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ll futuro nella gabbia: la distopia nel fumetto italiano

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La distopia come genere letterario ha trovato fertile terreno anche nel fumetto italiano, da Nathan Never a Orfani, da La rivolta dei Racchi a La Dottrina.

Utopia nasce, come termine, con l’omonima opera di Tommaso Moro, nel 1516, e rappresenta la teorizzazione di una città perfetta (eu tòpos: “luogo ideale”) ma impossibile (u tòpos: “in nessun luogo”). Il concetto, in altre forme, è indubbiamente precedente, e rimanda come proprio fondamento, probabilmente, alla “Repubblica” di Platone. L’idea di distopia è più tarda, e costituisce il rovesciamento dell’utopia: ovvero un luogo “idealmente negativo”. Per molti aspetti, possiamo dire che la distopia ideale svela il lato negativo di una presunta utopia, come avviene nel testo seminale di riferimento, “I Viaggi di Gulliver” di Swift (1726), che rovescia, oltre al resto, la città ideale della scienza della “Nuova Atlantide” di Bacone (1627). Si veda, al proposito, questo interessante articolo  e quanto scrivevo recensendo un recente, importante saggio sul tema.

La fantascienza come genere narrativo, nel suo codificarsi ai primi del Novecento, ha un profondo, specifico rapporto con la distopia. La distopia infatti è, intrinsecamente, dotata di una dimensione “narrativa”: presuppone in sé un conflitto tra una società oppressiva (dichiaratamente tale, o dissimulata in veste di utopia) e un eroe che, se anche non in grado di vincerla, si dimostri consapevole e cerchi di contrastarla, titanicamente. Una utopia apparente è quella del seminale romanzo del genere, “La macchina del tempo” (1895) di H. G. Wells: i delicati Eloi sembrano vivere in una condizione ideale, ma dietro a questa si cela una terribile verità; mentre una dichiarata distopia è quella di Metropolis (1926) di Fritz Lang (da un romanzo di Thea Von Harbou) dove i capitalisti non dissimulano il loro ruolo oppressivo: alle masse operaie viene impedito di vedere la città. Siamo sul finire degli anni ’20, una decade che ha visto il consolidarsi dell’URSS e l’ascesa al potere del fascismo italiano (1922): il '900 si va chiarendo come "secolo dei totalitarismi", e lo sviluppo della distopia è anche un tentativo di darne una più ampia interpretazione.

Il primo fumetto fantascientifico, “Buck Rogers” (1929) di Dick Calkins nasce di lì a poco, e deriva da un racconto intitolato Armageddon 2419 A.D., di Philip Francis Nowlan; il protagonista si trova catapultato in un lontano futuro dove deve combattere con Killer Kane, un gangster divenuto dittatore della terra. I temi di “Buck Rogers” influenzeranno poi anche il più noto “Flash Gordon” (1934), di poco successivo, che però volgerà i temi della fantascienza a fumetto verso una più pura space opera, in modo ancor più netto del suo modello, dove già in ogni caso l’elemento action e avventuroso prevaleva nettamente sulla riflessione propria della distopia.

Anche il fumetto nipponico sarà profondamente influenzato da temi distopici, ovviamente con un particolare riferimento al tema nucleare: e quindi, in modo particolare, nel secondo dopoguerra. Tezuka, il dio dei Manga, affronta il tema di una distopia tecnocratica nel suo manga “Metropolis” (1949), che verrà trasposto in anime solo nel 2001. L’opera riprende, rielaborandoli, i temi del Metropolis di Lang, e anticipa le molte metropoli distopiche del manga e dell’animazione nipponica, da Akira (1982, nello stesso anno di un film seminale del cyberpunk come “Blade Runner”) a “Ghost in the shell” (1989), l’opera più classica del cyberpunk nipponico, o Alita (1990), che potrebbe riprendere l’Aelita sovietica del 1924. Lo stesso Metropolis di Tezuka divenne poi un film di animazione nel 1999.

