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Topoi Chronicles: l’Oltretomba

L’appuntamento fisso più in voga tra gli amanti della cultura, dell’intrattenimento e, soprattutto, delle mie digressioni più assurde e fantasiose è tornato più forte di prima.

Topoi Chronicles, dopo tre mesi di assenza, tenta di risvegliare nuovamente quella voglia irrefrenabile, insita in ognuno di noi, di cercare nessi nel mondo culturale, d’altronde siamo noi stessi i creatori di questo articolato sistema e ritrovarlo, giorno dopo giorno, ci provoca un sano e genuino piacere.

Questa volta affrontiamo un argomento che va, casualmente, in continuità con il topos scorso: se a marzo abbiamo parlato di Morte personificata, è arrivato il turno dell’Oltretomba, allo scopo di dimostrare come l’aldilà, secondo la nostra particolare percezione, assume forme e connotati diversi ma che cerca sempre di soddisfare una delle domande più gettonate dall’umanità (e questo, incredibilmente, accomuna anche noi internauti del 21esimo secolo agli Uomini di Neanderthal del Paleolitico medio).

Conoscere il nostro destino post-mortem, per quanto i puristi ritengano che sia una roba da cacciatori dell’occulto (manco l’Ahnenerbe alla ricerca della Lancia di Longino), è una cosa assolutamente normale e appartiene alla nostra natura e ciò è dimostrabile con un semplice esperimento. Se spogliamo il concetto di altro-mondo di tutte le matrici filosofiche, culturali e arcane, quello che rimane, in fondo al tunnel, è una chiara ed immediata indagine medico-scientifica: dopo la morte, abbiamo uno spostamento della nostra coscienza in un’altra realtà? La nostra cosiddetta anima fa per caso un erasmus alle Baleari o, invece, ci attende inesorabilmente il vuoto eterno? L’unica certezza è che il nostro cadavere si deteriora e va incontro al totale disfacimento mentre la partita con il nostro spirito è ancora aperta. Mentre attendiamo, invano, che qualcuno ci possa raccontare tale esperienza (e per quanto siano affascinanti, i vari casi di esperienze di pre-morte richiedono ancora molto studio dietro), ci divertiamo ad esplorare l’Oltretomba dal punto di vista prettamente culturale perché dai, lo sapete pure voi, l’aspetto scientifico è meno affascinante (e di questo, tra l’altro, non ne so un emerito tubo).

In principio fu la religione: l’Oltretomba secondo i vari popoli

Gira e rigira ma la religione è sempre al centro di tutto. D’altronde comincia tutto da lì, da uno dei quesiti più indomiti e sfrenati che la nostra civiltà da sempre si pone e al quale, in maniera diversa per paese, cultura e folklore, proprio la religione può rispondere.

È sempre curioso pensare che ogni popolazione, dagli Egizi fino ai Sumeri, dai Romani ai Cinesi, ha interpretato l’Oltretomba secondo il proprio gusto estetico e la propria tradizione e anche la visione cattolica trae spunto da tali rappresentazioni.

Non vi sto a spiegare come mai è assurdo pensare che ciascun credo ha il proprio aldilà personale, ma anche se tale ipotesi fa assolutamente acqua da tutte le parti (sempre se vogliamo tirare in ballo la razionalità in un discorso spirituale, ma vabbè), esplorare prospettive diverse (e in alcuni casi, complementari) è sempre affascinante. Iniziamo quindi una carrellata di alcuni Oltretomba che trovano il loro riscontro in particolar modo nelle mitologie antiche e che, in parallelo, ha fatto parte anche del Cristianesimo, dell’Induismo, dell’Islam e degli altri culti.

Perché non cominciare dalla conosciutissima (forse ho esagerato, però in generale è vero) interpretazione personale dei Greci, che vedevano l’Ade come il luogo di riposo delle ombre (e non, classicamente, delle anime).

