STAI LEGGENDO : Emanuela Milleri e il noir-cyberpunk decadente di Horizon Café

Emanuela Milleri e il noir-cyberpunk decadente di Horizon Café

Condividi su:

Emanuela Milleri realizza la sua prima graphic novel per Markosia Enterprises, “The Horizon Café”: un noir cyberpunk decadente giocato abilmente sul colore.

“The Horizon Café”, il fumetto di esordio di Emanuela Milleri è uscito a giugno 2020 – in inglese – per Markosia Enterprises, tra i principali editori britannici di Graphic Novel. Si tratta di un interessante romanzo a fumetti che vede Milleri debuttare come autrice completa, con solo il supporto al lettering di Stefano Vannucci (vedi qui il suggestivo booktrailer).  Si tratta di un lavoro decisamente interessante per la sua capacità di costruire un noir onirico, labirintico, con echi quasi di certa decostruzione alla David Lynch, come quella operata su “Mulholland Drive” (la trama in sé, salvo il consueto rimodulare gli archetipi del noir, è totalmente differente). Ciò viene compiuto da Emanuela Milleri utilizzando con abilità l’intreccio di leitmotiv visivi (in primis quello della Rosa e del Serpente, che occhieggia in copertina accanto alla sventurata protagonista) e la valenza simbolica – quasi alchemica – del colore, qui reso con un acquerellato ottimale nel rendere le sfumate e sognanti atmosfere della storia.

Emanuela Milleri

L’opera, divisa in capitoli, inizia infatti significativamente con quello intitolato “The End”: la fine, all’interno del gioco di specchi di cui è intessuta la narrazione, che si rivelerà sempre più labirintica nel suo procedere. Qui ci muoviamo ancora nel perimetro del noir, all’apparenza lineare: una storia d’amore che diviene una storia di vendetta. Il tono vien dato da grandi tavole smarginate, con una predilezione per la splash page e la inset page (una splash “di sfondo” in cui, come tasselli, sono intersecate altre vignette), e una netta prevalenza dei toni del blu, in suggestivi acquerelli che ci immergono subito in un tono di malinconia, grandemente predominante nell’albo. Il segno di Emanuela Milleri ha una sintesi personalissima, con elementi cartooneschi e a tratti quasi naif, che però accentuano meglio di uno stile più realistico il cupo mood melanconico classico del genere, nei segni iconici sotto gli occhi che caratterizzano i vari comprimari e richiamano quasi la maschera di Pierrot.

Emanuela Milleri

Il secondo capitolo, “The Doorbell”, introduce il tema onirico: si apre con una splash dove il suono del campanello si sovrappone all’immagine del cimitero, creando una cesura che potrebbe porre la scena precedente come onirica, senza dichiararlo apertamente. Cambiano le scelte cromatiche e compositive della tavola, in una compresenza di squillanti primari – più il verde – che assieme all’incastro delle vignette e degli spazi d’interno dove si svolge la scena quasi evoca geometrie alla Mondrian. Il tema dell’occhio domina sulla scena, sia nei primissimi piani dei protagonisti, sia nelle immagini di sfondo, apparendo in quadri, locandine, sculture presenti “in scena”. Pare un rimando al tema del risveglio prodotto dal campanello che dà il titolo al capitolo, ma suggerisce anche a un livello subliminale il tema inquietante dell’occhio onniveggente, non tanto qui nella versione “esoterica” degli Illuminati propriamente detti, ma in modo estensivo nel senso di controllo che incombe sui personaggi: e tornerà in tal senso nel Red Vanish, il luogo di lavoro della protagonista Rita (evocazione della Hayworth? Sarebbe perfetta in virtù dei suoi molti ruoli noir, da “Angeli del peccato” in giù). Anche l’Horizon Café, che fa la sua comparsa a metà capitolo, evoca (come nel titolo) nelle due O una linea d’orizzonte, ma anche – e in modo simile al segno dell’autrice – due occhi chiusi.

“The Bottom”, “Il fondo”, il terzo capitolo, introduce una nuova sfumatura al noir, virandolo – dopo l’onirico – verso il cyberpunk. Le Deep Mind Drugs usate dalla protagonista – e, a quanto si intuisce, al centro degli interessi delle gang rivali della trama noir – sono infatti affini alle tecnologie di varia manipolazione mentale presentate in Black Mirror, con un piccolo cerchio metallico da porre alla tempia. Si tratta di un luogo comune di molto cyberpunk, che filmicamente era già stato trattato in chiave noir in “Strange Days” (1995) di Kathryn Bigelow.

