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La speciale normalità di Harry Dean Stanton

Sulla Nostromo di Alien c’è un personaggio che più di tutti incarna la favolosa banalità di un futuro possibile che rende la potenza visiva del film ancora attuale: Brett.

Brett è un meccanico che vuole semplicemente far funzionare le cose e guadagnare il più possibile, con un occhio ai bonus in busta paga, potrebbe trovarsi su un cacciatorpediniere durante la Seconda Guerra Mondiale, nel mondo post nucleare di Mad Max o in una delle prima fabbriche della Rivoluzione Industriale.

Brett è la normalità, è l’umanità sporca di grasso col cappellino consumato e il giramento di palle continuo, Brett è uno degli esempi più semplice della grandezza di Harry Dean Stanton.

Stanton se n’è andato a 91 anni, lasciandosi alle spalle centinaia di film, alcuni ruoli memorabili, una vita poco pubblicizzata, “uno o due figli” (parole sue), l’amore per Rebecca deMornay, i flirt con Nastassja Kinsky, Debbie Harry e molte frasi che sarebbero un ottimo tatuaggio.

“Mangio solo per poter fumare e rimanere in vita”

Il caratterista nel cinema è un po’ come la senape nell’hotdog o il formaggio sulla pasta, un elemento di contrasto che col suo sapore arricchisce la portata principale. È il mediano che ti fa l’assist, l’asta del saltatore.

I bravi caratteristi sanno che raramente avranno molto spazio sullo schermo, quindi infondono nei loro personaggi qualcosa in più, che sia il tono della voce, la presenza scenica, una battuta particolare, una forza che in qualche modo deve rapire l’attenzione dello spettatore, totalmente concentrata sulla star o sull’azione del momento.

Harry Dean Stanton non funzionava così, la sua era una grandezza basata sulla sottrazione. Riusciva a rubare la scena perché spariva dentro di essa, se la portava dietro, risucchiando tutto e ciò che restava eri tu. La sua forza era riuscire a mantenere una parvenza di normalità anche nelle situazioni più assurde, ogni suo personaggio diventava un ponte fra il film e lo spettatore perché viveva i film come un uomo comune.

“Di solito interpreto me stesso. Qualunque trauma o conflitto psicologico stia attraversando in quel momento cerco di metterlo nel mio ruolo. A volte è abbastanza difficile farcela, ma a volte funziona. Se ciò che sento non corrisponde ai dilemmi del personaggio, allora non faccio il film.”

Così è stato per Alien, così era in Christine, Fuga da New York e Fuoco cammina con me, ma anche in ruoli maggiori, come Paris, Texas. C’era sempre qualcosa di assolutamente “normale” in lui, una forte ma impercettibile connessione col pubblico che gli consentiva di rendere credibile qualunque situazione.

La sua cifra riesce a emergere persino un cinecomic, gli bastano poche battute, un’aria dimessa e qualche gesto per spiegarci tutta l’umanità e il conflitto interiore di Hulk. Peccato che questa scena sia stata rimossa, ma forse era veramente troppo “autoriale” per gli Avenger.

Stanton rappresenta una razza particolare di attori, quelli che sbocciano tardi, che non hanno fretta, fino alla fine dei suoi 50 anni ha sempre fatto cose minori, era la classica comparsa con la faccia da western che mettevi sullo sfondo di una serie di cowboy per rendere il tutto più credibile. Si è svelato al mondo con la stessa lentezza della sua parlata, proprio grazie a un western: Le Colline Blu, scritto dal suo amico Jack Nicholson, per il quale fu anche testimone di nozze e persona da cui rifugiarsi quando il matrimonio si concluse.

Un altro suo grande amico fu Bob Dylan, conosciuto sul set di Pat Garret e Billy the Kid, i due erano soliti andare spesso in macchina e suonare assieme, d’altronde la musica era il secondo amore di Stanton.

Un’altra sua grande passione erano le filosofie orientali, che si legano perfettamente alla sua recitazione che potremmo tranquillamente definire zen e alla scarsità di informazioni sulla sua vita personale.

ALIEN, Harry Dean Stanton, 1979, TM & Copyright (c) 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved.

Stanton credeva nel vuoto, nel nulla prima e dopo l’esistenza, nell’accettare ciò che accade e nell’assoluta vacuità delle ansie umane. Quando una volta Marlon Brando gli chiese un parere su di sé, lui rispose “tu sei niente”, ma non perché non lo stimasse, per il semplice fatto che “Realizzare che sei niente è saggezza, realizzare che sei tutto è amore”.

Forse lo capiremo meglio dopo aver visto Lucky, film in cui interpreta un ateo novantenne che ha tutta l’impressione di essere il suo ultimo lascito. La sensazione che si  prova scavando nei suoi ricordi è quella di trovarsi di fronte a uno dei suoi personaggi: gente che le ha viste tutte e porta sulle spalle i ricordi di una vita che si nascondono tra le rughe e dietro un paio d’occhi che sembrano sempre chiederti perché ti senti tanto speciale, quando tutto ciò che resta dopo è il vuoto.

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Dunkirk: conta solo l’azione

Un film che come un giardino zen delinea la sua bellezza attraverso l’essenzialità della forma, ma che non rinuncia a una struttura barocca

“Per seguire la Via il samurai deve mantenere l’attenzione sul momento presente e non vacillare, non avere pensieri mondani né essere schiavo delle passioni. Ogni istante è importante e quindi è necessario concentrarsi sempre sul momento presente” Yamamoto Tsunetomo

Uomini di cui non conosciamo il passato e il futuro, azione che parla da sola, che non si spiega con le parole, ma con i gesti, dialoghi ridotti all’osso, al limite del film muto, pure immagini in movimento accompagnate da un tema sonoro ossessionate, come all’alba della cinematografia o nel pieno della nouvelle vague, una trama che non ha bisogno di niente, perché in questo film la storia è la Storia.

Questo è Dunkirk, un film profondamente zen in cui tutto ciò che non è essenziale viene lasciato fuori. Non ci interessa sapere chi erano questi uomini prima che apparissero sullo schermo né abbiamo bisogno di spiegazioni, tutto ciò che ci serve è di fronte ai nostri occhi, ripreso nella magnificenza di una pellicola da 70mm che ci ricorda come mai il cinema è una cosa e vedersi le serie TV sullo schermo del computer è un’altra.

Un film che ha molto in comune con un altro capolavoro che metteva il proprio genio a servizio più del come che del cosa: Fury Road. In entrambi i casi parliamo di viaggi quasi circolari, trame ridotte all’osso, personaggi conosciuti in media res e di immagini e suoni che prendono a schiaffi le sinapsi.

Ma Dunkirk è soprattutto Nolan, quel Nolan che ama i colori freddi e che si trova a sua agio sia nei campi lunghi che nei primissimi piani in stile western, in cui la mossa di un sopracciglio vale più di una pagina di dialoghi, che lascia a Zimmer il compito di sottolineare le immagini con una colonna sonora forse non particolarmente brillante ma adeguatamente assillante, fatta di ticchettii che si insinuano piano piano nel cervello e sembrano sabotare il ritmo del nostro cuore.

Ma soprattutto è il Nolan ossessionato dal tempo e dai suoi incastri, dalla sua non linearità. In Dunkirk arriva al suo punto più alto un discorso iniziato con Following, esploso con Memento e portato avanti in Inception e Interstellar.

Il film si basa su tre elementi: terra, acqua e aria, con tre differenti linee temporali, una settimana, un giorno, un’ora e tre “protagonisti”, un soldato che vuole scappare in ogni modo da Dunkirk, un uomo di mezza età alla guida di una barchetta che cerca di fare la sua parte e un pilota. Queste differenze vengono chiarite nei primi minuti, poi la successione degli eventi si spezzetta, si piega, si incastra e si mescola come i palazzi nei sogni di Di Caprio, per poi rivelarsi nel suo finale, mostrandoci il trucco, come in The Prestige. Capire il puzzle non sarà sempre facile, anzi, rappresenta forse l’unica sfida di un film che per il resto è estremamente asciutto (nonostante le molte scene acquatiche) nella sua rappresentazione.

Attorno alle figure cardine ruotano una serie di personaggi che a volte si incontreranno, a volte, presi come sono a cercare di sopravvivere in uno dei momenti più cruciali della storia moderna.

Con pochissimi elementi su cui appoggiarsi per comprendere, allo spettatore non resta altro che vedere e sentire: le urla dei soldati che hanno paura di morire nella stiva di una nave silurata, i laconici dialoghi tra piloti che decidono quale nemico abbattere, l’incredibile vista di 300.000 persone in fila su una spiaggia che ogni tanto si accucciano per evitare un bombardamento, sperando di potersi rialzare. Ogni immagine ha senso, ogni parola non è detta invano, ogni momento conta come gli altri.

Per il cinema di oggi, in cui la trama è tutto, il dialogo definisce il personaggio, lo spiegone è la regola e il pubblico guarda con la lente ai “buchi di sceneggiatura” ci troviamo di fronte a qualcosa di estremo e sperimentale, ovviamente per quanto riguarda i blockbuster, un’operazione che giusto uno come Nolan si poteva permettere.

Il risultato è un film di pura azione, intesa non solo come cose che esplodono, ma come immagini in movimento, un concentrato di ansia, paura di morire e speranza che Nolan guarda non con l’occhio emozionato e partecipe di uno Spielberg, ma col distacco quasi asettico dell’entomologo: sembra quasi di trovarsi di fronte a un documentario in cui la macchina da presa non parteggia né per il leone, né per la gazzella. Tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile per fare un grande film, quello che una volta avremmo chiamato Kolossal.

Dal punto di vista dello spettatore questo si traduce in una sorta di assedio alle nostre coronarie, non c’è un solo momento che non sia caratterizzato dall’ansia, dalla paura di morire, dal bisogno di fare le cose in fretta, perché la morte è là, presentissima è invisibile. I tedeschi ci sono, ma non li vediamo mai. Come gli indiani di Ombre Rosse sono un’entità invisibile e oppressiva che si manifesta solo nel momento in cui colpisce. Solo alla fine il film decide che finalmente può mollarti la carotide per farti respirare, mentre ti chiedi come hai fatto a reggere così tanti minuti sull’orlo di una crisi di nervi.

I personaggi, raccontati più dai loro gesti che dallo loro parole, sono invece equamente divisi tra due tipi di eroismo: quello “normale” di chi fa il suo dovere e aiuta gli altri, nonostante tutto, come il capitano della barca o il pilota di caccia, incredibilmente interpretato da un Tom Hardy che riesce a trasmettere tutto ciò che serve pur rimanendo tutto il tempo bloccato in un abitacolo e con una maschera per l’ossigeno sulla bocca. E quello di chi sopporta, di chi si arrangia, resiste e cerca comunque di salvarsi con la furbizia e l’egoismo di chi vuole vivere, anche se sarebbe molto più semplice lasciarsi catturare o morire.

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Unica nota stonata, ma parliamo di dettagli da riportare giusto per il gusto di trovare il pelo nell’uovo, è il momento in cui Nolan sul finale decide di allentare un attimo la presa e si concede un momento di realismo magico da film d’azione, sul quale evito di darvi troppi dettagli, quando ci arriverete capirete.

Con Dunkirk ci troviamo di fronte al Cinema, quello bello, fatto con cura, mezzi e capacità, quello che devi vedere nel più grande schermo possibile e che è in grado di spegnere tutto ciò che lo circonda, quello che non si accontenta di essere televisione proiettata sul muro. Siate felici di poter essere i primi a vederlo al cinema e andateci ogni volta che potete.

Capolavoro? Sì.

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Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Qualcuno ha dimenticato il volto di suo padre, ma anche del resto della famiglia

Quando sono uscite le prime notizie sull’adattamento de La Torre Nera l’ho difeso a spada tratta da chi lo bollava a priori come una puttanata. Perché la stessa vicenda si può raccontare in mille modi, perché nessuna storia è intoccabile, perché cerco di non giudicare in base alle sensazioni e perché Elba e McConaughey sono attori che stimo.

Ci ho creduto anche quando ho visto Roland lanciarsi nel vuoto e sparare come se fosse in Equilibrium o in un film di John Woo.

Sapevo che non potevo aspettarmi un racconto fedele, sarebbe stato come travasare una botte di vino in un bicchiere. La saga de La Torre Nera è un racconto contorto, esoterico, stratificato e complesso, egualmente diviso tra horror, mito arturiano, western e cyberpunk. Molte delle cose che funzionano su carta sarebbero complicatissime da portare sullo schermo.

D’altronde fin da subito era stato messo in chiaro non sarebbe stata una trasposizione fedele del romanzo, ma un qualcosa che ne prendeva personaggi e suggestioni per dar vita a un lungometraggio che fosse conclusivo, che volendo poteva aprirsi verso una saga cinematografica.

Diciamo che, da quel che ho visto, potremmo anche evitare di menzionare eventuali seguiti, aspettare che il pubblico dimentichi e ripartire fra qualche anno con una bella serie TV di almeno sei o sette stagioni.

Questo è un film che ha dimenticato il volto di suo padre, ma pure di tutti gli altri parenti.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un racconto fantasy PG-13 per ragazzi in stile “La Storia Infinita” con L’uomo in nero nella parte del Nulla e di Gmork.

I cliché ci sono tutti: il bambino speciale che è la chiave di tutto, ma che i genitori credono pazzo, un mondo parallelo a cui accedere con dei portali e un difensore praticamente invulnerabile, qualche mostro di contorno, demoni in agguato. Su questa impalcatura di base sono stati incollati in maniera frettolosa alcuni elementi del primo capitolo della saga, giusto per dare uno straccio di senso alle varie sequenze in cui Elba spara o McConacoso gigioneggia a fare il cattivone standard, tutto qua. Una roba che cerca di remixare ciò che gli ’80 e ’90 hanno detto sull’argomento senza riuscire ad aggiungere nulla.

Questa forse è l’unica chiave di lettura positiva del film: un racconto fantastico che potrebbe piacere ai ragazzini e forse a qualcuno che non ha letto il libro e ha poco senso critico. Il resto crolla più rumorosamente di quanto non farebbe la Torre.

Dimenticate la gravitas del Pistolero, la complessità del suo personaggio e la sensazione che ogni colpo della sua pistola sia il frutto di un ragionamento profondo. Il Roland del film è fondamentalmente un toro armato e incazzato che si butta a testa bassa contro l’uomo in nero, il quale cerca di rapire bambini in tutto il mondo per lanciare dalla loro testa un raggio laser contro la Torre.

Gli unici aspetti positivi sono, forse, le rappresentazioni visive del Medio-Mondo, la sua desolazione fatta di deserti e strutture di un passato remoto, ma non è niente che un giocatore di Fallout (che viene palesemente citato nei display verdi dei portali) non abbia visto/fatto molto meglio. Poco posso dire sulla recitazione, non avendolo visto in lingua originale, ma il casting dei personaggi principali mi è parso azzeccato. Gli altri si dimenticano subito.

Meno male che alla fine hanno tolto alle pistole quell’effetto “spada laser” azzurrino che rendeva il tutto ancora più posticcio e forzato.

Complice anche la durata abbastanza breve, tutto si muove troppo velocemente, senza darci il tempo di assaporare le cose, di trovare un senso, senza una coesione di fondo. Impossibile anche solo scorgere la complessità di fondo della storia, dei suoi protagonisti del “mondo che è andato avanti”. I rari momenti di tranquillità servono solo per raccontare allo spettatore cosa succederà nelle scene successive, il resto son pistolettate e poco altro. I pochi momenti piacevoli sono quelli di Roland che cerca di ambientarsi nel mondo moderno, ma questo perché il topos narrativo del “tizio di un altro mondo che arriva sulla Terra” funziona sempre.

Sarebbe stato sufficiente condensare il primo libro, catturando quel tanto che bastava della sua essenza per creare una saga che era già comodamente divisa in capitoli, ma si è deciso di proporre una banalissima storia di bene vs male con un bambino nel mezzo che pesca qua e là dall’inizio e dalla fine della saga, incollando pezzi a caso.

Cosa resta allo spettatore dopo la visione? Niente, non una soluzione di regia interessante, non una sequenza d’azione particolarmente originale, tutto scorre frettolosamente, come se il regista e gli attori non vedessero l’ora di concludere. Magari chi non conosceva i libri sarà spinto alla lettura, ma chi li venera cercherà di dimenticare questi 95 minuti il prima possibile, fortunatamente non sarà una missione difficile.

Giudizio finale:

SPOILER PER CHI HA LETTO TUTTI I LIBRI

So che l’avventura di Roland si azzera ogni volta, dunque teoricamente il film inizia là dove finisce il libro, con il pistolero nel deserto che ha ritrovato il corno di Eld, pronto a ripartire, ma fidatevi, per quanto sia un’affascinante chiave di lettura, non cambia niente. Purtroppo resta solo un film bruttino.

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Geek Books Volume 2

Orrore, Kaiju, Amiga e vecchie pubblicità di giocattoli

Se volete rendere la vostra libreria un piccolo covo di ricordi, bellezza e nerdismo siete nel posto giusto. Con l’esplosione della cultura pop le biblioteche si sono riempite di libri dedicati a tutto ciò che ci fa battere il cuore. Geekbooks è la rubrica dove eleggiamo i migliori e segnaliamo i peggiori.

The Art of Horror: an illustrated history

Uno pensa che di libri che trattano l’horror dal punto di vista della sua realizzazione visiva ce ne siano a bizzeffe, e invece neanche per idea, visto che The art of Horror: An Illustrated History è uno dei pochi del settore, o almeno, uno dei pochi fatti veramente bene, con un sacco di illustrazioni e una parte critica in grado di offrire al lettore qualcosa in più di una semplice consultazione di immagini.

L’aspetto interessante di questo libro, al di là dell’ottima qualità delle illustrazioni, è il fatto di essere organizzato per tipo di orrore: Zombi, Vampiri, Alieni, Psicopatici, con Lovecraft che ha una parte tutta sua. I testi non essendo la parte principale non scavano più di tanto a fondo, ma c’è qualche perla, come tutta la digressione sulla figura degli zombi nei film horror italiani.

Dal punto di vista visivo c’è un buon bilanciamento tra immagini classiche e illustrazioni moderne, alcune fatte appositamente per il libro. Sfogliando le pagine possiamo trovare locandine, concept, copertine di libri e fumetti, illustrazioni, dipinti, una vera e propria orgia visiva che piacerà all’amante dei vecchi mostri Universal o al fan di Cthulhu, all’illustratore che cerca documentazione e all’appassionato di horror in generale.

Eiji Tsuburaya: Master of Monsters

Ovvero la storia dell’uomo che insieme a Hishiro Honda creò Godzilla, Ultraman e passò tutta la sua vita tra gente vestita con enormi tute di lattice a buttare giù palazzi di cartone. Tsuburaya era il classico genio degli effetti speciali di una volta, se qualcosa non esisteva cercava il modo di inventarselo.

Impaginato con cura, ricco di foto dietro le quinte (personalmente la parte che ho gradito di più) il libro è il frutto di anni di ricerche e di interviste a chi a lavorato con Tsuburaya e ne ripercorre la carriera dagli esordi fino alla morte. Un libro assolutamente fondamentale per gli amanti dei Kaiju Eiga (ovvero i film di giganteschi mostri giapponesi) e per chi ama il cinema nipponico.

A volergli trovare un difetto, questo libro si concentra molto sulla vita del suo protagonista e indugia troppo poco sui dettagli più tecnici e nerdici relativi agli effetti speciali di cui era supervisore. Per fortuna abbonda su quelli creativi, soprattutto per quanto riguarda tutta la progettazione delle sue due più grandi creature: Ultraman e Godzilla. Forse non un libro per tutti, ma se leggete questo blog secondo me state già cercando su internet.

Commodore Amiga: A visual compendium

I ragazzi di Bitmap Books meriterebbero un monumento per l’amore e la passione che mettono nei loro libri e per il fatto di essere tra i pochi a pubblicare volumi dedicati al mondo dei videogiochi ricchi di interviste agli sviluppatori dell’epoca e bozzetti originali. Questo volume dedicato all’Amiga è uno dei loro primi lavori e non passa giorni che qualcuno non lo tiri fuori in una discussione sul retrogaming (se non vi succede è perché non discutete di retrogaming con me).

Commodore Amiga: A visual compendium come dice il nome è fondamentalmente un elenco di immagini e sensazioni visive dei principali giochi usciti per questo storico computer. Per quanto riguarda i testi c’è solo qualche didascalia, inframezzata da piccole interviste e qualche contenuto più corposo. Se cercate un testo puramente critico e ricco di curiosità fareste bene a rivolgervi altrove, magari dai ragazzi di Read Only Books, questa è fondamentalmente una galleria di ricordi da sfogliare, cercando di non piangere di fronte agli sprite o alle copertine di Speecball 2, Kick Off, Moonstone e Toki, mentre i ricordi vi prendono forte a schiaffi. Qualcosa di simile a ArtCade, ma ancora più intenso.

Giochi per giocare — Masters of the Universe/Micronauti, Voltron, Transformers, ecc

Parlando di pure e semplice nostalgia, questi due albi di Retro Repro sono paragonabili a una iniezione direttamente nel collo di pura saudade. Zero testo, zero analisi, solo una mitragliata di pubblicità dell’epoca raccolte da giornali, riviste e cataloghi, ma soprattutto da Topolino. Per adesso sono usciti due volumi, uno dedicato ai giocattoli più in generale, quindi Transformers, Daitarn, ma anche Dino Riders, la linea di Guerre Stellari della Kenner e gli Zoids, e una monografia su tutto il materiale pubblicitario dei Masters.

Rivedere ora queste immagini probabilmente stuzzicherà qualcosa dentro di voi che era addormentato da molto tempo, ma c’è anche del materiale che rivisto oggi fa abbastanza sorridere. Tipo Clamp Champ, uno dei pochi personaggi di colore, che viene apostrofato “bel moretto” da uno sgherro di Hordak.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’esperienza puramente visiva e priva di contenuti, pensata per essere sfogliata a caso ogni tanto quando il mondo diventa troppo brutto. Preso così può essere un qualcosa di divertente, soprattutto da guardare in compagnia, anche se alcune immagini sono ripetute e cambia solo il tipo di font del fumetto e onestamente il prezzo è un po’ alto: 36 euro.

Per avere il volume sui Master contattate direttamente la pagina dell’editore. Se cercate qualcosa di più approfondito c’è il buon vecchio libro sui Masters che consiglio a tutti gli appassionati.

A breve Retro Repro farà uscire un volume simile dedicato alle copertine di vecchi videogiochi per Commodore e Amiga.


Sono presenti dei link referral che permettono a N3rdcore.it di mantenersi e proporre nuovi articoli

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I trailer del Comic Con 2017

Riassuntone globale delle speranze cinematografiche e televisive dei mesi a venire

Adoro quando escono trailer a raffica, in pochi minuti si condensano emozione, speranza, esaltazione, ansia e speculazioni prive di fondamento. I trailer sono la promessa di qualcosa di bello, sono l’albero di Natale pieno di pacchi senza poi dover scoprire che sono pieni di maglioni, guanti e sciarpe.

Dunque, godiamoci questa vigilia pop.

Stranger Things

Dire per l’ennesima volta “va beh è solo strizzatine d’occhio agli anni ‘80” non farà di voi dei fini analisti. Ormai il trucchetto l’abbiamo capito e onestamente non è mai stato nascosto. Stranger Things ha sempre giocato a carte scoperte per quanto riguarda la nostalgia canaglia. L’inizio con Dragon’s Lair è probabilmente il colpo più basso possibile per quanto mi riguarda, ma anche Ghostbusters e l’uso di Thriller sono roba da violazione della Convenzione di Ginevra. Il primo capitolo piacque perché dietro alle strizzatine d’occhio c’erano una storia carina e personaggi interessanti, adesso tutto dev’essere riconfermato con personaggi più grandi, senza effetto novità a giustificando la normalità di ragazzini che dovrebbero rimbalzare tra uno stress post traumatico e l’altro.

Ready Player One

Se esiste una persona in grado di gestire una storia pensata per la generazione a cavallo tra i ’70 e gli ’80 quello è Spielberg e questo trailer pare confermare le aspettative di chi ci credeva. La parte più convincente è senza dubbio il mondo allo sbando post-crisi energetica, mentre la totale libertà di Oasis che forse è un po’ posticcia, permetterà a Spielberg di avere mano libera dal punto di vista creativo per scende totalmente fuori di testa. Il libro si concedeva la libertà di pescare da tutto l’immaginario di un ragazzino di trent’anni fa ed è una sorta di manifesto della cultura del collage e della nostalgia che viviamo oggi, molto probabilmente il film non avrà lo stesso respiro per banali questioni di diritti, ma vedere la DeLorean che corre accanto alle moto di Tron (o Akira? Direi quella, in fondo è rossa) e Freddy Kruger contro i cyborg non può non far saltellare di gioia qualcosa dentro di noi. Sono molto curioso di capire come diavolo gestiranno tutta la parte tecnologica. L’unica rimostranza? Il protagonista non è un nerdino sovrappeso, forse perché ora nerd is the new cool.

Justice League

Il trailer di Batman vs Superman prometteva grandi cose, poi è andata come è andata. L’arrivo in corsa di Joss Whedon che ha la mano buona coi cinecomic, mescolata alle manie di grandezza ed epicità di Snyder potrebbero rappresentare la miscela giusta per il successo. Per il resto, siamo di fronte al classico cliché della Five Man Band: Batman fa il Leader, Wonder Woman è la spalla col carattere opposto (ma potrebbero invertirsi, dopo il film dedicato a Diana è chiaro qual è l’eroe su cui puntare) Acquaman è quello grosso e tamarro, Flash è la spalla comica e Cyborg è l’esperto di tecnologia. La mia impressione è che fondamentalmente la trama sarà “cerchiamo tutti insieme di aiutare Wonder Woman a menare Steppenwolf”. Tutto sembra molto, molto buio, ma con sprazzi di umorismo. Sono fiducioso, se non altro sarà sempre qualcosa di diverso rispetto alla banalità visiva del Marvel Cinematic Universe. Il finale mi fa sperare in Batman che cavalca un tirannosauro, ma credo che sarò deluso.

Westworld

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La prima stagione si basava sul grande mistero, sugli enigmi, sull’attesa prima della crisi e su una storia che mescolava presente e passato, ah sì anche su una recitazione incredibile. Per alcuni era uno show lento, per altri era perfetto, c’è chi lo considerava prevedibile e chi sosteneva che semplicemente rispettasse il patto con gli spettatori. La seconda stagione non potrà contare su quasi nessuno dei pilastri narrativi che hanno sostenuto la prima, perché adesso sappiamo tutto. Mancherà anche quel gusto un po’ unico di vedere una storia che riprende alcune meccaniche tipiche dei videogiochi. Ce la farà? Non so, però quel mezzo sorrisetto di Ed Harris basta per collocare Westworld un po’ più in altro delle altre serie in arrivo.

E adesso una rapida occhiata a tutto il resto

The Defenders

Le serie TV Marvel di Netflix hanno molto da farsi perdonare. Il rischio è quello di trovarsi a tifare per il cattivo, capita se utilizzi Sigourney Weaver.

Pacific Rim: Uprsing

Spero onestamente che sia il trailer del videogioco e non del film, perché è brutto anche in chiave “finta pubblicità”. Zero epicità, i mech sembrano fatti con la PS3, speriamo bene.

Inhumans

Freccia Nera è l’unica cosa che mi convince, oltre all’uso di Iwan Rehon come cattivo. Ogni volta che vedo i capelli di Medusa ho una fitta all’intestino.

Thor: Ragnarok

Continua a piacermi il suo mantenersi fra cazzone ed epico, forse in questo trailer è un po’ troppo cazzone e vederlo sparare laseroni accanto a Loki mi ha fatto venire qualche sudore freddo. Ma Hulk mi conforta, sempre, anche quando parla.

Bright

Will Smith in una buddy cop movie in cui al posto del nero e del bianco abbiamo il nero e l’orco. The Shield e Training Day che si mescolano con il fantasy, le streghe, gli orchi, gli elfi e le bacchette magiche. L’idea mi piace, speriamo non venga fuori una vaccata.

Star Trek: Discovery

Il progetto porta il marchio di Fuller, che dopo American Gods ha guadagnato parecchi punti, e anche se poi ha lasciato lo sviluppo la speranza è che l’imprinting sulla serie sia stato forte. Sarà un progetto difficilissimo, perché ambientare una serie moderna prima dell’epoca di Kirk porta con sé più dubbi che certezze. Il tono sembra molto dark, forse troppo.

The Gifted

Ancora una serie sui mutanti, stavolta su ragazzi giovani che devono capire come usare i loro poteri e scappare da chi vuole imprigionarli. Una storia all’ombra degli X-men che per ora non mi entusiasma più di tanto a causa dell’overdose da cinecomic.

Jigsaw

L’enigmista? Ancora? Ma il torture porn non è passato di moda come MySpace?

The Shape of Water

Ameliè che incontra Abe Sapiens che incontra Bioshock. I mostri di Del Toro hanno sempre quel qualcosa più. Lo aspetto con ottimismo.

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Uomini e Topoi

Ovvero, quei trucchetti narrativi che mi fregano sempre e mi portano ad apprezzare un’opera nel 90% dei casi.

Ogni storia ha i suoi trucchetti narrativi visti e rivisti che non annoiano mai perché hanno quel gusto familiare di qualcosa che ci piace. Situazioni che conosciamo benissimo, ma che quando troviamo in un film, un fumetto o una storia possono ancora confonderci. E visto che in questo articolo parliamo di topos narrativi arcinoti ma sempre belli, mi sembrava giusto utilizzare una forma che ormai è diventata un classico di internet: l’articolo in cinque punti.

Lo so, ormai sono diventati come i tormentoni estivi quando arriva settembre. Ecco dunque i cinque topos che mi farebbero venire voglia di leggere persino un racconto pubblicato a puntate su Libero, scritto da Gigi D’Alessio con i disegni di quel vostro cugino bravissimo che vi fa il sito web a metà prezzo.

Divinità e modernità

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Il tema centrale di American Gods e The Wicked + The Divine, due opere estremamente interessanti che affrontano la questione in modo diametralmente opposto. Da una parte il libro di Gaiman diventato una delle serie TV più belle del 2017 vede nelle divinità antiche e nel loro rapporto con la modernità una metafora del tempo che passa e un’occasione per parlare del rapporto dell’uomo di oggi con il divino. Dall’altra il Pantheon di adolescenti trasformati in dei della musica di Kieron Gillen sono il simbolo di un’adolescenza in cui ci si sente onnipotenti o assolutamente inutili, in cui il nostro mondo viene capovolto e dobbiamo trovare una nuova chiave di lettura. Da questo punto di vista mi sono piaciuti anche gli ultimi racconti dell’Ercole Marvel, personaggio tormentato in cerca di un’identità che deve fuggire dall’alcolismo e riguadagnare la fiducia degli Avengers, o tutte le storie in cui Dracula si ritrova nel ventesimo secolo. Le divinità del passato altro non erano che supereroi e l’idea di vederli alle prese con il mondo di oggi mi è sempre piaciuto. E questo ci porta al punto due.

Persone fuori dal loro tempo e contesto

Ash che si ritrova nel medioevo, Wonder Woman che quasi si commuove di fronte a un gelato, Captain America scongelato nel ventunesimo secolo che applica i codici morali degli anni ’40, Javik in Mass Effect che ogni cinque minuti ricorda come ai suoi tempi i Prothean governassero la galassia, Demolition Man, Spock contro i nazisti e tutto Ritorno al Futuro. Non chiedetemi perché ma è una di quelle trovate che su di me ha sempre presa, sia dal punto di vista puramente comico che allegorico. In mano al regista giusto può essere uno strumento potentissimo, ce lo dimostrano Captain Fantastic e la storia di padri che crescono i figli fuori dal consumismo americano, ma riesce persino a rendere piacevole una roba bruttissima che ricordo solo perché sfrutta questo topos: Le ragazze della terra sono facili.

Training montage

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Il classico dei classici, la base dei film d’azione. Il momento in cui il protagonista (e anche l’antagonista) sfidano i propri limiti fisici in vista dello scontro decisivo e tu sei là che li guardi, ti esalti e sei pronto a gustarti l’epilogo. È il classico momento in cui ti senti in colpa perché forse dovresti tornare in palestra, forse perché il tuo cervello per secondo pensa realmente che basti una sessione di allenamento di pochi minuti per battere Ivan Drago. In alternativa il Training Montage può essere sostituito dal suo fratello cattivo: il momento in cui il protagonista si arma, con la telecamera che indugia con misurata lentezza su decine di armi differenti e su dettagli come un colpo che viene messo in canna, un coltello che entra nella fondina e due dita che tracciano una linea nera sotto l’occhio. Stallone e Schwarzenegger da soli detengono il 90% delle quote di questa sezione.

I gruppi

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Quella sporca dozzina, i magnifici sette, il mucchio selvaggio, l’Emobranco, i Goonies, gli Expendables, Voltron, l’equipaggio di Alien: La clonazione, persino Suicide Squad. Ho un debole per i gruppi di personaggi che combattono insieme per una causa comune, soprattutto se si stanno antipatici. Di solito non sono meno di cinque e hanno ruoli ben precisi. C’è un leader, un comandante in seconda che ha il carattere opposto a quello del leader, quello sveglio, la ragazza e non può mancare l’esperto di demolizioni. Ciascuno è particolarmente bravo con un’arma e ci sarà sempre quello che si sacrifica per salvare gli altri o che muore male. Di solito questa morte serve a dare importanza al’ultimo e più importante simbolo narrativo di questa cinquina, forse uno dei più importanti di sempre.

Il mostrone

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Lo Squalo, i draghi, Godzilla, la Regina Aliena, King Kong, il Tirannosauro, il Metal Gear, Moby Dick, insomma una creatura con cui non scendi a patti, per il semplice fatto che non ti capisce o non è umana, un essere molto più forte di te e in grado di annientarti con un colpo solo. Una forza della natura o un esperimento fallito che caccia l’uomo e che si svela piano piano fino a mostrarsi in tutto il suo orribile aspetto o titanica bellezza. I mostri sono uno degli strumenti narrativi più importanti della nostra tradizione. Possono essere l’esempio di tutto ciò che è sbagliato, rappresentare le giuste leggi della natura o semplicemente una forma di vita così lontana da noi da non percepire l’esistenza umana come degna di esistere.

Ogni mostro ha bisogno di almeno due o tre persone a caso di un equipaggio/gruppo di amici/team di ricercatori/gruppo di soldati che devono morire in maniere sempre più splatter e rivelatrici, così da permetterci di intuirne le forme. Questo a meno che non siano una sorta di minaccia sullo sfondo che si scatenerà solo nel finale. Di solito la bravura di un regista sta tutta nello svelare il mostro al momento giusto e nel modo giusto. Troppo presto e il film perde forza, troppo tardi e resti insoddisfatto. Un buon mostro può tenere in piedi una storia da solo, ma ciò che conta non sono tanto i suoi poteri, ma il modo in cui viene ucciso.