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La zingarata di Panenka per alzare la coppa

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione” 

Il 24 ottobre 1975 le sale cinematografiche italiane si riempiono per la proiezione di quello che, a posteriori, verrà definito come l’inizio della fine della “commedia all’italiana”.

Un filone dolceamaro che ha accompagnato la vita del nostro Paese, raccontandone vizi e virtù come mai nessuno in futuro sarà in grado di fare. Quel giorno d’autunno è in programma in cartellone una commedia corale. Ha avuto una genesi travagliata, dato che il suo regista, Pietro Germi, è passato a miglior vita pochi mesi prima e la produzione ha deciso di affidarsi al suo naturale sostituto: Mario Monicelli.

Il nome della pellicola, secondo uno degli attori protagonisti, pare provenga proprio da una frase che Germi disse durante il suo commiato alla cinepresa. “Amici miei, ci vedremo, io me ne vado”. Le prime due parole daranno il titolo non solo al film e ai suoi due seguiti, ma saranno il marchio di un certo stile di vita: non prendiamoci troppo sul serio, ridiamo alla vita e della vita, prima che l’abbraccio della morte ci colga nel momento inaspettato.

Sei giorni dopo, in un luogo dove sicuramente “Amici Miei” non è stato proiettato, si gioca una partita chiave per le qualificazioni ad Euro ’76. A Bratislava si affrontano la Cecoslovacchia e l’Inghilterra.

Gli ospiti sono avanti in classifica di due punti e hanno già battuto i ragazzi di Ježek 3-0 a Wembley esattamente un anno prima. Vanno in vantaggio con Channon e a questo punto è cosa fatta. Se non che, da un calcio d’angolo tirato a pochi secondi dall’intervallo, i bianchi si addormentano e Nehoda impatta. Nella ripresa Galis in tuffo di testa fa 2-1. Il che vuol dire vittoria e aggancio in graduatoria.

Da quel momento, gli uomini in maglia rossa non sbaglieranno più un match e si guadagneranno i quarti di finale per la manifestazione dell’anno successivo. Dove soverchieranno ancora una volta i pronostici, sbattendo fuori i vicecampioni d’Europa sovietici. Il gol del 2-0 della prima partita lo segna un ragazzo praghese, occhi chiari e baffo molto anni ’70, che gioca da interno di centrocampo. Si chiama Antonín Panenka e da qualche parte di nascosto deve aver pur visto il capolavoro di Monicelli, altrimenti non si spiega da dove abbia preso spunto per un gesto che, nell’estate del ’76, cambierà per sempre il gioco del calcio.

La regia non fu il solo intoppo nella produzione di questo capolavoro.

Innanzitutto la location: Germi scrisse il film, insieme al mitico trio Benvenuti – De Bernardi – Pinelli, perchè fosse ambientato a Bologna. Con l’arrivo di Monicelli, si decise di piantare il set a Firenze. Una Firenze che fosse la meno turistica possibile. E quindi, addio al Duomo, al Ponte Vecchio, al Campanile di Giotto. Qualche scorcio dall’alto delle colline e per il resto si punta su luoghi autentici, depurati dai click delle fotocamere dei turisti. I bar sono quelli di tutti i giorni. I palazzi e gli interni raffigurano le abitazioni italiane del secondo Dopoguerra. Genuinità, non semplicità.

Scelto il luogo, tocca agli interpreti. La produzione punta tutto su Mastroianni, reduce da un’altra pellicola che gioca con la vita e la morte (“La grande abbuffata”). Sicuro del fatto che la sua prestazione sarebbe stata “soffocata” da quella dei suoi colleghi, Marcello rifiuta. Si tenta allora di rimettere insieme una grande coppia della commedia televisiva: Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Rifiuta anche quest’ultimo e allora si arriva al quintetto che tutti conosciamo: Tognazzi – Noiret – Del Prete – Moschin – Celi. Se fossimo nel basket sarebbe senza dubbio un “Dream Team”.

Quando vengono diramate le convocazioni per la fase finale dell’Eurocoppa, che si disputerà in Yugoslavia, Panenka ha 27 anni e fa parte di una delle più vecchie squadre della capitale: il Bohemians Praga. Maglia biancoverde, gioca nel piccolo stadio “Ďolíček”. E non vince mai. Ma al ragazzo importa poco, a Vršovice è comunque un idolo, tant’è vero che è l’unico dei suoi ad essere convocato per la final four di giugno. Casacca numero 7 e il compito di provare a dar del filo da torcere alle vere favorite del torneo. Già, perchè al momento del sorteggio delle due semifinali, non c’è un solo addetto ai lavori che non lo pensi: la finalissima del “Marakana” di Belgrado sarà la stessa del Mondiale di due anni prima: Germania Ovest – Olanda.

Sono fortissimi e hanno cambiato poco rispetto al 1974. Sono le espressioni di due modi vincenti di vedere il football, ovvero: l’Ajax di Michels del calcio totale e il Bayern Monaco, che di quella nazionale è la spina dorsale. Beckbenbauer da una parte e Crujiff dall’altra, com’è solo possibile immaginare che non arrivino loro due la sera del 20 giugno a giocarsi la coppa “Henri Delaunay”?

E poi, se proprio vogliamo essere bastian contrari, delle due sparring partner, forse sono gli slavi che se la possono giocare. In giornata tengono testa a chiunque e hanno il fattore campo dalla loro. I cecoslovacchi? E chi li conosce! Sí, sono una nobile decaduta del calcio anni ’30, quello “danubiano” che battagliava con gli azzurri di Pozzo, ma sono passati quarant’anni. E poi, per legge, non possono trasferirsi oltreconfine prima dei 32 anni. Misteriosi,  anche se, quei pochi che li conoscono dicono che siano al top del loro ciclo.

“Un inno alla vita di cinque ragazzi che non vogliono crescere”. Lorenzo Baraldi, lo scenografo, descrive alla perfezione il senso di “Amici Miei”.

É vero che si ride, e tanto, per oltre due ore, ma è un riso amaro, e ci scusi Giuseppe De Santis per l’accostamento con il suo film. Non è una risata sguaiata, dove la volgarità è totalmente gratuita. É sarcasmo, è il gusto della trovata scherzosa, ma di classe, sanamente cattiva, ma originale. Si ride sempre con il rischio che, all’improvviso una lacrima scenda dalle guance. Una “malincommedia”.

