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Avengers: Age of Ultron — la recensione quasi seria

Quando non sono semplici minestre riscaldate oppure occasioni perse, i sequel dei film di supereroi hanno il grosso vantaggio di non dover raccontare la genesi, possono quindi concentrarsi solo sulla storia e sull’azione.

Sotto questo punto di vista, possiamo candidamente affermare che Age of Ultron salta addosso allo spettatore come un amante focoso che non lascia neppure il tempo di chiudersi la porta alle spalle.

Sin dai primi minuti di puro fanservice, ci mostra il gruppo alle prese con l’ennesima base dell’Idra piena di soldati che sparano malissimo mentre Capitan America lancia le moto, Iron Man fa il coglione, Hulk “hulka”, Thor fulmina, la vedova nera fa le mossette e Occhio di falco palesa la sua inutilità. Un eccesso visivo che in certi momenti rischia perfino di non farci capire che diamine stia succedendo sullo schermo e ruba la scena a soldato Hydra numero 3434 che sicuramente stava morendo con grande pathos.

Sciolto questo nodo, la pellicola comincia a introdurre il tema principale: non ha senso cercare di proteggere la gente, non gli piace e finisci per fare cazzate. La gente vuole la sicurezza, ma se le metti davanti un robot che le impedisce di raggiungere il luogo in cui un bestione verde sta strappando la corazza ai carri armati allora sei cattivo.

Segue poi una parte in cui Tony Stark, nonostante una visione in cui vede tutti gli Avengers morti, decide che vuole creare un’intelligenza artificiale che abbia lo scopo di salvaguardare gli umani, ma decide di farlo di nascosto e andando anche a bere con gli amici anzichè sorvegliare ogni momento del delicato procedimento.

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È chiaro che poi Ultron nasce, vede che suo padre è andato a ubriacarsi e s’incazza!

Un po’ meno chiaro è cosa pensavano i gemelli Maximoff (il cui rapporto incestuoso era PEGI 18, quindi non viene menzionato) nell’allearsi con lui. Hai di fronte un robot avanzatissimo, crudele e quasi onnipotente, capisco che tu venga da un grigio paesino dell’est ed è già tanto se non ti sei ritrovata in un finto casting dopo che tuo fratello ti ha convinta con le botte a fare porno, capisco che la Stark Industries ti ha buttato giù la casa, ma dai lo sanno anche i bambini che le intelligenze artificiali c’hanno il vizietto dell’estinzione, no?

Poste tutte queste premesse, la pellicola diventa una serie di emozionanti momenti in cui gli Avengers cercano di fermare Ultron e non ci riescono, fino al grande epilogo finale a cui si arriva passando attraverso numerose scazzottate, tra cui il famigerato scontro Hulk vs Hulkbuster che da solo vale il prezzo del biglietto (anche se Hulk battuto a pugni mi suona male).

La caratteristica più importante di Age of Ultron però non sono tanto le botte, le scene epiche, le battute e le strizzate d’occhio o il fatto che si capisca ciò che succede sulla scena, ma il ritmo, che non cala praticamente mai.

Le scene più tranquille, gli spiegoni minimi sindacali e i momenti di “introspezione” sono centellinati con cura, come sigarette fra una scopata e l’altra. Anzi, può capitare che il cervello, assediato da scene ricche di dettagli in movimento, implori un attimo di pace per elaborare la figaggine di ciò che si è appena trovato di fronte.

Se proprio gli dobbiamo trovare una nota stonata, è forse la rapida parabola evolutiva del personaggio di Visione che, nel giro di pochissimo tempo, passa dall’essere una specie di deus ex machina dotato di poteri cosmici che parla come un lavoro in pelle di Blade Runner a semplice picchiatore. Ma d’altronde si tratta di un personaggio fin troppo complesso da pennellare, quando il tempo rimasto è solo quello dell’epilogo. Ottimo invece l’equilibrio tra i vari componenti della squadra, con particolare attenzione al rapporto tra Vedova Nera e Hulk, del quale non mi dispiacerebbe una trattazione separata.

Applausoni e pacche sulle spalle metalliche a Ultron, che ce la mette tutta per essere un cattivo migliore del solito e ci riesce. Non cade nei cliché del genere, non perde tempo, non si compiace. Ha un obiettivo e picchia duro per cercare di portarlo a termine.

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Age of Ultron è un film strano per il genere supereroistico. Di solito o sono film estremamente caciaroni, come il primo, o la buttano soprattutto sul dark & gritty. Whedon invece riesce miracolosamente a portarsi a casa una pellicola dai toni cupi, filosofici, piena di gente che s’interroga sui dilemmi morali del salvare il mondo, che litiga, che viene messa di fronte ai suoi fantasmi, che viene sconfitta, senza però rinunciare a infarcire il tutto con battutine, schiaffi e scene maestose, come quella del finale.

Per carità, anche i temi più importanti del filone “supereroi con superproblemi” come la famiglia, la sicurezza, la casa, la condizione umana, l’evoluzione come diversità o l’errore come ripetizione delle stesse cose sono a malapena abbozzati eh? Del resto non stiamo mica guardando una pellicola coreana! Però è ben chiaro il filone principale: tutti vogliono fare il bene del mondo, devastandolo. Tony Stark lo vuole proteggere, Ultron lo vuole migliorare, il problema è che in entrambi i casi la soluzione porta più casini di quelli che risolve, un po’ come l’esportazione della democrazia. Age of Ultron ci vuole raccontare, senza farci troppo la morale, che “Io volevo solo fare del bene” può essere la frase dietro cui nascondere ogni nefandezza.

In definitiva è un buon cocktail, che sa mescolare le sue parti più amare con una spruzzatina di esplosioni, chiudendo alcune linee narrative che andavano avanti da troppo tempo e indirizzando la cinematografia Marvel verso le prossime sfolgoranti pellicole.

Un po’ spiace che Whedon abbandoni in questo momento il carro del vincitore, ma forse ha capito che se vivi troppo a lungo diventi il cattivo, come il Nolan del terzo Batman.