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La storia del termine Bimbominchia

Innanzitutto, se usi la K lo stai scrivendo sbagliato

Nella maggior parte dei casi i neologismi della lingua italiana ci arrivano dall’estero, tipo selfie, perché entrano a far parte della nostra quotidianità come mode che arrivano da fuori con due mesi di ritardo. Difficilmente la lingua italiana crea qualcosa di nuovo e quando lo fa vengono fuori cose tipo “petaloso” e tutti devono fare i brillanti su Facebook.

Per questo motivo sono particolarmente orgoglioso di raccontarvi la storia del termine “Bimbominchia” che sicuramente avrete incontrato almeno una volta nella vita, o perché lo eravate voi o perché lo avete usato contro qualcuno.

Intanto, nonostante quanto riportato sulla Treccani, si scrive senza l’uso della K, perché scrivere con la K è proprio una roba da bimbominchia. Sempre la Treccani sbaglia, perché identifica il termine come uno scontro generazionale tra adulti e ragazzi su Twitter, ma il termine nasce ben prima del social network con l’uccellino.

Il termine nasce su Manicomio, un forum creato all’interno di NGI, pioneristica associazione che nacque ai tempi della prima esplosione dei videogiochi competitivi in Italia e dei Lan Party. Manicomio era un forum decisamente particolare in cui il passatempo principale era discutere animatamente, offendersi i parenti senza farlo in maniera plateale, averla vinta sull’avversario e esercitare ogni possibile esercizio di retorica, anche i più vigliacchi, una sorta di Fight Club della parola.

Manicomio era caratterizzato da un nonnismo feroce, un regolamento contorto, pensato soprattutto per bannare i “niubbi”, ovvero quelli appena arrivati, e dal fatto che gli admin potevano essenzialmente fare ciò che volevano. Era un forum “pericoloso” perché entrarci senza conoscere le regole e senza rendersi conto che era tutto un gioco portava le persone a reagire malissimo e beccarsi ban che potevano durare mesi e che impediva loro di discutere nelle altre sezioni di NGI.


Era, anzi è, visto che esiste ancora, un luogo assurdo e sperimentale come la rete a cavallo tra ’90 e il 2000, in cui sono cresciute parole che oggi usano tutti come “troll”, “lol”, “meme” e in cui bisognava essere dotati di una buona dialettica, solide basi culturali e di un minimo di corazza, altrimenti era finita. Oppure bastava semplicemente essere troppo stupidi per capire gli insulti. Manicomio non tollerava debolezze. Probabilmente ci ho passato i miei anni su internet più divertenti, ci sono transitati diversi casi umani, che oggi probabilmente troverebbero posto in un video di Rovazzi, ma anche persone sorprendentemente brillanti.

Per chi riusciva a entrare nel suo meccanismo, il forum si rivelava per quello che era: un grandissimo gioco di ruolo sociale in cui ogni utente era un personaggio con punti di forza e debolezza, amicizie, cricche, tradimenti e colpi di scena. Tra tutti gli utenti uno dei più temuti e conosciuti era Lord Phobos, una figura dotata di autostima incrollabile, capacità retoriche e molto tempo a disposizione, che, giocando a fare il cattivo su internet, si divertiva a collezionare i ban niubbi sfruttando ogni possibile cavillo. Se Manicomio fosse stata una discarica, Lord Phobos sarebbe stato il cane da guardia che faceva paura ai bambini.

La sua frase preferita era “Dio come sono bello! Bello come sono dio!

Lord Phobos in una tenebrosa immagine di repertorio

Fu proprio lui a scrivere per la prima volta la parola “bimbominchia” per insultare un altro utente, chiamato Braindamage, come racconta lui stesso.

Volevo insultare Braindamage, che era sempre così dannatamente pirla, bambinesco, mieloso, sdolcinato, un fessacchiotto ridacchiante e trollante, un bambinetto del cazzo senza arte nè parte.Tutti i concetti sopra espressi si fusero istantaneamente in un’unica parola, diventando “Braindamage, tu sei un bimbominchia

Inizialmente il neologismo, nonostante il successo, rimase confinato al recinto di NGI o al massimo si diffuse in qualche altro forum che ne condivideva i lettori. Internet prima era un luogo fatto di compartimenti molto più stagni di adesso, mancava un canale in grado di unire quasi tutti, come Facebook.

Tuttavia, di lì a poco sarebbe arrivata un’altra piccola rivoluzione: World of Warcraft. Il gioco di ruolo online di Blizzard uscì 10 anni fa (col cavolo, ormai sono 13 e questo mi fa sentire ancora più vecchio) e portò in rete tantissimi giocatori, tra cui anche molti italiani e ovviamente anche una bella fetta di utenti NGI. La comunità italiana si concentrò soprattutto su un server chiamato Crushridge, fino a colonizzarlo quasi completamente in maniera non ufficiale. Il successo del gioco fu tale che per molti rappresentò anche la prima esperienza online di massa. Secondo voi cos’è un server di gioco pieno di ragazzini italiani che scrivono contemporaneamente? Un server pieno di bimbominchia.

