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Hollywood 2018: punto di ripristino

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I prossimi film di Robocop e Terminator ignoreranno i capitoli precedenti per collegarsi direttamente all'inizio della saga, l'industria cinematografica ha scoperto i punti di salvataggio, come nei videogiochi

Per tagliare la testa al toro e saltare a piè pari i paradossi temporali di cui vi abbiamo già parlatoTerminator 6 sarà un sequel diretto di Terminator 2 e ignorerà gli eventi dei capitoli 3,4 e 5. L’idea dev’essere piaciuta, perché così sarà anche per RoboCop Returns. Diretto da Neill Blomkamp , farà seguito al primo storico capitolo diretto da Paul Verhoeven nel 1987, apparentemente facendo piazza pulita di tutti gli episodi successivi, più che mai del mal recepito reboot del 2014.

Si dà per scontato, chiaramente, che non si terrà conto nemmeno delle poco conosciute serie televisive e dei cartoon ispirati al personaggio, così come dei fumetti (uno dei quali, particolarmente riuscito, era basato sulla sceneggiatura originale scritta dal grande fumettista Frank Miller per il capitolo 2, poi ampiamente modificata prima di arrivare in sala).

Sembra che Hollywood stia imboccando la strada dei reboot parziali. Intanto sappiamo che la persona incaricata di scrivere le sceneggiature è la stessa sia per RoboCop che per Terminator (si tratta di Justin Rhodes), e questo solletica già la fantasia degli appassionati, che immaginano crossover già visti e apprezzati proprio nei comics (ancora una volta per la penna di Miller) e nei videogiochi (memorabile e violentissimo quello su Megadrive del 1992, che ci vedeva nei panni del superpoliziotto a massacrare T-800 per contrastare l’ascesa di Skynet).

Tuttavia, per immaginare uno scenario del genere è presto. Ci sono in ballo questioni di diritti e soprattutto bisognerà valutare il successo delle rispettive operazioni. Il rischio è altissimo e il margine di errore strettissimo: se sbagliano stavolta, potrebbe essere veramente la fine per entrambi i franchise. Ma d’altro canto, è un rischio che vale la pena di correre.

Forse RoboCop e Terminator non piacciono alle nuove generazioni ma, rispetto a ieri, quelle vecchie sono ancora molto attive e centrate sulle loro passioni. Insomma, il quarantenne di oggi ama ancora RoboCop più di quanto il quarantenne di ieri amasse Spazio 1999. I quarantenni di oggi non hanno messo da parte i giocattoli, li hanno trasformati in pezzi da collezione e forse, in virtù del loro afflato passionale e nostalgico, sarebbero ancora pronti a tornare in sala, se il personaggio che si trovano davanti risponde alle loro aspettative, e magari coinvolgere in seconda istanza figli e nipoti. Ha funzionato con Mad Max, perché non dovrebbe per RoboCop e Terminator. D’altronde lo stesso Blomkamp ha un ED-209 a grandezza naturale in ufficio.

https://www.instagram.com/p/BlI_Oich68m/?taken-by=neillblomkamp

Sono miti, e sono macchine. E questo ci regala due punti di riflessione. Secondo lo storico delle religioni Angelo Brelich, e precisamente in “Introduzione alla storia delle religioni” la funzione principale di un mito, presso le culture che miticamente si orientano, è quella di fondare, ordinare e conferire valore agli aspetti della realtà che quella determinata cultura ritiene importanti per la sua costituzione.

Naturalmente, le culture variano nel corso della storia e dunque il mito deve poter variare esso stesso, perché la realtà storica cambia in continuazione, dunque ciò che per una cultura è importante oggi potrebbe non esserlo tra cinque, dieci o vent’anni. Mutatis mutandis, i miti moderni, come quelli alla base delle storie che vediamo al cinema, hanno bisogno della stessa capacità di mutare e adattarsi per tenersi vivi e attuali. Certo, in questo contesto, subentrano anche necessità di natura commerciale, e le esigenze di un pubblico sempre più vasto, eterogeneo e schizofrenico, ipersollecitato dalle informazioni acquisite in rete, esigente ma non sempre selettivo, che si annoia quando gli si ripropone il vecchio ma storce il naso quando lo si mette davanti al nuovo.

La riscrittura parziale potrebbe rappresentare un buon compromesso: fatti salvi i principi fondamentali del mito, si riavvia solo quella parte che non è considerata attuale, funzionale o gradito. E riprovare da dove si ha cominciato a sbagliare.

