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Fast & Furious 8: The Fate of the Furious: fate largo ai veri supereroi moderni

Cosa sono gli Avengers quando hai la Famiglia?

C’è una serie che da anni è riuscita stipulare un bellissimo patto narrativo col suo pubblico di riferimento, un pubblico che di solito è estremamente puntiglioso, acido e cattivo, ma che di fronte a Fast & Furious è disposto a sospendere incredulità, convenzione di Ginevra e manuale di fisica.

Fast & Furious 8 inizia a Cuba e gli bastano poche cose per entrare nel mood: una bella auto, una ragazza che ancheggia, una corsa all’ultimo secondo con le fiamme che sfondano il finestrino mentre vinci in retromarcia. Il film potrebbe finire dopo 20 minuti e saresti comunque felice così.

Ma quest’anno il tema della famiglia viene ribaltato, da punto di forza e messaggio positivo diventa un peso, diventa ciò che può essere usato contro di te, ma sarà veramente così?

Nessuna saga di supereroi gode al momento dello stesso credito e dello stesso affetto riservato alla Famiglia di Toretto, i suoi sono gli unici film tutti, dal critico al geek, dal giovane al vecchio, vanno per divertirsi e vengono puntualmente ripagati con un prodotto d’intrattenimento perfetto che ogni volta riesce incredibilmente ad alzare l’asticella, rimescolando personaggi, situazioni, suggestioni, senza il peso di “ma nel fumetto era meglio”, “ma nel libro era diverso”.

Grazie a questo stato di grazia gli autori negli anni si sono potuti permettere soluzioni sempre più assurde, che in questo capitolo culminano nel ritenere una Lamborghini sul ghiaccio un’idea sensata, curvare siluri a mani nude e una pioggia di auto.

Di fatto l’unica cosa assurda di questo ottavo capitolo è Michelle Rodriguez che indossa gli stivali fino al ginocchio in mezzo al caldo tropicale di Cuba.

I personaggi di Fast & Furious sono supereroi veri, sono i ghetto Avengers, con un’epica, un codice personale, una logica tutta loro, poteri e personalità ben distinti. I loro costumi sono le auto, che li rispecchiano in tutto e per tutto, funzionava per i G.I Joe, funziona per loro. Toretto avrà sempre una muscle car, The Rock una Jeep, Statham un’auto inglese, magari una Jaguar e così via.

In Fate of the Furious il legame tra uomo e macchina diventa ancora più raffinato, sono i loro esoscheletri potenziati, si muovono come facessero parkour, riescono persino a farci a cazzotti e diventano lo scudo che ti salva quando tutto è perso.

L’esempio più evidente di questa filosofia è la scena del trailer in cui Toretto viene tenuto fermo nella sua auto da quattro rampini come se fosse una belva in gabbia che urla, sbuffa e ringhia, prosegue quando le auto a guida autonoma diventano come gli zombi di un film post-apocalittico, citando Bad Boys II, fino alla sequenza del sottomarino, che riprende le suggestioni di Ottobre Rosso per trasformarsi un vero e proprio mostro di fine livello.


Se proprio vogliamo trovare un difetto, anzi, due, facciamo tre, ormai il pubblico è abbastanza maturo per vedere sullo schermo hacker che fanno qualcosa di diverso dal picchiettare su una tastiera mentre dicono cose incomprensibili. Per la serie questo è un capitolo particolarmente cupo, quindi manca un po’ il momento stiloso, la riccanza, il glamour, l’uso di location spettacolari ed eccessive in cui ti senti fuori luogo anche se sei Briatore. Se vogliamo essere pignoli è scarso il bilanciamento fra azione in auto e a piedi: c’è una bellissima scena in prigione e poi quasi niente fino agli ultimi minuti. Guarda caso entrambi segmenti sono quasi totalmente a cura si Statham.

Ottimo invece l’equilibrio tra serietà, azione e humor, in particolare è incredibile come The Rock riesca a passare dall’uno all’altro risultando sempre e comunque sensato.

Per il resto, abbiamo il giovane Eastwood che fa il panchinaro di lusso e inizia a ricavarsi un posto come nuovo Paul Walker, Statham che ricorda al mondo il suo DNA di attore action, trasudando carisma, prendendo da John Woo e John Wick e riuscendo persino a farti ridere. Infine, Charlize Theron, perfida ma troppo filosofica e lontana dall’azione, avrei preferito per lei un ruolo più evoluto rispetto al solito super hacker con accesso a tutto.

Non il miglior capitolo, ma una buona transizione verso una nuova trilogia, abbastanza da farti chiedere: “Quando arriva il 9?”.

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Excalibur, vedi alla voce “esagerare”

Storia e analisi di un film che contribuì a rilanciare il genere fantasy

Da ragazzino ero un secchione (ma va?) e amavo due cose in particolare: la mitologia greca e il ciclo arturiano. La prima mi era rimasta attaccata leggendo un libro per bambini chiamato “Storie della storia del mondo”, il secondo era merito di “La spada nella roccia” della Disney.

