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Action Figures

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Tutto ciò che non sapevo sui G.I.Joe

Il loro segreto? Erano giocattoli con un background

I G.I. Joe ebbero un successo incredibile per una serie di motivi molto semplici: erano fatti bene, erano tanti, snodati, avevano un sacco di mezzi assurdi e grazie alle loro dimensioni erano estremamente versatili. Andavano bene sia per la guerra che per un presepe diverso dal solito. Certo c’era però il problema delle armi, quei maledetti mitra di plastica avevano un coefficiente di smarrimento pari a un mazzo di chiavi a un rave, ma i G.I. Joe restavano comunque fighi.

Forse non tutti sanno che il termine “Action Figure”, che oggi usiamo per definire i personaggi snodabili con cui riempiamo le nostre mensole, fu coniato proprio per i G.I. Joe. Questo storico giocattolo nacque infatti negli anni ’60 per replicare al maschile il successo delle Barbie, ma, dopo un lungo brainstorming, Hasbro ritenne che “bambola per maschi” o “Barbie con la barba” forse non erano un granché come definizioni.

E probabilmente ancora meno persone sanno che i G.I. Joe devono molto a Guerre Stellari. Fino al 1982 infatti erano grandi più o meno come Big Jim, con tanto di vestiti intercambiabili. Solo dopo la crisi petrolifera del ’78 l’azienda pensò che fosse opportuno produrre giocattoli che non costassero quanto un pneumatico da Formula Uno e così li ridimensionarono ed eliminarono anche i vestiti intercambiabili. L’idea fu ispirata dai pupazzi di Star Wars che la Kenner aveva messo sul mercato nel ’77 e che oggi valgono come un motorino.

Ma anche se piccoli e senza guardaroba, i G.I. Joe erano fighi perché avevano un background. Quando un bambino si chiedeva “Come mai questo tizio sembra un pompiere?”, “Perché questo ha la benda sull’occhio?”, “Perché lui ha la faccia completamente di metallo?” la risposta si trovava quasi sempre sul retro della confezione. Non so come fossero le versioni originali, ma nelle schede italiane si nascondevano perle di puro non sense.

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Insomma ma come si fa a chiamare un soldato come un musical con Kevin Bacon?

La mente folle che si è inventata nomi e storie dei primi G.I. Joe si chiama Larry Hama, un collaboratore Marvel reduce del vietnam di origini giapponesi, che attinse allo slang miliare che gli era rimasto in testa dal conflitto e che probabilmente popolava i suoi incubi post traumatici. Esatto amici, probabilmente abbiamo giocato per anni con personaggi che portavano il nome di soldati morti a Da Nang.

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Ovviamente, come spesso succede, i personaggi più affascinanti erano i cattivi, perché alla fine i buoni erano varie declinazioni dei corpi speciali, mentre tra le fila dei Cobra avevamo scienziati pazzi, personaggi mascherati e un supersoldato clonato col DNA di Attila, Napoleone, Cesare e Annibale vestito come un serpente, non c’era partita. I loro mezzi erano affascinanti, anche se nella maggior parte dei casi erano più pericolosi per chi li guidava che per chi li affrontava. Vedi alla voce elicotteri monoposto senza parabrezza o missili pronti al lancio pericolosamente vicini alla testa.

Per spingere i giocattoli fu creato anche un fumetto, sceneggiato dalla Marvel, che offriva momenti spettacolari, come”Interludio Silenzioso” in cui Snake Eyes libera Scarlet da Castel Cobra senza che vi sia una sola riga di dialogo in tutta la storia.

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Niente a che vedere con il generale imbarazzo della serie TV, un misto di messaggi educativi per bambini, macchiette ridicole e scontri in stile A-Team, cioè dove ogni sparatoria al massimo faceva registrare un paio di feriti e una caviglia slogata fuggendo.


Poi vabbeh, abbiamo avuto due film in epoca moderna, quando hanno cercato di resuscitare il marchio usando il defibrillatore e puntando all’effetto nostalgia. Il risultato sono stati due film così fracassoni e ridicoli da far sembrare quelli sui Transformers una prima della Scala.

Col tempo i G.I. Joe diventarono sempre di più e il bisogno di creare nuovi personaggi portò Hasbro verso idee un po’ meno sensate, tipo Captain Grid Iron (non ricordo assolutamente come si chiamava in italiano).

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Il punto massimo della sua esistenza era l’esser stato un buon giocatore di football al college e faceva in modo di ricordarlo a tutti, persino con le granate a forma di pallone. Un po’ come arruolare nei corpi speciali qualcuno solo perché ha fatto le giovanili nel Milan per vederlo lanciare palloni esplosivi. La sua specialità era il combattimento corpo a corpo, peccato che l’esercito di Cobra che G.I Joe traboccasse di ninja decisamente addestrati. Si è rivelato utile solo in un momento: quando nella più grottesca puntata del cartone animato i due schieramenti hanno deciso di risolvere un conflitto con una partita di football americano.

