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I flopbuster spiegati bene

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Dopo la pandemia sembrava che il cinema fosse tornato a livelli produttivi importanti eppure una nuova minaccia si staglia all'orizzonte.

Chiariamo subito in apertura che questo pezzo vuole essere politicamente schierato e che inizia proprio utilizzando una formula spaventosamente in voga nei siti che chiacchierano di intrattenimento per parodiare una pratica che ritengo odiosa.
Non esiste “spiegare bene” qualcosa che fa parte della realtà, esiste la complessità di una smodata serie di fattori che si sommano, si moltiplicano, si sovrascrivono e una volta che sono diventati una gigantesca matassa, si può provare a trovarne il bandolo, come vuole fare questo testo.

Ora che ho fatto scappare tutti con la mia dichiarazione di intenti, andiamo a cominciare.

2023: Attacco a Hollywood

Come è potuto accadere che film matematicamente prodotti per andare a cannone e mangiarsi la stagione estiva hanno iniziato a zoppicare fino a diventare dei flop clamorosi? Un flop è un film che non rientra dell’investimento atteso. Più un film è grosso, più deve incassare per rientrare. Un film piccolo che con i soldi che incassa “raddoppia” la cifra spesa per produrlo è come se “andasse in pari”, perché nel mondo del cinema pareggiare l’investimento è come essere andati in perdita (specie considerando la massima sull’entropia economica secondo la quale i soldi di domani valgono di meno dei soldi di oggi, anche a botte di milionate). Un film grosso, nell’ordine dei 200, 300 milioni, per andare bene deve incassare almeno 2,5 volte la cifra spesa per produrlo, qualcuno ipotizza anche 3 volte, per essere sicuri: meglio abbondare che deficere.

In questo mondo che con l’arte non ha niente a che vedere e per la quale i film sono prodotti e i prodotti vengono fatti da persone e queste persone vogliono essere pagate, più le produzioni sono travagliate, più il costo del film lievita, non solo per le facce delle star che vengono pagate un tanto al chilo, ma per tutto il settore operaio che permette al film di essere portato a termine, macchinisti, elettricisti, truccatori, fotografi, addetti alla sicurezza che si premurano che tutti i cavi siano coperti e che un rogo micidiale non stronchi la carriera così tanto promettente di Johnny Stellina. Il cinema è un’industria che sforna sogni, la produzione di un bene immateriale (sicuramente meno materiale di quanto un pezzo di terra diventa una villa) passa per tanti ingranaggi e ognuno ha la sua voce di bilancio. Più la produzione si allunga oltre il preventivato, più le voci di bilancio in uscita aumentano.

In questo mondo ancora così legato alla carne ci sono delle incombenze di natura economica. C’è chi invecchia, chi rischia la galera, è davvero complesso tenere tutto insieme e in questo gorgo caotico il pubblico si sveglia e improvvisamente smette di provare interesse per i bei film che solo un anno prima facevano milioni a carrettate. Non è ben chiaro come il pubblico abbia iniziato progressivamente a perdere interesse per la riproposizione delle ip, quello che è evidente è che i franchise, i marchi, le grandi saghe che una volta erano sinonimo di investimento sicuro hanno perso attrattiva e questo indipendentemente dalla qualità dei film in sé.
Se Fast X è, per me, comunque migliore di Fast 9, questo non gli ha impedito di incassare di meno.
The Flash è un buon film con i viaggi nel tempo che fa bene un sacco delle cose che si proponeva di fare, tranne ripagarsi l’investimento iniziale per una serie di motivazioni convergenti che coinvolgono da un lato l’abortito progetto dell’universo DC tratteggiato da Snyder (mai davvero riuscito a conquistare il cuore del pubblico e giustamente, anche) e quindi come fanalino di coda di un universo morente, con quell’aria da sgombero, da fine della fiera, come poteva portare a casa un risultato positivo a partire da un sentiment negativo? Con in più tutti i suoi problemi di produzione, i problemi legali del suo attore protagonista, una comunicazione con al centro un personaggio che probabilmente tutta questa attrattiva per il nuovo pubblico non l'aveva.

La Sirenetta? Altra mattanza.

Indiana Jones? Non ne parliamo proprio, non apriamo una dolorosa pagina della storia del cinema per un film che fallisce criticamente qualsiasi prospettiva avessero in mente a livello produttivo.

Transformers? Chi lo avrebbe detto che Michael Bay non era il problema?