Tale dimora, che ha lo stesso nome del loro supremo custode, il dio degli Inferi Ade (mamma mia che fantasia), contrariamente a quanto si pensa, non è un sito di pena e afflizione per la maggior parte degli ospitanti, ma semplicemente un’oscura e noiosa villeggiatura dove non c’è apparentemente distinzione tra buoni e cattivi. Ne consegue che solamente il Tartaro, il privé dei criminali designati dagli dei, trova al suo interno personaggi dalla dubbia moralità come Tantalo (condannato ad una fame e sete eterna che non è mai soddisfatta), Sisifo (che trascina un masso che torna ogni volta al proprio posto) e i Titani e i Giganti, che, come mostrato in maniera pop da God of War, sono stati combattuti dagli Olimpici e le hanno prese di brutto. In tutt’altra zona si trovano invece i Campi Elisi, dove sono ospitati i fortunati amati dalle divinità, una cosa per nulla scontata a giudicare dai nemici che hanno incontrato lungo la strada. Qui almeno non credo ci si annoia più di tanto, forse un po’ di ambrosia si rimedia sotto banco.

Psicostasia

La pesatura del cuore secondo American Gods.

Anche una capatina in Egitto è d’obbligo: il rapporto che gli Egizi avevano con i defunti era mirabilissima, basti pensare alle cure infinite che riservavano ai corpi dei morti che venivano sviscerati, lavati, profumati e imbalsamati nel miglior modo possibile.

Proprio per questo motivo, la loro concezione d’aldilà era piuttosto romantica e davvero ben precisa, come se tali luoghi fossero concreti, tangibili e non il frutto di qualche indigestione a causa di bottarga di cefalo di palude (sì, mi sono documentato sui loro piatti tipici). Ora, immaginatevi uno che è appena morto, si sveglia e deve andare per forza a farsi misurare il cuore sulla bilancia da Anubi (l’appariscente Dio sciacallo custode dell’aldilà), uno shock traumatico no?

Una roba un po’ allucinogena ma necessaria: se il cuore (sede dell’anima nella cultura egizia) è più leggero di una piuma si può andare tranquilli e felici nella Duat ovvero l’Oltretomba vero e proprio, in caso contrario, l’organo viene divorato da Ammit, una bestia ibrida un po’ ippopotamo, leone e coccodrillo e l’esistenza viene del tutto annullata, quindi bye bye vita eterna con privilegi.

Se poi avete sentito parlare anche di campi dei giunchi (noti anche come Aaru) sappiate che sono questi terreni bellissimi dove il defunto vive, nei quali può la terra, seminarla e mieterla. Insomma, dopo la morte siamo destinati a zappare e a curare l’orto, non a rilassarci per l’eternità.

Chiudiamo questo paragrafo con qualcosa di divertente ed emozionante: ora prendo una mitologia casualmente, di cui non conosco una ceppa e commento il loro Oltretomba, così, tanto per sfizio. Non ho dubbi nella scelta: l’Oltretomba per gli aztechi, il Mictlan, sembra fare al caso mio. Questo luogo è assolutamente affascinante perché, al contrario degli esempi precedenti, ha una complessità intrinseca, anche a livello geografico: questo aldilà, situato all’estremo nord, nel mondo sotterraneo, è infatti diviso in 9 dimensioni e, per raggiungere finalmente la pace eterna, bisogna superarle tutte come se già la vita con tutte le sue strabilianti gioie non sia stata sufficiente. Il primo pensiero che mi è venuto pensando a tale serie di sfide è una specie di Takeshi’s Castle in salsa precolombiana, con tanto di pubblico divino a godersi le peripezie dei defunti. Scherzi a parte, trovo brillate ed avvincente il fatto che i morti debbano conquistarsi il riposo, con un viaggio irto di pericoli per 4 lunghi anni e con l’unico aiuto possibile che deriva dal dio dei lampi Xolotl, un uomo con una testa di cane o in alternativa uno scheletro, un guardiano dei defunti che inaspettatamente ha un ruolo attivo all’interno della storia e che combatte per noi. Se nessuno si oppone, mi rubo furbescamente i diritti di sfruttamento e ci faccio un film, ve lo assicuro.

