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Gran Turismo 7 - Riding with the king

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“L’automobile è un’espressione di libertà, e il rischio che stiamo correndo è quello di ammazzarci perché ce n’è troppa. Del resto, ci sono due modi classici di morire: di fame e di indigestione”.

Non sono mai stato un amante e un conoscitore delle auto ma ho sempre avuto un forte legame con Gran Turismo. D’altronde sono un pessimo calciatore e un tifoso disattento ma questo non mi ha impedito di giocare a Sensibile World of Soccer e PES per buona parte della mia adolescenza.

 

Su questo legame non voglio spendere troppe parole, ho già dato nel libro e se non l'avete letto vi basti sapere che era uno dei molti fili che mi collegavano con mio padre. Ecco perché mentre sullo schermo sfilavano le immagini d’epoca che introducono Gran Turismo 7 il labbro mi si è leggermente increspato. Quei filmati in bianco e nero, quei momenti catturati dagli spalti e dalla linea dei box, quei rally e quelle gare di ogni tipo mi ricordavano la sua passione, il suo amore e Gran Turismo 7 credo sia questo: un gioco fatto di amore e passione, più che di sfide e velocità.

Scorrendo i suoi menù accompagnati da un arrangiamento jazz si ha l’impressione di essere entrati in un club per automobilisti di quelli con almeno ottant’anni di storia alle spalle, un posto col bancone in legno e una grande specchiera alle spalle piena di whisky in cui signori coi capelli bianchi ne bevono uno doppio con le mani ancora un po’ nere di lubrificante per motori e giovani arrembanti guardano il loro ultimo acquisto parcheggiato fuori.

Un posto dove non conta solo arrivare primo ma come ci arrivi.

 

Questa sensazione non nasce per caso, ma dal vero cuore di Gran Turismo: il Cafè, uno spazio che fa da filo narrativo al nostro percorso di gioco e dove un barista particolarmente appassionato, Luca, ci assegnerà via via delle missioni che sbloccheranno dei biglietti con cui ottenere premi casuali. Una volta dovremo collezionare tre auto giapponesi degli anni ’90, un’altra tre roadster americane o compatte europee, o magari vincere un campionato monomarca.

 

Ogni traguardo è accompagnato da piccole nozioni su ciò che abbiamo appena ottenuto, perché conoscere vuol dire anche amare. Nel Cafè troviamo anche una delle funzioni che meglio caratterizzano l’essenza di Gran Turismo 7: la possibilità di interpellare gli avventori per saperne di più sull’auto che stiamo usando in quel momento.

E quindi ecco che scopriamo che la R33 GT-R rappresentò non solo una sfida di progettazione per rendere sportiva una 4 porte e farla partecipare a Le Mans, ma anche il punto finale della bolla economica giapponese di quegli anni. Oppure un progettista famoso ci ricorda quella volta in cui non riuscì a partecipare al battesimo del figlio di un amico e quindi mando un modellino dipinto di rosa dell’auto a cui stava lavorando. C’è pure il classico pensionato che sta sempre al bar e ha una parola per tutto: Chris.

 

A cosa serve tutto questo? Assolutamente a niente, eppure è anche strettamente necessario. Perché in fondo anche le auto, come i personaggi di una storia, possono beneficiare di un contesto, oppure, come si dice oggi, di una lore, di qualcosa che renda quei bellissimi pezzi di metallo, oggetti vivi e traboccanti di cultura.

 

Poi ovviamente c’è da andare in pista e in questo Gran Turismo 7 mi pare perfettamente calato nel solco della tradizione, anzi, mi ha proprio dato le vibrazioni dei primi capitoli. Si parte con una macchinetta usata decente ma con poche pretese e via via si vincono o si comprano auto migliori da potenziare, puntando a collezionarne sempre di più.

 

Ecco, questo è un dettaglio importante: in Gran Turismo si colleziona, non si compra e basta; le auto che entreranno a far parte del nostro garage non potranno essere rivendute per ottenere crediti da utilizzare dal concessionario o dal meccanico. Questa scelta fa parte di tutto ciò che sta alla base del gioco, ne abbraccia la sua filosofia e il suo ritmo, che non è quello di una corsa a perdifiato in giro per il mondo ma la ricerca di una perfezione formale fatta non solo di staccate e centesimi limati ma di momenti perfetti, immagini, ricordi, foto.

Nella mente di Kazunori Yamauchi, la mente dietro il gioco fin dal primo capitolo, l’uomo che andava personalmente a registrare il rumore di ogni tubo di scappamento per ottenere il massimo della fedeltà, la guida è qualcosa di profondamente legato al suono, sia inteso come il rumore unico di ogni auto sia quello della musica, che accompagna ogni momento di gioco e a cui è dedicata persino una modalità che ci chiede di guidare a tempo col ritmo di alcuni brani.