Ma perché Altitude? Il cui punto di forza era essere un illustratore con l’hobby del paracadutismo che disegnava le mappe durante i lanci, reso obsoleto dai satelliti e dal primo che appiccicò una macchina fotografica sotto un aereo? O Banzai, il ninja specializzato in omicidi durante il Gay Pride.

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Parlando di ninja, sicuramente conoscete Snake Eyes, il fighissimo ninja muto che aiutava i buoni e finiva regolarmente per scontrarsi con la sua nemesi, il ninja bianco Storm Shadow. Quello che forse non sapete è che l’aspetto da ninja tenebroso non è frutto di un’accurata scelta di design ma il risultato dei braccini corti di Hasbro che cercò di risparmiare creando un personaggio di plastica nera che non doveva minimamente essere pitturato e non aveva neppure la faccia.


Dopo questo colpo di genio chiamarono Larry Hama, gli dissero di inventarsi qualcosa per giustificare questa mezza truffa e così nacque uno dei personaggi più amati dai bambini degli anni ’80.

Inizialmente neanche si chiamava in quel modo, ma semplicemente “Commando”.

In effetti a guardarlo ora sembra un personaggio progettato il venerdì alle 17.50 mentre i colleghi son già a fare l’aperitivo e ti rendi conto che la paga non è così buona. Snake Eyes non è un giocattolo è la dimostrazione che con una buona storia puoi vendere qualunque cosa, anche un pezzo di plastica nera senza faccia.

Bene adesso sapete molte più cose di prima sui G.I. Joe e ricordate: La conoscenza è metà della battaglia!

Star Wars: Black Series — Chewbacca, Boushh e Darth Vader Degobah

“Black Series” è il nome che Hasbro ha ideato per la sua collana di action figure, veicoli e set speciali dedicati a Star Wars. Non sono insomma i classici personaggi rigidi, piccoli e standardizzati che possiamo trovare nei negozi di giocattoli ma qualcosa di più raffinato. I personaggi sono più dettagliati, sono dotati di snodi che permettono di assumere varie pose, arricchiti di vari accessori e pitturati decisamente meglio.

Queste action figure sono disponibili in due differenti grandezze, 9 centimetri e mezzo e 15 centimetri e ovviamente, dato che ne sono uscite più collezioni negli ultimi anni, sono anche diventate oggetti di collezionismo, scambio, servizi fotografici nonché un vero e proprio culto. Se non mi credete fatevi un giro su Instagram con l’hashtag #StarWarsBlackSeries, scoprirete un mondo di persone che vaga per centri commerciali e segnala eventuali arrivi, gente che le ridipinge o le modifiche e fotografi che passano le giornate creando piccoli set in cui immortalare i personaggi in varie pose.

Ovviamente noi di N3rdcore non potevamo non metterci le mani sopra, quindi ecco qua un po’ di foto che abbiamo scattato a tre modelli completamente differenti: Chewbacca, Boushh e Dart Vader in versione Dagobah. Speriamo in seguito di mostrarvene altre!

Il primo personaggio non richiede presentazioni, è il tappeto peloso per eccellenza, il fido compare di Han Solo nonché il possessore di una delle armi più assurde e potenti della galassia. Il caro Chewbacca è ovviamente corredato della sua balestra Wookie (mai capito come funzionasse) e dell’iconica borsa a tracolla in cui custodisce un iPad con la cover pelosa e le braccia strappate ai nemici.

Forse non tutti sanno che il travestimento adottato dalla Principessa Leila per entrare nel palazzo di Jabba ha un nome ben preciso: Boushh. Questo è infatti lo strano nome del cacciatore di taglie interpretato dalla principessa in un goffo tentativo di salvataggio che dura giusto il tempo di metterle il vestito da schiava. Il personaggio è corredato di una vibroascia, una specie di binocolo e in una mano stringe il detonatore termico, proprio come nel film. Ovviamente il casco si può togliere.

Oltre alla classica statuetta di Darth Vader, Hasbro ha prodotto anche una versione “Dagobah” ispirata alla scena in cui Luke colpisce una visione di suo padre sull’omonimo pianeta, solo per scoprire che la faccia che si cela dietro la maschera è la sua. Una scena girata con un imbarazzante effetto rallentatore, ricca però di importanti significati sulla Forza e sul fatto che, stringi stringi, siamo noi i nostri peggiori nemici. Ovviamente la testa di questa figurina si può staccare, ma il vero tocco di classe è la possibilità di rimuovere parte del casco per mostrare la faccia basita di Luke. Per fortuna il frammento sembra fissato con un piccolo magnete, quindi è molto difficile che cada e si perda.