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Mythic Quest e trovare il tuo posto nel mondo

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Il consueto episodio speciale di Mythic Quest ci racconta le origini di due personaggi, ma anche l'origine delle nostre passioni.

Se amate i videogiochi e non vi state guardando Mythic Quest su Apple TV secondo me vi perdete qualcosa. Non tanto per quel disperato bisogno di riconoscimento dei videogiochi come un media che è parte del gruppo, quello strano gusto di dire di “wow finalmente qualcosa che parla di ciò che amo, reclamiamo il nostro posto nel mainstream!” che c’ha fregato quando è iniziato Big Bang Theory, ma perché parlando di videogiochi in modo ironico parla anche di storie umanamente interessanti.

Ad esempio, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.

Per chi non sapesse di cosa sto parlando, Mythic Quest è una serie tv su Apple TV arrivata ormai alla terza stagione. È la classica commedia da ufficio con personaggi assurdi e archetipici ma declinata nel mondo dello sviluppo dei videogiochi. C’è l’autore completamente avvolto nel suo ego, la coppia di beta tester che vorrebbero fare di più, il direttore della monetizzazione avido, la capa dello sviluppo che è una asociale senza speranza e così via. È un racconto leggero che ogni tanto satireggia sui vizi del settore, il crunch time, le microtransazioni, gli streamer, il game as a service e il pubblico bue senza mai affondare troppo il colpo ma tenendosi in punta di fioretto. Una storia divertente, con alcuni personaggi particolarmente ben scritti che ha il grande pregio di offrire uno spaccato in cui nessuno e sottolineo nessuno si salva veramente e tutti hanno momenti condivisibili e miserabili.

 

Il vero plus di Mythic Quest è rappresentato da una strana ma piacevole consuetudine: a un certo punto c’è sempre una puntata completamente slegata dalla storia principale che ci racconta qualcosa lontano nel tempo ma legato in qualche modo al filone narrativo principale.

Nella prima puntata si parlava dell’edificio in cui si trovano gli studios, nella seconda del suo principale scrittore, che da giovane ha frequentato mostri sacri come Leguin e Asimov (ed è una bellissima storia sulla sopravvivenza e sulla meschinità) e nel terzo, Sarian, ci troviamo di fronte a un racconto speculare a due voci. Mi perdonerete se racconto la storia, ma vi assicuro che anche conoscendola non vi perdereste niente del suo potere evocativo.

 

Un bambino e una bambina, il primo fatica a uniformarsi a scuola, sogna mondi che non esistono mentre la maestra vuole solo che impari a memoria le nozioni sul sistema solare e per questo si sente stupido, a un passo dalle classi speciali. La madre lo asseconda, almeno finché le sue energie mentali non finiscono per colpa di un disturbo bipolare molto grave che la costringe a letto. La seconda invece fatica a vivere seguendo le norme che la vorrebbero seduta a un pianoforte e non di fronte alla tv a giocare a Final Fantasy. Sua madre sogna per lei una maggiore integrazione con gli altri, cosa che non otterrà ossessionandosi con i videogiochi, e soprattutto vorrebbe che la figlia facesse qualcosa che lei è in grado di capire, come il pianoforte, il padre è più indulgente, ma sfrutta il suo amore per i videogiochi come una motivazione.
Sono due storie distanti nel tempo, ma che si intrecciano sul finale. La bambina, che poi è Poppy, la programmatrice coprotagonista dello show, dopo aver fatto un ottimo saggio vince una bicicletta e può finalmente usarla per andare in biblioteca, accedere a internet e trovare i segreti di Final Fantasy. Su internet però trova anche un videogioco, Sarian, e un banner per un tool di creazione videogiochi.

Anni dopo, Poppy incontra finalmente quel bambino, che ovviamente è l’altro protagonista, Ian, già un affermato game designer sul procinto di creare il suo capolavoro. Percepiamo di essere vicini anche al loro sodalizio artistico (uno dei rapporti televisivi più interessanti degli ultimi anni), un sodalizio che si basa su caratteri completamente differenti e percorsi opposti, accomunati solo dalla voglia di creare qualcosa, di lasciare il proprio segno e dall’ossessione necessaria per farlo.