 

Lo script di Rhodes sarà una rielaborazione di una sceneggiatura di Edward Numeier e Michael Miner per RoboCop 2 (anche questa mai giunta a compimento, chiaramente), risalente al 1988 e intitolata RoboCop: The Corporate Wars. Leggenda narra che sia ancora più sovversiva ed estrema dell’originale. Il che sarebbe un punto importante, dato che il carattere fortemente satirico e politicamente scorretto del film di Verhoeven non solo si è perso nei capitoli successivo (soprattutto a partire dal terzo, una sorta di storia di super-eroi per bambini) ma più che mai implica un ricontestualizzazione per adattarsi al mondo attuale, come dicevamo per la necessità intrinseca di mutevolezza di un mito per la sua sopravvivenza negli anni.

E poi le macchine, il che si presta particolarmente bene. “Reboot” stesso è un termine che arriva dall’informatica, e indica l’atto di riavviare un sistema che non funziona più, ripartendo da zero, come nel più classica delle formattazioni radicali. Con questo nuovo elemento, però, si aggiunge un pezzo al tassello, per dire quanto il modo di pensare informatico influenzi anche il cinema, la sua creazione e la sua risoluzione.

Il reboot “da un certo punto in poi” rimanda più al concetto di “punto di ripristino”, ovvero quei save-point che permettono all’utente di ripristinare lo status del sistema solo da una certa data, ovvero da un momento prima che iniziasse a dare problemi. In ambito videoludico, il corrispettivo è il save-point di giochi particolarmente complessi – inesistente, ad esempio, nei videogiochi di genere arcade degli anni ’80, che dovevano essere completati in una sola sessione – che permette di riprendere la partita dove la si era interrotta o dove avevamo sbagliato l’ultima volta decretando la nostra sconfitta.

Il reboot “da un certo punto in poi” rimanda più al concetto di “punto di ripristino”, ovvero quei save-point che permettono all’utente di ripristinare lo status del sistema solo da una certa data

Così, Hollywood in generale “ricomincia da tre”, nel caso di Terminator, o da due, nel caso di RoboCop.

Vedremo se l’intuizione sarà in grado di diventare tendenza. Intanto anche il prossimo capitolo della serie horror Halloween sarà un seguito diretto dell’episodio originale di Carpenter. Nell’horror non è una novità totale: già in Halloween: Resurrection, ad esempio non viene fatta menzione degli omicidi compiuti da Michael nel quarto, nel quinto e nel sesto film. Ma si tratta di una sfumatura, perché ignorare ed escludere non sono la stessa cosa.

Più forte, ad esempio, il fatto che in Rocky Balboa non venga fatta menzione dei danni cerebrali accorsi al pugile come rivelato nel capitolo 5, che gli avrebbero impedito di combattere. Altri precedenti di un’operazione simile li troviamo in Highlander 3, che non solo ignora ma contraddice volutamente quanto istituito dal confusionario Highlander 2 (e soprattutto l’origine ‘aliena’ degli Immortali protagonisti della serie).

Si può parlare di reboot parziale anche per Star Wars, ma solo per quello che riguarda il cosiddetto “Universo Espanso” (ovvero libri, fumetti e videogiochi). Quando infatti il materiale Lucasfilm passò in mano alla Disney, i responsabili decisero di cancellare dalla continuity tutto quello che non fosse incluso nelle opere cinematografiche (con l’esclusione di un paio di serie animate), riavviando, di fatto, il franchise “da un certo momento in poi”. In quel caso, la decisione era dovuta non a particolari insuccessi, ma all’esigenza di ‘fare ordine’ dando ai nuovi fan materiale narrativo che potessero comprendere senza dover recuperare troppo dal passato. Insomma, a volte il mito si rinnova con il suo pubblico.

Naturalmente, non possiamo sapere come andrà a finire. Potrebbe tornare Peter Weller, originale interprete di RoboCop. Una volta tanto l’invecchiamento non sarebbe un problema, dato che in sostanza si tratta solo di mostrare la mandibola. Inoltre, gira voce che la vicenda sia collocata molti anni dopo quelle narrate nel film originale, e questo lascerebbe spazio anche per un ritorno in pompa magna dell’agente Lewis interpretata da Nancy Allen.

Una cosa è certa: queste novità ci lasciano per la prima volta dopo tanto tempo sorpresi e incuriositi. Da un reboot parziale non sappiamo ancora cosa aspettarci, e il mito riacquisisce, se non la sua forza fondante, se non altro il fascino e il mistero che dovrebbe essere tra le direttive primarie di ogni storia che intenda attirare l’attenzione di un ascoltatore.

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