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Strange Days: il futuro alle spalle e i ricordi come droga

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Il film della Bigelow è tutt'ora uno spaccato di come immaginavamo il 2000 negli anni '90 e ha la grande intuizione di mostrarci il mercato di ricordi e sensazioni che viviamo oggi

La notte che segnò il passaggio dal secondo al terzo millennio è stato uno dei momenti più carichi di aspettative per la storia dell’umanità, considerando i presagi di sventura e le aspettative simboliche che si portava dietro.

Un passaggio quasi fisico oltre che temporale, una concreta promessa di futuro e quella consapevolezza che tutti i nostri sogni e le nostre aspettative si sarebbero effettivamente concretizzati con il semplice cambio di data. Era una tensione simile al terror panico, un futuro che ci si apriva davanti e ci lusingava con le sue promesse.

Ovviamente non andò così, lo sappiamo, e i sogni di crescita, pace e prosperità dell’occidente si schiantarono come il Boeing 767 dell’American Airlines contro la Torre Nord del World Trade Center.

Ma nella notte tra il 1999 e il 2000 nulla lasciava presagire i drammatici eventi che avrebbero segnato l’inizio del terzo millennio e un clima di festa animava il globo.

Non c’è niente che possa descrivere l’avvento del 2000 come il guardarlo attraverso anni ’90.

Strange Days è un film del 1995 diretto da Kathryn Bigelow e sceneggiato dal suo futuro ex marito James Cameron, e gli Strani Giorni del titolo sono proprio gli ultimi giorni del 1999.

La storia è uno pseudo noir anni ’90 con una spruzzata di fantascienza proto-cyberpunk, un po’ perché è ambientato 5 anni nel futuro del 1995, un po’ perché nello script Cameron ipotizza l’avvento di una nuova droga: i ricordi.

Immaginatevi danarosi uomini d’affari che ancora cavalcano mito di edonismo instancabile, avete fatto tutto, provato ogni cosa che il denaro e una discreta sfumatura di legalità potessero comprare e a questo punto, sul mercato nero, arriva l’ultima frontiera dello sballo: il Playback, lo squid. Si basa tutto su un sistema (fittizio) dello stoccaggio su supporto ottico, delle stimolazioni che vengono registrate dalla corteccia cerebrale in modo che possono essere riprodotte da un lettore, figlio del walkman e antesignano dei lettori CD portatili. Così facendo, i soggetti si trovavano a rivivere le esperienze di chi aveva registrato il ricordo, in playback per l’appunto.

Momenti belli, momenti brutti, paurosi, shoccanti, violenti, eccitanti, un mercato nero di esperienze dove nel mezzo tra chi vende e chi compra c’è una particolare categoria di fixer, metà traffichini, metà spacciatori, come il Lenny Nero protagonista del film che si trova coinvolto sul malgrado in una storia mista tra violenti omicidi, poliziotti corrotti e discografici strafatti.

Tolta la veste sci-fi con la quale si colore il mcguffin del film, abbiamo un prodotto godibilmente 90’s: solido, buoni personaggi e un intreccio tutto sommato interessante, diretto con salda competenza e arricchito da una fotografia che gioca con i contrasti, che ci ricorda alcune scelte estetiche “fichette al neon” che si portano oggi.

Parallelamente, il film può essere letto come documento storico di come si immaginava al fine del millennio nel 1995, in una sfumatura che mantiene l’elemento speculativo una virgola dentro il campo della fantascienza. Non era poi così tanto diverso da come si vivevano gli anni ’90, ma sicuramente tendeva ad accentuare, un calcare la mano su alcuni degli aspetti che ritenevano si sarebbero evoluti, di poco, in una determinata direzione.

È una sensazione strana.

Guardandolo non sembra vetusto come appare oggi un Ghost, banalmente ancora ancorato ad un’estetica e uno stile di vita anni ’80, ma anche lontano dallo stesso Point Break, da Pulp Fiction, da Seven: Strange Days regala una strana sensazione di futuro sfiorato molto più di altri film di fantascienza “scaduta” a causa della, tutto sommato, plausibilità del contesto che si porta dietro la domanda “eravamo così e non ce ne siamo accorti?”