In pochissimo tempo il termine si diffuse a macchia d’olio e fu storpiato con la K, arrivò in tutti i forum d’Italia, nei blog, nelle chat di msn, su FriendFeed, ICQ e tutte le forme d’espressione che stavano sbocciando in una web italiano ormai in piena espansione. Da là alla televisione, alle scuole, a Facebook e a YouTube il passo era breve brevissimo.

Eppure quasi nessuno sa come è nata la parola bimbominchia, perché con internet funziona così, è un ottimo strumento se devi informarti su ciò che è successo un mese fa o fuori dai suoi confini, ma quando si tratta di qualcosa generato al suo interno, soprattutto se è successo quasi vent’anni fa, la situazione si fa molto più complicata.

Per questo motivo quando i giornalisti scrivono dei fenomeni della rete tendono a prendere cantonate mostruose. Ad ora, pur scomodando gli amministratori di NGI, non sono riuscito a risalire al primo post, perché probabilmente il database originale non esiste più. Conservare ogni post di un forum per quasi vent’anni comporta un lavoro enorme… e spesso inutile.

EDIT: Dopo un lavoro collettivo con utenti dell’epoca siamo riusciti a risalire a quello che dovrebbe essere il post in cui tutto è iniziato. Ovvero questo. Alcune fonti apocrife e che verranno probabilmente represse nel sangue dichiarano che il termine “bimbominchia” sia stato utilizzato poco tempo prima da un altro utente che Lord Phobos sia solo responsabile di averlo reso famoso in tutta NGI.


Nessuno in quel momento aveva capito di trovarsi di fronte a un neologismo che un giorno sarebbe stato usato da Travaglio contro Renzi.

Ormai il termine non mi appartiene più, ma ha quasi mantenuto il suo significato originale: bambino indisponente, capriccioso, fastidioso, rumoroso ed inappropriato in ogni contesto, molesto nella sua enciclopedica inadeguatezza ed ignoranza che ostenta con fragore come una scimmietta che lancia le sue feci in giro, impunita. Il povero Braindamage non era in realtà poi così male”.

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Ultra Street Fighter II per Nintendo Switch

O di come si possa amare il proprio carnefice

Di Roberto Recchioni

AMARCORD

Mi piacerebbe dirvi che il mio rapporto con Street Fighter II è nato nel 1991, quando lo incrociai per la prima volta in un bar di Mestre mentre ero in gita con il liceo. E vorrei poi dirvi che il rapporto si cementò, diventando indissolubile, grazie alla sala giochi Extra Ball di Roma che al gioco Capcom aveva dedicato due intere pareti e che organizzava tornei a premi ogni settimana.

Ma non è così: perché per quanto trovassi incredibile il capolavoro della Capcom nella sua versione arcade, non riuscii mai a padroneggiarlo davvero in quel contesto perché io son sempre stato un tipo da pad e con gli stick equipaggiati dalle macchine arcade non ci ho mai saputo fare davvero.

Il mio amore eterno per Ryu e soci nacque l’anno successivo, quando Street Fighter II venne convertito per il Super Famicom. Il Super Famicom era la versione giapponese della console che da noi sarebbe poi arrivata con il nome di Super Nintendo, io l’avevo comprata qualche mese prima attraverso gli strozz… i commercianti che si dedicavano al mercato dell’importazione parallela. Il mio desiderio di possedere subito la nuova macchina Nintendo derivava principalmente da titoli come Super Mario World, Super Mario Kart, Super Ghouls ‘n Ghosts e Super Tennis, ma l’arrivo di SFII mi obnubilò la mente e feci carte false per farmelo recapitare a casa il giorno della sua uscita giapponese e per parecchio tempo non giocai praticamente ad altro perché era una conversione che mi sembrava praticamente perfetta. E poi, potevo finalmente giocarla con il pad.

Poi la Capcom ne fece uscire una seconda versione, la Champion Edition che permetteva di controllare i boss del gioco. Poi una terza, la Turbo, che aggiungeva opzioni e modalità, portava nuove mosse e bilanciamenti, ritoccava elementi grafici e reintroduceva gli stage bonus che erano stati eliminati dalla prima release. Poi una quarta denominata Super che aggiungeva nuovi personaggi. E una quinta, la Super Turbo, che arricchiva ulteriormente il pacchetto.

In sostanza, la Capcom apportando perfezionamenti e piccole aggiunte in ogni nuova release, anticipava il concetto dei DLC moderni. Solo che lo faceva con le cartucce e quindi rivendeva lo stesso gioco per intero. A prezzo pieno. Ed era un prezzo salato, specie se te li facevi arrivare dal Giappone perché dovevi averli subito per riuscire a padroneggiarne le novità prima di tutti gli altri.

E qui veniamo al punto in cui vi spiego perché SFII non era solo un gioco che mi piaceva (molto) ma anche una specie di religione. Perché a SFII non ci giocavo da solo ma con gli amici. Ci trovavamo dopo la scuola a casa di qualcuno, portandoci dietro le console, i pad e i giochi, e passavamo il pomeriggio sul divano a scambiarci calci in faccia e mosse segrete, organizzando sfide e tornei. SFII, assieme a Super Mario Kart e poi a International Superstar Soccer, fu il primo gioco a rendermi consueto quel concetto, che poi mi sarebbe diventato molto familiare, di Lan Party. Un mucchio di amici riuniti attorno a un videogioco, impegnati in sfide giocose ma competitive. Inutile che ve lo dica: era un bel modo per ammazzare i pomeriggi.

