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La caduta della casa degli Usher: quando la morte fa visita a Succession

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Mike Flanagan torna a inondarci di orrore con La caduta della casa degli Usher, ma stavolta i vivi fanno decisamente più paura dei fantasmi.

Per il suo ultimo lavoro targato Netflix, Mike Flanagan ha scelto di fare un regalo trasversale capace di soddisfare almeno tre diversi fandom: quello di Flanagan stesso, quello di Edgar Allan Poe e quello Succession (o più in generale del filone ricchi-che-soffrono).

La caduta della casa degli Usher è infatti contemporaneamente una miniserie squisitamente flanaganiana nello stile e nella costruzione dei personaggi, un pregevole adattamento mashup dei più grandi titoli di Poe e un ritratto feroce del decadimento morale dell’1% americano, che era già marcio alle sue primissime origini. Nell’inevitabile declino della famiglia Usher troviamo centrifugato tutto questo e qualcosa in più, ma partiamo dall’inizio.

Lo show si apre sul momento che precede il crollo definitivo e poi lavora in flashback

Nel 1839 uno dei più grandi autori della letteratura americana pubblicò un racconto intitolato per l’appunto La caduta della casa degli Usher, concentrando in poche pagine il mondo di decadimento, follia e perdizione genetica che funge da struttura portante per la storia narrata nella serie omonima. Lo show si apre sul momento che precede il crollo definitivo e poi lavora in flashback, sfruttando il classico meccanismo del racconto davanti al fuoco, ma anche quello molto noir del confessionale di un uomo morente.

A confessarsi è Roderick Usher, che insieme alla sorella Madeline ha costruito un impero multimiliardario piagato da una bizzarra serie di sciagure. Dopo il primo, ogni episodio porta il titolo di un diverso lavoro di Poe e integra all’interno delle vicende personaggi, suggestioni e icone dal suo universo oscuro fatto di ossessione, corruzione e vendetta, ammantandoci fin da subito con una cappa di catastrofe imminente che ci accompagnerà fino all’ultimo istante. A farci da guida in questo viaggio a ritroso nei meandri di Casa Usher c’è la Morte in persona, Verna (anagramma di Raven), interpretata da una Carla Gugino talmente maestosa e inquietante da far venir voglia di saltare dal primo palazzo a disposizione.

Usher

Ma la Morte non arriva in La caduta della casa degli Usher per mostrarci il cammino, arriva per riscuotere un debito bello consistente, e la famiglia Usher non avrebbe certamente problemi a pagare, se non fosse che il suo è un debito da saldare con il sangue. Roderick e Madeline hanno apparentemente fondato un impero grazie alla loro lungimiranza, ma ormai sappiamo piuttosto bene quanto sia improbabile l’accumulo di miliardi di dollari in seguito a idee brillanti e buona volontà… Infatti l’impero Usher è letteralmente costruito sulla Morte, con la quale hanno stretto un patto accettando una vita di impunità e lusso in cambio dell’estinzione dell’albero genealogico in concomitanza della loro dipartita.

Un’esistenza dorata, da divinità in Terra, ottenuta con il sacrificio della generazione successiva, una metafora del tardocapitalismo che più letterale non poteva proprio essere. Ed è qui che La caduta della casa degli Usher diverge dall’altra grandissima serie che ha ritratto una dinastia sull’orlo del precipizio, ovvero Succession.

Una numerosa famiglia che ha fatto i soldi sulla pelle altrui dove

Una numerosa famiglia che ha fatto i soldi sulla pelle altrui dove ogni singolo componente ha qualcosa di riprovevole

Per moltissimi versi i due show partono dalle medesime premesse: una numerosa famiglia che ha fatto i soldi sulla pelle altrui (una coi media, l’altra con gli oppioidi, più o meni stessi danni), dove ogni singolo componente ha qualcosa di riprovevole e risulta generalmente insopportabile, una crisi che scuote le fondamenta della dinastia e l’incertezza sul loro posto nel mondo una volta scomparsi i capitani d’impresa che per primi misero il nome sull’insegna. Ciò che spezza l’analogia è il concetto di legacy, di eredità in senso lato. Logan Roy è ossessionato dalla permanenza del proprio nome nei secoli a venire, stenta a lasciare il posto ai figli e preferisce addirittura abdicare in favore di un estraneo piuttosto che vedere la propria eredità nominale macchiata dagli errori dei posteri.

