STAI LEGGENDO : Manga essentials - Le bizzarre avventure di Jojo: Phantom Blood

Manga essentials - Le bizzarre avventure di Jojo: Phantom Blood

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Nel momento di massimo risalto commerciale del manga, torniamo alle origini di quello che forse è uno degli esprimenti più peculiari del genere shonen leggendo oggi il primo capitolo de Le bizzarre avventure di Jojo

Prima della svolta che ha elevato Hirohiko Araki a fenomeno mondiale della moda, Araki era solo un mangaka che voleva fare il suo Ken il guerriero.

 

Il battle shonen era, ed è ancora, uno dei generi più popolari tra i lettori di manga, un po’ perché annovera tra le sue fila capisaldi come Dragonball, Ken il guerriero e l’ancora in ottima forma One Piece, un po’ perché il suo bacino della sua utenza è semplicemente sconfinato, sulla carta e non, date le infinite possibilità di reiterazione su altri media di un titolo di successo.

 

L’anno è il 1987 e sulla rivista Weekly Shonen Jump fa il suo debutto Le bizzarre avventure di Jojo in una forma completamente diversa da quella che poi raggiungerà la sua massima popolarità più di 20 anni dopo.

 

Le bizzarre avventure di Jojo segue le vicende della famiglia Joestar attraverso le generazioni.
Tutto ha inizio con un incidente stradale nel XIX secole. La carrozza che trasporta George Joestar il patriarca della famiglia, sua moglie e Jonathan, il suo erede appena nato a causa della pioggia finisce rovesciata in un burrone. Un balordo rispondente al nome di Dario Brando si accorge dell’incidente e sperando nella sua mortalità si appropinqua al saccheggio della carcassa della carrozza. George scambiando il saccheggiatore per salvatore gli promette eterna gratitudine per aver tratto in salvo dal burrone quel che resta della sua famiglia.

Anni dopo, il figlio di Dario, Dio Brando, accudisce il padre sul letto di morte. Come ultimo gesto  lascia in eredità la promessa strappata all’ignaro George Joestar. Seppellito il tanto disprezzato genitore, Dio Brando si reca alla tenuta dei Joestar dove George lo accoglie come un figlio, sperando che l’amicizia con un coetaneo rafforzi il carattere del figlio Jonathan, cresciuto come un gentiluomo tra gli agi. Se non fosse che Dio Brando non è altro che un arrampicatore sociale che ha avvelenato il padre per liberarsi di una parentela ingombrante e ottenere in eredità il pegno di gratitudine e appena accettato in casa inizia immediatamente a lavorare per sminuire in ogni modo possibile Jonathan agli occhi del padre e degli amici, perché il suo obiettivo ultimo è prendere il suo posto come erede legittimo della fortuna dei Joestar arrivando finanche ad avvelenare il suo benefattore come fatto in precedenza con il suo legittimo padre.

Fino a qui, più che un battle shonen sembra di trovarsi di fronte ad uno di quei manga che trasportano per il Giappone i grandi romanzi dell’Ottocento: l’ambientazione storica, il conflitto tra classi sociali, l’elemento ingenuamente romantico che fa capolino nella vita del giovane Joestar, sono topoi curiosamente lontani da quanto fosse legittimo aspettarsi dal genere e infatti c’è un elemento alieno che spunta tra le pieghe della storia ad aggiungere una nota bizzarra e sovrannaturale ma che diventa centrale per tutto lo sviluppo della storia: la maschera di pietra, tenuta in salotto come ornamento esotico tipicamente nello stile della moda colonialista inglese, il misterioso artefatto scoperto in uno scavo tra le rovine di una civiltà precolombiana misteriosamente scomparsa e che reagiste in maniera peculiare quando entra in contatto col sangue rilascia artigli retrattili che infilandosi nel cranio modificano la struttura del cervello, trasformando colui che la indossa in un vampiro.

La sterzata tematica sembra fortissima, e in parte lo è perché se da un lato il riferimento resta il romanzo ottocentesco (passando da Cime tempestose al Dracula di Bram Stoker) contemporaneamente all’aumento dei poteri del suo rivale, Jojo incontra un mentore, un fratello in armi, il barone Zeppeli (anche la sua storia legata dal dramma alla maschera di pietra), che innesca tutta la parte battle shonen più tradizione con il disvelamento dell’unico potere che può contrastare i poteri vampirici acquisiti da Dio Brando.

Le “onde concentriche” sono il potere che si sviluppa a partire dalla respirazione che genera onde vibratorie vitali capaci di distruggere sia i vampiri che i cadaveri rianimati dal potere della maschera, i servi zombie che fanno da minions di Dio Brando.

 

Più che una sterzata, è una impennata verso l’eccesso indelicata che paga il suo omaggio tanto a Bram Stoker quanto alla Gerusalem’s Lot di King nella seconda ambientazione della storia, dove il party di eroi composto da Jojo, Zeppeli e Speedwagon (nel ruolo di testimone dei fatti più che di combattente in prima persona) affrontano le orde di cavalieri non morti riportati in vita da Dio, con tutto quello che ne consegue in termini di lutti, sblocco di potenziale segreto e compagnia cantante.

 

Il terzo atto della vicenda di Jonathan Joestar si chiude con un ulteriore rimando al mito del vampiro nella forma che Bram Stoker ha tramandato ai posteri. La nave che porta Jojo e la sua novella sposa nel nuovo mondo è attaccata da un redivivo Dio Brando, miracolosamente sopravvissuto come testa in un barattolo al precedente scontro. È facile a questo punto ricordare le vicende legate all’ultimo viaggio delle Demeter, la nave che portò Dracula in Inghilterra.

 

Lo scontro è all’ultimo sangue e Jojo si sacrifica per permettere la fuga della moglie incinta che innescherà tutta la serie di vicende di natura genealogica che fa da sfondo alla serie, con il “titolo” di Jojo che passa di volta in volta ad un discendente della linea di sangue della famiglia Joestar.

Preso non come parte di una saga ma come opera autonoma, questo arco narrativo mostra una serie di caratteristiche e di debolezze che possiamo far risalire squisitamente al genere di appartenenza: il cattivo che detta le regole del mondo per mantenere alto il potenziale della minaccia, il protagonista buono di un candore inalterabile, figure femminili completamente assenti se non come damigelle in pericolo e per tanto tagliate con un’accetta molto grossa e particolarmente poco affilata, la figura del mentore, il sacrificio come freno al male.

 

Insomma, la definizione corretta per definirlo è “un manga da manuale” completamente privo di guizzi se non per un contestuale gusto per l’improbabile ma che non arriva a far saltare il banco, specialmente se letto adesso, a 35 anni dalla sua prima pubblicazione, dopo che questi elementi ricorrenti che definiscono il genere li abbiamo visti stravolgere e alterare e mettere in scena in una spropositata serie di declinazioni.

In più vale la pena citare una fascinazione smaccata per l’occidente che lo fa sembrare quasi un Candy Candy con le arti marziali, anche quelle inventate a bella posta sulla falsariga del kempo di Kenshiro.ù

 

Il debito grosso con Kenshiro lo ha anche sotto il profilo grafico, per come abbozza i personaggi, la loro fisicità, l'utilizzo della china, pastosa e poco affilata e un evidente gusto per gli smembramenti.

 

Dal punto di vista grafico, mentre parlavo con i soliti “amici che ne capiscono” con i quali mi confronto sul tema, il paragone che mi è saltato fuori è stato “il Rob Liefeld del manga per quel gusto smodato per le pose plastiche dalle anatomie impossibili. Un tratto che se pure non lascia impassibili spicca per una certa confusione della messa in scena dell’azione che per i miei gusti appesantisce troppo le tavole.

 

Il giovane Araki ha già in sé tutte le caratteristiche e gli elementi che saranno ricorrenti nella sua opera matura ma  in questo primo arco appaiono molto grezze.

Per chi conosce la serie, è affascinante contestualizzare tutto il percorso che ha portato questo giovane mangaka a diventare uno degli autori più importanti della sua generazione, per chi invece non lo conosce e vuole approcciare “quella serie di cui tutti parlano” di Jojo, il livello di accesso forse per un lettore consumato amante del bel disegno è un po’ forte in quanto stiamo sempre parlando di un manga della fine degli anni ’80 stracarico di ingenuità sia a livello di caratterizzazione dei personaggi, fortemente monocorde, che a livello di intreccio.

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