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Martha is dead - Raccontare (male) i nazisti

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Tutto si apre con un racconto: la leggenda della Dama Bianca, spirito malvagio di una donna uccisa per gelosia. L’ambientazione è quella della Toscana negli anni Quaranta, nel pieno dell’occupazione nazista. Quando è stato annunciato, Martha is dead aveva diversi elementi a renderlo interessante: un horror collocato in un periodo storico che ha lasciato tuttora ... Martha is dead - Raccontare (male) i nazisti

Tutto si apre con un racconto: la leggenda della Dama Bianca, spirito malvagio di una donna uccisa per gelosia. L’ambientazione è quella della Toscana negli anni Quaranta, nel pieno dell’occupazione nazista.

Quando è stato annunciato, Martha is dead aveva diversi elementi a renderlo interessante: un horror collocato in un periodo storico che ha lasciato tuttora profonde cicatrici e una protagonista che prometteva già dai trailer di avere diversi punti oscuri. A rendere il tutto ancora più promettente, gli sviluppatori: LKA Games, una casa di produzione italiana che col suo precedente Town of Light aveva già mostrato la propensione a creare storie cupe e per niente accomodanti basati su fatti storici del nostro Paese.

L’idea infine, non era affatto male: Martha e Giulia sono due gemelle, la prima sordomuta e la seconda odiata dalla madre e da lei accusata di aver provocato la disabilità della sorella. Quando Giulia si reca al lago vicino casa per scattare alcune foto, scopre Martha misteriosamente assassinata. I genitori, che arrivano poco dopo, scambiano Giulia per la gemella e lei inizialmente non farà nulla per chiarire il fraintendimento, finendo per restare incastrata in un’identità che non le appartiene.

Da qui in poi, nei panni di Giulia, il nostro scopo sarà indagare sull’assassino di Martha, che potrebbe essere decisamente molto vicino.

Davvero, molti elementi degni di nota.

Ovviamente, il livello di hype non era paragonabile a un AAA, ma Martha is dead era un titolo atteso, per chi ne aveva seguito lo sviluppo.
In seguito alla pubblicazione, una discreta fetta di recensioni, in parte sui magazine specializzati e in parte su Steam, criticarono negativamente il gameplay farraginoso ma ne lodarono la narrativa complessa e profonda.

A distanza di qualche anno, riprendendolo in mano, ritengo invece che la narrativa di Martha is Dead sia proprio la sua parte più problematica e che offra diversi spunti di riflessione su quanta consapevolezza ci voglia nel trasporre in fiction determinati fatti storici.
Ma andiamo con ordine. E, vi avviso, con un bel po’ di spoiler.

You were a gentlenazi!

Parte della promozione di Martha is Dead sottolineava quanta cura fosse stata impiegata nella ricostruzione storica: i modelli delle auto, dei telefoni, dell’architettura stessa del casale in cui vive Giulia. Senza contare i vestiti, i giornali, le canzoni passate alla radio.
C’è però un piccolo particolare.
Giulia è figlia di una donna italiana e un tedesco. Non un tedesco qualunque: un generale dell’esercito di occupazione nazista.
Fin qui nessun problema, a parte la personale difficoltà nel provare empatia per una protagonista che vive in una bellissima casa, piuttosto ricca e immersa nel verde, in un periodo in cui altri vengono fucilati per strada dai colleghi di lavoro di papà. Ma le storie hanno spesso questa premessa: un personaggio è in una condizione di privilegio di cui non si accorge finché un evento traumatico non lo porta a mettere in discussione se stesso il suo mondo.

Il problema arriva quando ci vengono date informazioni aggiuntive su Erich K, il padre di Giulia. A differenza della madre, che è una donna palesemente violenta e con problemi psicologici piuttosto evidenti, Erich è un nazista buono. Anzi, un nazista che odia la guerra.
Qui si apre una crepa nella credibilità di questo racconto che, per chiunque abbia in mente cosa sia stata l’occupazione nazista in Italia, non potrà più essere ricomposta.
Per chi scrive è difficile immaginare un nazista qualunque che non voglia fare la guerra, ma questa diciamo che è una valutazione emotiva. Una valutazione più oggettiva è che ancora più difficile immaginare un nazista che sia arrivato a diventare generale e che sia però un accanito pacifista.

Qui diventa importante parlare di come viene costruito un racconto emotivamente, oltre che dalle informazioni che ci vengono date. Un setting non è solo quello che ci viene fatto conoscere a livello verbale, ma anche e soprattutto quello che ci viene fatto provare come spettatori, i legami di amore e odio verso i personaggi.

Immaginate il primo Guerre Stellari, col crawler iniziale che vi racconta di un terribile Impero che sta funestando la galassia, al punto da aver sollevato una ribellione. Ora pensate che nel film Tarkin o Darth Vader siano tizi qualunque con l’hobby della pittura e dei ristoranti di pesce. Li vediamo felici mentre si mangiano i loro spaghetti con la bottarga e commentano i quadri di Jar Jar Binks. Per TUTTO il film.
Ora, quanto ci credete al fatto che siano i cattivi della storia, anche se il crawler vi ha detto che di fatto lo sono?