Il topos nel topos: Il viaggio nell’Oltretomba

Andiamo avanti spediti nella nostra analisi senza distaccarci troppo dal paragrafo precedente, perlomeno a livello di materie coinvolte, quindi religione e mitologia (e stavolta anche un pizzico di letteratura). Se prima abbiamo descritto la concezione dell’aldilà secondo i diversi popoli e abbiamo notato come ognuno ne ha un’interpretazione e raffigurazione diversa, c’è un elemento in comune che è diventato un vero e proprio classico senza tempo: la Catabasi, dal greco κατάβασις, letteralmente andare giù, discendere ovvero la discesa negli Inferi. Vi giuro, non volevo sfoggiare le mie conoscenze del lontano Liceo classico, ma il viaggio nell’Oltretomba è un must, un’icona intramontabile, un po’ come il cucciolone: un gelato che va bene per tutte le età, non si sa da quanto esiste, ma ciclicamente ritorna di moda. Tutti i più grandi eroi dell’antichità classica (e non solo, visto che Dante Alighieri l’ha fatto nel Medioevo, ma ci arriveremo dopo) l’hanno presa come una sorta di missione fissa nella vita e devo dire che si sono sempre divertiti moltissimo.

Fermo restando che, tradizionalmente, la prima che è stata impegnata in questo weekend di piacere è stata la dea babilonese Istar, ricordiamo Odisseo (lo so, lo conoscete come Ulisse) come il primo a compiere tale azione. Pieno di messaggi simbolici, specialmente legati al valore iniziatico della consapevolezza del ritorno a casa, l’eroe più furbo tra gli Elleni fa solo una breve toccata e fuga nel regno di Ade (e nemmeno saluta prima di andare via). Giusto il tempo di fare due chiacchiere con l’indovino cieco Tiresia (che gli spoilera che, nonostante il ritorno da Penelope, morirà comunque per mare, che fato meschino) e di incontrare sua madre Anticlea, morta per il dolore della scomparsa del figlio, disperso dopo la guerra di Troia. In uno dei momenti più alti della letteratura tutta, Ulisse prova ad abbracciarla per tre volte, ma gli sfugge come un’ombra evanescente. Al duro peso del destino che gli attende, l’Oltretomba gli aggiunge pure il carico da dodici: è ancora un mistero se poi Odisseo ad Itaca è andato da uno psicologo, le fonti sono contrastanti in tal senso.

Orfeo ed Euridice

Questa rappresentazione della fuga di Orfeo ed Euridice ha molti tratti in comune con il penultimo episodio di Twin Peaks. Lynch riciccia sempre fuori.

Altri due rappresentanti ellenici per eccellenza hanno fatto un giretto nel reame di Plutone: si tratta del nerboruto Ercole e dello sfigatissimo Orfeo, ma andiamo con ordine. Ercole si è trovato purtroppo incastrato nelle 12 fatiche per espiare l’omicidio di sua moglie e dei suo figli (e qui c’è lo zampino di Era, ma questa è un’altra storia) e, proprio la sua ultima impresa, ha richiesto un salto nell’Oltretomba per fare una cosa per nulla semplice: domare il mastino di Ade, Cerbero, e portarlo a Micene.

Una passeggiata di salute, insomma, risolta con una stretta al collo del “cagnolino” a mani nude degna di un film action trash con Van Damme.

Peccato che poi l’eroe ha dovuto riportare l’animale egli Inferi, perché sarebbe stato di parecchia utilità e compagnia, oltre che essere un ottimo guardiano della casa in caso di furti di Ouzo molesti. Orfeo, invece, è sceso negli Inferi per ritrovare il suo amore, Euridice.  Grazie alla sua abilità con la lira, il cantore è riuscito ad ammaliare Cerbero (stavolta il cane non ha è stato malmenato per l’occasione) ed ha avuto un pass speciale da Ade stesso che gli ha consentito di portare la sua amata fuori dall’Oltretomba, ma ad una condizione: che non si volti mai a guardarla, sennò la perderà per sempre.

Tutto quello che segue è tragico e strappalacrime visto che non solo perde la sua amata, ma impazzisce, suona a tutto spiano e viene massacrato dalle Baccanti, durante una loro estasi avvinazzata. Di Orfeo rimane solo la testa canterina e il magnifico ricordo della sua versione tamarra nei Cavalieri dello Zodiaco, dove è un potente Cavaliere d’argento, che paralizza e addormenta i suoi avversari con il suo strumento, manco usasse del cloroformio. Come non citare, infine, il ghibellin fuggiasco?

