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Quando alle elementari studiavamo Calenda

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"Cuore" di De Amicis è stato adattato nel 1984 in un riuscito e critico film tv in sei puntate di Comencini, con protagonista Carlo Calenda...

Carlo Calenda è un possibile “astro che sorge” della sinistra liberale italiana. Classe 1973, laureato in giurisprudenza, Calenda approda alla Ferrari di Cordero di Montezemolo nel 1998; lo segue quindi come assistente personale quando questi diviene presidente in Confindustria (2004-2008). Quindi Calenda diviene coordinatore del movimento politico di Montezemolo, Italia Futura. Viceministro dello sviluppo economico con Letta, viceministro e poi ministro con Renzi e Gentiloni nello stesso settore, Calenda fu poi rappresentante permanente dell'Italia presso l'Unione europea dal 2016. Di recente ha fondato Azione, con cui progetta di candidarsi alle prossime politiche con un ruolo più centrale, e si dimostra quindi molto attivo su Twitter, con anche qualche tentativo di sdoganarsi in chiave pop (si veda il recente esperimento, abbastanza riuscito, di affidare il proprio profilo a Luca Bizzarri per un giorno), per quanto mantenga alcune resistenze culturali – sui videogiochi, ad esempio – su cui non concordiamo. In ogni caso, un cursus honorum di un certo rispetto: ma non è questo di cui oggi volevo parlare.

Ma di quanto alle Elementari studiavamo Calenda.

Non le sue teorie economiche, no. Ma Calenda l’attore.

È abbastanza noto, infatti, che il giovane Carlo abbia recitato nello sceneggiato “Cuore”, andato in onda nel 1984, su Raidue, in 6 puntate. Sceneggiatura della madre Cristina Comencini (con Suso Cecchi D’Amico), regia del nonno Luigi Comencini. Io ero in terza elementare, esattamente la classe affrontata dal giovane Enrico. La mia maestra era tutto sommato piuttosto innovativa nella didattica, e l’occasione era ghiotta: così leggevamo il libro e vedevamo lo sceneggiato a casa. E poi, in classe, ne discutevamo, facendo anche un confronto tra tratti comuni e differenze.

Oggi che Calenda è un candidato – anche se magari un po’ outsider – alla guida del paese, mi sono ricordato di quando ne studiavo le performance attoriali e, dato che su RaiPlay lo sceneggiato è disponibile, me lo sono rivisto.

Calenda

Affrontiamo subito la questione di Calenda. Sarebbe facile ironizzare sul nepotismo (letterale, in questo caso: era il nipote del regista) ma, per paradosso, la scelta era piuttosto indicata. Comencini, come noto, scelse (anche per gli altri ruoli) attori ragazzi tendenzialmente non professionisti, privilegiandone la spontaneità. Quindi, dato che Enrico proviene da una famiglia dell’élite torinese, la scelta del giovane Carlo è adeguata, e in effetti Calenda esprime bene il personaggio, sospeso tra uno slancio sincero verso i compagni di origine popolare e un certo sottile snobismo di fondo (in questo, fedele all’originale di De Amicis).

Inoltre il giovane Carlo/Enrico serve anche da mediatore con lo spettatore ragazzo: egli infatti ha la sua età e – nell’elite torinese – ha condizioni di vita non dissimili dal ragazzo del ceto medio degli anni ’80 di cento anni dopo. Ha una sua cameretta, i suoi libri, la sua collezione di francobolli, i giochi di costruzioni, inclusi alcuni modellini funzionanti di treni e diavolerie tecnologiche grazie al padre ingegnere (e la luce elettrica in casa, che stupisce i compagni poveri). Oggi sarebbe impossibile: i trentasei anni che ci separano dallo sceneggiato, come logico, sono più pesanti degli ottanta che separavano allora dall’ambientazione del film.