Quando il Super Famicon raggiunse il valhalla che spetta alle grandi console, SFII traslò su altre macchine: da quelle virtuali del Mame al Gameboy Advance, passando — ovviamente — sulle prime tre incarnazioni della Playstation. Il mondo però era cambiato: Internet era arrivato nella quotidianità di tutti, le nostre vite si erano complicate e per giocare assieme a qualche altro giocatore umano ormai mi affidavo al multiplayer online di giochi come Half Life, Counterstrike, Halo e un mucchio di altri. Anche questo era bello. Anzi, è bello ancora oggi. Ma non era la stessa cosa. È per questo che l’uscita di SFII per la nuova console di casa Nintendo, ha risvegliato in me antiche sensazioni.

IL CONTENITORE È IL CONTENUTO

Parafrasando McLuhan che diceva che “il medium è il messaggio”, mi permetto una breve disanima sulla Switch e sulle sue peculiarità. Perché diciamocelo, sulla carta lo Switch non ha nulla di nuovo o inedito. È sostanzialmente un grosso cellulare o un piccolo tablet con funzioni estremamente limitate a cui si attaccano due pad laterali. Quando sei a casa lo puoi agganciare su di un dock che ti permette di fruire i suoi contenuti su uno schermo ad alta definizione, quando sei in giro lo giochi standalone. Ma allora perché ha già saputo far innamorare tanta gente, me compreso?

Perché lo Switch, grazie alla sua portabilità, alla sua facilità di connessione e all’indipendenza e versatilità dei suoi pad, permette a due (o più) giocatori di sfidarsi allo stesso gioco stando tutti nello stesso posto. Un gruppo di amici seduti sul divano che giocano assieme, prendendosi in giro, sostenendosi, facendo il tifo o “gufando” (questo termine lo capiranno solo i vecchietti come me).

È una console sociale dove con “sociale” non si intende quella socialità virtuale del web 2.0 ma quel tipo di socialità che ti fa stare realmente con gli altri, in maniera fisica. In sostanza è una macchina che riporta l’idea di gioco come momento aggregativo al centro dell’esperienza.

E non è un caso che due dei campioni ludici di questo tipo di approccio, Mario Kart e SFII siano stati tra i primissimi titoli a raggiungere il mercato.

In quest’ottica, e solo in quest’ottica, il (ri)lancio di Ultra Street Fighter per Switch ha una qualche rilevanza. Perché, di fatto, il gioco non è altro che un porting appena rivisto della versione di SFII uscita qualche anno fa per PS3 e 360, ma il fatto che giri su Switch e che quindi possa avvalersi del tipo di esperienza unica proposta dalla macchina Nintendo, altera in maniera sostanziale la percezione che ne abbiamo. Il contenitore cambia la valenza del contenuto. Il contenitore È il contenuto.

MENO PIPPE, PARLIAMO DEL GIOCO

Come detto poco sopra, si tratta di poco più che un porting di Super Street Fighters II Turbo HD Remix, titolo uscito nel 2008, con alcune piccole aggiunte (due personaggi extra che comunque erano già apparsi in altre incarnazioni del gioco) e qualche omissione (mancano alcune modalità di gioco probabilmente ritenute poco interessanti). Il gioco garantisce la possibilità di essere giocato in modalità classica o moderna.

BENGUS, l’originale illustratore di SF II

La versione moderna ha la colonna sonora e tutti gli effetti remixati e sostituisce la meravigliosa grafica in pixel art originale con dei brutti disegni in alta definizione realizzati dallo studio Udon che, nonostante quello che credano in molti, non è un gruppo di artisti giapponesi ma un branco di mediocri fumettisti americani specializzati in maldestri scimmiottamenti degli stilemi di manga e anime e che, non si sa bene per quale motivo, ha incontrato i favori della Capcom negli ultimi anni.

Gli scimmiottatori dello studio Udon

La modalità classica, sulla carta, avrebbe dovuto invece restituire la versione originale del gioco sia sotto il punto di vista sonoro che visivo. Promessa mantenuta solo in parte perché se sul lato audio non c’è nulla di cui lamentarsi, sotto il punto di vista video si è fatto un mezzo pasticcio, utilizzando sì la grafica originale del gioco per sfondi e personaggi, ma non per le scritte, i ritratti, le barre di energia, le schermate di transizione e le scenette di end game. Il risultato è uno sgradevole pasticcio che non accontenta davvero nessuno. Inspiegabile poi la totale omissione dei bonus stage (i barili, la macchina e via dicendo), soppressi per non si sa quale motivo. In compenso, è stato aggiunto un risibile sottogioco in prima persona talmente mal realizzato che è molto meglio far finta che non ci sia. Sul fronte gameplay poco da dire: è la versione più raffinata e calibrata di SFII mai realizzata, che significa che è uno dei tre migliori picchiaduro a incontri di ogni tempo (non mi chiedete quali sono gli altri due che poi su queste cose si litiga). Molti esperti di SFII avevano sollevato parecchi dubbi sulla praticità di usare gli stick dello Switch per giocare, ritenendoli (non a torto) poco precisi e reattivi. In effetti non sono il massimo per il gioco competitivo di altissimo livello, ma svolgono abbastanza bene la loro funzione per i giocatori della domenica. Io, per andare sul sicuro, ho comprato un pad 8bidto e ho tagliato la testa al toro.

