STAI LEGGENDO : PlayStation Classic - il 3D non invecchia come i pixel

PlayStation Classic - il 3D non invecchia come i pixel

Condividi su:

La nostalgia canaglia inzia a intaccare gli anni '90, ma stavolta forse la magia non funziona più tanto bene

PlayStation Classic sta per arrivare, molti la compreranno, molti la schiferanno, la verità è che non esiste un modo giusto di affrontare queste operazioni, perché quando si va a toccare la nostalgia ognuno reagisce in maniera estremamente personale. In soldoni: se per voi 100 euro sono un prezzo giusto per qualche vecchio gioco che avete amato (in mezzo a molti giochi di cui fareste meglio a conservare solo il ricordo) che potrete giocare senza troppi intoppi allora va tutto bene. Altrimenti passate oltre.

Adesso che ci siamo tolti il peso dallo stomaco possiamo analizzare meglio questo tentativo di Sony di entrare nel settore della nostalgia canaglia.

Gli anni ’90 rappresentarono per i videogiochi il periodo probabilmente più importante dall’arrivo della croce direzionale. Da una parte le prime schede grafiche dedicate ci mostravano i giochi su PC con un livello di dettaglio che non pensavamo possibile, dall’altra l’arrivo di PlayStation segnò un profondo spartiacque nel modo in cui i videogiochi non solo venivano fruiti, ma anche comunicati.

La storia dei videogiochi è legata alla storia della tecnologia e del linguaggio. L’arrivo della terza dimensione rappresentò un modo completamente nuovo di giocare. Dopo anni di bidimensionalità e isometrie, con rari esempi di primitivo 3D, gli sviluppatori dovevano iniziare a immaginare il modo in cui i loro titoli venivano visti, dovevano capire come e dove posizionare una telecamera, che taglio dare all’inquadratura, se usarne una fissa o se seguire il giocatore alle spalle. Ogni scelta portava con sé un differente modo di comunicare e in alcuni casi comportava un cambio di prospettiva fino a quel momento impossibile: lasciare che fosse il giocatore a decidere il punto di vista, lasciarli la gestione della telecamera oppure renderlo la telecamera stessa. Sono anche gli anni in cui il videogioco inizia a sentire tantissimo la sudditanza psicologica col cinema, guarda caso.

La terza dimensione permise tutto questo, ma ogni magia, ogni scelta, ha un costo. Non è la pixel art, non è una sintesi grafica che resta immutabile e può farsi canone, è là continua ricerca del verosimile e in quanto tale è destinata a invecchiare in pochissimo tempo.

A ogni potenziamento grafico apriamo la bocca e sbarriamo gli occhi dicendo “una grafica così non si era mai vista”. Personalmente lo dico più o meno da trent’anni e tutto ciò che c’era prima diventa subito vecchio, fastidioso. Come vedere un film su una VHS consumata o ascoltare un concerto registrato col telefono.

Questa lunga premessa ci porta al nodo centrale di PlayStation Classic: il 3D non è la pixel art, non è un canone, è tecnologia e la tecnologia non si guarda mai veramente indietro se non per ricordarti quanto è bella oggi.

Le console mini sono tutte tendenzialmente dei favolosi soprammobili che acquistiamo per far finta che in questo modo il tempo rallenti un po’ e ci conceda ancora il gusto dei pomeriggi passati facendo finta di fare i compiti o nel bel mezzo delle vacanze scolastiche, quando i giorni non hanno più un nome e delle scadenze. Alcune però hanno più senso di altre e ci sono titoli della collezione Nintendo che ancora oggi brillano di un game design puro e cristallino. Come gli squali, non hanno cambiato design nel corso degli anni, ma solo le dimensioni.

PlayStation Classic è un favoloso soprammobile, solo a sfiorarne il profilo puoi sentire nella tua testa quel suono di accensione che ti dava l’impressione di attraversare un portale magico per quella che fu una console fondamentale per migliaia di persone e per l’industria stessa, capace di traghettarci in un’epoca moderna in cui anche da fuori qualcuno si accorse che i videogiochi erano un fenomeno culturale. Cosa che noi sapevamo già, pur non avendone ancora afferrate le proporzioni (che mi furono ben chiare quando vidi Lara Croft ospite di un concerto degli U2).

Playstation Classic

La PlayStation fu per me la prima vera console dopo l’Atari, fino a quel momento avevo giocato praticamente solo su Commodore 64 e Amiga. Nintendo lo vedevo solo attraverso il Game Boy e a casa di amici. Mio padre, master race nel cuore, pensava che le console fossero solo pezzi di plastica che dovevi cambiare dopo poco. Per comprarla feci ogni possibile lavoretto o commissione e riuscì ad averla in tempo per l’inverno del ’95, dopo aver sbavato per mesi come un cane pastore a ogni pubblicità.

Quando però l’accendi quel soprammobile diventa una lezione di vita e ti dimostra che spesso la nostalgia funziona finché restiamo distanti, come una illusione ottica. Più ti avvicini, più quel sentimento perde forza, come andare a una cena delle medie e scoprire che quel tuo vecchio amico simpaticissimo adesso è un signore di mezza età che cerca di convincerti a diventare no-vax. Texture slavate, risoluzioni infami, controlli lenti, soluzioni videoludiche rozze, poligoni che si incastrano, nessun filtro grafico a cercare di limitare il danno, che arriva dritto alle cornee.

Il viale dei ricordi a volte è una strada accidentata su cui slogarsi le caviglie della memoria.