Una volta approdato in quella fase dell’adolescenza in cui ripudi tutto ciò che è infantile perché devi dimostrare che sei cresciuto, non so come mai entrai in contatto con Excalibur, un film uscito nell’anno in cui ero nato e che sulla copertina della VHS mostrava una spettacolare immagine di un tizio che ti guardava serissimo e una spada, non male.

https://www.instagram.com/p/BSYb3ddjIIe/?taken-by=n3rd_core

Excalibur è un favoloso polpettone di due ore e mezza che condensa tutte le avventure di Artù, dal concepimento ad opera di quello che probabilmente è il padre col nome più figo della storia, Uther Pendragon, alla morte per mano del figlio Mordred. Nel mezzo c’è tutta la storia di un mondo che passa lentamente dal paganesimo al cristianesimo e abbandona il suo lato più selvaggio e magico, rappresentato da Merlino, in favore di una scintillante nuova religione alla quale verrà chiesto il conto da Morgana.

Tra i meriti del film ricordiamo l’aver ufficialmente sdoganato i Carmina Burana come musica solenne e tenebrosa con cui girare scene d’azione e l’aver dato ad attori sconosciuti o noti solo in patria un palcoscenico internazionale come Liam Neeson, qua praticamente al debutto insieme a Gabriel Byrne, Hellen Mirren e Patrick Stewart.

Boorman voleva che il pubblico si concentrasse sulla storia, non sugli attori. Excalibur fu anche il suo ritorno in sella, perché dopo Un tranquillo weekend di Paura aveva inanellato la combo Zardoz+L’esorcista II che non furono propriamente dei successi al botteghino.

Per uno spettatore cresciuto a peplum, scontri epici e battaglie campali ma tendenzialmente ordinate, la visione di Excalibur era una sorta di rivelazione, un po’ come assaggiare una bistecca dopo anni di cotolette, come vedere la Battaglia di Anghiari prendere vita di fronte ai tuoi occhi.

Scontri bui, pieni di fango, urla, Wagner e sangue, con gente che si muove lenta e impacciata in armature enormi (con cui tra l’altro riesce miracolosamente a fare sesso senza uccidere la compagna) e urla più per la fatica che per il dolore. Tutto è buio, scuro, fumoso e violento. Gli uomini sono fondamentalmente cavernicoli in armatura mossi solo dai propri istinti verso donne che o li subiscono o li manipolano.

Nella sua follia visionaria, Excalibur rimane comunque molto più simile al vero medioevo di quanto possa raccontarti un libro di storia.

In contrasto con tutto questo realismo Boorman schierava un uso esagerato di riflessi e luccichii che in certi momenti trasformano il film in una televendita di argenteria. Le armature scintillano, i gioielli delle donne scintillano, la famigerata capoccia di Merlino scintilla, i denti scintillano, le mura del castello scintillano, persino la natura manda bagliori verdi.

E poi c’è l’armatura finale di Mordred che è un capolavoro del camp e lo trasforma in una specie di David di Michelangelo dorato e vendicativo (estetica ripresa ne Il Gladiatore), o l’affascinante litania della Magia del Fare recitata da Merlino in una specie di inglese arcaico: Analnathrakt Udvas Bethod Dokiel Dien-ve.

In italiano vuol dire più o meno “Per il respiro del drago, per la magia della vita e della morte, io ti ordino di fare” e sappiate che è stata anche utilizzata da Undertaker per alcune sue entrate in scena.

Nella versione italiana il doppiaggio con un registro solenne rende tutte le interpretazioni uniformi e azzeccate, ma in lingua originale Excalibur diventa uno spettacolare campionario di overacting assurdo ed enfatico. Basta ascoltare gli spezzoni di questo articolo per essere investiti da un treno di gente che sembra uscita da Boris.

La Mirren sembra sul palco alla recita del liceo, la maggior parte dei cavalieri parla come se fossero usciti ora da un corso di recitazione per posta, si salvano in corner Neeson, Stewart e Nigel Terry nei panni di Arthur, ma a volte anche loro strappano un sorriso.

Su tutti svetta Nicol Williamson, ovvero Merlino, che gigioneggia passando dal falsetto alla declamazione teatrale, alternando ritmi, toni, timbri e accenti e conferendo al personaggio un’anima mutevole, sfuggente e misteriosa, un po’ mago potentissimo, un po’ giullare di un altro mondo che si diverte nel contemplare le stranezze degli umani. Se il film porta a casa il risultato è merito anche suo.

Come molte produzioni gigantesche e sperimentali, d’altronde Boorman è lo stesso che ritenne necessario vestire Sean Connery come un viados in Zardoz, Excalibur non ebbe assolutamente vita facile, per colpa del cast e perché si rivelò costoso come giocare all’autoscontro con le Ferrari.

I produttori della United Artists odiavano Williamson perché si erano trovati male in passato, ma Boorman si impuntò perché lo riteneva talentuoso. Williamson odiava la Mirren perché si era trovato male in passato, ma Boorman si impuntò perché i loro dissapori potevano essere funzionali sullo schermo per la rivalità tra Merlino e Morgana.