MA VALE I SUOI SOLDI?

Visto che è venduto a 40 euro, che è quasi il prezzo pieno di un gioco Switch, e che nello store Nintendo sono in vendita i migliori picchiaduro SNK a 7 euro, l’unica risposta che posso darvi è che no, il gioco non vale assolutamente il suo prezzo.

Ma il loro prezzo non lo valevano neanche le cartucce del Super Famicon che continuavo a comprare e ricomprare.

Il punto è semplice: volete giocare con SFII con i vostri amici, ovunque vi troviate, senza dover stare a impazzire dietro a configurazioni PC, connessioni e download più o meni clandestini, ma semplicemente prendendo in mano un pad e scegliendo il personaggio che più vi piace?
Allora questa è l’unica soluzione possibile. La dovete comprare per forza e benedire e stramaledire la Capcom come faccio pure io da decenni.

Certo, se non avete amici o non siete fan di SFII, lasciate perdere.

Ma se non siete fan di SFII è normale che voi non abbiate amici.

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L’incredibile vita di Dolph Lundgren

La storia di un uomo che non voleva farsi menare dal padre e ha finito per picchiare Van Damme

Nel 2009 dei ladri entrano in una villa in Spagna, legano la donna che è al suo interno e si fanno consegnare soldi e preziosi. Nel corso della razzia i topi d’appartamento si imbattono in una foto del padrone di casa: Dolph Lundgren.

A quel punto decidono di interrompere immediatamente il furto e scappare. Un po’ di tempo dopo la refurtiva ricomparirà magicamente di fronte alla porta di casa, perché nessuno vuol fare incazzare uno svedese di quasi due metri che conosce le arti marziali, anche se è solo una stella del cinema d’azione sulla via del tramonto.

Lundgren, insieme a Stallone e Schwarzenegger ha rappresentato per anni il classico stereotipo di Hollywood del tipo grande, grosso e un po’ stupido. L’attore specializzato in film d’azione privo di alcuna dote messo là solo perché funzionale all’ennesima pellicola guardata con sufficienza da chi pensa che il vero cinema sia soltanto autorialità, dialoghi e piani sequenza. Un ragazzotto tonto ma funzionale.

Ma se Stallone e Schwarzenegger hanno saputo col tempo andare oltre lo stereotipo in cui Hollywood li aveva incasellati, Lundgren nell’immaginario collettivo non si è distaccato molto dal “Ti spiezzo in due” che gli ha dato fama mondiale.

Eppure dietro quella faccia scolpita con il piccone si nasconde uno spirito sereno, un uomo di cultura e di grande umorismo. Forse gli è mancato il regista giusto, forse aveva veramente poco da dire al cinema, la mia idea è che forse la sua vita si è rivelata più interessante dei suoi film e quindi gli andava bene così.

Dolph Lundgren è diventato ciò che è diventato per colpa e merito del padre, un ingegnere militare rigido ed estremamente severo e insoddisfatto della propria carriera che si rifaceva su moglie e figli. Questo vuol dire lividi che non vuoi mostrare a scuola, vuol dire un genitore che ti dà del perdente quando vorrebbe dirlo a sé stesso e una cronica mancanza di sicurezza.

Uata!

Questo portò il giovane Dolph ad allenarsi sempre di più nelle arti marziali, così da potersi difendere e dimostrare a suo padre che valeva qualcosa. Chissà che bell’atmosfera si respirava in quei giorni in casa Lundgren, non a caso ben presto se ne andò a studiare prima negli Stati Uniti, poi in Australia.

Il tempo passa e quel ragazzino biondo che sembrava sempre malaticcio diventa una macchina di morte estremamente intelligente, in grado di laurearsi in chimica all’università di Sidney, vincere i campionati europei di karate e pagarsi gli studi facendo il buttafuori. Non so se avete mai visto quanto possono essere grossi e ignoranti gli australiani, ora immaginateli sbronzi, è chiaro o diventi un dio della guerra o non ne esci.

Il prossimo passo della sua fulgida carriera di chimico doveva essere il Massachusetts Institute of Technology, ma proprio mentre faceva il buttafuori in Australia e aveva le valige pronte per Boston fu notato da una ragazza, che si innamorò di lui.

Quella ragazza era Grace Jones.

A New York ci si buttava proprio via dalle risate

Il biglietto per Boston divenne uno per New York e improvvisamente quel giovane ragazzone svedese dotato di un impressionante quoziente intellettivo (si vocifera sia di 160) si ritrovò esattamente dove tutti volevano essere: a ballare nello Studio 54, accanto a Andy Warhol e nel letto di una delle sex symbol del periodo.