Calenda

La più forte innovazione dei Comencini (la sceneggiatrice e il regista) è quella di inserire il Cuore tradizionale nella cornice di Enrico adulto che ripensa a quell’anno scolastico del 1899 (si sposta avanti l’ambientazione dal 1883) quando, nel 1915-7, si reca al fronte, nel contesto del coinvolgimento dell’Italia nella Grande Guerra (per paradosso, sapere come è Calenda oggi rende poco credibile la trasformazione di Enrico nell’aitante tenentino pieno di sentimenti patriottici all’inizio del film). Una scelta che appare già nel film di Vittorio De Sica del 1948 (vedi qui), con analogo valore pacifista, ma che in Comencini viene sviluppata più ampiamente.

In questo modo il disastro della grande guerra – dove moriranno molti dei compagni di Enrico, e lui stesso perderà la fiducia nella patria – serve a decostruire completamente il romanzo deamicisiano, pur mantenendo una fedeltà piuttosto rigorosa al testo originario.

la scena iniziale, l'abbraccio con l’amico ritrovato Garrone, divenuto ferroviere come il padre, rimanda all’interclassismo del romanzo, in cui gli amici si ripromettono di restare tali al di là delle distanze sociali: ma Enrico è subito rimbrottato da un ufficiale  più alto in grado perché si è sporcato nel farlo.

Questa decostruzione sottile rimane nel corso dello sceneggiato: le lettere del padre diventano discorsi, lunghi e autoreferenziali, in cui egli – pur borghese illuminato – non riesce a parlare autenticamente al figlio. In generale, c’è un senso di incombente pesantezza di questi “padri” benintenzionati ma incapaci di parlare ai figli, a cui si sottrae solo in parte la figura del maestro Perboni, ottimamente interpretato da Dorelli, che si sovrappone abbastanza chiaramente alla posizione dello stesso De Amicis. Alle spalle di questi padri ingombranti c’è sempre, anche visivamente, tramite statue, lapidi e altro, la presenza invadente dei “Padri della patria”. Ispettore e direttore didattico, volutamente simili, standardizzati visivamente, richiamano da vicino l’aspetto di Mazzini, forse il più salvabile di quei padri nell’era repubblicana (e del resto anch’egli esperto di scuola, tassello fondamentale della sua visione socialista e introduttore allora innovativo del peer to peer come metodo didattico). Tra tanti padri e maestri, anche uno immenso: Eduardo De Filippo, alla sua ultima apparizione come uomo di spettacolo tra teatro e cinema, nei panni del vecchio maestro del padre di Enrico.

Calenda

 

L'arrivo del piccolo calabrese mostra comunque subito, all'inizio dell'anno scolastico, un simmetrico momento retorico che non funziona: De Rossi abbraccia il ragazzino, ma nell’avvicinarsi lo spaventa e quello scappa. E non ha torto: l’abbraccio della scuola unitaria è un abbraccio mortale, che vuole stringerlo a sé (dopo gli orrori della “guerra al brigantaggio” nel meridione) solo per poterlo usare come carne da cannone un domani molto prossimo.

A uno sguardo più adulto, insomma, è un film-tv molto giocato sulla metanarrazione: i racconti mensili, nell’originale letti da Perboni, qui sono proiettati tramite il cinema (che in effetti ebbe il suo centro pionieristico di emanazione da Torino, dove venne girato nel 1912 il primo kolossal mondiale, Cabiria), portato nella scuola dal padre di Enrico, ingegnere positivista colmo di fascino ingenuo sul progresso.

Di fronte a “Il tamburino sardo” appare subito Franti, che ride, unico tra tutti in lacrime. Il Franti, mantenuto centrale, è il Franti positivo di Umberto Eco: la sua risata è sempre contestazione contro il sistema, mai crudeltà gratuita contro i compagni (a volte è cattiva capacità relazionale, dato il contesto disastrato da cui proviene, ma non la gratuita malvagità che ha in De Amicis).