Dante Aligheri è il viaggiatore negli Inferi per eccellenza ed è stato pure protagonista di un videogioco e di un manga, insomma, una figura parecchio trasversale che è stata affrontata, anche da noi, in un pezzo specifico.

Proprio perché Dante è così tanto conosciuto e famoso è giusto parlarne, ma non aspettatevi che vi svelerò dei segreti così tanto peculiari (anche perché credo che lo abbiate studiato a sufficienza al Liceo). Ciò detto, l’aspetto che trovo più affascinante del suo viaggio negli Inferi è che ha una connotazione culturale straordinaria e che non ha precedenti nella storia della letteratura . Di conseguenza, è proprio questo il motivo per il quale La Divina Commedia nella sua totalità è così tanto letta: è un concentrato di narrativa, poesia, epica, folkore, storia, religione, politica, medicina e potrei continuare fino a domani perché assaporare l’avventura del Sommo significa andare direttamente alle radici della cultura occidentale. Quindi, se per caso vi venisse la strana idea di leggere qualche Canto state tranquilli e non sentitevi a disagio.

Coco e il profondo legame tra la cultura messicana e l’aldilà

Per questo paragrafo vi confesso che stavo per scegliere Soul, ma riflettendoci, per quanto il nome sia ingannevole, nel film non ci si concentra mai sull’Aldilà: certo, viene citato ed è presente, ma il setting principale del titolo è L’Ante-mondo (per gli anglofoni The Great Before) una sorta di pre-vita, quindi tanti saluti a paradisi e inferni tradizionali.

Pixar però, nel 2017, ha usato l’Oltretomba come focus primario di un altro suo piccolo capolavoro, Coco.

Tale realizzazione ha una profondità straordinaria e cercando di distogliervi dal canticchiare o peggio, ballare, le canzoncine del lungometraggio che sono bellissime ma aliene rispetto al nostro discorso, proseguo analizzando una delle rappresentazioni più suggestive e colorare del nostro topos. La prima premessa importante da fare è che, come altre creature della company statunitense, si regge su un impianto estetico straordinario, sia dal punto di vista tecnico che artistico e che, senza di questo, l’esperienza totalizzante finale forse non si sarebbe avvertita così tanto. L’avvertimento è per dirvi che l’intera pellicola è costruita intorno al background presentato, un Oltretomba sfavillante, sempre in movimento, dai colori pastello ed abitato dai nostri cari defunti.

L’idea alla base è stata quella di costruire un mondo partendo dal  nostro vissuto e applicandolo in una realtà ultraterrena: il risultato? Gli inferi non sono mai stati così affollati, divertenti, sfavillanti e, soprattutto, vivi che pare un po’ un controsenso ma se vedete il film ve ne renderete conto. Per anni ci hanno ammorbato dicendo che l’aldilà è qualcosa di asettico e monotono: luce da una parte, oscurità dall’altra, senza mezze misure e specialmente senza energia. In Coco, invece, i defunti vanno ad i concerti, pagano le bollette, suonano, cantano, ballano finché, però, qualcuno non li nasconde nei cassetti più nascosti della propria memoria. Possiamo dire che quest’ultima è il carburante dei morti nel lungometraggio e senza di essa, la loro fine è dietro l’angolo. Ciò ci dice tanto dello studio dietro la realizzazione: basta conoscere qualche semplice nozione culturale-folkrostica per apprendere che in Messico (dove è appunto ambientato il titolo) il culto dei morti è sacro e il ponte tra i due universi, quello dei vivi e quello dei defunti, è molto sottile.

Coco

Uno degli artwork preparatori di Coco. Fa impressione vero?

Tale aspetto spiega perfettamente come mai la memoria è così tanto importante ed è una lezione di vita straordinaria: se ci soffermiamo solo dal punto di vista biologico e anagrafico, il rispetto verso i nostri parenti, antenati e progenitori dovrebbe essere totalizzante, d’altronde noi siamo figli dei loro geni, delle loro conseguenze e scelte e quindi, seppur ammuffiti in un loculo in qualche cimitero sperduto della nostra penisola, a prescindere dallo spasso o dalla noia che stanno vivendo da morti, è nostro dovere ricordarli degnamente.