Lenny Nero è interpretato da Ralph Fiennes che interpreta Bradley Cooper. Sul serio, se questo film lo avessero girato ieri, la parte sarebbe stata di Bradley.

Tratti distintivi sono la lingua sciolta, l’aria consunta di chi ha visto andare la sua vita dove non voleva e l’abbigliamento eccessivo e “stiloso”: magro, capello lungo tirato indietro, pantaloni di pelle, cravatte sgargianti accoppiate sapientemente a giacche dalle fantasie improbabili.

La prima regola di ogni spacciatore dovrebbe essere di non abusare mai del proprio prodotto eppure Lenny è affetto da un’incurabile dipendenza dalla nostalgia, dallo struggersi letteralmente nei ricordi di un momento effimero ma felice della sua vita nonostante sia consapevole che questo non possa ritornare. Completamente assuefatto alle registrazioni dei suoi ricordi, bloccato in un passato che si impone di rivivere ogni notte.

Il Playback visto così si presenta quasi come l’antesignano di un determinato aspetto dei social network contemporanei: la registrazione e la condivisione di un momento affinché la massa possa fruirne e, in alcuni casi, arrivare a lucrare di questa condivisione.

Non solo, almeno una volta sarà capitato a tutti di trovarsi tra capo e collo un “ricordo” riproposto da Facebook o da Instagram di un contenuto condiviso anni addietro, di una foto con una persona, in un posto… Cameron aveva decentemente anticipato lo stoccaggio di ricordi ed emozioni, ma non in dischetti bensì nella rete, nel cloud, in una banca dati che diventa emozionale e a portata di cellulare, dove quando sei stanco della tua vita e della tua routine puoi rifugiarti in quella degli altri che condividono immagini e momenti attraverso internet.

Ed emozioni vere o fittizie poco conta nel momento in cui vengono emotivamente caricate da chi le fruisce, suddivise in categorie tramite “reactions”.

Da qui a spararci una Instagram story direttamente nel cervello ce ne vuole, ma il concetto è quello, seppur limitato alla vista e all’udito.

La parata di character anni ’90 prosegue con Juliette Lewis (Natural Born Killers, Dal Tramonto all’alba) nel ruolo della ingombrante ex di Fiennes, cantante che ha lasciato il Nostro per la carriera, nel tipico outfit della cantante grunge di fine millennio: il topless. Nuda o seminuda per 3/4 delle sue scene. E Janet Jackson muta.

Nel ruolo del losco discografico un altro volto che più anni ’90 non si può: Michael Wincott che forse ricorderete per Robin Hood - Principe dei Ladri e Il Corvo. Una di quelle facce che quando passa per televisione pensate “uh, questo fa sempre il cattivo”. Chiudono la carrellata: Angela Bassett (favoloso "solitario" cyberpunk virato al femminile), Tom Sizemore e Vincent D’Onofrio con i capelli.

Sullo sfondo, immancabili, avvenimenti che si perpetuano negli anni, come a dire che il tempo può cambiare moda e tecnologia ma le diseguaglianze sociali, le ingiustizie e i crimini di odio sono destinanti a ripetersi in una società disomogenea.

La notte del 31 Dicembre 1999 io avevo 8 anni.

Di quella frenesia di cui parlavo sopra ho solo vaghi ricordi e il passaggio del millennio mi colpì lasciandomi indenne. Gli anni 90 per me sono una nube di sensazioni attutite dal tempo, l’età dell’innocenza. Ricordo la sensazione dell’attesa, ma non troppo dissimile da qualsiasi altro capodanno, tavole chilometriche imbandite, saloni affollati di parenti che si riuniscono solo una volta l’anno.

La tv a tubo catodico che passa il conto alla rovescia. Credo fosse l’evento di Canale 5.

È strano: anche se era Dicembre non ricordo il freddo.

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