Non mancarono neppure problemi sul set, che per tutti i mesi di riprese fu funestato da una continua e incessante pioggia. Il che fu perfetto per le battaglie campali e il finale lugubre, ma era un po’ meno bello tutto il resto del tempo, soprattutto quando devi tenere pulite e scintillanti centinaia di armature o girare una scena all’aperto in cui non dovrebbe piovere. A proposito di battaglie campali, quella iniziale dovettero ripeterla TRE volte, perché la luce era sbagliata. Potete immaginare da soli il costo dell’operazione.

Nonostante alcune performance e l’essere fondamentalmente un polpettone proto-fantasy abbastanza lungo, Excalibur spicca e resiste nel nostro immaginario grazie al talento visionario di Boorman in grado di trasmettere sensazioni terribilmente grezze, tetre e terrene, ma anche divine ed eroiche.

Il fascino di un Merlino, più vicino come aspetto a un negromante che a un maghetto Disney, allucinazioni, magie, armature in penombra con forme animalesche (ben prima del Mastino di Game of Thrones), il Graal che scintilla come una visione paradisiaca, corvi che beccano occhi e infine l’uso di Wagner non è casuale, ma legato alla grandiosità eccessiva del Crepuscolo degli dei e del Ragnarok, in cui ogni eroe trova la morte contro la propria nemesi.

Excalibur nacque sull’onda di un ritrovato fascino per il fantasy all’inizio degli anni ’80 che si lega in qualche modo al successo nello stesso periodo di Dungeons & Dragons e ai romanzi di Conan, che arrivò nelle sale l’anno successivo e fece da apripista a un’intera generazione di film come La Storia Infinita, Legend, Labyrinth, La Storia Fantasitca, Willow.

Non male per un film nato dopo che Boorman fallì nell’acquisire i diritti de Il Signore degli Anelli.

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Trailer del Superbowl: il Pagellone!

Se come me avete spento la televisione sul 21 a 3 per i Falcons perché vi stava calando la palpebra, “tanto ormai è andata, Brady è cotto”, ma quando stamattina vi siete guardati allo specchio avete trovato la scritta “bravo scemo” sulla fronte c’è solo un modo per farvi tornare il sorriso: guardare i trailer del Superbowl.

Peccato che tra sequel e recuperi nostalgici il materiale non sia poi così interessante.

Stranger Things 2

Dalla seconda stagione mi aspetto tanti di quei colpi bassi da dover indossare una conchiglia protettiva prima di vedere ogni puntata. E il trailer non fa niente per sconfessare questa sensazione, anzi. L’aspetto che però mi interessa di più è l’idea che il Sottosopra arrivi nella realtà e spero tanto che quella specie di Grande Antico che si vede per pochissimi secondi non sia soltanto una visione ma un megamostro. Un teaser che comunque centra l’obiettivo, peccato doversi ibernare fino ad Halloween (e che diamine!!!???!!!).

Voto 8,5 Potevo fare il simpatico dando 11 come voto ma non l’ho fatto, apprezzatelo.

Guardians of the Galaxy 2

Il primo è stato un po’ come raccontare una barzelletta idiota a una donna e scoprire che 1) la barzelletta invece era più carina del previsto 2) sei riuscito a farla ridere così tanto che ora ti sposa. Il secondo film sembra voler ricalcare pari pari lo stesso percorso, battaglie spaziali, gente strana, battutine, Groot e musica vecchia. Il problema è che adesso sappiamo che il film potrebbe essere figo e quindi c‘è un’aspettativa enorme che Gunn sembra voler appagare infilando ancora più di tutto. Sono quasi certo che la tizia con le antenne sarà uno dei cosplay più copiati del prossimo anno. Il trailer in generale ci dice poco.

Voto 7 Cose buffe, alieni e nostalgia, di nuovo.

The Fate of the Furious

Qua si comincia decisamente a ragionare, l’idea di far diventare Toretto cattivo era l’unico modo per uscire da una serie che sembrava non aver più niente da dire dopo il settimo capitolo, quello in cui avete detto alla vostra compagna che vi era entrata una bruschetta nell’occhio. Il critico che è in me dice che si poteva chiudere al capitolo prima, il tamarro invece vuole vedere al rallentatore la scena con la minigun e quella della palla da demolizione.

Voto 8 Sgasate e Toretto il tamarro perfetto

Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar

Onestamente io non sento il bisogno di un nuovo film dei pirati dei Caraibi più o meno dal secondo capitolo e se fossi il re del mondo approverei una legge in cui puoi colpire fortissimo i cosplayer di Jack Sparrow e uscirne con la fedina penale pulita. Tuttavia nel trailer son stati bravi a giocare sporco con uno che, se esistesse, dovrebbe vincere il premio “Miglior cantante per rendere il tuo trailer intenso, profondo e interessante anche per il critico più difficile”: Johnny Cash.