Un viaggio a ritroso nell’adolescenza di cinque uomini che ormai adolescenti non sono. Sono cinquantenni insoddisfatti, bugiardi, immaturi, fedifraghi, che vivono da ricchi pur essendo poveri, che scappano alla morte e alla solitudine vivendo alla giornata. Parola d’ordine: zingarata. Evasione dalla vita di tutti i giorni che può durare ore o settimane. E allora sotto con le goliardate e alla caccia alla prossima “vittima” in una Firenze che è cornice perfetta per il loro spirito di fanciulli dispettosi e simpatici allo stesso tempo.

Raffaello Mascetti non poteva non essere rappresentato che da Ugo Tognazzi. Uno dei colonnelli del cinema italiano che impersona un nobile decaduto, povero in canna, sposato con figlia, ma totalmente assente dalla famiglia. Gli amici, gli scherzi, i giri in auto per la Toscana, la bella vita, mangiare e scopare prima che il sogno finisca. Ci scusiamo per la superficialità, ma c’è molto di Tognazzi nel suo personaggio. Lui, dedito ai piaceri della buona tavola, grande chef e, al contempo, gran playboy. E Lello è senza dubbio alcuno il capo di quella banda di matti, quello che si incazza al solo vederli annoiati, che non può esistere un momento senza una “zingarata”.

Come arriva la Cecoslovacchia a quei giorni di giugno del ‘76? Senza pressione e con la fama di quelli che hanno buttato fuori l’Unione Sovietica.

I rossi di Praga non giocano un mondiale dal 1970 e un Europeo da sedici anni. I bookie li danno nettamente sfavoriti però qualche buona individualità esiste in rosa. Per esempio Ivo Viktor, portiere del Dukla Praga, o Anton Ondruš, capitano che gioca con lo Slovan Bratislava e comanda la difesa di Ježek. Di Panenka abbiamo già parlato, ma al suo fianco c’è Karel Dobiaš, che lascerà il segno su quell’edizione del torneo. E davanti il ct non è certo messo male: può scegliere tra Masny, Švhelik, Vesely e Nehoda. Quest’ultimo è praticamente inamovibile e lo sarà per sempre nella storia di questa squadra che non esiste più. Perchè se andate a spulciare le statistiche dei giocatori con più presenze e, alla seconda posizione con più gol, con la maglia cecoslovacca troverete: Zdenek Nehoda, con 90 gettoni e 31 reti spalmate in ben sedici anni di gloriosa carriera con la sua selezione.

Rambaldo Melandri, alias Gastone Moschin, è l’opposto del conte.

Single, dal facile innamoramento, il bersaglio del gruppo. Colto, dal gusto raffinato, l’architetto è l’intellettuale dei cinque. Per una donna entra ed esce dalla compagnia e quando torna sono bischerate da qui all’eternità. Duilio Del Prete veste i panni di Guido Necchi, titolare del bar – ritrovo degli “zingari”, spesso usato come base per uno di quegli indimenticabili scherzi. Un po’ più rozzo dei suoi compagni, deve spesso giustificare alla moglie le sue frequenti lontananze. Nell’atto II, Del Prete, forse contrario all’idea di un sequel, consegnerà le chiavi del bar a Renzo Montagnani che, ironia dell sorte, doppia Noiret – Giorgio Perozzi nel primo capitolo. Il giornalista, il creativo del gruppo, altro traditore impunito, tant’è vero che in casa non ci vuole andare mai. Nemmeno la mattina, quando preferisce il cazzeggio per Firenze invece che la vista di moglie e figlio. “Chissà perchè se penso alla carne della mia carne divento subito vegetariano”. Loro quattro si conoscono da quando son bambini, ma strada facendo acquisteranno un “top player”.

I top player, la sera del 16 giugno 1976 a Zagabria, hanno tutti la maglia orange.

Krool, Neeskens, Rensenbrink e il numero 14, che di presentazioni non ne ha bisogno. É solamente il giocatore del decennio e uno dei primi cinque della storia. É Johann Cruijff. Orfani di Michels, l’Olanda è in pratica la stessa squadra che è giunta a un passo dell’essere campione del Mondo a Monaco di Baviera. Bella, bellissima, ma che in finale si è persa di fronte al pragmatismo teutonico.

Il “Maksimir” è una palude, colpa di un nubifragio estivo che costringe tanti a restare a casa. Si presentano in 18mila circa ad assistere alla prima semifinale del torneo. Ondrus, dopo venti minuti, stacca di testa da solo e batte Schrijvers. Con il punteggio di 1-0 si chiude la prima frazione e, anche nella ripresa, sembra che tutto si stia incanalando per il verso giusto per i cecoslovacchi. Ondrus, però, è in serata da bomber più che da centrale di difesa e su un innocuo cross da destra di Geels, invece che respingerla in angolo, alza il piatto destro in modo innaturale. Ne nasce una traiettoria imparabile anche per Viktor, che la vede entrare stupito in porta. 1-1.

Ripresa in mano la gara, l’Olanda è convinta di vincerla ai supplementari. A sei dalla fine del secondo tempo si sbilancia e Vesely cavalca sulla fascia destra in contropiede. Cross al bacio per Nehoda e il numero 11, di testa, la mette in rete. É il colpo del k.o. per gli olandesi, che infatti subiscono anche il terzo gol, con Vesely che scatta sul filo del fuorigioco, mette a sedere Scrhijvers e spara in porta. 3-1.

La prima sorpresa del torneo si è materializzata. Domenica 20, allo stadio della Stella Rossa, ci saranno i tedeschi, che hanno rimontato due gol ai padroni di casa e completato l’opera nell’extra time: 4-2.

Il quinto di “Amici miei” entra in scena proprio al termine di una delle zingarate più lunghe. Gestice una clinica privata, è un marito indifferente e, a prima vista, il loro nemico. Il professor Alfeo Sassaroli, ovvero Adolfo Celi in camice bianco, contornato da infermiere e suore che lo accompagnano non solo in corsia, ma anche a letto. Si vede sfuggire la moglie per mano del Melandri, ma sembra non dispiacersene. Anzi, si unisce a loro in quella che è una delle scene più omaggiate e ripetute non solo al cinema, ma anche nella realtà: gli schiaffi alla stazione.

Dopo anni di imitazioni, le Ferrovie dello Stato dovranno cambiare altezza e finestrino per fare in modo che in tanti, in una di quelle sere in cui non sai che diavolo fare, la smettessero di spiaccicare cinque dita in faccia a sconosciuti viaggiatori.

Dunque Celi, attore di cinema e di teatro, come Garibaldi celebre “nei due mondi”, villain per 007 e James Brooke in Sandokan, presta anima e corpo a uno che “zingaro” non era, ma che, in fondo in fondo, lo sarà più di tutti quanti. 