 

Ok ma cosa c’è fuori dal Cafè? C’è ovviamente il nostro garage, dove collezionare le auto e accumulare punti collezionismo che sbloccano bonus aggiuntivi, ci sono le gare, i set fotografici in cui cercare lo scatto perfetto tra mille opzioni, il meccanico, il negozio di auto usate, l’autosalone di lusso in cui potrebbero arrivarvi inviti per comprare vetture esclusive, il gioco online, le piccole sfide che sbloccano ulteriori auto da aggiungere alla collezione.

 

Tutto questo spazio è introdotto in maniera graduale, seguendo il ritmo di una narrazione che punta a darci un assaggio di tutto per poi concludersi dopo circa 25, 30 ore per lasciarci fare tutto il resto. Anche qua tutto è clamorosamente coerente col contesto: l’obiettivo non è solo farci collezionare auto ma farcele conoscere come fossero compagne di viaggio. Il modo migliore per farlo è andare in pista, non solo con quelle preferite, ma tutte, sfruttando campionati e corse singole che si avvicendano nella narrazione. E se tutto questo non basta potete anche creare delle competizioni personalizzate. Se non amate il multiplayer GT7 vi permetterà di guidare per tantissime ore senza neppure sapere che c’è.

 

90 circuiti, 34 zone, 424 automobili che spaziano dalle più recenti a vetture storiche, tutte riprodotte in maniera fedele e con un comportamento unico, c’è di che impazzire.

Ok, ma in pista? Anche qua le sensazioni familiari con i primi capitoli si sprecano, al di là dell’aspetto visivo lussureggiante il modello di guida conserva quella posizione perfetta tra accessibilità e tecnica. Gli aiuti sono tanti, ma piano piano vi verrà voglia di eliminarli per assaporare l’identità di ogni gara, per capire se le scelte che avete fatto in officina hanno senso (no, dopo un po’ non basterà buttare dentro potenziamenti a caso) e controllare appieno le vostre traiettorie, sentire come l’auto si inclina, sbanda e spinge quando frenate e accelerate o cercate di giocare col freno motore. Ammetto candidamente di non essere un raffinato conoscitore di modelli di guida né un pilota, ancora una volta, ma mi sembra che tutto sia al suo posto.

 

E tutto questo è accessibile sia a chi non è esperto, perché le occasioni per migliorare sono tante, sia a chi magari non può sfruttare un volante, perché il Dualsense fa del suo meglio per restituire vibrazioni e resistenze meccaniche. Ovviamente dovete giocare dentro l’abitacolo, e Gran Turismo da sempre è uno di quei giochi dove farlo ha soltanto senso, altrimenti via da questa casa.

 

Resta anche il profondo senso di assistere a una gara vera in cui l’IA non si limita a fare il trenino o a far finta di vincere o perdere per rendere la situazione più pepata. Se la tua auto è più forte e la sai tenere in pista ce la farai, giocando magari con la IA, che ai livelli più alti, se si sceglie di usare sempre auto al limite della potenza consigliata, vi farà sudare e divertire.

Purtroppo, alcuni limiti che c’erano nel primo capitolo sono sempre là: le collisioni un po’ a rimbalzo che ti aiutano se ti appoggi in curva, la gestione dei danni è spesso opzionale e legata solo a eventi online e personalizzati, con alcune modifiche estetiche per mostrare graffi o paraurti rotti, ma niente di più. Una scelta che oggi suona anacronistica e testarda ma che forse nasconde una scelta precisa: tra la realtà a tutti i costi e il mito di auto perfetto Yamauchi sceglie il mito (e di tenere buoni i produttori).

 

Si poteva inoltre avere qualche auto in più e ci sono mancanze eccellenti, tipo la Lotus, ma nel complesso la sensazione è sempre quella del ristorante di lusso, con pochi tavoli e un menù pensato per stupirci sotto ogni punto di vista. Infine, ci sono le microtransazioni, quindi se siete a corto di crediti per potenziare l'auto potete spendere soldi reali, forse la più brutta caduta di stile di un gioco che ne ha a pacchi, ma questo è il mercato, bellezza.

Tanto poi se non la sai guidare hai solo sprecato denaro.

Gran Turismo 7 è una macchina del tempo per chi è cresciuto con i primi capitoli e anche il miglior regalo che si potesse fare al mondo dell’automobile e a quello dei videogiochi, perché in entrambi i casi ci mostra le capacità umane di creare cultura attorno a qualcosa che in teoria nasce solo per muoverci e intrattenerci. 

 

A volte quando perdiamo qualcosa diciamo “sono solo oggetti”, ma spesso ce lo raccontiamo. Quando mi è capitato per caso, proprio a un press tour dedicato a Gran Turismo, di provare qualche giro in pista ho capito, o almeno mi è sembrato di capire cosa ci vede tanta gente, cosa ci vedeva mio padre. 

 

Gran Turismo 7 ci ricorda che sia le auto che i videogiochi sono oggetti vivi attorno a cui costruire memoria e narrazione, correndo aggrappati ai ricordi dietro quell’auto fantasma che è può essere la nostalgia o i nostri sogni, le nostre ambizioni, che forse preferiamo non raggiungere.

 

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