La scena dell'allievo addormentato viene spostato sulla scuola serale: Perboni inizialmente lo lascia dormire, essendo addormentato per il troppo lavoro, ma poi disturba la lezione e quindi garbatamente lo sveglia. La ricontestualizzazione qui rende la scena, per una volta, meno disturbante per lo spettatore (ma fa riflettere quello che conosce il libro): Perboni, pur figura positiva – nel libro e nel film – non contesta nel libro (nel film sì, blandamente e senza successo) il lavoro minorile, ma si limita, “nobilmente”, a lasciar dormire il ragazzo lavoratore (la poetica espressa del racconto “Il piccolo scrivano fiorentino”). Un caso in cui, per De Amicis, non vale la scusante del “contesto storico”: Verga, ad esempio (pur senza posizioni di progressismo sociale, è chiaro), mostra chiaramente gli orrori del lavoro minorile in “Rosso Malpelo”, più o meno negli stessi anni.

Altra questione ancor più indigeribile è il modo con cui Precossi, picchiato pesantemente dal padre alcoolista, è presentato come una “sfortunata vittima del destino”. Franti, in modo sgradevole, è l'unico che pone il problema che Precossi viene picchiato. Il sistema lo ignora e al limite Perboni cerca di risolvere la cosa con la persuasione bonaria sull'abusatore. Anche qui, De Amicis / Perboni mostra una grave falla nel suo progressismo, non giustificabile di nuovo coi tempi:

“Questa mattina è venuto alla scuola col segno d’un’unghiata sopra una gota, e tutti a dirgli: - È stato tuo padre, non lo  puoi negare sta volta, è tuo padre che t’ha fatto quello.  Dillo al Direttore, che lo faccia chiamare in questura. -  Ma egli s’alzò tutto rosso con la voce che tremava dallo  sdegno:  - Non è vero! Non è vero! Mio padre non mi batte mai!”

Insomma, la negazione della vittima presentata come meritoria, in un contesto in cui (magari più in teoria che in pratica, è chiaro), c’era già la possibilità di intervenire contro gli abusi estremi della “patria potestas”, come denota il romanzo stesso.

Se sul lavoro minorile e gli abusi sui minori il film mostra in modo chiaro le contraddizioni deamicisiane, centrale è ovviamente il discorso sulla guerra, per cui al limite De Amicis potrebbe avere meno colpe in un clima di retorica patriottarda pressoché uniforme.

Centrale è la decostruzione dell’episodio del padre di Coretti, devoto a re Umberto I con cui ha combattuto nel '66, e che non ha mai più potuto vedere perché è andato a risiedere per lungo tempo a Mondovì. Spostare l’azione nel 1899 ha ovviamente un senso forte per lo spettatore consapevole: siamo un anno prima del fatidico 1900 di Bresci. Ma c'è giù stato il 1878 di Passannante (anche per De Amicis, quando scrive e ambienta l'opera nel 1883), il primo attentato al re, che rende particolarmente falsante il clima di festosa accoglienza verso un reduce che “vuole assolutamente parlare col re” fuori da ogni protocollo (De Amicis, tra l’altro, era giornalista: quindi non ci può essere ingenuità nella visione falsante che propone). Nel film, Coretti aggira i carabinieri (mostrarne la mediocre sicurezza è invece credibile, relativamente a un anno dopo). La sua frase alla vista del sovrano - "Come s'è fatto grigio! I re non dovrebbero mai invecchiare" – acquista un senso ancor maggiore di beffarda ironia.

Così come il contesto dell’incontro: l’inaugurazione monumento a Giuseppe Gabetti, l'autore della marcia reale (1831), oggi semisconosciuto in favore dell’autore dell’inno del Risorgimento mazziniano, Goffredo Mameli col suo “Fratelli d’Italia”. Il re cadrà di lì a pochissimo, la monarchia gli sopravvivrà per poco.

Naturalmente, anche Coretti farà una bruttissima fine nella Prima Guerra Mondiale. La “carezza del Re” che il padre gli porta è una palese maledizione di morte, rovesciando radicalmente il militarismo monarchico deamicisiano.

La figura radicale di questo antimilitarismo resta Franti. Per paradosso, e contro ogni sentimentalismo, i Comencini sono spietati nel mostrarne la parabola finale. Viene infatti come supplente la maestrina della penna rossa, che sa capire e valorizzare Franti: ma questa parziale integrazione si rivela un’arma a doppio taglio, perché quando ritorna Perboni Franti, che non sa gestire la delusione, commette di nuovo un atto inqualificabile (tira un petardo in classe, “a freddo”). Ritenuto perso il ruolo che aveva acquisito, non sa negoziare e torna in modo enfatico al ruolo precedente.

Anche la maestrina dalla penna rossa è colta in una sua certa superficialità, ad esempio nell’episodio pietistico del piccolo spazzacamino, dove ancora una volta non c’è condnna del lavoro minorile, ma al limite l’elemosina (episodio edificante in De Amicis, e critico in Comencini, ovviamente).

Dopo la scena della madre di Franti (dove non c’è “l’infame rise”, che Eco aveva analizzato come cruciale nel suo Elogio di Franti del 1862), Franti ride nuovamente, provocatorio, al passaggio dell’esercito. Di nuovo, Comencini attenua (è costretto ad attenuare?) la scena, perché il Franti originario ride contro la sfilata dei mutilati di guerra e il direttore che ne tesse l’elogio, con scena più dirompente che il Franti del film, che ride sull’esercito regolare, viene espulso, accoltella Stardi, e finisce in riformatorio. Cambia la reazione di Perboni, che lo va a trovare, e soffre del fallimento educativo, a differenza del personaggio del libro (che non mostra reazioni). Franti che, prima di essere catturato dai carabinieri, si rifugia sotto la lapide di Pietro Micca (lui amante dei petardi, e che finirà in guerra con un ruolo simile di “ardito per forza") è una amarissima ironia, che mostra la cura del dettaglio del film.

Nella puntata seguente, il tenentino Bottini - nella cornice del 1917 – impara sul campo l'inettitudine e il cinismo dello stato maggiore, e quando tornato a casa vede l’eco della rivoluzione russa che inizia a serpeggiare anche da noi simpatizza col popolo e non con la famiglia borghese, da cui ormai lo separa un solco più profondo della trincea. Il padre, invecchiato e deluso dal fallimento del positivismo, ormai è spinto per paura verso un “uomo d’ordine” (“tutto il potere a Cadorna!”) che ponga fine a quei disordini, e con lui i suoi amici borghesi: l’anticipazione del fascismo è chiara.

Se questo è il – cupo – finale della serie, anche il finale dell’anno scolastico 1899 vede una inversione significativa: Stardi, che ha studiato il libro a memoria, vince su De Rossi (odioso ma autenticamente intelligente). Una beffarda satira sulla stolidità del nozionismo, riuscita come momento comico, ma forse ingenerosa verso l’opera (tra tutti i difetti che ha, Cuore non è difensore del nozionismo, cui predilige l’esaltazione della retorica).

In un episodio aggiunto dal film, Enrico invece si piazza discretamente all’esame (terzo posto) e il padre per premio lo porta all’opera ad assistere al Ballet Excelsior, creato per l'arrivo del 1900. La danza mostra lo scontro tra Luce e Tenebra con simbolismo massonico e positivista: le conquiste della tecnica – elettricità, telecomunicazioni, trasporti – sono tutte foriere di felicità futura: e potrebbero anche esserlo, anche se di lì saranno di lì a breve gli strumenti per rendere terribile la guerra mondiale.

Nel complesso, quindi, questa nuova visione non mi ha restituito lo sceneggiato tv della mia infanzia, ma una decostruzione raffinata e sottile che all’epoca non avrei potuto capire. Allora, inoltre, mi concentravo sulle vicende di Enrico, Garrone, Franti e gli altri comprimari: oggi, da insegnante, mi viene ovviamente più facile guardare a Perboni, e alla difficoltà di coniugare i suoi ideali socialisti nella trincea della scuola reale, con tutte le sue complessità e i suoi problemi, e in una società che stava divenendo sempre più autoritaria e respingente.

Chissà se Calenda ricorda ancora quella sua esperienza giovanile, che è il suo capolavoro come attore. Se oltre all’amarcord ha assimilato lo spirito del film, potrebbe servirgli per capire meglio la scuola, di cui – occupandosi di economia e sviluppo – dovrà sicuramente interessarsi.

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