Germania – Yugoslavia è stata senza dubbio la miglior gara bella del torneo, ma anche la finale non è da meno. Jezek conferma il 4-3-3, Schon ha in campo 8/11 di due anni prima e davanti c’è un Muller, ma è Dieter e non il famoso Gerd. E come a Monaco, vanno sotto nel primo tempo. La difesa bianca perde palla in area, Maier salva sulla prima conclusione, ma Nehoda è bravo a rimetterla subito in mezzo dove, sul secondo palo, Svehlik fa 1-0. Al 25esimo Dobias scarica un sinistro non forte, ma preciso sul palo lontano. Maier è coperto e non ci arriva. 2-0 Cecoslovacchia, che poco dopo sfiora pure il terzo gol. Un peccato mortale non “uccidere” la gara contro i tedeschi. Questione di tempo, poi arrivano. Tre minuti e Muller riapre la gara. E a pochi attimi dal triplice fischio finale arriva il pari. Holzenbein salta davanti a un colpevole Viktor e porta la gara ai supplementari. E questa volta, non ci sarà ripetizione. Ovvero: se si pareggia, per la prima, storica volta si va ai rigori.

Segnano tutti tranne Uli Hoeness che, come beffardamente dirà Beckenbauer, la tira in qualche via di Belgrado.

Ora tocca proprio a Panenka. Rewind.

Se qualcuno dei tedeschi si fosse avventurato nel municipio 10 di Praga e avesse sbirciato qualche allenamento dei Bohemians, avrebbe notato una singolare gara. Quella tra Zdenek Hruska e lo stesso Panenka. Sfida ai rigori: se Toni segna vince o una birra o una barretta di cioccolato. E siccome a lui piacciono un sacco entrambe, non si fa pregare. Ma il rigore dopo un po’ annoia, è prevedibile.

E che cos’è il genio?

Panenka prende una rincorsa lunghissima. Sguardo fisso sul portiere e, all’ultimo passo, abbassa il collo del piede sotto la palla, quasi a toccare il terreno. Non calcia forte, la scodella con un morbidissimo e centrale tiro a foglia morta.

A Praga era il segreto di Pulcinella, visto che in campionato lo faceva spesso e volentieri. In Germania non lo sapeva nessuno, tantomeno Maier. Quando gli ricapita un’occasione del genere? Anche se, parole sue, “lo avessi sbagliato mi avrebbero spedito in fabbrica per trent’anni”. E invece quel gol, perchè sí Toni fa gol, spedisce la Cecoslovacchia sul tetto d’Europa per la prima e unica volta e consegna Panenka alla gloria eterna tra gli dei del Pallone.

Il documentario “Ritratto di mio padre”, di Maria Sole Tognazzi, esce nel 2010. Pochi mesi prima del suicidio di Monicelli, il quale è presente nel film.

É lui a svelare che gran parte delle zingarate vennero prese dalla realtà.

Castiglioncello: località balneare livornese, meta di intellettuali vacanzieri negli anni ‘40. Non c’erano solo Pirandello e De Chirico a passeggiare su quelle spiagge, ma anche cinque ragazzi del posto. L’architetto Ernesto Nelli, il giornalista Silvano Nelli, il rappresentante Cesarino Ricci, il nobile decaduto Giorgio Menicanti e un medico dal nome talmente strano che si può sentire solo in questa parte del globo: Mazzingo Donati.

Un’accolita di amici dedita agli scherzi più folli.

Donati, che sarà immunolgo di fama mondiale, era l’ideatore delle bischerate, mentre Menicanti era il vero Mascetti, ricco nobiluomo che sperperava tutto, tra viaggi in giro al Mondo, bagordi con gli amici e l’acquisto di un orso da tenere al guinzaglio. Una scanzonata brigata che ha ispirato quello che, secondo Giovanni Veronesi, “Monicelli, da grande film, trasformò in capolavoro”.

Passati i 32 anni, Panenka può finalmente provare l’ebbrezza del calcio oltecortina. Firma per il Rapid Vienna, va a un passo dal vincere la Coppa delle Coppe e poi chiude con il calcio di alto livello. Torna a Praga, che dal 1993 è la capitale, ma della Repubblica Ceca.

E non ha dimenticato l’amore della sua vita: i biancoverdi del Bohemians, di cui è presidente. Quando i ragazzi vincono il titolo, nel 1983, è già in Austria. Ora, invece, si naviga nelle acque agitate di metà classifica della prima serie e va bene cosí.

Lui, ad ogni modo, l’immortalità calcistica se l’è guadagnata tutta con quel penalty che, dal 20 giugno 1976, tutto il mondo chiama con il suo cognome: il “panenka”.

Solo nella provinciale Italia ci ostiniamo a nominarlo “cucchiaio”, ignorando che quel ragazzo che lo tirò, agli Europei del 2000, non avesse inventato niente. Perchè Totti sarà pur sempre Totti, ma vuoi mettere ricevere la benedizione di sua maestà Pelè? “Solo un pazzo o un genio poteva calciare un rigore in quel modo”. Propendiamo per la seconda opzione. D’altronde, cos’è il genio se non quelle quattro caratteristiche racchiuse in un beffardo tiro?

 

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Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo: “Il male è ovunque”

Venerdì 23 agosto il pubblico di Ravenna ha potuto incontrare e celebrare un vero e proprio maestro del cinema italiano. In un’anticipazione del Ravenna Nightmare Film Festival, rassegna dedicata al lato oscuro del cinema, nella prestigiosa cornice del Cinema City, Pupi Avati ha presentato il suo ultimo lavoro Il Signor Diavolo, attualmente nelle sale italiane. Ad accompagnarlo sono stati lo scrittore romagnolo Eraldo Baldini e il direttore artistico del festival letterario GialloLuna NeroNotte Nevio Galeati.

