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Supersex, ovvero: l'incredibile storia del Beato Rocco Frediani

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La discussa serie tv su Rocco Siffredi sembra più una accorata operazione di "roccowashing" che una biografia vera e propria dove tutti sono sempre seri, il protagonista viene beatificato, il sesso non è mai gioioso e il kink è una cosa brutta.

Confesso di aver iniziato la visione di Supersex, la serie su Rocco Siffredi, un po’ prevenuto. Non ho una simpatia incredibile per il protagonista in real life, anzi, visto che ha delle idee anni luce diverse dalle mie su questioni piuttosto importanti. Devo dire che soffro anche malvolentieri il darsi di gomitino a livello pubblico e privato quando si parla di lui, come se precipitassimo collettivamente tutti di nuovo in terza media.

Nonostante questo, ho iniziato a vedere la serie – per parafrasare il Principe Ashitaka – con occhi non velati dall’odio.

Supersex era una serie che poteva avere del potenziale: poteva parlare del porno nell’Italia dagli anni Ottanta in poi e di come il mondo sia cambiato collettivamente attorno all’intrattenimento hard, da tabù misterioso a servizio iper accessibile sia per usufruitori che per content creator.

Poteva parlare di come alcune cose che prima erano proibite ora sono cringe.

Oppure poteva tenere una rotta molto meno riflessiva e più folle, prendendo tutto quel mito da Chuck Norris macrodotato che si porta dietro il nome di Siffredi.

O, ancora, poteva parlare in modo un po’ più critico di certe sue simpatie per personaggi e realtà impresentabili della politica italiana, come Forza Nuova, di prese di posizione contro i Pride, di sostegni al DDL Zan prima sbandierati e poi ritirati con grande pentimento.

E invece.

È molto radicata l’idea che Netflix sia più spregiudicata della Rai nel modo di trattare le storie, specie i biopic, che sia più aggressiva, che gestisca meglio i tempi del racconto, che sia più moderna.

Non voglio farci tanti giri di parole: nella scrittura non ha niente di diverso da quella che potrebbe la fiction sul Beato Frediani.

Supersex

E ora proviamo ad andare nel dettaglio.

Rocco Siffredi salva i gattini

Il problema dei biopic come Supersex non è che mentono. Tutte le storie mentono, offrono punti di vista soggettivi, fanno tagli su quello di cui vogliono o non vogliono parlare.

Il punto è quanto sia visibile questo meccanismo di menzogna a me spettatore e quanto mi butti fuori dalla storia. Rocco Siffredi afferma che Supersex è fedele alla sua vita al 98% e che il 2% riguarda la storyline del fratello Tommaso, machista, tossico e violento. Tommaso è un personaggio solo vagamente ispirato a una persona esistente.

Viene usato come strumento della narrazione per essere l’iniziale mentore e punto di riferimento del protagonista nei suoi anni di infanzia, e in seguito uno “specchio oscuro”, una sorta di antagonista in cui alternativamente Siffredi si riconosce e prende le distanze.

Supersex

Questo 2% però, alla faccia dell’essere una piccola percentuale, è la colonna portante della serie: i rimpianti, le decisioni di Rocco Siffredi sono legate alla sua contorta bromance con Tommaso e al rapporto con la sua compagna Lucia, personaggio questo di pura finzione, scritto – in maniera dichiarata dal pornoattore in persona – per incarnare le donne con cui ha avuto una storia.

Ovviamente non sono nessuno per mettere in dubbio la veridicità di una serie considerata aderente alla realtà nel suo 98% dal diretto interessato, ma Supersex ha lo stesso canovaccio di molti altri film che avrete visto: l’inizio dal basso, la miseria, il non essere accettati nel paese, questa sensazione di non valere nulla che giustifica tutto il percorso di vita seguente.

La vita è un gran casino: è un insieme di scelte fatte a casaccio, tornare indietro, fare due passi avanti e uno indietro. Un biopic, di fronte a questo ginepraio, può scegliere se abbracciare la complessità della non-fiction, il suo caos, oppure scegliere di addomesticarlo e di raccontare la vita di una persona infarcendolo di provvidenziali cliffhanger, di personaggi che tornano al momento giusto, di payoff da sceneggiatura.

Non è per forza una brutta scelta: Ed Wood è una biografia in cui il piano della fantasia soverchia quello della realtà, ma lì è tutto molto dichiarato, tutto parte di un percorso di fascinazione che ha Tim Burton per quelli che il mondo chiama freak e perdenti.

Supersex

Soprattutto trasforma Ed Wood in un personaggio quasi di finzione per portare un tema molto potente, potente ancora adesso, su cosa noi percepiamo come successo o fallimento.

Supersex e tutti i biopic simili sono invece ancora ancorati a un messaggio profondamente da borghesia americana: se ce la fai, puoi diventare il re del mondo, anche se parti come il bambino bullizzato a Ortona. Basta la tua volontà e l’impegno a “salvare un gatto”.