Sono gli anni in cui Dolph gira per New York con due pistole nascoste addosso perché la città è piena di criminalità e lui ha paura di essere rapinato, ma vive anche con l’ansia di finire in galera, perché la cosa non era propriamente legale.

Gli anni in cui si compra una Harley e ogni tanto la sfoggia girando per il quartiere a petto nudo, salvo poi rendersi conto di vivere in un quartiere ad alta percentuale gay, e questo, dichiarerà poi in una intervista “spiega come mai pensavo che la gente fosse tutta estremamente gentile con me”.

Lundgren alla Factory di Warhol, appena uscito di palestra

Gli anni in cui poserà per un servizio fotografico di Warhol e scoprirà in seguito che lui e il fotografo avevano fatto una scommessa su chi gli avrebbe fatto togliere più vestiti.

Sono gli anni in cui il suo fisico gli permette una cosa che oggi lo ucciderebbe: bere la sera come se avesse l’imbuto e presentarsi in palestra ancora mezzo sbronzo per allenarsi e continuare a lavorare sul fisico che gli ha permesso di diventare il toy boy di Grace Jones.

Non si sa per quale miracolo, ma Dolph riesce in qualche modo a sopravvivere a tutto questo senza venirne inghiottito e sputato come una vacca in una vasca di piranha.

Ma oltre alla palestra e alla vida loca, decide di dedicarsi anche alla recitazione, d’altronde gli anni ’80 sono il brodo di coltura dei film d’azione che entro breve avrebbero dominato il cinema e plasmato una generazione, era semplicemente perfetto per il ruolo. La sua prima particina è quella di un tirapiedi in 007 Bersaglio Mobile, nella buffissima scena in cui Grace Jones, che gli aveva fatto ottenere la parte, afferra un tizio come se fosse una campionessa di wrestling bionica. Un capolavoro del camp talmente grosso che la recitazione di Walken passa in secondo piano.

Sarà proprio sul set di 007 che Roger Moore conierà la miglior definizione di Dolph Lundgren: “è più grande della Danimarca”.

Per quanto piccola l’esperienza gli piace e pensa che forse è più divertente e redditizio che studiare chimica. Decide quindi di mollare definitivamente gli studi per gettarsi nel mondo del cinema, senza la minima preparazione, e proporsi per un ruolo nel prossimo film di Stallone, che ormai era già una star: Rocky IV

Dopo aver incassato un rifiuto perché troppo alto, Lundgren riesce a spuntarla su 5000 candidati e ottiene la parte di Ivan Drago. Per diventare il miglior prodotto della scienza e della medicina sovietica si allena duramente per cinque mesi e sviluppa con Stallone un discreto feeling, tanto che molte scene non sono neppure coreografate, ma improvvisate.

Ecco perché durante una scena, preso dall’entusiasmo, dà un pugno così forte che il povero Sly dev’essere ricoverato al termine della ripresa con la pressione a 260 e il cuore che batte fortissimo.

Per fortuna dopo quattro giorni è di nuovo in piedi e Dolph Lundgren diventa improvvisamente una star di Hollywood senza aver alcuna idea di cosa debba fare a parte guardare male qualcuno e fare mosse di boxe o karate (ad oggi si ricorda ancora a memoria tutto il combattimento finale).

“C’è una scena del film che esprime perfettamente come mi sentivo: quella in cui Ivan Drago è sulla piattaforma idraulica che lo rivelerà al mondo. Si sente terrorizzato, ma deve anche apparire fiero, sicuro e preparato. Ciò che Drago prova è molto simile a ciò che provavo in quel periodo. Ero solo un ragazzino che cercava di far credere agli altri di aver diritto di stare là, che ero a mio agio, ma nella mia testa era tutto un “Ma che diavolo sta succedendo?”.

Dopo il ruolo di Ivan Drago la sua vita cambierà completamente. In neanche 90 minuti passò dall’essere il manzo di Grace Jones alla persona con cui la gente voleva farsi le foto se passeggiavano per strada (e infatti lei lo mollerà). Da quel momento si lancerà verso ruoli sempre più interessanti e, ovviamente, che mettono in mostra le sue doti fisiche, tipo quello per un film tratto da un franchise importante, un film che sarà un successo sicuro: Master of the Universe!

Il risultato lo conoscete bene, se così non fosse guardate qua.

Dopo la batosta dei Masters, la carriera di Lundgren prenderà una strana piega, diventerà una sorta di feticcio action per amanti del genere, ma gli mancherà sempre la zampata vincente. La sua particolarità è che non interpretava solo personaggi in grado di staccare la testa a qualcuno, sembrava realmente in grado di farlo, ed era anche a suo agio con ogni tipo di arma. Universal Soldier e Il Punitore sono forse i suoi film più interessanti, ma perché non citare anche Resa dei conti a Little Tokyo e Red Scorpio?

Negli ultimi anni, grazie al successo di The Expendables, in cui si mangiava ogni scena in cui era presente, s’è pure tolto lo sfizio di dirigere qualche onesto film e la sua figura è stata in parte recuperata, anche dal punto di vista della recitazione. Purtroppo il suo rilancio non è stato in stile “John Travolta dopo Pulp Fiction”, la sua parte nell’ultimo dei Coen è stata tagliata, ma rischiamo di vedercelo comparire nel film dedicato ad Aquaman in tutto il suo biondo e teatrale splendore.

Per certi versi è sempre stato la versione allegra di Van Damme. L’attore belga è un tormentato, uno che alla fine ci crede tantissimo e che soffre nel ruolo di stella dell’action che piano piano sta spegnendosi, cerca sempre una conferma della propria grandezza.

Dolph invece sembra portarsi sempre dietro l’aria del ragazzone che girava a torso nudo per un quartiere gay ed era contento perché tutti lo salutavano. Ha la certezza di chi non deve dimostrarsi un cazzo, perché la vita se l’è goduta e ha fatto pace con le proprie ambizioni.

Dolph Lundgren è un monumento alla complessità umana, pensi di avere di fronte un pezzo di marmo col ciuffo biondo, ma se scavi scopri un amante dell’arte, un uomo che non si vergogna di piangere, estremamente autoironico, consapevole del suo ruolo e un grande amante del cinema.

“Oggi ho l’età che Clint Eastwood aveva quando nel 1984 giravo per New York con due pistole nascoste eppure lui sta ancora lavorando, ho un grande rispetto per lui e per come è uscito dal cliché e ha ottenuto il riconoscimento che meritava, forse quando avrò 82 anni non farò i salti mortali, ma se potrò ancora lavorare nel cinema sarò felice”.

E se il prossimo regista di successo fosse un biondone sottovalutato che faceva karate per non farsi picchiare dal padre?

Mater Dolorosa: chi ti ama ti odia?

Riflessioni e recensione dell’incredibile albo che celebra i 30 anni di Dylan Dog

Se la vita è un mare, ognuno di noi è una barca. Alcuni sono yacht di lusso in cui niente sembra andare male e tutti sorridono felici, incuranti di onde e pericoli, altri sono vecchi galeoni piegati dalla tempesta e dalle malattie, sempre sull’orlo di un ammutinamento o di una ricaduta, ma sempre in grado di affrontare i marosi, anche con le vele squarciate.

Questa la metafora principale di Mater Dolorosa, albo di Recchioni e Cavenago che sigla i 30 anni di Dylan Dog, che per qualità di scrittura e disegni rischia realmente di alzare fin troppo gli standard di un settore e di un fumetto che già se la stava passando piuttosto bene.

Sì perché se i testi di Recchioni sono asciutti e incisivi, i disegni di Cavenago sono grandiosi, esagerati, riempiono gli occhi, sottolineano le frasi, esaltano i personaggi e assaltano la pupilla del lettore con un’alternanza di dettagli, sfumature e sontuose visione d’insieme. E poi i colori, dio mio, quei colori che rendono tutto così giusto, sensato, perfetto. Sarà dura dopo aver letto questo numero tornare alla comunque alta qualità del bianco e nero degli altri albi.

Mater Morbi is not amused

La storia, oltre a fornirci squarci importantissimi sul passato e sul futuro dell’Indagatore dell’Incubo, riprende in parte il discorso interrotto con Mater Morbi in cui Recchioni mise tutta la sua esperienza personale di ospedali e cicatrici per raccontare un orrore molto terreno, quello della malattia, di come gestire il senso di una coscienza attaccata alle macchine, della vita in balia di medici, cure dolorose e speranze talvolta inutili.

Chiunque abbia avuto più di un raffreddore sa che non si guarisce mai veramente. Dunque se Mater Morbi era la malattia e la sofferenza, Mater Dolorosa è l’amore che ti isola dal mondo e ti impedisce di crescere, ma è anche l’albo della ricaduta, della paura di tornare di nuovo a dormire in un letto non tuo, ma soprattutto della sensazione di aver lottato invano.

Ma più che di malattia, Mater Dolorosa parla di crescita e di come la sofferenza sia forse una parte fondamentale di questo processo. Dopotutto chi ti vuole più bene? Chi ti protegge da ogni male, senza mai farti sentire il peso delle cose, sobbarcandosi ogni affanno, o chi ti espone fin da subito ai colpi della vita, così da indurirti la pelle di fronte a un mondo che non fa sconti?

La risposta dipende dal cammino di ognuno di noi, ma di sicuro una vita di sofferenze non ci rende automaticamente migliori di chi ha avuto la strada spianata. Se infatti l’eccessiva serenità rammollisce, le troppe difficoltà incattiviscono.

Per Recchioni la soluzione sta nel mezzo: “La sofferenza è un vento che spazza i campi, puoi nasconderti, alla fine di troverà sempre, e più ti sarai nascosto più sarai debole, ma se lasci che ti trasformi… farà di te un mostro capace di vedere solo sé stesso”.

“Allora in questa pagina la tocchiamo piano eh?”

Dunque il dolore, un po’ come la paura del Duca Leto Atreides di fronte al Gom Jabbar, dev’essere qualcosa da far scorrere, per poi andare oltre.

In fondo anche i cattivi, quel male assoluto personificato in John Ghost, altro non sono che una parte del tutto, attori in una recita il cui senso finale ancora dev’esserci svelato.