Avati ha così introdotto Il Signor Diavolo: Siamo in un momento di grande crisi e difficoltà per il cinema italiano, che produce quasi esclusivamente commedie sul presente, con una panchina molto corta, perché i cast di questi film sono più o meno sempre gli stessi. E anche i risultati, non sono quei grandi risultati che dava la nostra commedia di costume, ma sono riscontri molto modesti. Oggi il mercato è in mano per l’80% al cinema americano. Quando si guardano le classifiche, molti weekend nei primi 10 posti per incasso, non ci sono film italiani. Succede, ed è tremendo. Quando cominciai a fare cinema io, in Italia si producevano 350 film all’anno, quasi uno al giorno. Film di tutti i generi: drammatici, d’amore, musicali, western, e ovviamente horror, che venivano venduti in tutto il mondo. Improvvisamente, non si è più fatto nulla. Ci si è ridotti a fare questo cinema di commedia, sul presente, con dinamiche uguali a quelle che trovi a casa tua. Le cinematografie più evolute, come quella nordamericana, hanno continuato invece a fare film sul futuro, sul passato. Non hanno paura, allargano la dimensione. Quando sono andato a proporre questo film, con la definizione di gotico rurale, o gotico padano, i produttori mi hanno detto quasi tutti di no. Ho avuto ben sette no prima di trovare un distributore che mi finanziasse il film, cioè Rai Cinema insieme a 01 Distribution. Due sere fa ero a Bologna, ieri a Comacchio, stasera a Ravenna: trovo sempre sale piene. Cè quindi una potenzialità per questi generi, non è vero che il pubblico italiano li rifiuta. Se confortate me, confortate anche altri miei colleghi ad avere coraggio e a fare film di fantasia, uscendo dai confini angusti di una realtà un po’ triste, nella quale siamo costretti a vivere.

Il Signor Diavolo

Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo

Dopo la proiezione del film, Avati si è lasciato andare ad alcune importanti riflessioni sul suo ultimo film e sul contesto socio-culturale in cui è ambientato, cioè l’Italia dei primi anni ’50, dominata dalla Democrazia Cristiana e da una tradizione rurale ancora fortissima.

Io avverto una sorta di nostalgia per quel periodo, ha esordito Avati. Quel periodo buio, cupo, tetro, in cui la Chiesa stessa ha ottenuto la figura carismatica del parroco di campagna. Io nel 1952, in cui è ambientato il film, ero già ragazzo, e per motivi bellici sono stato sfollato in campagna. I gesuiti dicevano “Dateci un bambino nei primi cinque anni della sua vita e sarà nostro per sempre”. Questa cultura contadina mi ha nutrito, una cultura terrorizzante, in cui si andava a letto in stanze buie. Il Signor Diavolo è infatti un film sulla paura del buio, che è una paura atavica, ancora oggi attuale. Un bambino di oggi ha ancora paura del buio, non è che perché ha visto Il re leone ne è stato affrancato.

Come in molti altri lavori di Avati, primo fra tutti La casa dalle finestre che ridono, ne Il Signor Diavolo gli uomini di chiesa rivestono un ruolo fondamentale, e per certi versi inquietante. Il prete è depositario di misteri, ha sentenziato Avati, cammina a un’altezza a metà fra terra e cielo. Una volta saliva su quei pulpiti, che adesso non si vedono più. Saliva lassù e ti raccontava cose che andavano oltre Dante Alighieri: l’Inferno, i peccati, la dannazione. Questa educazione ci ha portato ad avere un senso di colpa. Adesso il demonio non è più candidabile, ma non vuol dire che il male non ci sia. Io per esempio sono una persona profondamente invidiosa, non sopporto i successi altrui. Preferisco gli insuccessi altrui che i successi miei. Quando sono andato a confessarmi a San Pietro ho detto che sono deluso dal sacramento della confessione, perché confesso sempre i soliti peccati, cioè l’invidia e l’egoismo. Io infatti sono invidioso e dò solo il superfluo, mentre invece il cristianesimo dice che devi dare anche l’essenziale. Il confessore mi ha detto che non avevo bisogno di essere confessato, ma di uno psichiatra.

Il senso de Il Signor Diavolo, per il regista è molto chiaro: L’assunto del film, al di là del buio, è che il male è ovunque. Il male è in noi e in tutti gli altri. Il male è persino nel bambino meno sospettabile. Come è chiara del resto il ruolo del funzionario Momentè, chiamato a indagare su misteriosi eventi che coinvolgono la Chiesa in Veneto. La figura del forestiero Momentè, culturalmente distante anni luce dai protagonisti, induce identificazione dello spettatore, perché anche lui viene da quel mondo lì. Questi personaggi finiscono sempre male perché mi assomigliano. Io sono un perdente, non lo dico con civetteria. Sono un perdente e sono sedotto dagli inadeguati, da chi cerca la felicità ma non la vede mai arrivare. Io ho 80 anni e i miei titoli di coda non sono lontani, quindi posso fare i conti con la mia vita, e mi rendo conto che innanzitutto non ho fatto il film della vita, il che è anche positivo perché mi fa sperare che io lo possa ancora fare. Essere insoddisfatti produce energia. Io vedo tanta gente soddisfatta di di se stessa, pacificata col mondo. Io non li invidio, e penso che il nostro dovere sia dare quello che di te ti è stato dato, come nella parabola dei talenti. I miei protagonisti sono sempre personaggi con problemi, con grandi sogni che non si realizzano, ma che continuano ad avere fino alla fine.

Pupi Avati ha poi spaziato sulla sua personale idea di fede, e, più in generale, sulla speranza. La mia fede non è autentica. Io voglio credere, io penso che Dio sia indispensabile perché vedo un livello di ingiustizia così diffuso, non tanto a livello pubblico, ma in persone accanto a me. Persone che nascono nel dolore e muoiono nel dolore, nate nell’ingiustizia e morte nell’ingiustizia. Io vado in chiesa e prego Dio di esistere, perché non credo più a un’istituzione che possa penetrare in ambiti privati e restituire giustizia, ci vuole qualcuno dall’alto. Questo proselitismo laico, per il quale mi si deve convincere a non credere, per quanto riguarda me, lo posso anche sopportare, ma per altre persone, che non hanno altro che l’aspettativa del dopo, non lo posso accettare. Quando ti muore un figlio,come puoi permettere di dire a qualcuno che non c’è altro? Io penso che sia profondamente ingiusto privare le persone di aspettative e di sogni. Ai miei ragazzi dico di fare sogni, anche ambiziosi, perché magari non si realizzeranno, ma sarà sempre meglio morire inseguendo un sogno che rassegnarsi al fatto che non succeda niente. Io vedo i miei figli 40enni e i miei nipoti che sono già rassegnati, rinunciatari. Non confidano nel fatto che la vita possa essere qualcosa di orrendo ma anche di straordinario. Io 50 anni fa vedevo bastoncini di pesce. Improvvisamente mi sono trovato a vedere 8½ e sono andato al Bar Margherita a dire a tutti di vederlo. Quando tutti lo videro, dissi: ci proviamo? Bellocchio ha fatto un capolavoro come I pugni in tasca con 38 milioni! Ero come Gesù con gli apostoli, stavo facendo la squadra. Era meraviglioso. Quella sera lì è nata una storia. Siamo stati tutti a Piazza Minghetti a prendere nomi dei registi e abbiamo mandato migliaia di lettere, ma non ci ha risposto nessuno. Poi un giorno, nella buca della posta ho trovato una lettera. L’ho presa e sopra ho visto il mittente più autorevole che si potesse desiderare: Ennio Flaiano. Ci aveva risposto Ennio Flaiano! Aspetto la sera per aprirla con tutti gli altri. Vado al bar, la apriamo, tiriamo fuori il foglio e c’era scritto: “Non scrivetemi più!”.