Voto 6,5 Magari stavolta Jack muore sul serio

Transformers: The Last Knight

Dopo il secondo film ho deciso di avvicinarmi ai film dei Transformers con questo spirito: mi godo i trailer ma evito i film, così mi rimane solo il senso dell’epico e schivo quello del ridicolo. Qua Optimus Prime sembra aver subito la cura Toretto del buono che diventa cattivo e fa l’unica cosa giusta, ovvero menare BumbleBee. A questo giro però il trailer non convince, almeno nel film precedente c’erano i Dinobots, e ciò nonostante era riuscito a essere il peggior film della saga, qua neppure quelli.

Voto 5 AutoroNO!

Ghost in the Shell

Sono cresciuto così tanto a pane e cyberpunk che sono uno dei pochi interessato più al film e alla speranza che rilanci il genere che alla tutina della Johannson. La voglia di far tornare la moda del cyberpunk mi sembra d’altronde l’unico scopo di un film che può solo essere un ricalco meno spettacolare dell’originale. Il trailer comunque ti fa venire voglia di chiederti “Siamo quasi al 2020, dov’è il mio braccio meccanico col lanciarazzi?”

Voto 7,5 Tutine e violenza

Logan

Quando hai fallito così clamorosamente come in Wolverine — L’Immortale la tua unica speranza è travestire un film d’azione da pellicola vagamente sporca e intimista in cui l’eroe appare debole, ma sempre pronto a combattere, e magari in procinto di passare la mano alla prossima generazione. Logan sembra voler essere tutto questo, mescolando Old Man Logan, la morte di Wolverine e altre cose qua e là. Amazing Grace in sottofondo continua la grande tradizione delle musiche calme per contrastare la violenza su schermo. Ho paura che sia solo un gioco di specchi per un film d’azione nella media.

Voto 6,5 Logan sei vecchio, vai a vedere il cantiere dell’Avenger Tower

Baywatch

Tette e stupidità lo renderanno probabilmente un film da guardare previa lobotomia, anche perché The Rock ha il potere di prendersi sulle spalle progetti abbastanza assurdi e trasformarli in qualcosa di godibile semplicemente col suo carisma. Il resto è tutto materiale un tanto al chilo per uomini e donne che andranno al cinema dicendo di farlo per il gusto della nostalgia ma lo faranno solo per il piacere della carne. Nel trailer c’è più o meno tutto ciò che vi serve.

Voto 7 “Cara non è come pensi, è solo nostalgia”

Life

Cosa abbiamo qua? Astronauti che combattono una forma di vita ostile in un ambiente isolato? Claustrofobia? Lanciafiamme e decisioni difficili? Un cast interessante? Life sarebbe un film molto interessante… se non fosse mai uscito Alien! Rimane comunque un boccone molto goloso per chiunque sia vissuto all’ombra dello xenomorfo. Del gruppo di trailer è forse quello che più di tutti mi ha fatto venire voglia di andare al cinema, anche solo per capire come possono giustificare l’assoluta mancanza di norme di sicurezza per distruggere l’alieno semplicemente premendo un bottone.

Voto 9 “Ok ragazzi voglio un reboot di Alien senza chiamarlo Alien”

A Cure for Wellness

A livello puramente tecnico, l’idea di mascherare un trailer come uno spot pubblicitario è senza dubbio la scelta più interessante vista la collocazione del filmato. Sul film in sé c’è poco da dire perché siamo di fronte al classico montaggio veloce creato per mettere ansia, però dietro c’è pur sempre Verbinski eh! La storia parla di un misterioso centro benessere sulle Alpi svizzere che nasconde terribili segreti. Immagino che dopo anni di case stregate, istituti psichiatrici e ospedali bisogna pur inventarsi qualcosa di nuovo, adesso mi aspetto un bell’horror in un villaggio vacanze.

Voto 8 Cavallo di Troia

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L’egemonia culturale di Titanic

Perché a distanza di anni ancora alziamo le braccia se siamo sulla prua di una nave

Nel 1998 internet era una cosa abbastanza buffa a cui ti connettevi con oggetti che facevano uno strano rumore chiamati “modem” e che i ragazzi usavano quasi solo per scaricare informazioni da usare nei compiti. Occasionalmente parlavi su Messenger con qualche amico illuminato, ma era una landa desolata fatta di pagine statiche, siti in flash e poco altro.

Non esisteva la cultura della visibilità, non sapevi cosa facevano gli altri se non te lo dicevano o vedevi le foto stampate, i cellulari servivano per giocare a snake e fare gli squillini. In questo contesto sociale esistevano tre cose che ti dicevano cosa ti sarebbe piaciuto: i genitori (imperativo disprezzare ciò che apprezzavano) gli amici (fondamentale amare ciò che amava la gente a cui volevi piacere) e la televisione.

Beh poi c’erano anche le riviste, ma i ragazzi non hanno letto e non leggeranno mai, al massimo qualche copertina di Ciak o TV Sorrisi e Canzoni per i più acculturati.

All’epoca se volevi parlare agli adolescenti non stavi su una timeline o nei video di YouTube, stavi su MTV, almeno io stavo su MTV, l’accendevo appena tornato da scuola e la spegnevo la sera dopo cena. Se dovevo studiare o giocare abbassavo il volume, così se passava un video che mi piaceva potevo alzarlo al volo.