Il fumetto italiano si avvicina invece alla fantascienza nel segno della space opera “alla Gordon”, sia pure con esiti alti come il seminale “Saturno contro la terra” (1936) di Zavattini. Nel secondo dopoguerra, negli anni del boom, quello fantascientifico diviene lo scenario di eroine sexy-noir tipiche di quegli anni (si veda, per un percorso generale della SF italiana a fumetto, qui). Tra le prime vi è Alika (1965: un nuovo rimando ad Aelita, nel nome?) e l’influsso originario sta probabilmente nella fortunatissima “Barbarella” (1962) francese.

Distopia

Un primo caso di distopia a fumetti in senso proprio è probabilmente “La rivolta dei racchi” (1967) di Guido Buzzelli, autore seminale e purtroppo poco ricordato del fumetto italiano, che descrive un mondo futuribile dove i belli dominano e sfruttano i brutti, fino a una rivolta dei racchi, appunto, guidati da Spartak (nome emblematico). Una satira della nascente società edonistica in uno degli antesignani del “romanzo a fumetti” moderno, che rimanda probabilmente anche, in modo ironico, alla seminale opposizione tra Eloi e Morlocks in Wells.

Un’altra opera seminale è indubbiamente “RanXerox” (1978; inizialmente Rank Xerox, poi modificato per le proteste dell’omonima ditta di fotocopiatrici), personaggio a fumetti ideato da Stefano Tamburini e portato al successo anche dagli spettacolari, michelangioleschi disegni di Tanino Liberatore. Ranx appare su “Cannibale”, seminale rivista a fumetti che risentiva del clima punk di quegli anni. Qui viene anche disegnato in alcune strip da Pazienza, questo ciclopico mostro di Frankenstein creato dal riassemblaggio di una macchina per fotocopie vive in una terrificante Roma del futuro prossimo, tratteggiata col sarcasmo divertito proprio dei cannibali e del suo sceneggiatore in particolare. In un clima di decadenza da tardo impero romano coniugata all’alta tecnologia, una umanità annoiata si abbandona a divertimenti ultraviolenti dove spesso lo scontroso (per usare un eufemismo) Ranxerox si trova coinvolto. Dopo qualche fugace apparizione su Il Male, il personaggio trionfò su Frigidaire, per i disegni appunto di Liberatore, dal 1980 al 1986, per poi essere raccolto in numerosi volumi (l’ultima edizione filologica è del 2012).

Ranxerox anticipa i temi del cyberpunk, abbeverandosi alle stesse fonti degli altri iniziatori del genere (tra questi, uno dei più seminali è appunto Metropolis, omaggiata in quegli anni dal nuovo adattamento di Giorgio Moroder, nel fatidico 1984). Qualche elemento distopico appare in modo più blando, all’interno di un mix di molteplici citazioni dagli ambiti più disparati della cultura pop, anche nei "nuovi bonelliani" degli anni '80, da Martin Mystere (1982) di Castelli a Dylan Dog (1986), “fumetto d’orrore, fumetto d’autore” creato da Sclavi nel 1986. Un futuro distopico occhieggia in numerose storie di Dylan, con l’idea di un futuro in cui l’umanità verrà sterminata da un raffreddore (ipotesi che oggi appare sinistramente attuale). Nel creatore Tiziano Sclavi questa minaccia rimase a lungo solo una proiezione vaga, onirica: Alessandro Bilotta, in tempi recenti, la sta sviluppando in un futuro distopico coerente, all’interno della sua saga de “Il Pianeta dei morti”, ambientato in questo domani orrorifico e securitario.