Ecco.
Per tutto il film ci viene raccontato che il padre di Giulia è un tizio tranquillo, piuttosto mite, che adora dedicarsi alla fotografia.
Peccato, che stando alla Storia (quella vera, non quella di Martha is Dead) molto probabilmente dovesse pure, chessò, occuparsi di stilare una lista di civili da rastrellare a caso e fucilare per rappresaglia, come nelle Fosse Ardeatine. O di gestire il flusso di deportati verso i campi di sterminio.

Questo non ci viene mostrato mai. Il risultato? Purtroppo– volontario o meno - è quello di dipingerci un nazista come uno che semplicemente stava dall’altra parte del fronte.
Ma il problema è che non stiamo parlando dell’esercito di imperiali di Elder Scroll che va a invadere Skyrim e ognuno ha le sue ragioni. Parliamo di ottusi burocrati della morte, soprattutto quando erano ai gradi alti della catena gerarchica. Raccontare un generale pacifista richiede un salto carpiato di sospensione dell’incredulità da parte di uno spettatore. Raccontare un generale pacifista di un esercito che reputava accettabile uno sterminio sistematico di civili, richiede un triplo avvitamento.

Puoi renderlo credibile solo se mi mostri quel personaggio fare qualcosa di concreto per espiare i suoi crimini, prendersi dei rischi per rinnegarli, cercare di aiutare la parte avversa. Non sicuramente se me lo racconti che si fa tranquillone le sue foto nei boschi nella villetta in Toscana, mentre fuori il mondo va a fuoco.

È ovvio però che non fanno vedere un gerarca come un mostro, direte voi: stiamo guardando la storia dagli occhi di sua figlia, è una visione falsata. Il problema dell’addolcimento del nazismo però non riguarda solo il padre di Giulia: non c’è mai una volta in cui abbiamo chiaro il livello di brutalità e orrore dei suoi commilitoni, in nessun personaggio.

Tanto per chiarire: a un certo punto un soldato tedesco sparerà a Giulia e ci basterà esplorare un bunker per trovare una sua lettera in cui si dice molto pentito del gesto.

Al contrario, le forze della Resistenza sono molto meno gentili: per quanto Giulia abbia una storia clandestina con un partigiano, tra i documenti scritti che troviamo di quando in quando potremmo ad esempio incappare in una lettera di un becchino che scrive di odiare Giulia e Martha perché sono delle sporche mezzosangue.
I partigiani, soprattutto, verso la fine torturano Giulia per farsi dare informazioni su suo padre. Ottenuto ciò che vogliono, le dicono: “sono bastati due schiaffi per farti vendere tuo padre, p*****a tedesca!
Per poi sparare a Erich, il Nazista Pacifista, davanti ai suoi occhi.

Anche qui, tutta la differenza la fa il linguaggio: a livello emotivo, chi direste che è il cattivo tra un soldato nazista tormentato per aver sparato a una ragazza senza pensarci e un pazzo che chiama due ragazze sporche mezzosangue, o uno che ci appella ingiuriosamente prima di farci saltare i denti a pugni e ammazzarci quel pezzo di pane di nostro padre davanti agli occhi?

Il punto è che Martha is Dead ambisce a essere in qualche modo super partes, a farci vedere che c’è stata violenza da tutte e due le parti e che tolte le nostre divise eravamo uguali.

Ci sono però delle storie e dei personaggi con cui la retorica del siamo tutti vittime non funziona benissimo. In una storia che ha l’occupazione nazista come cornice, è difficile vedere come vittime invasori che passavano il tempo a calcolare come ottimizzare tempi e risorse per sterminare persone a cui in precedenza avevano già tolto ogni diritto.
C’è un meme che andava di moda anni fa: da una parte ci sono delle persone nere che stanno protestando per i diritti civili, dall’altro dei membri di Ku Klux Klan che fanno altrettanto per manifestare quello di sterminarle. In mezzo, un tizio average bianco e facilmente identificabile come un cretino che con l’aria di aver capito tutto, agita un cartello con la scritta “Compromise!
Martha is Dead sembra il tizio che agita il cartello COMPROMISE tra nazisti e gente che si è subita la loro disumanità. E che, proprio come indicato dal meme, finisce più per fare il gioco dei nazisti.

“Ehi amici, non ci stiamo mica dimenticando qualcuno?”