Questo è quello che succede pensando che i film sono prodotti che si possono sottomettere ad una logica algoritmica, che uno studio dei trend possa prevedere tutto, che dando al pubblico ciò che vuole si otterrà un riscontro economico uguale e contrario, e soprattutto pensare che il pubblico possa rimasticare la stessa roba all’infinito senza stancarsi. Il pubblico non sa quel che vuole e quando lo ha tra le mani non lo capisce e ci metterà anni per capirlo; una volta raggiunto il livello di saturazione, una voce che dirà “i blockbuster son tutti uguali” inizierà a serpeggiare per le platee e da lì in poi le voci diventeranno un nuovo trend, anche le cose buone che escono verranno sommerse dal sentiment negativo e treni verranno perse e occasioni verranno sprecate. Produzioni avviate quando tutto era ancora rose e fiori arriveranno sul mercato che non interesseranno più causando un ammanco importante che si riverserà sui lavoratori del settore dell’intrattenimento e forse, questo, sta succedendo già.

Marciamo giorno e notte rischiamo le botte gli studios a voi ma la creatività siamo noi

Quando un settore è vicino ad un punto critico, chi ci lavora va in sciopero: nubi di incertezza che coprono l’orizzonte degli eventi, nuove tecnologie che minacciano di far perdere posti di lavoro, operatori che per essere concorrenziali svendono il loro lavoro settando standard irraggiungibili dagli altri. No, non sto parlando del settore edile ma dello sciopero degli sceneggiatori a cui si sono da tipo oggi aggiunti anche gli attori, letteralmente paralizzando le produzioni e financo arrestando i tour promozionali che vedevano le star impegnate in prima persona con junket, tappeti rossi e compagnia cantante.

“Ma Arch. Tanzillo, una sceneggiatura non dovrebbe essere pronta prima dell’inizio delle riprese cosicché tutti sappiano cosa stanno facendo?”
Ahahah Timmy, questa cosa non è mai stata vera. Una stesura preliminare può essere pronta prima delle riprese ma mentre il film viene girato questa può subire modifiche che possono dipendere da qualsiasi aspetto della produzione, da un taglio di capelli diverso a conflitti di contratto, reshoot, visione dei giornalieri poco convincenti e, perché no, incidenti sul set che stravolgono completamente la scenografia e che sarebbe troppo costoso rifare da capo e che quindi quella scena in quel posto si deve concludere prima. Sto chiaramente divagando, ma sono cose che succedono. Pensate solamente a cosa deve essere stato il set del Multiverso della Follia, con le ingerenze di costruire un secondo atto attorno ai cameo di quelli che avevano un buco in agenda, coordinarsi con le uscite degli altri 8 film della Marvel e allo stesso tempo far uscire qualcosa che avesse un briciolo di consecutio causa effetto tra le parti. Come? Non ce l’ha nemmeno adesso? Ops.

Alla questione delle IA, che  pare possano sostituire il lavoro degli sceneggiatori, si aggiungono la questione dei pagamenti delle piattaforme di streaming che non rendendo pubblici i proprio dati limitano la libertà contrattuale, che se fino ad un certo punto va bene perché il prodotto è comprato in blocco, dall’altra significa che tutti coloro che sono coinvolti non sono davvero interessati a fare “un buon lavoro” perché le visualizzazioni non sono oggetto di contratto. Il prodotto è stato pagato, se non fosse che il settore a certi livelli è diventato economicamente insostenibile, che attori e sceneggiatori non hanno un “fisso” e che il lavoro oggi c’è e domani ti montano la faccia sopra il corpo di un figurante che si prende la decima parte del tuo cachet e la tua sceneggiatura della vita la scrive una IA.

E quindi sciopero: per certezze sul il futuro, per ritrattare i termini contrattuali, per un trattamento più equo, ed è giusto così, perché la Hollywood degli ultimi anni si è andata a cacciare in un cul de sac produttivo, con gli Studios  partiti ad inseguire la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno delle IP senza pensare che, ad un certo punto, scavando scavando, il filone si sarebbe esaurito una volta che le storie e i personaggi avessero perso di freschezza e interesse, che forse il seguire i pezzi della grande narrazione orizzontale ristagnante che tiene insieme i franchise non è più sufficiente a portare la gente al cinema. Ci vogliono di nuovo idee, e freschezza e qualcosa camuffato il quanto più possibile da novità.