Distopia

Ma è l’inizio degli anni ’90 a dare il la ai prodotti italiani di fantascienza cyberpunk, con un pesante elemento distopico. Nel mainstream fumettistico, la Bonelli lancia “Nathan Never” (1991), ambientato in uno scenario profondamente ispirato a Blade Runner, ma con numerosi elementi autonomi (ad esempio, la città su più livelli, che è dichiaratamente ispirata all’inferno dantesco). Una rivista come Cyborg ospita invece, nello stesso anno, l’approccio più autoriale alla fantascienza distopica, con una vita breve ma grande importanza seminale. Arthur King (1993) di Bartoli e Domenici – che ricorda nell’aspetto Nathan Never, pur non riducendosi alla sua caricatura deformed – tratta con un brillante humour nero lo stesso tipo di tematiche.

Intanto, dopo lo sdoganamento operato da Nathan Never, la fantascienza prospera in Bonelli: Zona X (1992) riprende la figura di Martin Mystere (1982) come narratore “alla Hitchcock” di storie “ai confini della realtà”, dove spesso appaiono possibili realtà distopiche derivanti da una deformazione speculativa di un aspetto della realtà: un futuro dove vi sono una miriade di culti in stile new age, una dove si è stabilito una sorta di culto dell’automobile, e così via. Si tratta della testata più vicina alla distopia “classica”, quella ipotizzata dalla fantascienza sociologica degli anni ’50.

Distopia

La fantascienza prosperò negli anni successivi come genere bonelliano, dopo la sua tardiva introduzione con Nathan Never nel sistema di generi della casa editrice; ma con meno accentuati tratti distopici, anche nel tentativo di esplorare i vari sottogeneri (il post-apocalittico con Brendon, il tema dei multiversi con Gea, la space opera con Gregory Hunter, l’invasione aliena con Brad Barron). "Lilith" (2008) di Luca Enoch – già autore di Gea – ha per certi versi tratti distopici nel poco che si vede della società futura in lotta con la minaccia del Triacanto, ma il tema resta sullo sfondo. È invece “Orfani” (2013) di Roberto Recchioni a introdurre – dietro l’apparente tema della moderna fantascienza spaziale – riflessioni distopiche non dissimili da quelle presenti nell’opera seminale a cui fa riferimento, “Fanteria nello spazio” (1959) di Heinlein. La riflessione sul potere e sui suoi modi di gestirsi tramite l’accurata invenzione mediatica di un nemico sono particolarmente dettagliate – specie, forse, nella stagione dedicata alla Juric. Recchioni ha poi sviluppato elementi distopici in un’opera non seriale, apparentemente post-apocalittica come “La fine della ragione”, che però indaga perfettamente (e con tragica attualità) la crisi della razionalità occidentali nell’attuale “età dei social” e le possibili conseguenze future (vedi qui).

Distopia

Nell’ambito del recente fumetto non-seriale ci limitiamo a citare un’opera per il ruolo seminale che ha avuto: “La dottrina” (2003) di Bilotta e Di Giandomenico, che – benché Bilotta dichiari di averla composta prima della lettura di “V for Vendetta” (1982-1985) di Moore – sembra una perfetta risposta e decostruzione a questo seminale lavoro della distopia fumettistica a livello mondiale (vedi qui). Bilotta, del resto, ha poi portato la sua attenzione alla distopia, come detto, anche su Dylan Dog col Pianeta dei Morti (2008), sviluppando elementi distopici seminalmente presenti nel fumetto di Sclavi.

Elementi di fantascienza – e nello specifico, di fantascienza distopica – affiorano poi nelle opere dei principali autori del fumetto odierno: da “Macerie prime” (2017) di Zerocalcare a “La terra dei figli” (2015) di Gipi. E, naturalmente, ciò avviene anche nell’ambito del webcomic, come nel recentissimo “Inerti” (2020). Quasi sempre ci troviamo di fronte a una società post-apocalittica: non l’apocalisse nucleare ma quella della dissoluzione sociale per implosione degli ultimi scampoli del tardo-capitalismo: una diversa declinazione, in fondo, della primigenia distopia fantascientifica di H.G.Wells.

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