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"Primi delitti": intervista a Paolo Di Orazio

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"Primi Delitti", caposaldo dello splatterpunk italiano, torna in una nuova edizione di D Editore. Ne parliamo con l'autore Paolo Di Orazio!

A volte ritornano.
"Primi delitti", romanzo di esordio di Paolo Di Orazio, è stato di recente ripubblicato da D Editore. Si tratta di un caposaldo dello splatterpunk italiano, e del caso-simbolo della caccia alle streghe contro l'horror, in quegli anni.
La sua riedizione è quindi una notizia molto interessante, e abbiamo colto l'occasione per intervistare l'autore (qui la mia recensione dell'opera, qui l'analisi, per N3rdcore, di Cristiano Saccoccia).

 

Primi delitti

 

Benvenuto su N3rdcore, Paolo, e grazie mille della tua disponibilità! Come spieghi anche nell’introduzione del volume, “Primi delitti” nasce all’interno dell’esperienza di “Splatter”, una delle più iconiche riviste a fumetti dell’epoca. Come ricordi quell’esperienza?

 

La ricordo come un periodo, non lunghissimo, in cui un gruppo sempre più vasto di amici e collaboratori si univano alla Acme per creare e sfornare valanghe di idee a cui veniva data risposta tramite una valanga di lettere di lettori in estasi. È vero, stiamo parlando del sapore di un successo da 30mila copie vendute al mese. Noi alimentavamo i lettori e i lettori alimentavano noi. Non c’era mai una lettera di lamentele. Avevo una scrivania e un telefono personali, e il fervore dei lavori, incluso il fumo delle sigarette, era proprio come quello che abbiamo visto tante volte nei film. Ora sembra un vecchio sogno fantastico.

 

Primi delitti

Una cosa che rendeva iconiche queste testate, oltre a fumetti, rubriche, e a uno stile generale liberatorio rispetto a un asfittico provincialismo imperante, è anche la rubrica della posta, “Non aprite quella posta”. Com’era il rapporto coi lettori?

 

Ho creato un rapporto fantastico, intanto intestando a mio nome la rubrica, e creando un punto di scambio idee. In realtà, sin dalle mie letture d’infanzia («Corriere della Paura», «Horror») ho sempre sognato di comunicare con il pubblico, e quando ho avuto l’opportunità di farlo, mi è venuto naturale. Parlavo a lettori come me, intercettando i loro gusti e offrendo più spazio possibile alla loro voce che non alla mia, con la creazione – in un secondo tempo – di rubriche dedicate alla creatività di chi ci leggeva. Un lavoro che, tutto sommato, anticipò il mio approccio coi social.

 

Primi delitti

 

La cosa che ha fatto assurgere “Primi delitti” a una meritatissima fama è anche l’attacco censorio nato da una interrogazione parlamentare al tempo del Governo Andreotti (ed essendo questi noto come Belzebù, è un bel cortocircuito…). Come è andata questa assurda vicenda?

 

Tutto nasce con la segnalazione di un papà indignato, il quale porta «Splatter» e Primi delitti in tribunale, e a seguire un bell’articolo su «L’Espresso» in cui si denuncia la pericolosità dei fumetti horror splatter per i giovani lettori. L’onorevole Silvia Costa ha riproposto il grido d’allarme dello psichiatra tedesco Fredric Wertham nel 1954 che provocò la creazione del famoso Comics Code Authority americano, e innescando l’interrogazione parlamentare appoggiata da tutto l’arco parlamentare. Non fui perseguito a livello giudiziario personalmente, anzi, ne ho ricavato un successo mediatico e di pubblico inatteso. Non male per un libro d’esordio.

 

Primi delitti

 

La cosa che colpisce, di cui accenni anche nel volume, è come all’attacco censorio si siano unite anche forze teoricamente laiche. Se si può capire - senza approvarlo - l’attacco “clericale”, tutto sommato, cos’è, secondo te, che faceva invece paura a loro di questo volume?

 

I racconti sono narrati in prima persona e in presa diretta, in media res, e di conseguenza, gli assassini ci illustrano dal vivo cosa stiano facendo per uccidere e con quali strumenti. Il risultato oggettivo è un manuale delle distruzioni che, se preso alla lettera, potrebbe effettivamente fare danni. Ma, per fortuna, che io sappia, non è mai accaduto nulla di simile.

 

Primi delitti

 

L’opera ebbe un buon successo sia prima, sia dopo ovviamente l’attacco censorio. Ricordi quali furono le reazioni dei lettori, se hai avuto modo di avere dei riscontri reali, a parte il can can mediatico?

 

Le lettere dei lettori furono un fiume di entusiasmo. Lettori e lettrici, ognuno mi parlava delle grandi emozioni suscitate dai racconti. Zero bocciature. Avevo colpito al cuore. Primi delitti non è un libro meditato a tavolino.

 

Primi delitti

 

La cosa che mi ha colpito molto di “Primi delitti” è la sua capacità chirurgica di identificare alcuni archetipi molto precisi e, quindi, molto angosciosi della società italiana di quel periodo e vivisezionarli con la chiave dell’horror. È una scelta calcolata o, pare di intuire, più intuitiva?

 

Tutto assolutamente intuitivo. Neanche mi ero posto di offrire questa chiave di lettura, mi piaceva soltanto l’idea che gli assassini fossero degli innocenti. Non c’è sovrannaturale, non c’è un Michael Myers, qui. I miei personaggi sono le classiche “persone qualunque” che a un certo punto della loro vita imbrattano la cronaca di sangue.

 

 

Primi delitti è, per chi è cresciuto in quegli anni, un potente ritorno a certe atmosfere innovative portate da quella wave dell’horror anni ’80, a livello generale e italiano, nel fumetto e non solo. E oggi, come vedi il quadro della situazione del genere in Italia? Che prospettive può avere in quest’epoca, non certo priva di grandi terrori da catalizzare?

 

Il compito dell’horror è sempre quello di fornire intrattenimento, seppur catartico (rispetto alla fantascienza o alla narrativa mainstream). In Italia, il genere è sempre considerato parte della controcultura, e il blocco degli appassionati mi sembra stabile. Nonostante lo spettro atomico, amplificato all’ennesima impotenza dalle tavole rotonde sui social, rispetto ai tempi della guerra fredda e post caduta del Muro, penso che il genere possa trovare appunto una sana risposta proprio per la sua naturale funzione liberatoria. Quel che preoccupa può essere la recessione economica che impatta sui costi produttivi librari, ma non azzardo previsioni.

 

Nel volume, lasci presagire che questa riedizione sia un primo passo di un più generale progetto con D Editore. Che cosa puoi o vuoi anticiparci di tutto questo?

 

Al momento, D Editore mi ha indicato di non lasciar trapelare nulla. Il che, è già ammissione di qualcosa che verrà!

 

Ringraziamo di cuore (fuor di cassa toracica, come si conviene nelle convenzioni dell'horror...) Paolo di Orazio per la sua disponibilità, e restiamo in ansiosa attesa degli sviluppi futuri!

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