Cosa vuol dire questa espressione?

 

Esiste un famoso saggio di sceneggiatura di Blake Snyder, Save the cat, che postula come premessa per una buona sceneggiatura quella di far compiere al protagonista una buona azione nel minor tempo possibile. Di fargli appunto, come si dice in gergo, “salvare un gattino”.  In questo modo saremo agganciati alle sue vicende, faremo il tifo per lui, ci preoccuperemo.

Rocco Siffredi in Supersex salva più gattini lui della Protezione Animali.

Si prodiga per salvare Lucia dalla prostituzione e dal fratello Tommaso che è invece quello che ce la spinge. Ha quasi sempre un parere posato ed equilibrato, è un sostegno per la famiglia, risolve violente faide solo parlando con pacatezza.  È ovviamente anche quello con l’amico gay di ordinanza (che  altrettanto da copione alla fine MUORE) ed è quello che fa da grillo parlante al fratello malvagio, sempre Tommaso Wario Siffredi, quando la madre sta per morire, in modo che appianino le divergenze.

È un personaggio fatto apposta per essere considerato un protagonista magari imperfetto, ma buonobuonobuono.

Solo una donna, con cui Rocco ha una breve relazione, mette in dubbio la santità del protagonista, ma è raccontata come una persona così tossica e così scritta male, nelle motivazioni e nei comportamenti, da provocare l’effetto contrario: sembra messa lì a dimostrare la pazienza di San Rocco da Ortona nel rapportarsi con lei.

L’altra unica scena scritta per farci vedere i punti oscuri di Rocco si risolverà invece in un goffo kink-shaming, ma su questo mi dilungo più avanti.

Insomma, lo sforzo che viene profuso a mostrarcelo sempre senza macchia segue tutti i perfetti canoni stilistici della sceneggiatura fiction, quella che non ti racconta persone complesse, ma santini.

Signore, aiutami che sono messo male

C’è un pregiudizio diffuso sul fatto che le storie importanti debbano avere un tenore drammatico e una forte presa sul dolore e la malinconia.

È un atteggiamento che personalmente a me fa venire in mente le cover “mature” e dark che vengono inserite a volte nei film: canzoni riproposte tutte come lentoni funerei, cantate con la voce di chi ha avuto una vita costellata di traumi. Come la cover di Goldrake di Caraturo, se ricordate.

Supersex, che ha ambizioni nell’essere una serie “profonda” è esattamente così: non c’è mai niente, nemmeno per sbaglio, di leggero o ironico o, Dio non voglia, gioioso in questa storia. Il linguaggio è sempre sostenuto, con i protagonisti che parlano esclusivamente per aforismi e frasi profonde sul sesso e sul senso della vita.

Si sprecano lacrime, espressioni contrite, musiche devastate. Mancano solo le urla alla Muccino, che almeno sarebbero pure liberatorie. La scrittura è un perenne ricatto emotivo per commuovere lo spettatore, presentando così tanto drama spesso buttato a caso, che si finisce nell’involontariamente comico a un ritmo davvero sostenuto.

Non abbiamo mai idea del perché Rocco Siffredi faccia questo mestiere, sembra sempre che gli abbiano puntato una pistola alla testa, che l’abbia sempre fatto solo per mandare i soldi alla madre malata ma che, fosse stato per lui...

C’è anche una scena incredibile in cui si circoncide per sentire il dolore in modo più intenso, dopo la morte di un suo amico. Davvero, qui è dove ho riso davvero tanto.

E in tutto questo, in Supersex ciò che ne esce a pezzi è la sfera erotica.

Supersex

Ovviamente, essendo il Beato Frediani del porno, Rocco è quello che capisce subito che la collega Moana Pozzi odia fare sesso, gli basta tipo una sola occhiata.

È una cosa che pare fosse vero nella realtà, ma è anche un’intuizione non particolarmente incredibile in questa fiction dove tutti odiano fare sesso e dove il sesso viene sempre presentato come qualcosa di triste, squallido e profondamente degradante.

Il punto è che Supersex si ammanta di titoli ammiccanti e di dialoghi in cui gli attributi sessuali sono nominati spesso e volentieri, ma resta una storia profondamente moralista. C’è un gran parlare sull’essere se stessi e su come la sola vicinanza con Rocco spinga le persone a una maggiore libertà (ma lol), eppure alla fine il messaggio nemmeno troppo sottile è che la sessualità, se non è legata a un sentimento di amore, è sempre e comunque abuso ed è umiliante per ognuna delle parti coinvolte.

Può essere un punto di vista della narrazione, ma non è né particolarmente innovativo né particolarmente a fuoco per come viene espresso: non è il racconto di come al sesso estremo ci si può anestetizzare o anche nauseare quando è “solo” lavoro e routine, ma una lezioncina sul fatto che il sesso è sporco e fuori controllo, vuoi mettere l’amoreh?

