pop)

Come ti spieghi questo enorme strapotere di una cultura pop che qualche anno fa sarebbe stata roba per nerd?

La cultura pop è debordata, ha trovato infinite strade per comunicarsi e compensato una certa disillusione politica ed economica generazionale, trasformando tutti in nerd.

Recchioni e ZeroCalcare sono caratterialmente agli opposti, ma entrambi due storie di successo, come li hai coinvolti? Cosa vorresti che portassero al Cine&Comic Fest?

Sono due persone che conosco ormai da un po’ e alle quali mi lega, se non un’amicizia — termine di cui non è mai bene abusare, anche perché ci frequentiamo pochissimo — una grande ammirazione per il loro talento e la loro etica professionale. MI hanno dato subito la loro disponibilità quando ancora il festival era soltanto un’idea. La loro diversità caratteriale è naturalmente una ricchezza ulteriore.

Il legame tra cinema e fumetto è l’unione più cinematograficamente importante degli ultimi anni? Quanto durerà?

Lo è per distacco, seguita direi dalle nuove, infinite forme del documentario. Durerà credo ancora a lungo. Almeno speriamolo, sennò tocca cambiare nome al Festival!

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