Coco insegna ai bambini il valore del ricordo nel senso più spirituale e profondo del termine e, al tempo stesso, veicola un messaggio positivo e speranzoso abbandonando una visione macabra e complessa dell’Oltretomba, preferendo, invece rappresentare l’altro mondo come un luogo solare e quotidiano.

Se analizziamo tutti questi elementi e li mettiamo a sistema possiamo notare come il film riesce sapientemente a toccare le corde giuste per la maggior parte grazie alla forza del setting che parla da solo, anche senza scomodare necessariamente dialoghi complessi, pippate moraliste o finali strappalacrime. La potenza immaginifica continua ad essere più potente di qualsiasi monologo improvvisato.

In chiusura, se la prossima volta vi capita di vedere Coco, cercate (anche se è parecchio difficile, me ne rendo conto) di concentrarvi sull’aspetto estetico e sul background nella sua interezza. Analizzate sfumature, dettagli, storie, edifici, colori e riflettete su quanto siano gioiosi, pieni di vita, ottimisti e per nulla negativi. Come anticipavo nel scorso capitolo della rubrica, quello dedicato alla Morte Personificata, ci siamo dimenticati di quanto la cultura veda la morte come un tabù assoluto, invalicabile che ci terrorizza ogni volta che lo nominiamo, un monito terrificante e doloroso. Pensare, invece, che potenzialmente, in un altro mondo, potremmo vivere un’esistenza simile a quella terrena, per quanto non potrebbe corrispondere alla realtà (eh si, non sono ancora morto per raccontarlo), è rassicurante e affettuoso, una dolce carezza di sana e robusta positività che ogni tanto fa bene. Ora vi lascio cantare in santa pace Un poco loco con la speranza di essere riusciti a darvi una lettura diversa del film, proseguendo verso l’analisi di un’altra opera.

Quando il confine tra i vivi e i morti si assottiglia: Death Stranding

In questi giorni di E3, il ciclo di conferenze più atteso e importante del settore videoludico, la creatura più divisiva di Hideo Kojima (va tanto moda questo termine, ma in questo contesto la percezione del pubblico e della critica è stata questa, poco da fare), Death Stranding, è tornato più in forma che mai. Non mi riferisco solamente all’annuncio della versione PlayStation 5 del gioco, ma anche alle attualissime parole di Kojima stesso, che hanno sottolineato quando sia difficile il lavoro creativo in un mondo che è cambiato così in fretta a causa del Covid. La realizzazione dell’autore giapponese, come anticipavo prima, è stata accolta in maniera molto eterogenea e io lo dico con tutta l’onestà possibile: l’ho amato alla follia, complice una narrazione veramente fuori scala. Perché però ci interessa così tanto questo videogioco? Perché ovviamente ha che fare con l’Oltretomba anche in modo piuttosto marcato.

Nell’universo di Death Stranding, infatti, il confine tra mondo dei vivi e dei morti praticamente non esiste più: un fenomeno detto Death Stranding ha alterato gli Stati Uniti d’America per come li conosciamo, portando, dalle realtà ultraterrene note come Spiagge, delle creature chiamate CA (abbreviazione di Creature Arenate), che stanno devastando piano piano la Terra. Altri fenomeni legati alla loro comparsa sono la Cronopioggia, una pioggia che deteriora ogni cosa a contatto che siano esseri umani, oggetti o strutture e delle particolari voragini, che appaiono nel momento in cui le anime dei morti si ricongiungono con il corpo sotto forma di CA. Un universo davvero complesso e intrigante che, con molta franchezza, è difficile da descrivere in poche e semplici righe, ma ci proveremo lo stesso. L’aspetto più travolgente e impressionante dell’opera è che è attuato, all’interno della sceneggiatura, un sincretismo tematico e religioso da far impallidire dei trattati culturali ad ampio spettro.

Death Stranding

Forse la presenza di Mads Mikkelsen all’interno di Death Stranding vi basta per l’acquisto?