Tutto ciò fu praticamente impossibile per circa sei mesi, da gennaio a giugno del 1998, senza passare per una Cura Ludovico a base di Celine Dion. A qualunque ora del giorno e della notte ogni tre video il quarto era My heart will go on, non c’era speranza, non c’era pietà, solo OOOONCE MOOOOOORE YOUUUU OOOOPEN THE DOOOOR.

Perché all’inizio di quell’anno Titanic arrivò nei cinema italiani come tutti gli altri grandi blockbuster usciti prima e dopo di lui, ma a differenza di quasi tutti gli altri film rimase in programmazione per sei mesi. Un sacco di gente lo vide più di una volta, con i genitori, con gli amici, poi con altri amici, poi da soli e così via.

Sei mesi? Vi rendete conto? Secondo me non vi rendete conto.

Oggi viviamo in una cultura fatta di mode che hanno un impatto incredibile ed effimero, per qualche settimana monopolizzano il panorama come enormi torri di babele che gettano la propria ombra su qualunque cosa per poi crollare e venire sostituite da nuove torri ancora più alte. All’epoca i ritmi erano un po’ più lenti ma non molto diversi, ciò nonostante Titanic riuscì a imporsi come una sorta di grande egemonia culturale in qualunque ambito della società. Non potevi ignorarlo, potevi solo farci i conti.

Alla fine lo avevi visto anche senza averlo visto, quando anni dopo passo in TV e finalmente mi tolsi il dente sapevo già tutto per osmosi.

Avete presente quando prima dell’uscita di Episodio VII anche le arance portavano il marchio di Star Wars? Beh Titanic riuscì a fare molto di più senza gli infiniti mezzi di Disney e senza i social network ad amplificare tutto. Ogni ragazzina ne parlava, i poster di Di Caprio erano più di quelli di Kim Jong Un che ora tappezzano la Korea del Nord, tutte sognavano di piangere il proprio ragazzo mentre quello moriva assiderato vicino al circolo polare artico.


Come ogni diciassettenne sano di mente dell’epoca odiavo tutto questo, innanzitutto perché monopolizzava la mia rete di riferimento con gli striduli acuti di una cantante canadese, secondo poi era una storia d’amore sdolcinata, patetica che un ragazzo cresciuto a base di Kenshiro, Starship Troopers e Carmageddon poteva solo rigettare come veleno.

Lo stesso ragazzo piangerà però lacrime sincere per la morte di Aerith in Final Fantasy VII, ma non è questo il punto.

Per anni mi sono chiesto cosa ci fosse dietro quella follia collettiva, come mai in Italia milioni di persone per mesi non videro altro. Oggi, rendendomi conto che era l’anniversario della prima italiana, mi sono messo a rimuginare sul film e ho finalmente scoperto l’acqua calda. Titanic era il film perfetto.

Se eri una ragazza difficilmente potevi restare indifferente di fronte al faccino di Di Caprio e al suo caschetto biondo copiato da molti ragazzi, non io, io avevo i capelli mori e casuali, ma ricordo un compagno di classe che c’ha vissuto di rendita per un intero anno scolastico. E che dire della storia d’amore? Appassionata, disperata e moralmente perfetta. Coi ricchi cattivi, i poveri buoni, coi cattivi che muoiono male e i buoni che lo fanno con onore.

Poi c’era tutta quella parte dedicata ai maschi costretti a vederlo per poter mettere una mano sulla spalla della fidanzata nel buio del cinema. Quelli che si allenavano a rimanere impassibili nella scena di nudo con Kate Winslet e quelli che cercavano di evitarsi mesi e mesi di prese per il culo con “Va beh però ha dei grandi effetti speciali e la seconda metà col naufragio è figa”.

Il fatto è questo: avevano ragione. Se oggi ancora la gente va sulla prua delle navi e alza le braccia è perché Titanic è stato forse uno dei film più trasversali della storia. In cui tutti potevano trovare qualcosa di interessante da vedere. C’era tutto, l’amore, i tizi che cadono urlando, lo spettacolo di un’enorme nave che si spacca a metà e l’assurda e patetica idea che una ragazza ricca avrebbe seriamente considerato un poveraccio.

Titanic, avevi ragione tu, però non ti perdono ancora Celine Dion.

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Dirk Gently, agenzia d’investigazione olistica

Dalla mente di Douglas Adams, l’assurdità che mancava in TV

Lasciate perdere i revival anni ’80 con le bambine telepatiche, i parchi del selvaggio west, l’ennesima noia zombi o un’altra serie di supereroi, tutto ciò che vi serve adesso è Dirk Gently, l’investigatore olistico.

Sapete quando sono felice? Quando mi rendo conto che mi mancano ancora tantissime cose per poter dire di saperne tanto. Ad esempio, come moltissimi esseri umani del pianeta Terra adoro La Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, ma ignoravo l’esistenza della sua deviazione verso il romanzo giallo, ovvero le storie di Dirk Gently, un investigatore fuori di testa che segue le vie del caos e dei collegamenti invisibili per risolvere casi assurdi. Grazie al cielo Netflix ha deciso di risolvere questa imperdonabile lacuna.