Sorvolando sulla composizione della lista, che è già stata ampiamente discussa e criticata, ma che evidentemente segue regole slegate dall’importanza storica dei titoli (licenze, funzionamento con l’emulatore, scelta casuale effettuata con bambino bendato), vediamo insieme l’impatto frontale avuto con i titoli della collezione.

Battle Arena Toshinden: Da ragazzino lo amavo, forse perché fu uno dei primi giochi su cui misi le mani quando comprai la console. Nella mia testa è veloce e frenetico, oggi sembra una rissa tra pensionati e mi rendo conto che anche all’epoca non era poi chissà che cosa.

Cool Boarders 2: I giochi di snowboard mi divertono sempre per un massimo di due o tre ore, poi improvvisamente l’interesse svanisce. Immaginate come dev’essere giocarci oggi.

Destruction Derby: I poligoni sono quel che sono e le collisioni non sembrano incredibili come un tempo, ma tutto sommato il gioco è invecchiato abbastanza bene ed è ancora molto divertente da giocare. Forse una delle sorprese più interessanti della collezione.

Final Fantasy VII: Un gioco su cui ormai non ha senso spendere altre parole. All’epoca fu per me il primo titolo in cui spesi ore e ore, forse anche il primo gioco per cui ho versato una lacrima. Mi basta la musica per tornare a Midgar. Il problema è che potrei comunque giocarci in molti altri modi.

Grand Theft Auto: Prima di diventare un fenomeno di costume e farci vivere nel West, Rockstar creò un gioco in cui un bug che rendeva le auto della polizia molto aggressive fu trasformato in un punto di forza. Giocarci oggi è abbastanza imbarazzante, però conserva un suo interesse archeologico e tutto sommato, senza 3D, ce la si può fare.

Intelligent Qube: Onestamente all’epoca ne ignoravo l’esistenza, oggi è una scelta che lascia il tempo che trova.

Jumping Flash: Fu uno dei primi puzzle 3D, ma non viene quasi mai ricordato perché in quegli anni eravamo tutti troppo impegnati a cercare altro nei videogiochi. Ha senso inserirlo in una collezione che premia la varietà e giocarci ora ha senso in termine di studio e tutto sommato è ancora divertente.

Metal Gear Solid: stranamente l’impatto grafico non è così doloroso e comunque viene ampiamente bilanciato da tutto il resto. Si gioca ancora molto volentieri, ma senza la vibrazione si perde qualcosa.

Mr. Driller: Uno dei tanti puzzle del periodo, oggi te lo puoi dimenticare, ma vale lo stesso discorso di GTA: non essendo in 3D te lo puoi godere.

Oddworld: Altro gioco che tutto sommato è ancora divertente e giocabile, un buon game design non muore mai.

Rayman: Abbastanza brutto e fastidioso da vedere, non particolarmente divertente da giocare, meglio quelli successivi se cercate un platform.

Resident Evil: Director’s Cut: Anche qua le texture fanno male al bambino interiore e oggi l’idea di non potersi muovere e sparare contemporaneamente la vivo come un affronto personale e un attentato alla democrazia. Però il fascino c’è ancora e quei cani di merda che entrano dalla finestra hanno cambiato per sempre il mio approccio al genere, quindi va bene così.

Revelations: Persona: In teoria è uno dei giochi per cui vale la pena comprare PlayStation Classic, perché in occidente questo primo capitolo di Persona l’abbiamo visto col binocolo, però è come bere una birra rimasta aperta vent’anni.

R4 Ridge Racer Type 4: All’epoca Gran Turismo ci aveva già dimostrato che un altro modo di vedere i giochi di corsa era possibile. La colonna sonora è tutt’ora affascinante, ma il gioco era vecchio allora, immaginate oggi quanto possa essere interessante. Sembra di guidare un’automobilina delle giostre.

Super Puzzle Fighter II Turbo: Era divertente all’epoca e lo è oggi. In questa collezione non c’entra niente, se non per ricordarci ancora una volta che l’impianto di Tetris invecchia meglio di qualunque cosa.

Syphon Filter: All’epoca era una delle piccole gemme, un gioco action ricco di spionaggio e sparatorie che meriterebbe un remake, anche perché giocare a questa versione dell’epoca è veramente un grosso atto di amore e di fede. Non fatelo.

Tekken 3: Il vecchietto ha ancora qualche pugno da tirare ma è, appunto, un vecchietto. Le arene sono scatoloni, i personaggi sono grossolani, i comandi sono lenti e nel frattempo il mondo dei picchiaduro è andato avanti o è tornato all’eccellenza dei primi Street Fighter, che a metà degli anni ’90 erano ancora il punto di riferimento.

Tom Clancy’s Rainbow Six: Che cazzo ci fai qua? Torna su PC!

Twisted Metal: Il gioco su cui Scott Jaffe si fece le ossa prima di God of War. All’epoca fu apprezzato per l’idea dei combattimenti tra veicoli, ma criticato per la grafica non al massimo, immaginate cosa dev’essere oggi e tirate dritto.

Wild Arms: Uscì poco dopo Final Fantasy VII e senza dubbio ne subì l’onda d’urto, ma se amate i JRPG tradizionali con qualche elemento action potreste divertirvi un bel po’. Non so però se è il gioco adatto per ricordare la PlayStation o quello per cui la gente spenderà dei soldi. Onestamente fatico a ricordarlo e oggi di titoli così il mercato è abbastanza saturo (e lo era anche all’epoca).

related posts

Come to the dark side, we have cookies. Li usiamo per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi