STAI LEGGENDO : Hazbin Hotel è una parabola queer contro i paradisi infernali

Hazbin Hotel è una parabola queer contro i paradisi infernali

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Hazbin Hotel è una storia di lavoro duro, di un fandom che cresce, di musica, di successi dal basso e di racconti familiari in cui la redenzione è più importante di come sei caduto in basso.

Hazbin Hotel è arrivato nella mia bolla annunciato con grande gioia da alcuni content creator che seguo e che parlano spesso di animazione. Fino al giorno prima non ne sapevo assolutamente niente e non avevo idea che alle sue spalle ci fosse un piccolo culto che da tempo aspettava il momento in cui la serie sarebbe arrivata su Prime Video.

Evidentemente si devono sentire così le persone a cui magari parlo di un titolo più di nicchia che stavo controllando da tempo, ed è onestamente bello essere sorpresi e spiazzati da qualcosa che non sapevi di voler guardare. E su questo paragone coi giochi indie poi ci torniamo.

Per chi non avesse proprio idea di cosa sto parlando: Hazbin Hotel racconta delle peripezie della figlia di Lucifero, Charlie Morningstar, e del suo progetto di creare un hotel in cui tenere corsi per redimere i dannati e farli arrivare così in paradiso. È uno show scritto e curato da Vivienne Medrano che può contare un ottimo cast vocale, tra cui la Stephanie Beatriz di Brooklyn 99 e Keith David, e almeno due numeri da musical di livello strizzati dentro gli stretti 24 minuti circa di ogni puntata.

Il pilot della serie risale al 2019 ed è stato un piccolo caso nel mondo degli amanti dell’animazione ed è un perfetto esempio di quanto possa essere complesso il cammino di un progetto dal concepimento al suo finanziamento. Ci basti sapere che quando A24 l’ha fatta arrivare su Prime c’era già un fandom sviluppato con teorie, cosplay, dibattiti e così via.

Lo stile visivo ha un’identità tutta sua e decisamente peculiare, può piacere o meno ma alcuni personaggi sono visivamente molto azzeccati e il tutto si inserisce perfettamente nel flusso di una animazione occidentale meno mainstream, con un tratto spigoloso, una palette cromatica tendente al rosso, viola, bianco e nero per l’inferno e ovviamente azzurro, oro, bianco e nero per le parti in paradiso.

Alcuni momenti mi hanno ricordato l’art direction cartoni animati per bambini, tipo Bluey, ma virati verso l’horror di alcuni creepypasta con denti aguzzi, sangue, e battute sboccatissime.

La serie è anche stata bendetta da un ottimo doppiaggio italiano, che deve aver faticato tantissimo per adattare le parti cantate. Fatica che, mi spiace dirlo, alla lunga un po’ viene fuori, ma credo sia inevitabile visto l’arrangiamento di certi testi e le inevitabili differenze di ritmo. Detto questo, resta una delle serie meglio adattate degli ultimi anni.

Arrivato al termine dell’ultima puntata non è difficile capire perché la serie è diventata un piccolo culto generazionale per Gen Z e tardo-Millennial e perché ha assolutamente tutte le potenzialità per interessare a un pubblico più ampio: i suoi temi sono assolutamente contemporanei e dietro la facciata ironica e anticonformista nasconde, onestamente neanche troppo, una serie di momenti anche abbastanza tosti.

Essendo uno spazio in cui si cercano redenzione e seconde occasioni, l’Hazbin Hotel è ovviamente permeato dalla voglia di perdonare e superare le scelte del passato, grazie all’idealismo ironicamente stucchevole della protagonista che, e qua ringrazio Matteo Sangiorgi per avermi sbloccato il paragone, sembra una giovane Leslie Knope di Parcs and Rec, sempre pronta ad aiutare gli altri e spiegarsi con un grafico.

Seconde occasioni che però devono essere colte da personaggi dannati; quindi, persone che nella propria vita hanno lottato con dipendenze fisiche e psicologiche, errori, pulsioni che li hanno fatti cadere o li hanno resi dei paria. L’inferno in Hazbin hotel è umano, troppo umano, ed è un’occasione per riflettere sui rapporti tossici, sull’abuso, sui compromessi e sul controllo che i mass media hanno sulle nostre vite. Sulle catene dei compromessi che ci mettiamo al collo.