Nel mio periodo più “dylandoghiano”, quello in cui il figlio di Tiziano Sclavi arrivò a contendere poster e copertina di Max alle soubrette con tette al vento (mi pare fosse il ’93), avevo in camera un adesivo (l’ho ritrovato!)lungo circa un metro per una ventina di centimetri in cui compariva Dylan Dog con alle spalle tutto il pantheon di mostri presenti nelle sue storie, nel cinema e nelle letteratura. Sull’adesivo c’era scritto “Salta su, l’unico mostro che manca sei tu!”.


All’epoca era solo la frase di un adesivo, in fondo avevo 12 anni e leggevo Dylan da quando ne avevo 8 (non ho ancora capito come convinsi i miei genitori a comprarmelo), ma leggendo Mater Dolorosa, quelle parole acquistano definitivamente un senso, una motivazione ripetuta e sottolineata nel corso di questi 30 anni. Perché alla fine quell’adesivo diceva la verità, i mostri, i veri mostri, quelli che quando stanno male si trasformano in grumi di egoismo e cattiveria siamo noi, vivono dentro di noi e spesso ci fanno fare cose che non vorremo.

Sono mostri che spesso non muoiono tanto facilmente, perché non hanno corpo, ma sono solo un’idea. Per fortuna oggi Dylan Dog ci rassicura e ci dice che possiamo batterli, se siamo disposti a soffrire rimanendo umani.


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Balletti mortali

Supereroi del pad, inni nerd e consigli di moda nel terzo capitolo del reportage sul CODXP


The day is my enemy, the night is my friend”, il pezzo dei Prodigy fa vibrare le sedie del Forum di Inglewood mentre il pubblico urla, si agita e batte le mani. La canzone è stata scelta per mostrare le novità introdotte con Infinite Warfare e mentre l’ascolto penso che non potevano scegliere pezzo più adeguato.

Quante notti abbiamo passato giocando? Quante volte abbiamo abbassato le tapparelle perché il riflesso del sole finiva sullo schermo? Il giorno è per il lavoro, lo studio e le questioni della vita reale, la notte è nostra amica, il nostro regno. Inoltre, gli YouTuber sono soliti accompagnare le proprie prodezze con pezzi elettronici e dubsteb esattamente come questo, dunque l’associazione mentale è inevitabile: siete di fronte a qualcosa di figo, qualcosa di fatto per voi.

Parlando di YouTuber, in questi giorni di COD XP ho visto veramente tanta gente, ma non importa la nazionalità, la stazza, l’accento o l’età, non importa neppure se hai un pass stampa o hai pagato il biglietto, l’importante è riprenderti mentre cammini e parli ad alta voce, esprimendo tutto il tuo entusiasmo, anche se sei un un parcheggio in mezzo ai peggiori quartidi di Los Angeles, salutando un pubblico che spesso non esiste.

Inoltre, questi ragazzi sembrano condividere un codice visivo comune, fatto di cappellini a tesa dritta, occhiali da sole, ciuffi, pantaloni stretti e magliette supercolorate, non necessariamente nerd. Nel caso degli americani più arroganti, canottiera e petto depilato posso essere una variante, mentre gli inglesi cercano di fare i simpatici con farfallini e camice strane.

Lo stand di Zombie in Spaceland

Le controparti femminili poi sono ancora più simili tra di loro: capello tendenzialmente colorato con toni fluorescenti, trucco esagerato, scollatura, pantaloncini corti anche se le tue cosce sembrano la superfice lunare, l’occhiale finto spesso o un ridicolo cappello con le orecchie da gatto possono essere un optional. Le eccezioni sono rarissime.

Ma d’altronde come fare loro una colpa se il loro potenziale pubblico si veste nello stesso modo, un pubblico che ora di fronte a me sta assistendo alle fasi finali del torneo e che non ha ancora riempito del tutto l’arena, ma che probabilmente farà a gomitate per assistere alla finale. A quanto pare i favoriti, il Team Optic, quelli che vendono più magliette e di cui tutto vogliono vedere le dirette su Twitch, sono stati sconfitti a sorpresa, come se il Real Madrid fosse buttato fuori negli ottavi di finale della Champions League, quindi c’è grande interesse per capire quali saranno i nuovi campioni.

Guardarli giocare è uno spettacolo incredibile, anche se non si è esperti del gioco. La visione degli spettatori infatti è in grado di mostrare l’intera mappa, concentrandosi ovviamente sul punto di vista di un giocatore in particolare, di solito quello più bravo o che sta facendo qualcosa di particolare.

Grazie a questa visuale il pubblico può anche vedere i gli altri giocatori attraverso i muri, che appaiono come silhouette colorate, così da capire meglio cosa sta succedendo, l’aspetto più incredibile è che i giocatori si comportano come se vedessero le stesse cose, quando invece il loro comportamento è dettato solo riflessi e mira incredibili, una conoscenza totale della mappa e una capacità di concentrazione mostruosa.

