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Dylan Dog - l'analisi di "Che Regni il Caos"

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Caustico, dissacrante e ricco di riferimenti ai momenti che stiamo vivendo, ecco com'è l'albo che dà il via al Ciclo della Meteora

Things fall apart; the center cannot hold;
mere anarchy is loosed upon the world.

Con questo "Che regni il Caos" prende l'avvio il famoso Ciclo della Meteora, una stagione di storie di Dylan Dog in continuity serrata. Lo stesso curatore Roberto Recchioni avrà un ruolo preponderante in prima persona come sceneggiatore, all'interno del ciclo, a partire da questo primo numero dove è affiancato da Leomacs e Nizzoli ai disegni.

La cosa che appare più interessante è come, fin dalle prime battute dell'albo, Recchioni riesca a riannodare i fili della continuità da lui introdotta nelle storie precedenti, dimostrando al lettore che, forse, era meno vaga di quanto si potesse credere. Le varie trame iniziano ad assommarsi in un disegno ordinato, anche se chiaramente ancora introduttivo.

E non è certo un caso che, fin dalla cover, si ritorni a Axel Neil, il maniaco degli anni '80 (in senso letterale) che Recchioni introdusse oltre dieci anni fa, nel 2007, nel suo primo approccio al personaggio. Allora era sembrata solo una divertita satira della nostalgia anni '80 come eccesso dei nerd: oggi, resa ancora più parossistica e inserita nelle complesse strategie machiavelliche di John Ghost, diviene decisamente più inquietante, anche perché Recchioni era stato buon profeta e quella che era una nicchia geek è esplosa a dominare buona parte del moderno immaginario. Una riflessione che, sviluppata su uno dei migliori figli degli ’80 italiani, Dylan Dog, assume numerose sfumature metanarrative.

Sotto il profilo visivo la narrazione si struttura comunque in quella griglia bonelliana moderna che, più di altri, Recchioni ha contribuito a creare: una struttura tradizionale, alternata però spesso a tavole smarginate, splash pages anche doppie, una più frequente adozione del taglio orizzontale. Al limite, l’elemento nostalgico è interpretato a livello visuale e con grande intelligenza dai disegni di Leomacs e di Nizzoli: un segno preciso e minuzioso, più nervoso e scattante quello di Leomacs, con certe reminiscenze di Brindisi; ancor più dettagliato e definito quello di Nizzoli, che evoca le atmosfere lunari e vagamente sospese dei suoi migliori albi.

Al primo, correttamente, Recchioni destina molte delle scene d’azione e di splatter, nella prima parte, mentre al secondo spetta la seconda metà dell'albo, meno adrenalinica e più inquietante (l'omaggio a Watchmen collocato alla fine esalta la vicinanza del segno di Nizzoli a quello di Gibson, rispecchiando quasi la citazione dello sceneggiatore Alan Moore comparsa in “Al servizio del caos”).

Da ciò si intuisce come la trama sia, anche a un primo livello, di lettura piacevole e pienamente efficace, in un voluto mash up di rimandi alla tradizione del personaggio e note più vistose di attualizzazione.

Ma, come al solito, la sceneggiatura dell'autore romano è ricca di sottigliezze. Ne cito una, in quanto molto marginale nella trama: John Ghost possiede un dipinto di Pollock, che ben esprime con la sua pittura informale il caos al centro della narrazione. Ora, proprio nel 2007, il "Pollok" di Ambrosini venne lanciato rinominandolo Jan Dix, forse ritenendo all'epoca eccessivo il rimando a un artista così radicalmente astratto.  Ai tempi ciò venne visto, da alcuni, anche come una eccessiva prudenza della Bonelli, quella che indubbiamente Recchioni ha, molte volte, superato. E, tra l'altro, un diverso "Pollok" fu uno dei primi eroi fumettistici di Tiziano Sclavi... Naturalmente c'è sempre il rischio della sovrainterpretazione, ma il chaos magick è un calderone dove spesso i rimandi inconsci sono quelli di maggior rilievo.

E così, in un'atmosfera surreale, tra Hot Fuzz e Monty Python, la storia si snoda in un crescendo di quel "rovesciamento di tutti i valori" che caratterizza il Black Magick (o, se vogliamo, il perverso Order Magick) di John Ghost. La vuotezza plastificata e noncurante con cui, tra le righe, il personaggio promuove messaggi terrificanti dà maggiore spessore politico alla ambigua figura, nuovamente con inquietante coerenza all'attualità (e la sua lettura da parte dello sceneggiatore romano). La riuscita di questo discorso è fin maggiore dove resta dietro le righe, più che dove – in modo più tradizionalmente sclaviano - si rende manifesto, anche per una necessità di chiarezza del discorso ideologico.

Ma, essendo l’evoluzione comunque appieno coerente con la dimensione originaria di John Ghost, si coglie anche qui un'inquietante intuizione quasi profetica: anche perchè il tutto viene sempre realizzato intersecando precisi riferimenti al nuovo canone, dalle maschere di Dylan Dog realmente diffuse al film del 2011, qui adombrato in un infedelissimo fumetto, film che fu forse l'emblema della crisi prima del nuovo corso del 2013.

La degenerazione degli eventi potrebbe in parte richiamare (forse non del tutto casualmente) l'avvio della saga futuribile di Alessandro Bilotta, "Il pianeta dei Morti", iniziato nel 2008. Anche qui infatti, soprattutto nei primi capitoli della saga, ora divenuta più onirica e sfumata, Dylan è spogliato dalla sua anima da altri che ne tradiscono il nome, imitandolo in modo falsante. Ma se in Bilotta troviamo - resa a livelli dell'arte - una rappresentazione, in fondo, del totalitarismo novecentesco (o meglio: di quanto può sopravvivere tra noi di esso), in Recchioni scopriamo invece un tentativo azzeccato di rappresentare il nuovo orrore.

In un certo senso, Bilotta faceva un passo indietro temporalmente rispetto all'orrore di Sclavi, che sferzava in primis il capitalismo anni '80 in forma propria, l'edonismo consumistico reaganiano e l'ipocrita rigorismo tatcheriano. Recchioni nel nuovo corso - e qui con maggior precisione - tratteggia una caricatura sulfurea della sua degenerazione odierna, tra gli inquietanti sciami dei social e una mortifera nostalgia del passato, in varie forme. Un horror, dunque, pienamente disturbante, nel solco di una testata che ha come sua musa inquietante il sosia di (Groucho) Marx: e non tanto nelle teste splatter che hanno ripreso a rotolare, ma nel rispecchiamento fedele della nostra inquietante Wasteland reale.

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