La cosa buffa è stata aver scoperto questa serie per caso e non perché centinaia di persone si esaltavano su Facebook.

Adams, assieme a Pratchett, è la risposta alla domanda “quale stile di scrittura vorresti avere se tu potessi caricare nel tuo cervello la personalità di un autore”. Mai banale, mai accomodante con il lettore, perfettamente a suo agio nelle trame più assurde e intricate, in grado di passare in maniera repentina dalla satira al nonsense, piegando le regole di genere, inventando parole, personaggi, situazioni che a nessun altro verrebbero in mente.

Adams è stato forse uno degli esponenti più brillanti di quella vena di pazzia e genialità che caratterizza le produzioni britanniche, passando attraverso la Guida Galattica, Doctor Who e in parte toccando anche Harry Potter. La serie tra l’altro è scritta da Max Landis, già autore di Chronicle e figlio del ben più noto John, che ho scoperto sfoggiare senza problemi sul red carpet una testa rasata con tanto di ciuffo arcobaleno.

Tutto il suo spirito è perfettamente racchiuso nella storia di Dirk Gently che nei primi episodi si limita a lanciare contro lo spettatore tutto ciò che gli passa per la testa. Una banda di teppisti post-punk che sembrano usciti dalla periferia di Berlino, un’assassina che si fa guidare dal caso e non può morire, esperimenti governativi, malattie mentali assurde che ti fanno credere di prendere fuoco e omicidi in stanze d’albergo ad opera di squali. Questi gli elementi rivelabili senza spoiler di una storia che dura 8 episodi e che si rifiuta prepotentemente di avere un senso fino all’ultima puntata.

Non ho assolutamente idea di quanto la serie sia fedele ai libri, ma se, come credo, è ancora meglio, vuol dire che l’acquisto appena fatto su Amazon ha avuto senso.

Tutto ciò che la serie vi chiede è esattamente ciò che Dirk chiede al suo involontario e improvvisato assistente Todd, interpretato da un secchissimo e stralunato Elijah Wood: fidati e segui la corrente, alla fine tutto è collegato. D’altronde proprio questo è il credo vagamente new age della disciplina olistica predicata nella serie: ogni dettaglio è connesso, ogni scelta predestinata, se sei quel posto e in quel momento un motivo c’è, ma se pensi che la tua vita non abbia senso è solo perché stai cercando di contrastare il fluire del cosmo. Dirk aggiunge a tutto questo un’attitudine esageratamente positiva e ottimista che ovviamente cozza con il pessimismo cosmico di Todd e la sua voglia di sopravvivere alle situazioni potenzialmente letali in cui viene coinvolto.

Il pregio maggiore di Dirk Gently è forse lo stesso di Kimmy Schimdt: riuscire nella difficile opera di creare una serie TV che sia allo stesso tempo appassionante, divertente, leggera, ma non stupida. Qualcosa che si può consumare con avidità ma senza un impegno emotivo e mentale, che ricarica le batterie. Il prodotto finale di questo frullato è una serie che ricorda i battibecchi e gli intrichi di Sherlock Holmes ma soprattutto le situazioni e le soluzioni assurde di Zak McKraken e i suoi occhiali e nasone, i marziani e il pane secco duro come la pietra.

Purtroppo sono solo otto puntate ma grazie a dio la serie è stata già confermata per una seconda stagione di 12 episodi.

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Black Mirror — Terza Stagione: Il Pagellone

La terza stagione di Black Mirror è stata annunciata dalla più bella e involontaria operazione di marketing virale che una serie così potesse sperare: un massiccio attacco DDOS che ha resto Netflix e la maggior parte dei siti che visitiamo ogni giorno inaccessibili per qualche ora. Un attacco che ha avuto successo anche grazie alle centinaia di dispositivi “smart” che abbiamo in casa e che sono più vulnerabili di uno sbronzo girato di schiena con le cuffie. Come sempre, ogni episodio racconta una storia completamente diversa che mescola distopia, nuove tecnologie, social network e dinamiche sociali in un grande murales con su scritto “Facciamo schifo e andrà sempre peggio”, il problema è che ormai Black Mirror è passato dalla fantascienza al documentario, tanto che non ho ben capito se è Charlie Brooker a ispirarsi alla realtà o viceversa. La cosa che più mi spaventa è anche la mia assenza di spavento. La realtà in cui viviamo mi ha quasi del tutto desensibilizzato a una sana paura del futuro.

Vabbe’, pagellone?