C’è inoltre qualcosa che reputo sempre un po’ fastidioso nella narrativa “fiction” ambientata in Italia in quel periodo: il dimenticarsi che prima e durante i nazisti, c’erano i fascisti.
Il fatto che vengano perennemente depotenziati a “spalla comica” di Hitler o che addirittura non siano esistenti come nel caso di Martha is Dead, ha finito per creare una serie di danni a catena nella nostra memoria collettiva.
Le storie hanno un potere enorme di manipolazione: per quello sono come dinamite che va maneggiata in modo molto consapevole. Ora, l’eterna narrazione del fascista povero coglionazzo invisibile di fianco ai Veri Cattivi, ha gettato il seme per tutti quei discorsi come: “il fascismo non ha ucciso nessuno, solo mandato qualcuno in vacanza al confino”, tanti cari a un noto politico morto di recente di cui non faremo il nome, ma che vogliamo ricordare per le sue cene eleganti.
Ha fatto sì che gente che scriveva La difesa della razza adesso ce la immaginiamo come il goffo e buffo aiutante del cattivo, tipo Rospus con Re Cornelius. Solo che non era esattamente così buffo averci a che fare.
Conseguentemente, aver cancellato il fascismo dalle nostre storie ambientate in quel periodo (anche da storie potenzialmente buone come Freaks Out) ha congelato il processo di presa di coscienza e soprattutto di distanza critica nel nostro Paese da quel passato.

Ora, non è una colpa degli autori di Martha is Dead non averci messo i fascisti, se reputavano che la trama del gioco non li contemplasse. Tuttavia è anche auspicabile che prima o poi, pure nei racconti pop legati a quel periodo, cominciamo finalmente a prenderci le nostre responsabilità, dipingendoli come gli oppressori che erano e uscendo dalla narrazione del ma tanto c’era chi era più cattivo di noi.

“Morte clinica! Evviva la violenza!”

Ultimo punto per cui non reputo che Martha is dead sia invecchiato bene, è la violenza.

Ogni volta che si fa un discorso sulla gratuità della violenza in un media, c’è da fare LA premessa per non passare da bigotti: mi guardo horror da quando avevo sette/otto anni e lo splatter non mi turba quasi per niente.

Ora quindi che ho esibito l’obbligatorio patentino per dire che non sono un censore o uno che si scandalizza, posso dire che sì, concordo che in Martha is Dead ci siano scene davvero disturbanti, ma che la loro presenza non sia giustificata dalla storia.
Ritengo che ci siano due modi ottimi di trattare lo splatter e il gore: farlo seriamente alla Martyrs o farlo esagerato e cialtrone stile Sam Raimi o Peter Jackson dei vecchi tempi. In tutti e due i casi, ti sta raccontando un’atmosfera. Uno appesantisce e l’altro alleggerisce alla grande.

Poi c’è quel tipo di violenza che vuole essere solo scioccante, che per me è l’equivalente di un ragazzino che fa irruzione nel salotto buono dei genitori, urla una parolaccia ed esce subito dopo, soddisfatto per aver lasciato tutti a scuotere la testa scandalizzati e a dire oddioddioddio.

Non c’è un particolare motivo narrativo per cui ad esempio, debba giocare Giulia costretta – spoiler - a mangiarsi il suo cane o a staccare la faccia della sorella pezzettino per pezzettino. Non c’è nulla di “sfidante” o “appagante”, a meno di non avere una visione della vita un po’ particolare, perché il gameplay te lo fa fare tramite delle azioni ripetitive e monotone, che sarebbe stato identico, a livello di coinvolgimento del giocatore, di vedersele su una cutscene.
È diverso dal fare a pezzi un Cacodemone con la motosega, dallo splattare teste in Hotline Miami, o perfino dall’investire malcapitati per le strade di Liberty City. O anche del vivere scene truci in Telltale: Walking Dead o Last of Us: lì è tutto perfettamente giustificato o dalla storia o dal gameplay. Potremmo parlare per ore sul perché, ma riassumendo: in quei titoli c’è un gameplay eccezionale e fluido o una storia in cui le tue azioni sono giustificate. Qui, complici dei comandi non esattamente eccezionali, tutto sembra fine a se stesso, a farci dire in coro oddioddioddio nel nostro salotto buono.

All’uscita del gioco, ci sono state alcune polemiche per la censura operata sulle versioni PS4 e PS5 riguardo ad alcuni contenuti sul finale. Premessa ovviamente tutta l’antipatia per la censura come strumento, per me ha pure senso porsi una domanda: il finale originale in cui si racconta di Giulia internata per sempre in manicomio e che si crea ferite praticandosi compulsivamente autoerotismo è così più significativo del finale PS4, in cui invece non viene menzionata la masturbazione? È meno terrificante immaginarci Giulia “solo” internata a vita? Non è che quel particolare in più serve esclusivamente a solleticare una nostra morbosità?

La gratuità degli orrori, il modo in cui arrivano ogni tanto de botto e senza senso, quello in cui a volte escono involontariamente comici (incredibile il momento in cui andiamo in giro per casa portandoci a spasso la testa di nostra madre perché non è chiaro dove dovremmo depositarla) ci fa arrivare alla fine esausti e ancora peggio anestetizzati a ogni altra violenza. Il che non giova a un finale di un gioco che dovrebbe far “riflettere”.

Ma anche qui, far riflettere su cosa?

Che soffriamo tutti, nazisti e non? Che se hai un disagio psicologico è meglio parlarne prima di decapitare tua madre? Che, come vorrebbe suggerire il finale, non esiste una verità oggettiva ma solo una percezione della verità?

Sono tante cose, troppe per poter trovare un nucleo all’intera vicenda, che così non può fare altro che sfilacciarsi e diventare confusa sia come racconto che come gioco.

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