Ed è anche un inferno amorevolmente queer che secondo me è il cuore del fandom di quest’opera. Hazbin Hotel è fatto di amori senza genere e definizioni, di personaggi manipolatori, di storie intersex, di sex work visto in modo non paternalista di amicizie sghembe, famiglie separate che si vogliono bene, rapporti umani feroci e sinceri, drama e riappacificazioni. In Hazbin Hotel tutti hanno qualcosa che non va, quindi inutile fare le vittime, inutile isolarsi, se ne esce solo con la capacità di chiedere e dare aiuto.

È lo specchio di quello che tantissime persone tra i 20 ei 30 hanno vissuto a scuola, in famiglia, nella società. La formazione di chi ha scritto la storia sembra quella di chi ha vissuto l’internet e la propria cerchia di amici come uno spazio dove far sedimentare le scorie di una vita che non era perfetta come te la raccontava e che in quegli spazi ha iniziato anche a parlarne, a scriverne a disegnarla.

È un carrozzone di personaggi umanissimi che si trovano di fronte a un Paradiso che è la personificazione del potere, del privilegio, di chi ci tiene a tenerti sotto il suo tallone perché non c’è alternativa. Un Paradiso paternalista in cui Adamo è il primo angelo che misura tutto il mondo in base al suo cazzo, che non ascolta, che risolve tutto spazzando via ogni tentativo di mettere in dubbio lo status quo.

Tra le righe di questo scontro c’è la morte della scala sociale, un capitalismo che amplia sempre di più la forbice tra chi ha e chi non ha, e chi non ha non merita seconde chance, perché hai fallito e ora sono fatti tuoi, poco importa perché è successo, è colpa tua.

Se l’inferno di Hazbin Hotel è il trionfo della collettività, il suo Paradiso è la morte individualista dove ovviamente anche i moderati finiscono per supportare un potere oppressivo.

Ed è una storia che non poteva che arrivare dal basso, non studiata a tavolino da un grosso studio d’animazione ma da figure indipendenti che hanno raggiunto il successo solo grazie al passaparola tra tumblr, YouTube, Tik Tok e Reddit e alle quali il sistema concede un piccolo spazio per vedere come va. In questo Hazbin Hotel mi ricorda tantissimo alcuni videogiochi che proprio nella loro capacità di superare le logiche mainstream sono riusciti a parlare di depressione, rapporti umani, genere, sesso, violenza, immigrazione e potere.

A questo si aggiunge il simbolismo dei personaggi (chi è stato ucciso ha una X sulla ferita mortale, come mai Alastor ha le corna di un cervo, cosa simboleggiano occhi rossi e occhi neri nei dannati eccetera) la lore, i retroscena e tutto quello che aiuta il fandom a prosperare nelle elucubrazioni

Proprio come certi sviluppatori indipendenti Vivienne Medrano e il suo tema sono riusciti nel loro intento grazie sia a un lavoro costante, fatto di più progetti capaci di intessere una rete di narrazioni incrociate e lore, ma anche grazie alla capacità di attirare fandom che l’ha sempre supportata, apprezzando e coltivando la sua visione e la sua voglia di creare questo universo narrativo.

È un caso raro, ma che ci offre un piccolo scampo di speranza in un mondo creativo che sembra sempre di più fare le cose usando il misurino e cercando formule magiche, invece che affidarsi alla passione e alla capacità degli artisti. E ci mostra anche come certe idee abbiano spesso la strada spianata, mentre altre debbano fare molto, molto rumore prima di essere notate.

Frullate dunque tutto questo con ironia, personaggi scritti molto bene, numeri musicali degni di Broadway e un’animazione che non tentenna neppure nelle scene d’azione e non è difficile immaginare il perché di questo piccolo culto che riesce a parlare a una generazione che viene considerata, come tutte le generazioni più giovani, debole, frivola, licenziosa e condannata.

Insomma, l’inferno sono ancora gli altri, ma sono anche gli unici con cui bere un bel bicchiere in compagnia.

 

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