Dopo un breve accenno ai progetti successivi a Il Signor Diavolo, (Oggi ho incontrato il sindaco di Ravenna, una settimana fa quello di Firenze, perché abbiamo da molti anni l’intenzione di fare un film su Dante) e una carezza alla sua terra (Io ho presentato il film solo in Emilia-Romagna per vigliaccheria, perché sento che è una zona con molta amicizia nei miei confronti. Qui io sento di parlare una lingua a me amica), Avati ha commentato i primi incoraggianti risultati de Il Signor DiavoloLa prima sera mi sono arrivati 313 risultati, cioè le 313 sale dov’è il film. Io adesso vado in albergo e mi trovo 313 situazioni, poi mi confronto con mio fratello. Il risultato di ieri sera non era né Il Re leone, né Fast and Furious, ma era il terzo risultato. Ed è un risultato per il quale Rai Cinema stamattina si è congratulata. Ed è la prova che essere così negativi su un genere è un errore. Non soltanto un genere, ma tutti i generi. Evidentemente noi non abbiamo tante tecnologie, però i film “de paura”, con atmosfere, li sappiamo fare. Qui i pochi effetti che ci sono li ha fatti Sergio Stivaletti, con cose molto semplici, e se il film funziona non è certo per quelli. Il Signor Diavolo non è fondato sugli effetti speciali. Se noi abbiamo avuto un trasteverino come Sergio Leone che si è inventato il western, con sfrontatezza, vuol dire che possiamo permetterci di essere più coraggiosi e di non ripiegarci sulla commediola. Siamo dentro a una sorta di grande ricatto, per cui le altre cinematografie spaziano, mentre noi no. Il cinema italiano a Venezia avrà titolini, mentre si spenderanno tanti soldi per esaltare il cinema americano.

Il regista ha poi concluso l’incontro, al termine del quale ha ricevuto la notizia della morte del suo attore feticcio Carlo Delle Piane, con una toccante riflessione sulla sua carriera e sulla sua vita. Per Il Signor Diavolo non voglio parlare di prodotto finale, direi più sintesi momentanea. Quando fai un film ci metti dentro tutto quello che hai fatto prima. Come dice Proust, il futuro si trasforma in passato. Cominci ad avere nostalgia del passato e a un certo punto dell’ellisse della tua vita, in cui il fisico si indebolisce, i ricordi prendono il sopravvento. Il tuo io però percorre una traiettoria completamente diversa. La fine dell’ellisse è la vecchiaia, che è misteriosa e affascinante, perché produce la nostalgia della tua adolescenza. Torni ad avere la voglia di essere figlio e tenere per mano i tuoi genitori. Da vecchio percepisco i bambini come non li ho mai percepiti, perché fra un vecchio e una bambino c’è una sintonia profonda, grazie a un sentimento che ci rende migliori: la vulnerabilità. Le persone più vulnerabili sono le migliori. Più uno è vulnerabile, più capisce l’altro. Io sento che invecchiando sono diventato molto più percettivo su tutto ciò che ci circonda. E sento che la fine del mio viaggio si dovrebbe concludere in quella cucina di Via San Vitale 5, dove mi aspettavano i miei genitori per la cena.

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C’era una volta a… Hollywood: la nostalgica favola di Quentin Tarantino

Che cosa ci si può aspettare da un film di Quentin Tarantino? Tante le possibili risposte a questa domanda: dialoghi taglienti e coloriti, violenza insistita e mai edulcorata, narrazione non lineare, citazioni e omaggi a tutta la storia del cinema, e molto altro ancora. Tutte risposte valide, ma che in qualche modo limitano e incasellano l’estro di uno dei più grandi registi viventi, nonché uno dei pochi che, nell’era della bulimia dell’audiovisivo, ha ancora l’autorevolezza di catturare l’attenzione incondizionata di ogni tipologia di spettatore. Giunto al suo nono film C’era una volta a… Hollywood, il penultimo prima dell’annunciato ritiro, Tarantino ha il potere e il credito per fare tutto ciò che vuole, ma non rinuncia a quello che forse è il vero tratto distintivo delle sue opere, cioè la voglia di stupire lo spettatore, utilizzando il cinema e i suoi personaggi per esplorare il mondo e la società.

Come in Bastardi senza gloria e Django Unchained, Tarantino sceglie nuovamente di scatenare la sua fantasia fra i meandri della storia. Dopo l’ucronia dell’uccisione di Hitler all’interno di un cinema parigino e la vendetta di Django Freeman nei confronti del malvagio schiavista Calvin Candie, il regista statunitense ambienta la sua opera più intima e personale nella Los Angeles del 1969, città simbolo dell’industria cinematografica, ma anche teatro del celebre eccidio di Cielo Drive, perpetrato dalla setta guidata da Charles Manson, in cui perse la vita all’ottavo mese di gravidanza Sharon Tate, attrice e moglie di Roman Polanski. La vicenda della Tate, interpretata dall’eterea di Margot Robbie, è utilizzata da Tarantino come crocevia di storie e personaggi, fra cui spiccano l’attore in declino Rick Dalton e il suo stunt-man/tuttofare Cliff Booth, magistralmente impersonati da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt.

C'era una volta a... Hollywood

I tre protagonisti di C’era una volta a… Hollywood si muovono fra le pieghe di un periodo fondamentale per la crescita e la formazione di Tarantino, che, da classe 1963, si approcciava proprio in quegli anni alla magia del cinema che lui stesso ha poi alimentato. Un periodo fatto di radicali cambiamenti culturali e sociali, in cui il cinema narrativo classico si apprestava a cedere il passo al rinnovamento della Nuova Hollywood, e il movimento hippy procedeva ad alta velocità verso la perdita della sua verginità, sotto i colpi della guerra del Vietnam e dell’ondata di sdegno generata dai crimini della famiglia Manson. Morte e resurrezione, declino e riscatto, tradizione e cambiamento diventano così i perni su cui Tarantino costruisce un racconto debordante, fatto di continui mutamenti di registro e di temi, di un costante andirivieni di personaggi e di uno smisurato amore per il cinema.