03X01 — Caduta Libera: Immagiate che Facebook acquisti TripAdvisor e ci permette di votare le persone attorno a noi, rendendo palese la divisione in classi sociali attraverso un numeretto e dandoci la possibilità di sfogare pregiudizi, scazzi e frustrazioni personali affibbiando un bell’uno al tizio che ci ha spintonati per strada e dando cinque a qualcuno di famoso che vogliamo impressionare, insomma esattamente come facciamo ora coi like. Una camionista che bestemmia avrà una stelletta, una coppia ipocrita e sorridente che sembra uscita dalla pubblicità di Tommy Hilfiger, e a cui daresti fuoco da dove prendono meglio, cinque. Più alto è il voto, maggiori sono i tuoi privilegi sociali, compresi il saltare le code e alloggi migliori. Il risultato è una sorta di paradiso ipocrita che sembra preso dal video di Black Hole Sun in cui lo smartphone diventa un’arma di pressione sociale. Un collettivo stallo alla messicana in cui tutti sorridono. La deriva dei social, la ragione a colpi di like e la modifica delle nostre dinamiche è forse uno dei temi più abusati della serie, ma i colori pastello, la finta risata di Bryce Dallas Howard, la leggerezza con cui viene progressivamente umiliata per motivi futili e il pensiero che potrebbe tranquillamente succedere sul serio fra qualche hanno la rende una delle puntata più angoscianti della serie. Peccato per quel finale liberatorio che trasforma l’offesa in liberta e che stride parecchio con tutto il resto. Ciò che ci viene mostrato è ciò che succede portando all’estremo la facilità di giudizio e il bisogno di essere accettati che viviamo in questi anni. Se la cosa vi fa paura, sappiate che in Cina la stanno già testando. Voto 9 anzi, cinque stelline.


03X02 — Giochi Pericolosi: I videogiochi che in qualche modo analizzano le reazioni dell’utente e si regolano di conseguenza non sono una novità. Qualche anno fa Left 4 Dead ti scagliava addosso orde di zombi se si rendeva conto che eri troppo prudente, ma in questo caso parliamo di cosa potrebbe succedere dando mano libera a personaggi come Hideo Kojima o Keiji Inafune in un mondo che sta cercando di farci giocare sempre di più con realtà aumentata e virtuale. Fra tutte le storie è probabilmente la più debole come ossatura, ma questo non vuol dire che non sia comunque girata e pensata con gran cura, soprattutto nei colpi di scena stile Inception della fine. Personalmente ho trovato lunga e inutile l’introduzione e fastidioso il protagonista. Mi è sfuggito anche quale vorrebbe essere il messaggio di fondo: chiamate vostra madre prima che sia tardi e un gioco vi frigga il cervello? Se vi dicono di spegnere il cellulare fatelo? Se sei una di quelle persone che viaggia tanto e se ne vanta meriti una pessima morte? Comunque ormai è solo questione di tempo prima che qualcuno muoia per lo spavento di un survival horror virtuale e quel qualcuno potrei essere io. Voto 7 Prossimamente in un articolo sui videogiochi violenti de Il Corriere


03X03 — Zitto e Balla: Fondamentalmente l’arte del trolling applicata alla giustizia sociale. Anche qua il tema è abbastanza noto alla serie: vergogne private esposte al pubblico, invasione della privacy, sorveglianza sociale e il prezzo dei nostri errori. In questo caso tuttavia c’è un ulteriore livello di cattiveria, visto che fino all’ultimo pensiamo che sia solo un ragazzino che si vergogna a farsi vedere mentre si fa una sega, mentre di fatto stiamo guardando un giovane pedofilo disposto a qualunque cosa per uscirne pulito. Fra tutti gli episodi è probabilmente quello più cattivo, angosciante e privo di ogni via di scampo, ma questo lo scopriamo solo alla fine, quando la più classica delle Trollface ci svela che è tutto un crudele scherzo, una prolungata tortura anonima che ha coinvolto anche persone che avrebbero potuto chiedere aiuto alla polizia e che non hanno fatto niente di illegale, ma dato che viviamo in un era in cui compiere un crimine è l’ultimo dei problemi, hanno avuto troppa paura delle conseguenze. Anche se sono quelli con le colpe più grandi a pagare il conto più salato, tutti alla fine devono pagare, perché quando la tua vita finisce in mano a qualcuno che non conosci il lieto fine non esiste. D’altronde Bronn, qua nei panni di un uomo d’affari che ha voluto provare l’ebrezza di una prostituta ventenne lo dice chiaramente qual è il messaggio della puntata: “Non c’è cura per l’internet”. Voto 8 Da far vedere a tua figlia se non vuoi che mandi foto in giro


03X04 — San Junipero: Puntata totalmente fuori dagli schemi della serie per due motivi: per la maggior parte del tempo la tecnologia è assente e tutto finisce bene, anche se la gente muore. Probabilmente gli autori hanno pensato che a battere troppo il tasto del pessimismo prima o poi qualcuno si buttava di sotto. Puntata anche estremamente paracula, visto che gioca per tutto il tempo con l’estetica, la musica e i videogiochi anni ’80. Visto e considerato che lo spettatore medio di Black Mirror è un nerd sui 30, 40 anni il trucchetto è fin troppo facile, perché se citi i due finali di Bubble Bobble sai che lo apprezzerò, maledetto Charlie Brooker. Ma a noi onestamente non ce ne frega niente se per una volta vince la nostalgia facile, perché dopo le visioni paranoiche di mille futuri possibili in cui tutti finisce in merda per una volta ci va anche bene assistere a una storia d’amore ed eutanasia. Il cast è allegoricamente perfetto: Gugu Mbatha-Raw è il simbolo di una vita vissuta a pieno, senza rimpianti, con sfrontatezza e passione, Mackenzie Davis è l’amore che non conosce malizia, quella compagna di classe impacciata a cui batteva forte il cuore se qualcuno la guardava, che faceva tappezzeria nei balli solo perché era lei a scappare. Il resto è una riflessione sul ricordo, sul fine vita, sull’andare avanti, ma soprattutto sull’amore. Chiunque abbia avuto una relazione sa già che forse le protagoniste non si ameranno sempre alla follia per l’eternità, ma in questo momento non ci pensiamo, ci godiamo il momento, sperando che questa volta sia per sempre. A pensarci bene però questo è forse l’episodio più triste: questa tecnologia è la meno fattibile, i morti restano morti e l’oblio è ciò che ci aspetta. Solo Black Mirror poteva mettere il lieto fine nella tecnologia più irrealizabile della serie. Voto 8 Il paradiso può attendere


03X05 — Gli uomini e il fuoco: Forse la puntata in cui il metaforone e più palese e spiegato di tutte: un soldato efficiente non è quello con l’arma più grossa, ma con la coscienza più piccola, quello che spersonalizza così tanto il nemico da non vederlo più neppure come un essere umano. Tuttavia, anche il condizionamento mentale più efficiente non riesce a impedire traumi psicologici post bellici che consegnano alla società individui danneggiati e difficili da reinserire. La soluzione? Un sistema di realtà aumentata che visualizza gli umani come mostri indegni di alcuna pietà, che ti impedisce di sentirne le parole ed elimina l’odore del sangue. Il resto del mondo non deve fare altro che stare al gioco e far credere ai soldati che è tutto così. Se la cosa vi ha fatto salire il Chomsky il motivo è abbastanza semplice: per fare una buona guerra il nemico dev’essere spersonalizzato, svestito di ogni umanità, dev’essere una bestia del quale non capisci la lingua e della quale non ti interessano le motivazioni, se non per il fatto che sicuramente vuole solo ucciderti. Ogni riferimento a persone di religione musulmana è chiaramente voluto. Ma non è finita qua, perché quando il nostro eroe si rende conto degli orrori ha partecipato in maniera inconsapevole viene incarcerato per evitare che parli, un po’ come Chelsea Manning e quando torna a casa si trova di fronte a un luogo ormai privo di vita, distrutto, come l’esistenza di molti soldati, ma a lui che gli frega, tanto si è fatto rimettere nel sistema e vede una bella ragazza che lo aspetta. Buoni personaggi, tra i quali un sempre ottimo Michael Kelly, non male la regia sui toni freddi, che fa ottime cose con un set chiaramente poverissimo e recuperato in qualche sobborgo post-industriale fuori Londra. Voto 7 I mostri siamo noi


03×06 — Odio Universale: Sapete qual è la vera moneta di internet? L’indignazione. Il nostro potere npon è deciso dal numero di persone che ci seguono, ma da quante ne facciamo arrabbiare quando apriamo bocca. Per tutto l’episodio non ho potuto fare a meno di pensare quanto avessi sbagliato nel mettere alla gogna gli imbecilli che postavano stronzate post terremoto, non tanto per una questione del dargli visibilità, ma perché alla fine ero soltanto l’ennesima scimmia urlatrice in un baccano generale che non aggiungeva né toglieva niente al dibattito. Fondamentalmente la puntata ci racconta di cosa succederebbe se potessimo uccidere Selvaggia Lucarelli, se i suoi fan potessero uccidere quelli che hanno dato della zoccola a Tiziana Cantone, se avessimo potere su quelli che ci spoilerano Game of Thrones, sulla moglie di Renzi che si permette di non fare lezione per una cena con Obama, su Adinolfi, gli antivaccinisti, su chiunque secondo noi semplicemente se lo merita. Perché tanto è facile trovare qualcuno che fa una stronzata, la mette su internet e sbaglia al 100% no? E non parliamo magari di cose veramente gravi, magari è una dichiarazione sbagliata, magari è un foto poco opportuna, non basta tanto per scatenarci. Quando il direttore de Il Resto del Carlino è stato licenziato per la questione delle “cicciottelle” chi non ha provato un piacevole brivido di potere che gli ha anche messo un po’ di paura? In fondo che c’è di male quando ci auguriamo che qualcuno muoia o venga sottoposto a qualche forma di tortura medievale? Per noi sono solo parole su internet, mica stiamo veramente uccidendo nessuno no? Mica siamo quei bulli che se la prendono con un ragazzino gay, noi siamo nel giusto, la nostra indignazione è legittima. Che importa se qualcuno perde il lavoro, passa mesi in analisi o magari si ammazza? Che importa se qualcuno legge tutte quelle minacce di morte e pensa che bisogna passare ai fatti? Detto questo la detective con i capelli scuri aveva un accento gallesescozzese così fastidioso e accentuato che l’avrei strozzata. Voto 9 I mosti siamo noi, parte 2

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