 

Due ego grandi ma espressi in modo differente, da una parte c’è il culto di Ian della sua personalità, forse nato anche da una storia familiare molto particolare, dall’altra la sincerità totale, quasi da spettro autistico, di Poppy, che pur avendo vissuto in un contesto che pensiamo sereno e già così concentrata sul suo obiettivo da ignorare completamente le norme sociali e le convenzioni.
Cercando di sfuggire al solito meccanismo “mio dio, ma parla di me” Sarian è un bell’episodio per svariati motivi. Innanzitutto, potreste appassionarvi a questa storia anche senza sapere chi sono i due bambini, perché poggia le sue fondamenta su archetipi potenti, schivando le secche della nostalgia per i bei tempi andati: la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, una sfida con cui tutti, chi più chi meno, si sono misurati, ma che riguarda in particolare chi ha cercato strade meno convenzionali e battute e chi magari, come i primi sviluppatori di videogiochi, le ha intuite inseguendo semplicemente le proprie inclinazioni. Vedere il piccolo Ian mortificato dalla scuola è un momento traumatico, perché ci ricorda quanto sia difficile da una parte creare spazi di espressione non convenzionali e dall’altra quanto possa pesare sulle spalle dei più piccoli la sensazione di essere in qualche modo non in sintonia con la realtà attorno. E puoi esserlo anche se sei una bambina amata e benestante come Poppy.

L’altro momento che scalda il cuore è la scoperta della piccola Poppy di Sarian, di internet, di uno spazio di espressione che l’avrebbe accolta per quella piccola asociale che è, senza forzarla in cose che non avrebbe voluto fare solo per compiacere gli altri. Ma anche l’idea potentissima che il lavoro di qualcuno, per quanto piccolo, possa essere il trampolino per qualcun altro. Ed è bello che tutto questo nasca da un gioco piccolo, creato col cuore e messo su internet per poi essere dimenticato per anni, non da una grande opera.

 

Tutto si concretizza nella faccia nella faccia di Rob McElhenney, l’attore che interpreta Ian da adulto, quando Poppy le dice che Sarian le ha cambiato la vita. È un momento piccolo, un sopracciglio che si aggrotta mentre la bocca si piega a metà tra un sorriso e una smorfia, è la stessa faccia che facciamo tutti quando improvvisamente mescoliamo i ricordi del passato col cammino fatto per arrivare dove siamo oggi, un mix agrodolce dove si mescola il dolore, il successo, la passione che si ha all’inizio e i compromessi che ci portano avanti.

 

Ma tutto questo ci ricorda anche che la società è un crudele gioco in cui devi posizionarti in determinate forme, come nei giochi dei bambini dove il quadrato va nel buco quadrato, e se la tua forma è differente sono solo fatti tuoi. Una società in cui le professioni e le passioni rispettabili sono sempre le solite, immutabili, da anni. Dove la "cultura" è un buon libro, anche se ormai non legge quasi nessuno, dove vanno bene solo certi discorsi, certi film, certe idee e certi percorsi, soprattutto a scuola, dove ogni deviazione viene severamente sanzionata.

 

Ma la cultura non è solo a scuola, ma anche nel gioco, su internet, nei mondi che creiamo dentro di noi, nel gioco di ruolo, nel videogioco, ovunque, e che non esiste un solo tipo di intelligenza e che ogni scelta ha dignità, che tu sogni di fare lo sviluppatore, la cantante lirica, l'idraulico, il pianista, lo scrittore. E quindi sì, bello trovare il proprio posto nel mondo, ma molto più bello sarebbe se non fosse una lotta.

 

 

Trovare il proprio posto nel mondo per ispirare altri a trovarlo, renderci conto dei fili invisibili che a volte ci uniscono e ricordarci che a volte le cose più potenti che facciamo non sono definite dal loro successo.

 

Ricordandoci anche che è solo una serie tv, è un sacco di gente quel posto non lo trova mai, vivendo vite d’inferno.

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