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Moon Knight - Venuto fin qui per punirvi nel nome della Luna

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In occasione dell'uscita della serie su Disney+ ripercorriamo rapidamente la lunga e variegata carriera cartacea di Moon Knight.

Fin dalla presentazione del logo in quella diretta fiume per gli azionisti che ha contribuito a far sognare milioni di fan in tutto il mondo, la scelta di adattare Moon Knight per il Marvel Cinematic Universe mi è risultata curiosa, anche prima che per scrivere questo pezzo venissi a conoscenza dei tratti più spigolosi del personaggio, ma andiamo con ordine.

 

Dal punto di vista iconografico, Moon Knight gode del character design perfetto, è estremamente riconoscibile e anche in mezzo al mazzo di eroi che riempiono le pagine dei crossover più affollati.

In un mondo che sceglie di essere sganciante e colorato o cupo e nero, lui è bianco. È una scelta peculiare, ma lui è il cavaliere della luna e il bianco è il colore del suo nume protettore, la (fittizia) divinità egiziana Khonshu, e non si può scegliere a quale santo appellarsi, specialmente quando si viene resuscitati.

 

Prima del suddetto intervento divino (e qualcuno potrebbe affermare senza essere contraddetto, anche dopo), Marc Spector era una carogna. Una situazione familiare tragica alle spalle lo hanno spinto in giovane età tra le mani dell’esercito prima e di una emanazione dell’apparato militare-industriale che si fa chiamare “il Comitato” dopo.

Nel corso di una missione in Egitto con i camerati Jean-Paul DuChamp e Raoul Bushman, Marc è tradito da quest’ultimo e lasciato a morire sulle sabbie del deserto da quello che diventerà poi una delle sue nemesi di lunga data. Raccolto dagli alcuni sacerdoti di Khonshu, deposto al cospetto della statua del dio, al sorgere della luna il “miracolo”: Khonshu gli appare in sogno e lo designa come suo avatar sulla terra.

Nasce il vigilante Moon Knight che combatte il male nel nome della luna.

Come accade spesso nella narrativa a fumetti, è raro che le origini di un personaggio restino inalterate nel tempo, specialmente dal momento che queste sono già di per sé origini ambigue.

Lorenzo Fantoni
Ho visto quattro episodi di Moon Knight, quattro episodi che tutto sommato mi hanno convinto, nel senso sì, mi è piaciuto, ma comunque finisco per trovarmi di fronte all’ennesimo prodotto Marvel che alla fine guardi “perché sì dai, che poi ti perdi i pezzi nel caso lo citassero per mezzo secondo da un’altra parte” e poi arrivano quelli che pensano che il nerdismo sia nozionismo a fare la morale. L’aspetto più positivo è che rispetto ad altre produzioni che puntano subito a riempire una casella di un determinato genere ma “alla Marvel” (es. Hawkeye è una serie di Natale “alla Marvel”) passeggia un po’ nel thriller psicologico girato con buona mano, gigioneggia un po’ con The Mask per poi virare deciso verso quella che sembra una visione “alla Marvel” della Mummia, con tanto di mostri, tombe e bestie strane. Continua più in basso.

La stessa reale esistenza di Khonshu è costantemente messa in discussione, come anche la salute mentale di Marc data la sua strana tendenza a crearsi alter ego che agiscono sostanzialmente come personalità multiple. L’identità di Marc Spector per molti anni della sua carriera di vigilante viene infatti “sepolta” con la sua presunta morte, e l’identità civile di Moon Knight sarà quella del miliardario e collezionista d’arte Steve Grant e del tassista dei sobborghi Jack Lockley.

Incasinato? E non avete ancora visto nulla.

La prima apparizione del Cavaliere della Luna avviene su Werewolf by Night n. 32 (testata creata durate la wave horror anni ’70 della Marvel dedicata al personaggio che in Italia conosciamo come Licantropus), per i testi di Doug Moench e i disegni di Don Perlin.

 

A chi critica l’eccessiva somiglianza del personaggio a Batman, vale la pena segnalare che Moench è in effetti uno dei più prolifici autori dell’Uomo Pipistrello, al quale far risalire la saga Knightfall, tra le altre.

 

La vita editoriale autonoma del personaggio inizia negli anni ’80 con la testata omonima Moon Knight che ai disegni acquista un giovane Bill Sienkiewicz.
Ovviamente, per mettere mano a questo pezzo in tempi utili e soprattuto umani, ho dovuto fare una cernita delle cose che andare a leggere approfonditamente e cosa no.