In Emanuela Milleri però questo tema resta vago, sullo sfondo: da un lato non interessa la speculazione cibernetica, qui, ma dall’altro lato è centrale perché introduce un nuovo livello di onirismo, che rende ancor più complesso distinguere sogno e realtà. Il colore ha una nuova svolta nel capitolo: se l’Horizon era stato introdotto da un viraggio al rosso, qui abbiamo un verde acqua che quasi evoca analogicamente l’assenzio, fino all’irrompere di Doyle, associato al tema del giallo (il gangster, curiosamente, porta anche il nome dell’autore di Holmes, anche se il “giallo” non evoca solo la – depistante – trama di detection cui è collegato: anzi, ne è il livello più superficiale).

Emanuela Milleri

“Two faces”, il terzo capitolo, riafferma la centralità del tema cromatico, sempre presente evocativamente nei capitoli precedenti. Ci conduce infatti al “Red Disguise”, “Mascheramento rosso”, di cui avevamo intravisto il manifesto all’Horizon (e anche della sua tenutaria Valentine). Il tema onirico dell’occhio (presente anche nel logo del locale) è ricuperato con toni alla Dalì, reminiscenti quasi delle sue scenografie per l’Hitchcock di “Io ti salverò”, ma appare anche con riferimento al triangolo “illuminato”, rievocando il tema del controllo. Le note di “Perhaps, perhaps, perhaps” di Doris Day formano una ideale colonna sonora della scena, mentre le Vanish Roses riprendono il tema cromatico del rosso, collegandolo alla Rosa, ermeticamente intrecciata al Serpente che – vedremo in seguito – ha una pelle maculata delle mele rosse dell’Eden. L’immagine del serpente maculato di mele avvolto intorno a un busto di donna paleserà la valenza erotica della Rosa Rossa in quest’opera (se fosse necessario).

Emanuela Milleri

Il tema del Rosso, visivo e testuale, è subito contrastato dal tema del Giallo di Doyle, che fa la sua comparsa in scena. Doyle, l’Antagonista principale, appare curiosamente l’unico personaggio consapevole del valore simbolico del colore a un livello “metanarrativo”, che egli collega a vari aspetti del Giallo specie nella cultura cinese: lo Yin e lo Yang (col rosso, nella sua visione, al posto del consueto binomio bianco / nero), il colore imperiale, del Fiume Giallo, ma anche quello dei “libri gialli”, con rimando alla pornografia. Il capitolo si chiude con un rimando alle ombre cinesi, ennesimo richiamo alla doppiezza e all’ambiguità evocate fin dal titolo. Notiamo che il giallo di Doyle si associa cromaticamente all’azzurro in queste tavole, e Doyle più avanti canticchierà “Azzurro” (1968) di Celentano.

“Il patto” si apre con Rita che dichiara che “è tutto chiaro”, ma l’affermazione ha valenza paradossale: e mentre all’apparenza ella continua il suo piano di vendetta (“The Road”), questo viene spezzato (in “The Bridge”) dall’intromissione incongrua della barista dell’Horizon Café, che già nell’incontro con Elliott aveva lasciato intuire una consapevolezza degli accadimenti in corso maggiore del previsto. Ma questo intricarsi surreale e rivelatorio degli eventi verrà ancora una volta ricondotto all’onirico, in base al set-up avviato in “The Bottom”. “The Beginning”, circolarmente, chiude la vicenda ricollegandosi all’inizio, senza però fugare quel senso di inquietudine prodotto dalla struttura volutamente scalena dell’opera, resistente a una completa chiarificazione grazie alla costruita strutturazione labirintica che abbiamo sinteticamente visto.

Emanuela Milleri

Un’opera di esordio molto promettente, dunque, dove l’autrice mostra la sua padronanza di un segno espressivo personale, certo passibile di ulteriori affinamenti ed evoluzioni, ma già molto efficace nella resa emotiva dei personaggi. Particolarmente accurata appare la ricerca di un estenuato simbolismo decadente, tramite i leit motiv ben ramificati nell’opera e l’uso suggestivo dei cromatismi in acquerello. In questo, anche sulla base della sua formazione in Beni Culturali (mentre sul fumetto è autodidatta), è evidente una certa solida consapevolezza della storia dell’arte: sul colore si percepiscono certe reminiscenze di Munch e dell’espressionismo astratto nordico, ma anche di altre suggestioni, dal Manierismo al Pop passando per certe sofferte dark ladies di Dante Gabriel Rossetti. Insomma, un’opera che promette molto bene, specie se inquadrata come esordio: nell’attesa che Emanuela Milleri torni a condurci nei labirinti onirici del suo noir-cyberpunk decadente, spingendosi ancora più a fondo nella tana nerissima e multicolore del Bianconiglio.

 

Commenti

related posts

Come to the dark side, we have cookies. Li usiamo per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi