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Carrie Fisher

Quell’hashtag un po’ così

Ovvero quando diciamo agli altri come devono gestire il lutto

Carrie Fisher è morta ieri, il 27 dicembre 2016 e ognuno ha reagito a modo suo. Io sono stato avvertito dal caposezione di Wired mentre ero a fare la spesa. Voleva un commento a caldo, ho risposto che non potevo e ho mercanteggiato per un pezzo la mattina successiva, poi ho mollato i surgelati per un attimo e ho abbassato la testa e così sono rimasto per qualche minuto con gli occhi che si arrossavano, sentendomi contemporaneamente un po’ coglione e un po’ benaltrista, perché di sicuro al mondo ci sono motivi più seri per cui piangere.

Mark Hamill invece ha postato un’immagine sui social network con l’hashtag #devastated e oggi in molti lo stanno mettendo alla gogna per questo, dipingendolo come un gesto cinico, stupido, assurdo e specchio degli orribili tempi social centrici in cui viviamo. Ovviamente tutti lo fanno dalle stesse vituperate piattaforme che hanno corrotto l’animo di Mark Hamill.

Personalmente non sono molto d’accordo con l’analisi di chi stigmatizza il gesto, ma su una cosa la penso allo stesso modo: è senza dubbio uno specchio dei tempi, di come comunichiamo oggi, di cosa è diventato un hashtag e di come lo interpretiamo.

Il paradosso del lutto è che incarna probabilmente il momento più personale di ogni essere umano, ma anche quello in cui tutti sanno come dovrebbero gestirlo gli altri, cosa sarebbe giusto fare e non fare, come agire, cosa dire. Il problema del lutto è che in quel tempo sospeso il cervello ti fa fare cose che non credevi possibili. C’è chi fa una festa, chi si chiude nel dolore, chi lo scrive su Facebook, chi te lo sbatte in faccia, chi non dice niente a nessuno, chi fa finta di nulla, chi piange tutti i giorni, chi vuole il funerale spettacolare, chi preferisce essere l’unico vicino alla bara.

Non puoi sapere come reagirai di fronte a un lutto, inutile fare piani, in quelle circostanze una parte del tuo cervello va completamente nel panico perché stai malissimo, mentre l’altra si ricorda che anche tu morirai. Ti ritrovi in un posto buio, pieno di tasti e leve da spingere senza sapere bene cosa succederà quando lo farai. Ogni gesto, anche il più stupido e patetico, in quel momento ha perfettamente senso.

Io per esempio ho scritto, avevo solo quello strumento per cercare di incanalare qualcosa che non sapevo gestire. Ho dovuto pubblicare il mio dolore, pazienza se mi giudicherete male.

La reazione di Mark Hamill è stata forse goffa, assurda, ma è molto probabilmente una reazione di pancia, una di quelle che fai sul momento, quando hai saputo la cosa da poco e la testa è solo piena di dolore, tristezza, negazione. Purtroppo di questi tempi quelli sono anche momenti in cui hai un telefono in mano.

Nessuno di noi può arrogarsi il diritto di sapere cosa gli passasse per il cervello in quegli istanti. Nel lutto devi fare i conti solo con te stesso.

Però è comunque una reazione che possiamo analizzare, perché proprio in quanto gesto istintivo racconta molto della nostra natura.

Chi pensa che dovrebbe essere un qualcosa di personale probabilmente non va molto spesso ai funerali (beato lui) o non ricorda che da sempre la morte è uno stato a due facce: assolutamente pubblico e totalmente personale. Funerali, necrologi, tombe monumentali, prefiche, bande di New Orleans sono arrivati ben prima dei social network e degli hashtag. Il fatto che qualcuno renda pubblico il proprio dolore non lo abbiamo inventato noi, abbiamo solo trasformato il procedimento.

Qualcuno potrebbe pensare che l’hashtag sia una mossa cinica, un modo per aumentare la visibilità del proprio parere. Non sono d’accordo. Dal punto di vista strettamente comunicativo #devastated non è un hashtag attorno a cui raccogliere le condoglianze per la morte di Carrie Fishter. Se ci fossero stati #CarrieFisher #RipCarrie o #PrincessLeia l’obiezione poteva valere, ma mettendo un cancelletto di fronte a un’emozione non cambia niente.


Seconda cosa, stiamo parlando di Mark Hamill, non dell’ultima comparsa del film. Dal momento in cui è morta, milioni di persone hanno atteso la sua reazione, è un personaggio pubblico e il protagonista di una delle saghe cinematografiche più importanti di sempre, non ha bisogno di visibilità, lui è la visibilità. Paradossalmente la parola è stata abusata solo dopo di lui e oggi molti la utilizzano per dare voce al proprio dolore per la perdita.

Certo è vero che avrebbe potuto semplicemente esprimere il suo stato d’animo senza hashtag, allora perché lo ha fatto? Non saprei dirlo, la mia ipotesi è che sia legato a una differente concezione dell’hashtag, non come parola chiave per inserirsi in una discussione per incasellarla, quanto piuttosto come codice non scritto per sottolineare un momento, un sentimento, un’etichetta che dia senso al tutto, forse solo un modo un po’ goffo per dare più voce all’emozione stessa. Oggi gli hashtag forse sono questo, non solo le etichette che metti alla foto del tuo sushi ma anche il riassunto di un sentire che viene messo sopra tutto.

Hamill è sempre molto attivo sui social e da quel che si vede usa gli hashtag come fossero titoli o per dare maggiore risalto ad alcune parole. Tanto che il post successivo, più lungo, su Carrie Fisher è titolato #AFewWords. Anche stavolta mancano eventuali tag per aumentare la lettura e la condivisione.

Forse cercava solo di dire al mondo che lui stava male, molto male. E pazienza se oggi lo giudichiamo, frettolosamente, un gesto agghiacciante, quando sei là dentro, in quel posto buio, qualunque cosa ti aiuti a uscirne va bene. Il suo unico problema è stato che proprio in quel momento molti occhi guardavano verso di lui.

Vi auguro maggiore compostezza quando succederà, ma se così non fosse, andrà comunque benissimo.