L’Oltretomba, nello specifico, è visto in un modo del tutto diverso dai precedenti esempi che abbiamo elencato: Death Stranding ci insegna che non esiste un aldilà condiviso per tutti coloro che muoiono (in alcuni casi in realtà è possibile, ma è raro), ma ogni persona, dopo la sua morte, appartiene ad un mondo ultraterreno del tutto personale ed individuale con caratteristiche diverse dagli altri. Ne consegue che la vita dopo la cessazione dell’esistenza, dal punto di vista Kojima, è frutto delle nostre esperienze terrene ed è costruito interamente da noi, modellato dagli incontri, i sogni, le aspirazioni, le persone che abbiamo conosciuto, successi e insuccessi, un circo dell’impossibile in cui noi siamo gli assoluti ed  unici artefici della nostra nuova esistenza post-mortem. Questa riflessione se da un lato mette in risalto in maniera particolare il ruolo attivo dell’uomo all’interno della macchina causale (probabile che l’autore abbia letto tanti testi filosofici, mi ci gioco un nichelino), dall’altra scardina completamente il concetto di Oltretomba per come lo conosciamo noi, dandogli una connotazione originale e, soprattutto, ricca di mistero, capace di generare in noi dubbi amletici di proporzioni considerevoli.

Il problema maggiore di tutto questo impianto narrativo e culturale è che, nonostante gli infiniti documenti all’interno del gioco che vanno ancora di più nello specifico, rimane abbozzato in molte sue parti. Ciò è ovviamente intenzionale ed in questo modo Kojima lascia tanto margine di interpretazione al pubblico, ma, con tutta la sincerità possibile, vi dico che ne avrei voluto molto di più, ma è solo un vezzo mio, non toglie nulla all’esperienza, anzi, gli da un contorno ancora più interattivo e dinamico. Personalmente Death Stranding è stato un viaggio spaziale ed introspettivo che mi ha ricordato ancora una volta quanto il medium videoludico è caratterizzato da un’intensità senza pari ed è l’evoluzione definitiva della cultura moderna, in perenne trasformazione e mutevole come i cambiamenti che stiamo osservando nella nostra società.  Da tutto questo discorso ho tenuto in considerazione solamente il concetto di aldilà per come l’ha inteso l’autore e ho omesso tutte le affascinanti e complesse ponderazioni del creatore di Death Stranding riguardo l’isolamento e la solitudine che vive l’essere umano sia dal punto di vista mentale che fisico. Mentre viviamo questa difficile situazione, una realizzazione del genere è sì profetica, ma per certi versi, anche consolatoria e ricca di tanti insegnamenti. Quindi giocatelo o ve lo presto io!

Tirando le somme…

Siamo giunti anche questa volta alla chiusura e ve lo dico con il cuore in mano: è stato dannatamente difficile questo pezzo, perciò arrivare qui per me significa tanto. Parlare di concetti così tanto vasti e un po’ di nicchia è un ambizione non del tutto facile, ma che perseguo volentieri nell’ottica di una riflessione comune con voi. La ricerca di una spiegazione sull’Oltretomba rimarrà sempre al centro del dibattito umano, nonostante facciamo finta di non conoscere per nulla l’argomento. La verità è che ci vergogniamo terribilmente di affrontare tematiche così tanto lontane ed aliene e abbiamo paura di tenerci lontano dei potenziali interlocutori, invece dovremmo imparare ad aprire maggiormente la nostra mente e pensare al di là delle apparenze.

Hades

Già che siamo in tema, vi consiglio anche di recuperare Hades, di cui abbiamo parlato anche in un articolo dedicato.

Questa conclusione in stile monaco tibetano per me ha una valore del tutto speciale e ci tengo enormemente a condividerlo con voi. L’invito sembra un po’ astratto e fuori tempo massimo ma mi prendo tutte le responsabilità del caso: cercate di inserire il concetto di Oltretomba in una dimensione tangibile, umana e solamente partendo da tale aspetto si può effettivamente espandere il tema dal punto di vista culturale. Spesso non ci rendiamo conto di parlare di cose vicine a noi, che fanno parte intrinsecamente della nostra esperienza razionale e nonostante crediamo apparentemente di disquisire dell’iperuranio, nelle opere affrontare qui sopra c’è molta più vitalità ed energia che in una sessione di Acquagym. A proposito, già che ci siamo, buon estate a tutti!

Per approfondire

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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