Tarantino ci mostra e ci fa vivere una Hollywood che non c’è più, fatta non soltanto di star, con i loro festini e i loro capricci, ma anche e soprattutto di persone che vivono alla giornata e si arrabattano quotidianamente per guadagnarsi il loro piccolo posto nell’industria. È questo il caso dei registi, alla ricerca del meglio dei propri attori, dei loro assistenti, alle prese con i problemi che ogni giorno capitano sul set, e anche di Rick Dalton, che dopo un luminoso avvio di carriera in una serie televisiva western si trova sulla soglia dei 40 anni, con qualche acciacco di troppo e soprattutto con la necessità di confrontarsi con i mutamenti di pubblico e produzione, con la prospettiva del mancato approdo nella Hollywood che conta, vista quasi come un miraggio, e addirittura dell’onta della retrocessione negli spaghetti western italiani, da lui considerati poco più che spazzatura.

C'era una volta a... Hollywood

Un eroe imperfetto e decadente, che ha bisogno dell’aiuto di Cliff Booth (a sua volta escluso dal giro che conta per delle inquietanti voci sul suo passato) non soltanto per le scene più pericolose, ma anche per le sue necessità nella vita quotidiana, come un passaggio in auto per il lavoro o la risoluzione di un problema all’antenna. Fra i due non c’è né astio né invidia, ma si crea invece la complicità di chi sa che non può fare a meno dell’altro e di chi ha in comune più fallimenti che successi e più dipendenze che passioni.

Come sempre, Tarantino gioca con i suoi personaggi e con le loro fragilità, prendendosi tutto il tempo che gli serve per digressioni nella routine giornaliera e per scampoli di vita da set, che ci regalano anche la sequenza più divertente di C’era una volta a… Hollywood, con l’incontro/scontro fra Cliff e un macchiettistico Bruce Lee, e uno strepitoso momento di recitazione, con il quale DiCaprio prenota già una nomination ai prossimi Oscar. Intorno ai protagonisti, ruota una fauna di personaggi stravaganti, impersonati anche per pochi minuti da interpreti di assoluto valore come Al Pacino, Bruce DernDamian LewisKurt Russell, Michael Madsen, Dakota Fanning e Zoë Bell, e soprattutto Margot Robbie, meno presente su schermo rispetto a quanto ipotizzabile, ma fondamentale nell’economia della narrazione.

C'era una volta a... Hollywood

Sharon Tate, emblema di quella Hollywood apparentemente irraggiungibile, ma distante solo un portone dalla villa di Rick Dalton, si muove soave per Westwood Village, dando a Tarantino l’opportunità di mettere in scena il suo proverbiale feticismo del piede ma anche l’occasione per un toccante lavoro metacinematografico, con la rampante star che partecipa a una proiezione diurna di Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, guardando se stessa sullo schermo e traendo piacere dal riscontro positivo del pubblico per la sua performance. La medesima necessità di approvazione di cui ha bisogno Dalton, che trova in un confronto con una professionale attrice bambina la strada per rimettere nuovamente al centro di tutto la passione per il suo mestiere, stupendo i colleghi addetti ai lavori come non era più da tempo abituato a fare.

Questo continuo dualismo fra ciò che succede dentro e davanti allo schermo, attraverso inserti autoconclusivi, può essere superficialmente scambiato per la mancanza di una vera e propria trama, ma serve invece a Tarantino per dare vita a quello che è il cuore di C’era una volta a… Hollywood, cioè la nostalgia per un’epoca unica e irripetibile dell’industria cinematografica, pulsante e divistica ma allo stesso tempo fortemente umana, e un malinconico ragionamento sullo scorrere del tempo e sui cambiamenti che esso impone. Proprio in questo aspetto, l’ultimo lavoro di Tarantino trova un contatto tangibile con il suo più importante punto di riferimento, quel Sergio Leone evocato esplicitamente con il C’era una volta del titolo (richiamo a C’era una volta il West e C’era una volta in America) e implicitamente con la menzione di Sergio Corbucci, elogiato come secondo miglior regista di spaghetti western, ovviamente dopo il maestro romano.

C'era una volta a... Hollywood

In quello che può essere visto come una sorta di testamento cinematografico, punto esclamativo di una carriera che in cuor nostro speriamo che Tarantino non abbia davvero intenzione di concludere con il suo prossimo decimo lavoro, il regista mette tutto se stesso, rischiando persino di deludere gli spettatori in cerca di una costante tensione e delle scariche di violenza che hanno contraddistinto la sua filmografia. Ma l’azione, come del resto il finale, che lo stesso cineasta ha insistentemente chiesto di mantenere per quanto possibile segreto, è solo una diretta conseguenza di un impianto narrativo in cui l’imperfezione di Dalton e Booth, il mutamento di Hollywood e il sinistro affioramento di Charles Manson sono solo tessere di un puzzle che nobilita la potenza del cinema stesso, visto da Tarantino come mezzo con il quale giocare con la storia e con la realtà, modificandole a seconda delle sue esigenze.

Ma in fondo che cos’è il cinema se non la vita stessa (con le parti noiose tagliate, come disse Alfred Hitchcock) in una versione depurata, migliorata ed eroicizzata? In questo senso, C’era una volta a… Hollywood non è altro che l’adattamento sfrenato e per certi versi disordinato di quello che è il mondo di Tarantino. Un mondo alimentato dalle immagini e dalle storie, in cui le persone comuni, anche le più fragili e mediocri, hanno la stessa importanza delle star e, con o senza le luci dei riflettori, possono a loro modo trasformarsi in eroi.

C'era una volta a... Hollywood

Ricollegandoci alla domanda iniziale, che cosa bisogna aspettarsi da C’era una volta a… Hollywood? La risposta più banale è anche quella più azzeccata: nulla. Nulla, se non la viscerale passione di un regista perdutamente innamorato del suo lavoro e di quel mondo che l’ha cresciuto e cullato, portandolo a diventare uno dei più grandi cantori moderni delle virtù e delle contraddizioni dell’animo umano. Nulla, se non un cinema crepuscolare, lontano dalla divertita brutalità degli esordi di Tarantino, ma allo stesso tempo perfettamente coerente con un percorso artistico che l’ha portato a rileggere gli ultimi due secoli di storia, fino ad arrivare a un passo dai nostri giorni. Nulla, se non un nuovo memorabile racconto a cui lasciarsi totalmente andare, con la gioia per ciò che fortunatamente abbiamo e con un pizzico di malinconia per ciò che invece è passato e irripetibile.

