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Shazad Latif, Hannah John-Kamen e Nathalie Emmanuel parlano di Dark Crystal: La Resistenza

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I tre attori parlano di doppiaggio, della paura di cantare e di quanto il fantastico possa aiutarci a parlare di argomenti controversi

Il BFI di Southbank è un cinema di Londra specializzato in rassegne e retrospettive. È una struttura moderna, completamente in vetro, che racchiude anche un bar, una libreria ed è collocata in una zona della città particolarmente bella, subito a ridosso del Tamigi. Uno di quegli spazi urbani che ti mettono in pace col mondo e che ogni città degna di questo nome dovrebbe avere.

Ho avuto la fortuna di esserci qualche giorno fa, quando ho avuto il privilegio di volare a Londra per la premiere di Dark Crystal: La Resistenza, prequel di quel film del 1982 che è rapidamente entrato nel novero dei film fantasy culto di quel periodo insieme a Labyrinth, La Storia Infinita, Willow e molti altri. Esattamente come l’originale, un progetto fortemente voluto da Jim Henson, padre dei Muppet, anche La Resistenza è stato totalmente realizzato usando marionette ed effetti pratici, con qualche aggiunta di computer grafica che all’inizio degli anni ’80 non era neppure immaginabile.

Se pensate che sia una cosa complessa, non vi siete neppure avvicinati all’effettiva difficoltà di una cosa del genere. Immaginate migliaia di pupazzi, marionette, oggetti di scena, costumi, controlli elettronici, ingranaggi, immaginate di dover creare tutto questo, mantenerlo efficiente, riprenderlo nel modo giusto e poi doppiarlo in maniera corretta e così via. La complessità di un film, la laboriosità di una serie animata, ma moltiplicate per mille e con pochissime scorciatoie.

Per comprenderne meglio la complessità ho avuto la fortuna di parlare con attori, produttori, regista e artisti che ci hanno lavorato. Nel primo round ho parlato con Shazad Latif, che avrete visto in Star Trek: Discovery, Hannah John-Kamen, che forse ricordate per Ant-Man and the Wasp e Nathalie Emmanuel, ovvero Missandei in Game of Thrones.

Un punto in comune per tutti e tre è che il Dark Crystal originale li aveva spaventati a morte. “tuttavia – aggiunge la John-Kamen – quando mi hanno chiesto di partecipare al progetto ho detto di sì senza vedere neppure il contratto, per me è un vero cult e sono felicissima di farne parte”.

Dark Crystal

Ma perché oggi un film di marionette? Non è un rischio enorme? Forse, ma per la Emmanuel “oggi è il momento giusto, sia per una certa nostalgia del passato, sia perché forse le persone sono stanche della CGI, è un bel modo per far rivivere un’arte antica e magari in molti sono curiosi di vedere come si fa”. “Inolre – continua Latif – è anche un bel modo per dare spazio ai marionettisti che fanno un lavoro incredibile”.

Una delle sfide più importanti di questo tipo di doppiaggio è il dover andare allo stesso ritmo e con la stessa energia della voce del marionettista, a cui si deve sovrapporre quella dell’attore. “Nel mio caso Becky, che muove Deet, ha un accento dell’Irlanda del Nord, la sua voce, la sua cadenza, il tono, sono completamente diversi dai miei e il personaggio rifletta la sua personalità, la sua energia – spiega la Emmanuel - Per me è stata sfida veramente interessante riuscire a sovrappormi a qualcuno di così diverso. Ogni tanto dovevo prendere fiato e cercare di dire tutta la frase molto velocemente per stare al suo passo”.