Il regno della razza umana

In questo quadro deprimente si innesta la grande paura degli anni 20 del terzo millennio: le IA.
IA starebbe per Intelligenza Artificiale. L’unico punto sul quale mi sento di concordare è Artificiale. In pratica, software molto complessi che vengono messi a pascolare nei verdi prati dell’Internet (e che già hanno sollevato importanti questioni sulla violazione del diritto d’autore). Non sono davvero “intelligenti”, rispondo alla logica del teorema della scimmia instancabile, o del meraviglioso piante Solaris, un’entità semi-autonoma, perché priva di arbitrio o creatività, che commuta materiale pre esistente che imità novità. Che per certi versi è vero, dal momento che la struttura drammatica, lo sviluppo in 3 (o 5) atti, il monomito e compagnia cantante sono verità applicate e funzionanti per la creazione e la decodifica delle opere, ma non è tutto lì, perché senza una scintilla di creatività tutto questo lavoro è inutile e la cosiddetta intelligenza, addestrata ad arte, potrebbe sì sostituire una writers’ room ma a che prezzo?

Facciamo narrativa speculativa.

Lo sciopero va avanti. Attori e sceneggiatori vengono messi alla fame, gli studios intanto sviluppano internamente o acquistano da terzi tecnologia tale da buttare fuori uno script che sia funzionante e pronto per diventare un film senza apporto umano, ci starebbe da capire chi lo dirigerà, o quanto tempo ci vorrà affinché un’altra IA sia abbastanza evoluta da dirigere un film e, in quel caso, chi lo interpreterebbe? Con le sconvolgenti proposte fatte alle comparse di essere digitalizzate e poi rispedite a casa, con la tecnologia che già Disney usa per svecchiare i propri attori, o campionare vecchie voci perché, signora mia, quel Luke Skywalker sembrerà comunque un fringuello, ma parla con la voce di mio nonno.

Ad ogni passaggio, la complessità richiesta dall’intelligenza artificiale aumenta, soprattutto nel momento di elaborare uno script per farlo diventare immagini in movimento con una coerenza spaziale interna, muovere attori virtuali consapevoli dello spazio che stanno attraversando e, soprattutto, veicolare emozioni attraverso le interpretazioni. Sono tutti passaggi che implicano una serie di nozioni che sono proprie della categoria umana: lo spazio, l’empatia, la prossemica, non tutte sono parametrizzabili per mezzo di funzioni matematiche che poi è il linguaggio di cui le IA si cibano. La matematica non è sensibile.

La regia non è battere i ciack, è imporre una visione di sintesi tra le varie componenti che concorrono al film, parti slegate che indirizzate attraverso una sforzo di volontà diventano più delle singole parti.

Postuliamo che entro il 2030 al cinema arrivi la prima pellicola totalmente IA generata in tutte le sue fasi produttive, con attori virtuali credibili, colonna sonora orchestrata da musicisti IA etc. Quanto tempo ci metterà il pubblico ad annoiarsi?

 

Solo ieri battevamo le mani in coro per il reveal dell’ennesimo piano quinquennale della Marvel, la stessa Marvel che deve rivedere al ribasso le stime dei guadagni.

Il cinema di oggi, che se pure non è ancora quello delle IA, è comunque fortemente dipendente da studi multifattore su base algoritmica che stabiliscono “cosa funziona e cosa no”, basandosi in larga parte su big data raccolti tramite internet, per i quali ad esempio se sei un maschio bianco tra i 30 e i 40 andrai a vedere The Flash perché c’è un’icona della tua infanzia e, ampliamo la forbice, se sei un maschio bianco etero di età compresa tra i 30 e i 50 andrai a vedere Indiana Jones, allo stesso modo di come lo andrai a vedere se sei una donna bianca in fascia 20-40. La situazione è un po’ più complessa di così, ma il ragionamento per bacini di utenza (nel caso dei prodotti) o spettatori potenziali funzionano grossomodo in questo modo, ma con molti più fattori.

Tutto si basa sul falso assunto che delle cose che fruisci ne vorrai sempre di più di analoghe, sottintendendo un principio base di pigrizia, costruendo una confort zone multimediale dalla quale uno spettatore idealmente (per loro) non vorrebbe mai uscire. Se non fosse che l’umanità sovverte il calcolo.

L’umanità è imprevedibile per definizione, intesa sia come gruppo di riferimento che più si allarga più cresce esponenzialmente l’imprevedibilità, sia come singolo individuo ed è sull’imprevedibilità, sulla scintilla di genio, sull’intuizione. Sono queste le cose sulle quali ripartire.

Io credo sia impossibile eliminare l’elemento umano.
Se i grossi produttori opteranno per sposare l’idea del CinemIA ci sarà comunque, a fianco, un produttore piccolo, chiamiamolo “indipendente” che continuerà invece a far lavorare attori, sceneggiatori e registi in carne ed ossa e che, alla fine, il pubblico preferirà questi ultimi rispetto alla produzione perturbante (in senso freudiano del termine, Das Unheimliche) generata da una macchina, proprio perché porta avanti quell’idea di umanità che è l’impatto emozionale che sta alla base del cinema.

Teoria confermabile attraverso l'esempio del "miracolo John Wick": in un mondo in cui la computer grafica può far volare le persone, il film d'azione migliore è comunque uno che mette al centro della narrazione attori in carne ed ossa che si fanno da soli gli stunt.

La nuova Nuova Hollywood

Il contesto socio economico che stiamo vivendo ricorda a grandi linee (del resto abbiamo imparato ad accettare la ciclicità della Storia) quello nel quale si sviluppò la Nuova Hollywood.

Siamo negli anni ’60, la televisione inizia ad entrare nelle case degli americani (ricordiamolo: l’unico pubblico che conta, alla voce di domestic box office) minando l’egemonia culturale del cinema. Che senso ha andare a cinema se l’esperienza cinematografica la ritrovo comodamente nel salotto di casa?
Vi ricorda qualcosa?

Mentre il cinema americano se la passava male, nel Vecchio Continente una grande forza spiegava allora le sue ali, la Nouvelle Vogue indicò un approccio nuovo al modo in cui le storie potevano essere raccontate e nei temi trattati, nelle modalità e nella politica.
Gli Studios erano sterili imprenditori, i teatri di posa erano delle gabbie, i film erano prodotti autoriali che non coincidevano con una delle singole parti che concorrevano alla realizzazione ma erano il frutto della visione del regista, che era appunto l’autore del film.

I 400 Colpi, Hiroshima Mon Amour, Fino all’ultimo respiro, Le samourai, per citarne qualcuno nel mucchio.

L’onda lunga arriva ad Hollywood e mentre un gruppo di studios continua a produrre Kolossal monumentali e film smaccatamente propagandistici, la Nuova Hollywood assimila la lezione francese e la traduce per un nuovo pubblico.

Escono fuori così registi come Mike Nichols, John Frankeneimer, Sam Peckinpah, Robert Altman, Francis Ford Coppola, Brian De Palma, Michael Cimino, Martin Scorsese, Steven Spielberg, tanto per indicare la generazione di riferimento dato che sulla lezione di storia forse sono andato un po’ lungo.

Se il modo in cui si fa cinema adesso è insostenibile a livello tale da voler eliminare l’elemento umano, forse è il modo ad essere sbagliato, non l’essere umano.
Se i film sono troppo costosi, vuol dire che qualcuno, da qualche parte, sta sbagliando qualcosa, perché fare un film molto costoso non è un valore aggiunto se non riesci a rientrare dell'investimento. Non sono tutti James Cameron.

Il terreno è fertile per l’avvento di una Nuova Nuova Hollywood.

Progetti più piccoli, con gli autori al centro, possono servire a desaturare il mercato dalla sovrabbondanza di blockbuster prodotti in serie. Smettere di dare luce verde a film solo perché possono piazzarci dentro riferimenti spesso forzati ad una IP solo per tirare dentro spettatori (qualcuno ha detto Joker?). Ripensare il valore delle IP e magari approcciarcisi in modo diverso, perché se è vero che tutte le storie si possono raccontare, forse la vivisezione e l’innesto non hanno poi compatibilità universale, e a furia di tagliare, aprire e aggiungere, di quella Proprietà intellettuale a parte il nome che cosa resta di riconoscibile?

Non è fantascienza: la Blumhouse ad esempio è un esempio grossomodo virtuoso di creazione di brand a botte di film piccoli ma di grande successo commerciale e alla fine va bene così. O la A24 se piace un certo tipo di cinema patinato.

La cosiddetta “fame” di intrattenimento è il solito caso di bisogno fittizio creato ad arte per necessità commerciale. Non abbiamo bisogno di altri film come Doctor Strange nel Multiverso della follia, non abbiamo bisogno di altre serie come Secret Invasion. Non deve essere tutto condizionato dal flusso speculativo che come uno squalo se si ferma muore. E se fermandosi allora questa macchina del contenuto muore, ben venga, dal momento che servirà a creare qualcosa di nuovo, qualcosa di bello e sicuramente qualcosa di più umano.

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