C’era una volta a… Hollywood arriverà nelle sale italiane il 18 settembre, distribuito da Sony.

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Un assaggio di Mutazioni Seriali: Buffy L’ammazzavampiri

Cos’hanno in comune Twin Peaks e Le terrificanti avventure di Sabrina? Il formato, direte voi, ma anche un persorso lungo decenni che ha portato nella serialità televisiva tutti gli elementi più eversivi dell’horror, adattandoli al nuovo pubblico e alle nuove modalità di consumo. Nel saggio Mutazioni Seriali – La stramba vicenda che ha portato l’horror dal cinema al salotto si tenta proprio di fare un breve riassunto di questa evoluzione, partendo dagli epigoni di fine secolo scorso per arrivare alla produzione originale Netflix, soffermandosi ad analizzare alcuni dei titoli più emblematici per contenuto e linguaggio.

Partiamo dalle basi: Buffy L’Ammazzavampiri.

Prima vampiri, ora streghe… ecco perché a Sunnydale gli affitti sono così bassi.

Xander Harris – Buffy L’ammazzavampiri

Nel corso degli anni ‘90, la tv e le sue serie prendono a trascurare in maniera evidente il core business degli show del decennio precedente: la famiglia. I Robinson, Genitori in blue jeans, Casa Keaton e Happy Days avevano mostrato già ampiamente la vita quotidiana di diversi nuclei familiari, quasi sempre con il tono leggero della sit-com, ma i principali fruitori di serie alla fine del secolo sono gli adolescenti, che di vita in famiglia ne vogliono sentir parlare il meno possibile. Sono finiti i tempi in cui la tv si guardava insieme ai genitori, per loro ci sono le soap e le serie d’azione. Si apre l’era d’oro del teen drama.

Dimenticando il rigurgito puritano di Settimo Cielo, gli show degli anni ‘90 con il maggior seguito sono quelli dedicati ai ragazzi in età da liceo, alle loro scoperte, alle loro piccole e grandi tragedie ormonali, come in Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, Bayside School, Freaks and Geeks e Willy, il principe di Bel-Air. Nel 1996 arrivò la prima variante soprannaturale del filone, Sabrina, vita da strega, tratto dall’omonimo fumetto della Archie Comics e incentrato sulla vita dell’adolescente protagonista, che deve far coesistere la magia con il quotidiano. Appena un anno dopo, Joss Whedon trasforma il suo film del 1992, Buffy L’ammazzavampiri, in una serie tv, che negli Stati Uniti andrà in onda non a caso sullo stesso canale di Sabrina, la WB di Warner Bros. Negli Stati Uniti Buffy debutta nel 1997, mentre in Italia abbiamo aspettato fino allo scoccare del nuovo secolo, proprio nel 2000, nonostante lo show fosse, soprattutto agli inizi, un catalogo meraviglioso di anni ‘90.

Buffy Summers arriva a Sunnydale dalla glamour Los Angeles per frequentare il liceo, dopo essere stata espulsa dalla sua precedente scuola per vandalismo. Insieme alla madre spera di cominciare una vita più regolare e tranquilla, ma con lei arrivano nella piccola cittadina californiana anche i numerosi vampiri che è destinata a combattere nel ruolo della Cacciatrice. Al suo fianco ci saranno Giles l’Osservatore e i nuovi amici incontrati tra i banchi, Xander e Willow, oltre al tenebroso non-morto Angel, con il quale Buffy inizierà una travagliata storia d’amore. Il compito di Buffy è quello di tenere a bada le forze malifiche che gravitano intorno a Sunnydale, costruita niente di meno che sulla Bocca dell’Inferno, ma tra i suoi compiti c’è anche la salvaguardia dell’anonimato e la gesione della sua esistenza di adolescente, spesso sacrificata, anche letteralmente, per il bene dell’umanità.

La macrotrama di Buffy L’ammazzavampiri è frammentata in sottotrame stagionali, ne sono andate in onda 7, e in microtrame da uno, massimo due, episodi, nei quali viene offerto al giovane pubblico di riferimento una sorta di bignami di mostri e atrocità varie, dai sempre presenti vampiri ai licantropi, dai fantasmi alle aberrazioni scientifiche. Il tutto è incastonato perfettamente nello schema generale della teen comedy, con ampio spazio dato alle relazioni, alla scuola, alla famiglia e all’amore. Uno dei grandi punti forti di Buffy è la commistione tra leggerezza da sit-com e contenuti spesso fortemente adulti, raccontati in maniera onesta, veritiera e comunque divertente e ironica.

Tra una battuta e l’altra, nella serie di Whedon vengono trattati argomenti delicati per un contesto televisivo, come il sesso, il lutto, l’amore non corrisposto e la depressione, unito oltretutto a una messa in scena della violenza a tratti propriamente horror. Pur essendo uno show su vampiri e mostri assortiti, la quantità di sangue che vediamo in Buffy è totalmente irrisoria, ma non sono mancate nel corso degli anni le manovre di censura, soprattutto da parte della programmazione italiana, nei confronti di scene dedicate a mutilazioni, squartamenti, sesso esplicito e argomenti tabù come l’omosessualita. Anche soltanto nel trattamento del fondamentale tema della morte, Buffy ha costituito un piccolo miracolo seriale, in cui il Tristo Mietitore va costantemente a braccetto con siparietti, love story e comicità. Buffy ha già compiuto 20 anni, quindi niente è più spoiler: Buffy muore, non una ma due volte (tre se contiamo un momentaneo schermo piatto da un letto d’ospedale). Ogni volta torna dall’oltretomba e ogni volta è un po’ cambiata, meno leggera e più investita di responsabilità, anche perché ogni sua morte è frutto di sacrificio. Niente male per un teen drama su una ragazzina che caccia vampiri.

Saggiamente, lo show amplia i propri contenuti adulti con l’evoluzione della sua protagonista. Buffy passa da ingenua e confusa adolescente a donna consapevole del proprio ruolo nel mondo, nel quale arriva ad affermare il proprio potere dopo anni di lotta, soprusi e sofferenza. Ogni ragazza che ha seguito l’avventura televisiva di Buffy può rispecchiarsi nell’eroina di Sunnydale, con tutti i suoi difetti e le sue insicurezze, bilanciate però da una forza di volontà adamatina che si nutre dell’amore degli amici, della famiglia e, soprattutto, della fiducia in se stessa.