E non è finita, perché ovviamente non basta doppiare e ripetere le frasi, bisogna dar vita al personaggio e ottenere una voce che non sembri appiccicata sopra. Ecco perché la Emmanuel racconta che nelle scene di lotta arrivava un assistente a scuoterla come un sacco di patate, per ottenere un timbro che fosse compatibile. “In alcuni casi – spiega la John-Kamen - capita anche di dove riempire dei vuoti, tipo quando il personaggio apre la bocca in scena, oppure si muove, ma non ci sono battute, oppure sta aspettando mentre altri parlano. Allora ho chiesto al regista “Possiamo dargli un po’ più di vita?” e ho aggiunto un po’ di grugniti e altri versi che normalmente facciamo quando ascoltiamo gli altri”.

Ma quanto è difficile entrare in una stanza buia e iniziare a recitare senza niente attorno? Come ci si cala nella parte? Latif racconta che comunque non sei mai solo, ci sono sempre almeno cinque persone e il regista, Louis Leterrier, dà continue indicazioni su cosa vuole ottenere dalla scena. “Inoltre è importante tenersi in movimento, muoversi un po’ anche sulla scena, per mantenere alta l’energia del momento”. “Ovviamente il set è un’altra cosa – racconta la Emmanuel – perché hai la scenografia, sono tutti in costume e questo ti aiuta entrare dritta nel personaggio. Il doppiaggio è diverso, ti devi riscaldare bene la voce e spesso arrivi o stai per andare sul set, lo fai a orari improbabili, hai la voce impastata. Però il risultato è bellissimo ogni volta un po’ dell’energia di Deet rimaneva dentro di me e mi permetteva di finire la giornata col sorriso.

dark crystal

 

Tutti e tre concordano sulla loro difficoltà più grande: cantare. “Non sono certo una che canta per lavoro e doverlo fare in un’altra lingua è anche peggio – spiega la John-Kamen – meno male che tutti e tre abbiamo esperienza con le lingue immaginarie!”. "Sotto la doccia sono una rockstar - dice la Emmanuel - ma appena ho saputo che avrei dovuto cantare, per giunta in un'altra lingua, ho avuto un piccolo attacco di panico, per fortuna nessuno in cabina di doppiaggio mi ha messo pressione e hanno fatto miracoli con la mia voce!". "Per fortuna alcune sezioni cantante sono in coro - chiude Latif - quindi mi sono sentito più tranquillo, oltretutto io dovevo anche suonare il flauto ("no, non è vero, non l'ho suonato io" aggiunge poi dopo a mezza voce)".

E visto al terzetto non manca esperienza nel fantasy o fantascienza, cosa preferiscono? I mondi immaginari o la realtà? Oppure una buona storia è una buona storia. Per Latif “il bello di questo lavoro è cambiare spesso ciò che sei, io personalmente amo i drammi familiari, ma mi sono ritrovato a lavorare nella fantascienza e mi è piaciuto un sacco, per noi va così, devi adattarti”. “Dammi un fucile laser e un’astronave e io sono felice! – dice la John-Kamen – ma che tu stia raccontando una storia vera o no stai comunque parlando sempre di politica e società, non importa se sei in una tutina da supereroe, dentro l’Enterprise o con i jeans. Una storia è una storia, semplicemente mi diverto di più quando posso giocare con gadget e costumi!”.

In effetti guardando i primi episodi Dark Crystal: La Resistenza non nasconde certo un intento politico, di cui parleremo meglio nell’analisi della serie, ed è per questo che la Emmanuel ama il fantastico “permette di discutere di temi forti e attuali senza il rischio di allontanare le persone, anzi, avvicinandole con un contesto immaginario. Se fai la stessa cosa in un contesto reale ottieni reazioni molto più negative. Se penso a un personaggio come Deet, che ha sempre vissuto sotto terra e ha un approccio estremamente allegro e aperto verso il mondo, ma si scontra con quello che è a tutti gli effetti del razzismo, mi pare un tema estremamente attuale, anche se a parlare sono delle marionette”.

Nella prossima puntata di questo piccolo speciale dedicato a Dark Crystal: La Resistenza parleremo col regista Louis Leterrier, Lisa Henson e la produttrice Halle Stanford.

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