 

La prima serie a fumetti conta 38 numeri, di cui almeno la metà inedita in Italia.

Nel 1985 la Marvel tira fuori una miniserie da 6 numeri intitolata First of Khonshu: Moon Knight, per i testi di tale Alan Zelenetz e Chris Warner ma con turnisti d’eccezione come Larry Hama e Mary-Jo Duffy, forse per svecchiare un’impostazione troppo classica per l’85. Impostazione classica tradita da un gusto stranamente Silver Age evidenziato dai disegni di Roger Cruz.

Personalmente? Ho resistito un solo numero.

Veramente vecchia scuola, molto prolisso nei testi e con una struttura proprio vecchia nel ripresentare le origini del personaggio e un look esageratamente mistico con accessori e armi in oro. Insomma, una pal… Un look estremamente vintage anche per gli anni ’80 invecchiato non proprio benissimo.

Come recuperare questa miniserie? Inedita in Italia.
Prego.

 

Negli intervalli tra una testata e l’altra il personaggio entra a far parte dei Vendicatori della Costa Ovest e intreccia una relazione con la supereoina dalla lingua di gatto Tigra. È il periodo più anomalo della sua carriera da vigilante, fino a che non lascia il gruppo di punto in bianco e torna a battere strade e criminali nell’altra lunga serie regolare che a partire dal 1989: Marc Spector: Moon Knight, per (almeno la maggior parte de) i testi di Chuck Dixon.

Anche qui, 60 numeri, 5 anni di pubblicazione, in Italia arrivata a spizzichi e bocconi, sarebbe interessante andare a riscoprire giusto le storie scritte da John Marc DeMatteis, immediatamente antecedenti la sua celeberrima run su Spider-Man ma forse è anche meglio di no, vai a sapere.

 

60 numeri che si concludono nel più classico dei modi, combattimento finale con la solita feccia criminale che giocando sporco fa saltare tutto: see you Moon Knight, arrivederci e grazie di tutto il pesce… Se non fosse che già con i supereroi “normali” restare morti è impossibile, figuriamoci per uno nato con la resurrezione.

 

A quattro anni dalla fine della serie regolare una Marvel in via di sperimentazione butta fuori un paio di miniserie, rispettivamente nel ’98 e nel ’99, che riportano in vita il personaggio, ai testi il suo autore storico Doug Moench.

Moon Knight: The Resurrection War è composta da 4 numeri per i disegni di Tommy Lee Edwards perfettamente rispondenti alle necessità oniriche della trama. Edwards può ricordare alla lontana, dal punto di vista della sintesi grafica adottata, un Mignola non ancora del tutto formato.
Il disegno è esaltato dalle chine nette e pesanti di Robert Campanella che danno a tutto un forte peso espressionista, e dato il tema generale la scelta è quanto mai adeguata.

 

Moon Knight si risveglia dalla morte come da un sogno e inizia ad inseguire i segni che gli sono apparsi durante il sonno come indizi relativi alla scoperta di una statua di Set, nemico naturale di Khonshu, che ha deciso di agire attraverso Morfeo, un altro storico nemico di Moon Knight, con il potere di materializzare quello che sogna.

 

La narrazione segue in effetti dinamiche oniriche, scene interrotte, sospensione del tempo e dello spazio, lasciando la storia volutamente ambigua e per certi versi sperimentale, specialmente perché non si pronuncia mai su quanto di reale ci sia in Khonshu, in Set, e se non sia la stessa volontà di credere in queste entità a dare corpo e potere ai suoi personaggi.

 

È una storia per certi versi anomala, molto interessante e, ovviamente inedita in Italia.

Segue a distanza di un anno Moon Knight: High Strangers, se Resurrection war era sghemba ma comunque potabile come storia Marvel, questa miniserie di nuovo composta da 4 numeri e scritta da Moench per i disengi di Mark Texeira è estremamente lontana dalla Marvel, anomala anche per quell’anomalia che è Moon Knight, e se possibile ancora più ambigua della precedente.

 

La resurrezione di Moon Knight mette in allarme il Comitato, l’agenzia ombra per la quale Marc lavorava prima di essere un mercenario e di incontrare Khonshu. Marc sa troppe cose, omicidi politici, insabbiamenti e tutto il variegato mondo di intrighi tipici dell’apparato militare-industriale. Un Marc Spector morto è più comodo di un Moon Knight vivo, cosicché viene ordinata la sua esecuzione. Sventato l’omicidio, sul petto dell’assassino spicca il tatuaggio di un Drago Rosso.

 

Apriti cielo: inizia per Moon Knight una sfida contro un misterioso avversario che pare dilettarsi di stregoneria, necromanzia, controllo delle menti tramite suggestione ipnotica con annessa comparsa di Grigi sotto forma di gufi. Un campionario di trucchi e trame che pare preso di peso da X-Files.

 

Ora, sono delle supercazzole tremende, io le adoro e le trovo molto divertenti, sottilmente inquietanti e suggestive per il loro muoversi in ambiente New weird.

 

Subliminalmente, viene suggerito anche che le manifestazioni di Khonshu a Marc non siano “reali”, ma un effetto collaterale dell’indottrinamento che lo ha reso un killer efficace del Comitato, tra Jason Bourne e The Manchurian candidate (oppure Va e uccidi per gli amanti dei classici), per capirci. Non è la luna a dargli la forza quando sta per essere sconfitto, ma una suggestione post ipnotica che lui associa ad essa, come se cadesse in trance e il suo corpo combatta in automatico.

 

Vi rendete anche voi conto che questa storia non sembra nemmeno lontanamente materiale Marvel per il suo essere così lontana tematicamente dalla solita materia supereoistica proposta dalla Casa delle idee. M’è sembrata molto più dalle parti della Image, per capirci.

 

Inutile dire che anche questa miniserie così particolare è inedita in Italia.

Per riavere una serie regolare su Moon Knight dovremo aspettare il 2006 e la guerra civile dei supereroi.

 

È un momento fertile per la Marvel, Civil War è sia rivoluzionaria che campionessa di incassi. Come se lo sperimentalismo e l’ambiguità morale dell'universo Ultimate sia riuscita ad approdare anche nella linea editoriale regolare, trattando temi “maturi” e storie “crude”. Vale sempre la pena utilizzare le virgolette quando si parla di fumetti e maturità, ma comunque diamo per buoni questi aggettivi.

 

Lo sceneggiatore Charlie Huston e il disegnatore David Finch raccolgono, è il caso di dire, Marc Spector in un momento di profonda crisi esistenziale, il primo arco di sei numeri intitolato per l’appunto Il fondo (inteso come punto più basso della vita di un uomo) vede il fu cavaliere della luna reduce da uno sconto che lo ha portato oltre i suoi limiti fisici e psicologici. Marc è un uomo rotto nel corpo, con le ginocchia spaccate da una caduta (potrebbe essere stato qui che ho deciso di scrivere questo pezzo) avvenuta durante un durissimo scontro con Bushman che si risolve con l’uccisione e lo scuoiamento della faccia di quest’ultimo.

 

Per non parlare di quella dipendenza dagli antidolorifici e la relazione dagli emergenti profili abusivi che lo legava alla storica fidanzata Marlene.

Non proprio il comportamento di un supereroe. Non proprio quello che normalmente passa Disney+.

L’influenza del maxi evento di Mark Millar è lampante quando nel secondo arco da sei numeri di cui è composta questa run alla porta di Spector bussano i due capi delle fazioni nelle quali è divisa la comunità superumana.

Capitan America gli intima di tenersi lontano dal conflitto, invitandolo a non appoggiare nessuna delle due fazioni in quanto lo ritiene un soggetto disturbato e pericoloso, peggiore anche di Frank Castle.
D’altra parte, Stark, con il piglio del cinico uomo d’affari che caratterizza la versione cartacea di Iron Man, lo porta dalla sua parte, arruolandolo insieme ad altri criminali pericolosi come i Thunderbolt. La liceità con la quale ottiene la “patente” di vigilante è un altro momento nerissimo che getta un’altra ombra scura sull’ambiguità morale dei supereroi post-Civil War.

È in questa run che assistiamo alla caratterizzazione più problematica del personaggio in termini assoluti.

Per questo, la run del 2006 può essere anche un metro di paragone per la distanza che una serie tv Disney+ può prendere dai fumetti, Moon Knight inoltre è un caso studio circoscritto peculiare perché la mole di storie in cui il personaggio è raccontato non arriva in quarta cifra, come personaggi ben più noti e blasonati che, appunto a causa di certi vincoli editoriali, non possono essere spinti dove viene spinto un personaggio minore e per certi versi “sacrificabile” sull'altare dello sperimentalismo tematico.

 

Da questo momento in poi, le varie run che interessano il Cavaliere lunare affrontano un processo di “normalizzazione” per quanto l’etichetta di vigilante schizofrenico gli resti addosso i toni saranno via via più stemperati.

