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Priscilla - La recensione

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Com'è l'ultimo film di Sofia Coppola, tratto dal libro di memorie del 1985 Elvis and Me scritto proprio da Priscilla Presley?

Priscilla è l’ultimo film di Sofia Coppola, uscito in Italia il 27 marzo. Ho avuto l’occasione di vederlo in anteprima e confesso di essere stato particolarmente contento di poterlo vedere, perché alcuni film della regista statunitense rientrano tra i miei preferiti (Marie Antoniette e Lost in Translation, tra gli altri) e perché ero curioso di sapere come sarebbe stata trattata questa figura di donna che ha attraversato il secolo scorso all’ombra di una delle figure pop più importanti della storia.

Priscilla è un biopic che racconta la storia della donna (inizialmente poco più di una bambina, a dire il vero) che ha vissuto accanto al re del rock e, anche se ambisce a raccontare la storia di lei lo fa – inevitabilmente – in relazione a lui. Tant’è che la storia inizia quando Elvis entra nella vita di Priscilla e finisce quando lei esce dalla vita di lui.

Il film parte subito con il tocco registico tipico di Sofia Coppola: uno scivolamento dettagliatissimo sull’epoca evocata e una colonna sonora perfettamente a tema. Con la camera, la regista decide di indugiare sulla giovanissima Priscilla (interpretata da Cailee Spaeny, vincitrice della Coppa Volpi a Venezia per la migliore interpretazione femminile) e su alcuni dettagli iconici della fine degli anni '50, dandoci subito modo di capire – a mio avviso – che i veri protagonisti del film saranno i costumi, il pensiero e gli oggetti delle tre decadi che compongono il film.

Si parte, quindi con il trucco pesante, l’abbondanza di mascara e l’onnipresente lacca per i capelli ipercotonati, le riviste per teenager, i colori pastello dei vestiti, portati con una innocente sensualità dalla ragazzina quattordicenne che incontrerà Elvis mentre era un militare di stanza in Germania.

La storia prosegue tutta su questo tono, attraversando le epoche storiche di grande cambiamento che sono state gli anni ‘60 e i primi ‘70 e facendoci vedere – da un lato – l’impatto del cambiamento dei costumi sulla musica, i vestiti, le acconciature mentre – dall’altro – la vita di Priscilla è stata cristallizzata a Graceland per tutto il tempo.

Come una principessa rinchiusa nella torre più alta del castello, così la ragazza è stata tenuta lontana dai riflettori, dalle scene calcate dall’uomo che l’aveva scelta, dal divertimento, dall’autonomia, da tutto.

Priscilla è un film che lavora per sottrazione, lasciando intuire allo spettatore la frustrazione di una donna, la sua solitudine e il suo dolore, dandoci pochi sprazzi di queste emozioni attraverso inquadrature di enormi spazi casalinghi vuoti e susseguirsi di giornate monotone.
L’unica varietà concessa a Priscilla arriva quando Elvis torna a casa, tra un film e l’altro, tra un flirt e l’altro, tra un tour e l’altro, chiedendo solo di barricarsi in casa – e da un certo momento in poi, in camera da letto – con i suoi amici e Priscilla. La tormentata storia di Elvis, il suo rapporto con l’alcool e le medicine, viene anch’essa narrata sottovoce.

Il film nel complesso è molto godibile e sono uscito dalla sala molto incuriosito dalla figura di questa donna che ha passato l’intera esistenza all’ombra del colosso del pop di tutti i tempi.

Purtroppo, proprio due aspetti legati alla figura di Priscilla Presley sono quelli che mi hanno convinto meno. Come anticipato, il film lavora quasi sempre per sottrazione e questo – in alcuni momenti – si sente troppo: in particolare ho notato una certa superficialità emotiva quando lo spettatore fa fatica a entrare in connessione con la donna, troppo distante o fredda lungo buona parte del film. I personaggi, volendo essere didascalici, hanno poco spessore e difficilmente si riesce a empatizzare con un Elvis sempre più preda di sé stesso o con una Priscilla sempre più distante da un mondo in costante cambiamento. E questo se vale per i personaggi principali, figuriamoci per i comprimari.

Se si riesce a superare questi aspetti – che, volendo essere generosi, possono anche essere ascritti all’estetica onirica e malinconica tipica di alcuni film della Coppola – i punti di forza del film sono decisamente in maggioranza.

Vi cito solo i tre che mi sono rimasti impressi: la colonna sonora è, come tipico della regista in questione, magnifica. Ho dovuto approfondire la mia conoscenza del periodo, prima di poter scrivere, e ho scoperto che tutto il film è pieno di omaggi al produttore Phil Spector e al suo wall of sound.

L’esperienza visiva, data dai costumi, i dettagli, gli oggetti, le atmosfere, contribuisce a rendere impeccabile la resa scenica del periodo in cui è ambientato il film.

Infine, le interpretazioni. Cailee Spaeny nel ruolo di Priscilla Beaulieu riesce a essere una ragazzina spaurita all’inizio del film e una donna decisa quando arrivano i titoli di coda; Jacob Elordi riesce nel difficile ruolo di interpretare l’uomo dietro alla maschera, quindi pieno di difetti, insicurezze e soprattutto portatore di una mentalità anni ’50 che mi ha fatto stridere i denti più volte durante la visione.

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