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Ho visto ragazzi centrare in testa un avversario a 30 metri mentre saltavano tra due muri a velocità folle, ho visto un tizio usare un fucile da cecchino mentre faceva una scivolata degna di Baresi e colpire il suo avversario in mezzo agli occhi. Anche attraverso gli occhi di un profano è uno spettacolo emozionante, un balletto di morte, un fluido scorrere di movimenti difficilissimi resi assolutamente naturali dall’allenamento, sottolineati dagli applausi del pubblico, dalle urla dei commentatori e occasionalmente interrotto dal battere di pugni di duce compagni di squadra che si congratulano, sciogliendo per un secondo le loro maschere di concentrazione.

Visto da qua, è veramente difficile considerarlo solo un gioco e non vederlo come uno sport qualunque, perfettamente degno di sedere al fianco di molte discipline olimpiche.

E ora scusate, c’è il concerto di Snoop Dog.

Ai miei tempi si fraggava meglio

Seconda parte del diario di viaggio sul COD XP, tra orrori gastronomici e senilità videoludica


Dopo un viaggio privo di bambini urlanti e l’arrivo in una stanza enorme, il primo giorno del COD XP è filato abbastanza liscio. La manifestazione non è ancora aperta al pubblico, quindi c’è tutto il tempo per provare i giochi, passeggiare tra gli stand e farsi una partita a paintball senza sorbirsi code chilometriche.

Tuttavia, la giornata inizia proprio con una coda, quella per la colazione. Invece che in hotel ci è stato chiesto di farla in sala stampa, insieme a circa un centinaio di colleghi, così da riempirci bene bene il piatto di bacon, uova strapazzate e salsicce. L’alternativa più sana è un muffin dal contenuto calorico paragonabile a quello dell’intero Burkina Faso.

Una volta riempita la pancia di grassi saturi c’è tutto il tempo per bloccarsi la digestione con una partita a Call of Duty: Infinite Warfare. Ora, io non so quale sia la vostra esperienza nel settore degli FPS, personalmente nel corso degli anni qualche partitina l’ho fatta. Non sono un macchina da guerra, ma un onesto soldato da metà classifica.

Le postazioni di prova di Infinite Warfare

O almeno questo era ciò che credevo prima di aver giocato con gente che ha probabilmente 10 anni meno di me e che mi ha riportato alla realtà delle cose: sono esattamente nella stessa condizione in cui era mio padre quando a un certo punto ha smesso di giocare contro di me e si è messo a giocare con me. Sono vecchio, lento, prevedibile, non capisco un cazzo delle armi e delle personalizzazioni, sono sono un soldato, sono punti facili.

E non è colpa del gioco, colpa delle mappe o di chissà cos’altro, sono un critico cinematografico dell’epoca dei fratelli Lumière che si trova di fronte a Mad Max: Fury Road. Il mio unico conforto è il già citato tizio che si rifà il trucco e si pettina dopo ogni round per venire meglio nelle riprese: potrò fare schifo, ma non sarò mai come lui.

https://n3rdcore.it/il-mio-viaggio-tra-i-giocatori-seri-a534ec15b0c1

Carico di bile e risentimento verso i giovani d’oggi vado provare la versione Remastered di Call of Duty Modern Warfare, un gioco del 2007, ovvero di quando avevo ancora tempo e riflessi per divertimi con questo genere. Qu è tutta un’altra storia. Il ritmo di gioco ha un senso e non sembra di comandare Usain Bolt sotto anfetamine armato di mitra laser. Non ci sono 30 gadget differenti, ma solo tu, il tuo fucile e bene o male sai da che parte arriverà il nemico. Gioco, mi diverto, faccio qualche bel colpo, ne ricevo altrettanti, un vecchio pugile che fa sparring per vedere se ha ancora il destro buono. Felice e rinfrancato come un pensionato che guarda Giletti su Raiuno decido di fare un salto a ritirare i gadget della manifestazione.

All’interno di uno zainetto marchiato COD XP trovo: un cappellino a tesa dritta da perfetto YouTuber, un paio di bellissimi calzini di Call of Duty che sfoggerò con classe, dei cosi di plastica che i veri pro mettono sugli analogici, un soldatino del gioco in stile Lego e una custodia in metallo per collezionare le toppe che vengono distribuite dopo aver partecipato a ogni evento della fiera.

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Qualcosa però mi dice sa che quella della zipline che passa a 50 metri da terra non la prenderò.

Affamato mi dirigo in sala stampa, fondamentalmente uno scantinato pieno di tavoli bianchi in cui decine di persone stanno sedute gomito a gomito litigando per le prese di corrente e parlando ad alta voce come se nessuno attorno a loro dovesse scrivere.

Per pura fortuna arrivo nel momento in cui stanno distribuendo le lunch box. “Pollo o Roastbeef?” mi chiede un inserviente, rispondo pollo e mi trovo di fronte a un pacchetto di patatine, un panino tutto sommato passabile e questo.

Che sapore ha la morte?

Praticamente è il risultato di una blasfema unione tra un piatto di pasta scotta, un’insalata di riso e un incidente diplomatico USA-Italia, la più grande offesa ai cuochi di tutto il mondo inserita in un contenitore da macedonia. Anche impegnandomi non riuscirei a creare un piatto così molle, schifoso e indigeribile. Apro, annuso e richiudo.

Il tedesco accanto a me lo divora di gusto.

Va beh, facciamo che andiamo a fare il Paintball.

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