Supersexist

L’ultimo punto è quello più dolente: malgrado cerchi di inquadrarsi programmaticamente come serie “femminista” con un po’ di dialoghi relativi agli occhi delle donne (e del cuore), Supersex è una serie piena di sessismo e stereotipi vecchi e tristi, che non vorrei proprio mai più vedere in una storia.

Direi che le spunta tutte: c’è ovviamente l’amico gay confidente e molto sensibile, in grado di dire frasi toccanti, dispensare gli irrinunciabili consigli sentimentali e poi ovviamente morire.

Soprattutto, c’è una rappresentazione dei personaggi femminili oltre il confine dello scusabile: la maggior parte sono figure ancillari di quelli maschili, pieni di pia sopportazione per i loro comportamenti.

È una pietosa ancella Lucia, picchiata da Tommaso, spinta a prostituirsi pure incinta, picchiata di nuovo, ingiurata con epiteti facilmente prevedibili… però fino alla fine resta sempre un po’ innamorata, perfino quando sta per sposare un altro uomo. È ancora più insopportabile questa caratterizzazione proprio perché è un personaggio inventato, e quindi priva anche dell’alibi di dover essere raccontata così per restare fedeli a una qualche controparte reale.

Terribile anche la figura della madre, rappresentata come una che appoggia in modo molto moderno la scelta di Rocco di diventare un pornoattore, ma che apostrofa Lucia con i soliti insulti che potete immaginare solo perché anche lei osa essere interessata al sesso.

Addirittura mette a quella personcina equilibrata di Tommaso il tarlo che suo figlio non possa davvero essere suo. Anche qui, nulla di male a creare personaggi  vittime e carnefici della cultura in cui sono cresciuti ma, di nuovo, nella narrazione non c’è la minima distanza critica: l’inquietante mammina viene dipinta solo come un’altra santa, senza alcun personaggio che ponga un credibile contraddittorio alle sue azioni.

Sono poi dipinte come pietose ancelle ovviamente sia il primo amore di Rocco Siffredi a Marsiglia, che sia esistita davvero o no, sia l’attuale moglie Rozsa Tassi, entrambe trattate male e loro modo usate, almeno nella fiction, ma ostinatamente a fianco del “loro” uomo, decise a trovare del buono in lui..

Ai personaggi maschili, invece, viene fatto passare tutto. Possono picchiare, cercare di ammazzare i figli perché hanno il dubbio di non essere i padri, distruggere locali per gelosia, insultare, tradire, usare e mettere da parte chiunque che in ogni caso “ci sarà della purezza in loro”, saranno comunque considerati alla fine “i più buoni di tutti”.

Senza contare il fatto che Supersex non si risparmia nemmeno, come anticipavo, nel kink-shaming.

Nella penultima puntata vediamo Lucia litigare con Siffredi a proposito di una scena di un suo film. La scena, che Lucia ha visto di nascosto, è chiaramente BDSM e sta venendo filmata con l’assenso di tuttə lə interpreti coinvoltə. Quella ripresa però, a causa del suo contenuto kink relativo a umiliazione e dinamiche Dom/sub, diventa un buon motivo per lei per accusare il protagonista della stessa violenza del fratello, solo espressa in modo differente.

Anche se lui cerca in qualche modo di spiegare che entrambe le parti erano consenzienti e anche se nulla nella messa in scena ci fa anche solo per un momento pensare il contrario, questo assenso viene ripetutamente messo in dubbio con repliche vagamente gaslighting. Viene inoltre posto un pesante giudizio sulla sessualità kink tutta, indicata come “quella roba là”.

Il punto è che in questo dialogo, si sarebbe potuto far dire a Rocco – visto che siamo in una fiction che in teoria parla di sesso e costruzione dell’identità – che la libertà sessuale passa attraverso sentieri anche molto oscuri e contorti ma assolutamente accettabili, finché sono tra adulti d’accordo nell’esplorarli. Ma ovviamente no, le scuse di Rocco sono deboli perché la sceneggiatura vuole “insegnarci” che queste cose sono sbagliate. Il sesso, quando è fatto per amore nella serie, è solo ed esclusivamente vanilla, senza volontà di esplorazione.

Ci sono molti modi di parlare di consenso, ma personalmente sento di dubitare che il migliore sia dipingere un film BDSM, in cui lə interpreti sono d’accordo, con la stessa condanna e l’orrore che potresti rivolgere a uno snuff-movie.

La trasgressione che avrei voluto vedere in Supersex non riguarda il numero delle volte in cui i personaggi dicono la parola catzo,  ma far passare l’idea che il porno possa venire normalizzato.

Qui invece, come tutte le fiction italiane, viene solo normato.

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