Gli Usher se ne fregano alla grande del proprio nome. Roderick e Madeline vendono letteralmente il futuro della propria stirpe in cambio del qui e dell’ora, della soddisfazione dei loro personali desideri, finché morte non li obliteri e fanculo quel che c’è dopo. La legacy degli Usher è solo Morte, e mentre Madeline ebbe almeno il buon gusto di non avere figli, il caro Roderick ha visto bene di metterne al mondo sei, con la spada di Damocle pronta a falciarli e a seppellirli nella tomba del padre come fosse un faraone dell’antico Egitto che si porta nell’Aldilà tutti i propri averi.

Casa Usher

Sei figli, sei piccoli indiani che vediamo nei loro feretri già nel primo episodio di La caduta della casa degli Usher. Sappiamo già come andrà a finire, ma ci manca di vedere il come, in una sequela di morti creative a tema Poe che ricorda vagamente il meccanismo di Final Destination, così come il contrappasso dell’Inferno dantesco. La Morte è implacabile quanto sorniona, non usa trucchi e inganni come il Diavolo della tradizione cristiana, ma si limita a offrire delle opportunità, che ovviamente prevedono anche delle conseguenze, tutte ben esplicite e chiare al momento della sottoscrizione.

Ogni Usher era quindi comunque condannato, ma ottiene anche ciò che si è meritato in vita, quindi non solo finirà male per via della maledizione di famiglia, ma finirà pure peggio per colpa delle proprie scelte. I sei figli Usher avrebbero potuto essere delle tragiche vittime sacrificali offerte alla Morte da un padre megalomane, ma Mike Flanagan era decisamente in vena di vendetta proletaria, quindi a differenza delle sue precedenti serie per Netflix con La caduta della casa degli Usher non ci fa versare neanche una singola lacrima.

Per gli amanti del Flanagan emotivo la serie risulterà a tratti glaciale, e sentirà con forza la mancanza di momenti di sollievo lacrimoso

Dimenticatevi i momenti strizza-cuore di Hill House o Midnight Mass, perché per gli Usher non c’è pietà, non c’è comprensione ed empatia, dato che nessuno dei componenti della famiglia (tranne una) ha mai avuto cura di un altro essere umano. Non ci sono case infestate in La caduta della casa degli Usher, perché il seme del Male risiede direttamente all’interno della dinastia, nel suo sangue e nel suo dna.

Per gli amanti del Flanagan emotivo la serie risulterà a tratti glaciale, e sentirà con forza la mancanza di momenti di sollievo lacrimoso, fornito soltanto per un breve momento nel finale dello show, quando il tocco gelido dell’estinzione raggiungerà la giovane Lenore. Con lei arriva l’unico istante di vero dispiacere fornito dalla serie, e allo stesso tempo fornisce l’immancabile chiusa alla Flanagan con quel tanto di speranza che basta per non farci venir voglia di darci fuoco. Certo, si tratta di un’utopia decisamente più pessimista del solito, ma ce la faremo bastare: la Morte è la nostra scintilla di speranza, colei che spazzerà via il marcio con sanguinaria giustizia karmica e darà la possibilità ai pochi esseri umani decenti rimasti di usare i soldi sporchi dei miliardari per sovvenzionare un mondo più gentile.

Caduta casa Usher

Siamo ben lontani dalle mazzate emozionali delle passate spooky season di Flanagan, eppure il suo marchio si trova ben saldo in ogni episodio della miniserie, a partire dalla pletora di personaggi messi in scena (alcuni meglio caratterizzati di altri), passando per il terrore di figure oscure nascoste ai margini dell'inquadratura, e concludendo con la capacità di fare suo un corpus poetico declinandolo secondo il proprio gusto. Il frullato di Poe che è La caduta della casa degli Usher ci conferma nuovamente quanto versatile sia Mike Flanagan e allo stesso tempo quanto sia coerente nella sua impostazione del genere, sempre a cavallo tra horror e melodramma, ma qui anche conscio di un presente storico che ci fornisce senza fatica tutto l'orrore di qui abbiamo bisogno.

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