Sebbene, quindi, Buffy L’ammazzavampiri non sia una serie horror al 100%, la sua eredità televisiva sta prorio nell’aver dimostrato che l’orrore può mischiarsi e convivere con una vasta gamma di altri generi, mantenendo intatta la propria carica sovversiva pur innestandosi sul terreno della comedy o del teen drama. L’horror può essere pop, non solo prendendo la via dell’astrazione onirica alla David Lynch, ma anche percorrendo i corridoi di un liceo. I fan dei vampiri sexy di True Blood e Twilight adesso sanno chi ringraziare.

Turbamento: 2

Gore: 1

Contaminazione: 5

Buffy L’ammazzavampiri in cinque (o meno) parole: Girl power e canini affilati.

Mutazioni Seriali è edito da Gonzo Editore ed è reperibile sui principali store online:

www.ibs.it

www.lafeltrinelli.it

www.unilibro.it

www.libreriauniversitaria.it

www.amazon.it

2017-10-10 (2)

I vampiri di What we do in the shadows preferiscono il giardinaggio e le orge alla conquista del mondo.

Ci sono tre vampiri pluricentenari, più un vampiro un po’ particolare, che vivono in una casa di Staten Island insieme al famiglio Guillermo, e vengono seguiti 24 ore su 24 da una troupe che sta girando un documentario su di loro. Poi un giorno arriva dal vecchio continente il Barone, vampiro vecchio stile che vuole conquistare il mondo, e la loro quotidianità inizia a scricchiolare. Queste le premesse della serie What we do in the shadows, che riesce in due obiettivi non semplici:

1) prende spunto da un film mantenendone appieno lo spirito originale senza snaturarlo e senza farlo rimpiangere, ma anzi abbracciandolo con brio e voglia di andare avanti ampliandone l’ambientazione.

2) trova nuovi modi per far ridere usando la figura del vampiro che è, forse solo dopo quella dello zombie e dei supereroi, stata usata e abusata in tv e cinema negli ultimi 10-15 anni.

Il film originale dallo stesso titolo, scritto e idretto da Jaimaine Clement e il Taika Waititi successivamente alle redini di Thor Ragnarok, e che  è uscito nel 2014, vedeva come protagonisti tre vampiri che racchiudevano in loro un certo tipo di vampiro cinematografico (un Lestat, un Vlad e uno più sensibile, oltre al taciturno Vampyr) coinquilini in Australia, seguiti tutto il tempo da una troupe documentaristica, alle prese con la parte più pratica e quotidiana della loro vita: tenere in piedi la loro casa, avere rapporti di buon vicinato con altri vampiri e i licantropi, non dare troppo nell’occhio con gli umani. E un sacco di battibecchi tra di loro, come in ogni rapporto tra coinquilini di lungo corso.

In questo senso la serie continua sulla stessa linea, mantenendone lo spirito e le premesse, cambiando però i protagonisti e spostando l’ambientazione. Ora siamo negli USA, a Staten Island, e seguiamo la quotidianità di Nadja (Natasia Demetrio), Laszlo (Berry), Nandor (Kayvan Novak) — e del famiglio Guillermo (Guillén), e del vampiro psichico Colin Robinson (Proksch).

Nadja e Laszlo sono una coppia molto affiatata (anche perché Nadja ha vampirizzato Laszlo), Nandor è un ex-nobile decaduto a cui ogni tanto piglia nostalgia della sua vecchia vita, Guillermo fa il famiglio da 10 anni, prendendosi cura della casa e sperando di diventare un vampiro. Colin è il vampiro più curioso: dato che il suo potere consiste nel cibarsi dell’energia psichica delle altre persone, non è un vampiro in senso classico, non si nutre di sangue, non teme aglio o croci e può stare al sole senza problemi, tanto che ha un lavoro d’ufficio e paga l’affitto della villa dove vivono tutti (ed è probabilmente l’unico motivo per cui gli altri lo tollerano pur trovandolo insopportabile).

È un vampiro energetico e di sicuro conoscete qualcuno come lui.

La serie, così come il film, trova buona parte della sua riuscita comica nella decisione di creare un’ambientazione realistica, per lo meno quella di una realtà in cui esistono i vampiri e devono sottostare a regole piuttosto rigide: non possono mangiare cibo ma solo sangue, l’aglio, i paramenti e i luoghi sacri li feriscono e il sole li uccide, per entrare da qualche parte devono essere invitati. Proprio come in un film drammatico, oppure horror. Qui però queste e altre regole vengono usate per fini comici grazie a una scrittura che è uno dei punti di forza della serie: tutto quello che succede viene utilizzato per far ridere, sia sul momento, sia per creare il terreno fertile per battute successive e premesse che rendano logici (e divertenti) alcuni colpi di scena che costellano i 10 episodi della prima stagione.

L’altro grande punto di forza è nel cast e nel feeling palpabile che c’è tra tutti loro e rende ogni dialogo esilarante. I battibecchi da marito e moglie tra Nadja e Laszlo sono assurdi date le premesse da immortali figli della notte che bevono sangue, ma sono costellati dal tipico fastidio di qualsiasi coppia rodata, così come l’affetto che mostrano tra di loro è intriso di quella intimità da amanti di lungo corso (con quei due secoli di orge con ogni sesso immaginabile e non) che li rende una delle coppie più credibili del piccolo schermo. Similmente il rapporto tra Nandor e il suo famiglio Guillermo (grandissimo fan di Antonio Banderas, primo vampiro ispanico del cinema in Intervista col vampiro) è abbastanza sfumato e approfondito da far trapelare qua e là un rapporto di odio e amore tra i due che permette di vederli come personaggi sfaccettati e non solo due cliché ambulanti usati per far ridere.

La serie riesce inoltre a creare un mondo fantastico che è solido non solo nelle sue regole narrative ma anche nella messa in scena. Se vi prendete il tempo per guardare alcune foto della serie che non siano di momenti prettamente comici, vi sfido a trovare una differenza sostanziale nella cura che è stata messa nei costumi dei protagonisti e negli arredi della loro casa (compresi tutti quei dettagli che ne costruiscono la storia passata come foto o ritratti) rispetto a un qualsiasi film o telefilm con vampiri “serio”. Questo, insieme alla scelta di ampliare l’ambientazione del film originario cambiando continente e facendoci fare la conoscenza anche di un Concilio di vampiri (in uno degli episodi migliori che trabocca di guest star inaspettate ma perfettamente in parte) e altre crew di vampiri permette agli autori di dare corpo e profondità alla storia e ai personaggi costruendo solide basi di “realismo” su cui poggiare gag anche stupidissime (l’arma usata da Nandor per combattere con i Licantropi) ma del tutto logiche date le premesse.

La serie è stata rinnovata per una nuova stagione, sempre per FX. GUARDATELA.

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