Lorenzo Fantoni
Cast tutto molto buono e in palla, anche se Hawke che fa il santone non mi regala alcun tipo di carisma da villain, non so perché, mentre la CGI sembra fatta con l’Amiga 3000 ai tempi di Babylon 5 ma vista con gli occhi di oggi. Combattimenti buoni ma niente per cui strapparsi i capelli. La presenza constante di Konshu che commenta ogni cosa con la voce profonda e redarguisce il protagonista un po’ in stile Venom secondo me non è stata una scelta felice. Forse l’aspetto più interessante a oggi è che Moon Knight non sembra in alcun modo legato al resto delle produzioni Marvel e lo spettatore può godersi in santa pace la strana genesi di quello che non è assolutamente un eroe ma un pazzo con il costume. Come dite? Tutti gli eroi sono pazzi coi costumi, beh in effetti…

Nel 2009 Hurwitz e Opeña riescono a tirare avanti 10 numeri di una serie regolare che “normalizza” il vigilantismo di Moon Knight sotto il Regno oscuro di Norman Osborn.

 

Nel 2011 sotto il regno di un altro autore egemone della Casa delle Idee Moon Knight ha miglior sorte. La premiata ditta Brian Michael Bendis e Alex Maleev raccontano di un Marc Spector che ha svoltato come produttore televisivo ma senza mandare in soffitta l’instabilità mentale del personaggio. È da questo momento in poi che il tema dell’instabilità mentale viene approfondito, non lasciato ambiguamente nel non specificato, non criminalizzato ma sfruttato come perno del racconto, un po’ per tracciare un solco netto ulteriore col vigilantismo di un personaggio altrimenti troppo simile a Frank Castle (The Punisher) per avvicinarlo maggiormente a Legione. Cosa è reale? I personaggi che incontra sono solo voci nella sua testa? Le avventure che vive accadono davvero o sono solo ciò che immagina per gli show che produce?
Del resto Bendis era era reduce da un’altra serie che esplorava aspetti più oscuri del supereoismo con Alias e si è rivelato estremamente adeguato nel maneggiare materia “borderline” e questa sua serie si muove entro le stesse note.

Bendis, battezzando nuovamente il personaggio, lo trasforma in una calamita per autori che inseguono all’interno della serialità Marvel un tono più autoriale, tematiche più sperimentali e una importante dose di libertà artistica.

 

Le serie che succederanno verranno caratterizzate da una gestione semi antologica del personaggio: ogni rilancio non sarà una run di autori singoli, ma un continuo palleggiarsi tra autori dalla forte personalità che danno del personaggio una chiave di lettura propria.

 

Così nel 2014 abbiamo la tripletta Warren Ellis, Brian Wood e Cullen Bunn. Nel 2016 toccherà a Jeff Lemire e Max Bernis che trascinano Marc in una versione fumettistica del Nido del Cuculo.

 

L’estrema libertà concessa dal maneggiare un personaggio minore diventa quindi una grande fonte di attrazione per la frangia più “autoriale” nelle scuderie della Marvel.

 

Più recentemente, dopo una comparsata nella lunga run di Aaron sugli Avengers (Age of Khonsu), Moon Knight ha di nuovo una serie regolare, non ancora edita in Italia, scritta da Jed Mackey, di cui oggettivamente so molto poco perché l’ho “recuperata” e messa lì in attesa di conosce di più il personaggio. Ad oggi conta al suo attivo 9 numeri e che probabilmente aspetta solo l’uscita della serie tv per essere pubblicata da Panini Comics.

Il quadro che viene fuori da questa rapida escursione nella storia editoriale di Moon Knight è affascinante quando lo mettiamo al fianco del Moon Knight che esce fuori dal primo episodio della nuova serie Disney+.
È anche vero che del personaggio ci è stata rivelata solo una delle personalità che affollano il corpo offerto dall'attore Oscar Isaac, quella di uno Steven Grant fragile, nevrotico e vittima degli eventi, in netta contrapposizione con lo spietato vigilante che sfigura i suoi avversari e il cui simbolo è sinonimo di dolore.

 

Con un personaggio malleabile come Moon Knight non è possibile sancire effettivamente quanto un adattamento sia "giusto" o "sbagliato" in termini assoluti. Questo è anche il suo punto di forza, non solo per gli autori che sono chiamati a gestirlo, ma anche per i lettori che ad ogni nuova iterazione non sanno bene cosa aspettarsi che, per quanto può contare, per me è un grande pregio quando si parla di serializzazione.

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