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Videogiochi

Shadow of the colossus

I boss dei videogiochi sono davvero cattivi?

Ci sono i nemici normali, e poi c’è il boss di fine livello. Quello sì che è un cattivo, un vero bad guy, parafrasando Billie Eilish. Quello a cui dedichiamo le migliori bestemmie, studiando piani d’attacco che farebbero impallidire gli strateghi del Pentagono e che incarna la fonte principale di frustrazione nostra e, soprattutto, del protagonista del videogame che stiamo giocando.

La figura del boss fa il suo esordio nel 1975. Il videogioco è dnd, pubblicato per il sistema informatico PLATO. Lui è un drago dorato, e di mestiere fa il guardiano del cuore del dungeon. È interessante scoprire che il primo, vero cattivo dei videogiochi sia questa creatura mitologica, che da sempre accompagna l’uomo nella sua storia. Una figura che deriva dal nostro passato di primati, i cui primi, acerrimi nemici erano proprio serpenti, grandi felini e uccelli rapaci.

Se ci facciamo caso, i draghi non sono altro che il mashup di queste creature: le ali prese in prestito dal mondo dei volatili, gli artigli e la faccia di un leone, la pelle dei rettili. Una figura che compare nelle mitologie di civiltà che non erano a conoscenza della reciproca esistenza. Per dire, il drago alato Quetzalcoatl degli aztechi ignorava di avere un fratello in Cina, il leggendario dragone del folklore locale, ma tant’è. Per non parlare delle infinite storie medievali di cavalieri che combattono i draghi e salvano le damigelle. Insomma, potenti creature che incarnano la prova ultima del coraggio dell’uomo, mostri che gli impediscono di raggiungere un risultato che potrebbe svoltargli la vita, come la conquista di un tesoro o la conquista della [censura].

Il drago dorato di dnd introdusse molti dei concetti base che alla fine diventarono le caratteristiche standard di una lotta col boss: tanto per cominciare, era un nemico più difficile da sconfiggere rispetto ai suoi minion, dotato com’era di un maggior numero di HP. La lotta col dragone, l’ostacolo che separa il giocatore dal tesoro, era promossa da vari messaggi mostrati all’inizio di ogni mappa. Il giocatore poteva decidere di affrontarlo in ogni momento della sua avventura, grazie alla progressione non lineare della campagna. Un escamotage che enfatizzava ulteriormente lo scopo del boss, un test sulle capacità tattiche del giocatore: era sempre lì, disponibile in qualunque momento avesse deciso di andare a trovarlo, ma gli avventurieri dotati di buon senso sapevano che era prassi livellare abbastanza da ottenere un armamentario consono, oltre ad abilità ed esperienza adeguate prima di imbarcarsi in un’impresa del genere, soprattutto sapendo che la sconfitta poteva riportarli al punto di partenza. Game over.

Andiamo avanti col nastro e siamo nella metà degli anni ’80, le console domestiche diventano la moda del momento e iniziano a fiorire i primi franchise nella storia dei videogame. La differenza con gli arcade diventa sostanziale: lo scopo non è più far spendere tutto lo stipendio del povero videogiocatore (o dei suoi genitori), che doveva barcamenarsi tra livelli infiniti ed estremamente sfidanti, un titolo casalingo può essere rigiocato a piacimento. Se i coin-op erano progettati  — appunto — per essere una sfida di abilità e quindi il boss consacrava il giocatore nella hall of fame e lo rendeva l’idolo della sala giochi locale, il cattivo finale delle console era la nemesi dell’eroe, rappresentava il simbolo di risoluzione del conflitto alla base della storia. È proprio in questo periodo che nasce la definizione di “boss”, anche se le sue origini sono incerte:  si dice provenga da uno dei più terribili nemici di Galaga, ossia Boss Galagas, ma l’ipotesi più accreditata è che siano stati i giocatori stessi a inserirlo organicamente nelle loro conversazioni, dove si dava per scontato che il grande nemico fosse il capo (boss, appunto) della banda di cattivi sparsi per i livelli.

E a proposito di cattiveria, la storia ci porta a pensare che boss sia sinonimo di malvagio, e che quella figura messa lì a tentare di ucciderci lo faccia perché spinta dalla furia cieca di sterminare tutto. Il cattivo di per sé viene stereotipato in questa figura oscura, contrapposto all’eroe buono. Una lotta tra chiaro e scuro, tra Paradiso e Inferno. Del resto, dalla notte dei tempi Satana è sinonimo di malvagità. Eppure, analizzando l’etimologia della parola, apprendiamo che la giusta traduzione è “oppositore”, senza alcun riferimento all’oscurità del personaggio.

Le battaglie con i boss possono essere semplicemente contro altri esseri viventi, contro le loro emozioni, contro la loro voglia di vivere.

È impossibile a questo punto non citare Shadow of the Colossus, che introduce il concetto di boss-only game (sì, ok, Donkey Kong): il giocatore viene catapultato in una realtà abbandonata e silente, con il compito, assegnatogli da una divinità antica, di distruggere sedici esseri con le fattezze di bestie di pietra, per ottenere in cambio la resurrezione di una ragazza a cui tiene tantissimo. L’atmosfera di ogni location (e conseguente incontro/scontro col boss che la abita) fonde momenti solitari e pacifici con battaglie costruite come un crescendo continuo in termini di epicità ed emozioni. La particolarità del gioco è che le motivazioni dell’eroe, Wander, non sono classificabili come bianco/nero, ma delineano sfumature molto più umane. Il suo scopo è egoista, il risultato della distruzione dei colossi potrebbe essere catastrofico, ma non c’è scelta, i giocatori sono chiamati ad affrontare comunque questa missione. Diversi colossi nemmeno attaccano il giocatore, a meno che non siano provocati, e si presentano di fatto come animali braccati, aggressivi nell’estremo tentativo di difendersi. Nel 2005, Shadow of the Colossus suggerisce che l’antagonista non sia per forza una bestia cattiva e feroce che vuole distruggere tutto e tutti. Le battaglie con i boss possono essere semplicemente contro altri esseri viventi, contro le loro emozioni, contro la loro voglia di vivere.

Contro noi stessi, le nostre abilità.

E quindi, proviamo a cambiare punto di vista, e proviamo a identificare il boss non come cattivo, ma come qualcuno che ci mette di fronte a ostacoli che non crediamo di poter superare, che ci costringe a mettere in discussione tutto quello che abbiamo imparato fino a quel momento in termini di abilità, equipaggiamento e routine da gameplay. Notate qualche analogia con quella cosa chiamata vita offline?

L’entità malvagia è considerata tale perché in qualche modo simile al protagonista che impersoniamo, ma diversa perché ha abbracciato un lato oscuro a cui non abbiamo dato ascolto o che cerchiamo – faticosamente – di tenere a bada. È in questo momento che la lotta diventa metafora di un essere umano che combatte per migliorarsi, più che per mere questioni di sopravvivenza. Diventa uno scambio in cui, alla fine, è difficile distinguere il buono dal cattivo, perché entrambi sono tutt’e due le cose. Un boss che più lo picchi e più diventa forte e spietato non è più malvagio del nostro personaggio, che quando è in fin di vita sblocca attacchi speciali che fanno un casino di danno. Del resto, è la vita che ce lo insegna: quando ci ritroviamo alle strette siamo portati a reagire con tutta la forza che ci rimane.

Affrontare un boss di fine livello diventa quindi una sorta di metafora del cambiamento: da buoni essere abitudinari, ci convinciamo che per sconfiggerlo basti applicare le tecniche che abbiamo già sperimentato e padroneggiato. Ed è lì che il boss ti dice “no, caro”, ti mette al tappeto e ti costringe a reinventarti, così come ha fatto lui con te, con le sue mille trasformazioni e fasi, proprio quando pensavi di averlo sconfitto. Ed è lì, in quel momento, che si capisce che tanto l’eroe quanto il boss funzionano nello stesso modo. E che la distinzione tra bene e male, forse, non è poi così netta.

Cover-Definitiva

Now Playing: dalla Corea ai supereroi corrotti

Questo mese abbiamo voluto lasciare la Core Story da parte, proprio perché il caldo torrido e le fresche spiagge hanno chiamato ognuno di noi redattori. Dal canto mio l’estate non è solo un periodo in cui abbronzarsi la pelle, ma è anche la bellezza di quei pochi mesi di attività meno intensa nei quali posso coltivare le mie passioni e hobby lontano dalle deadline e dal logorio della vita quotidiana. Finalmente posso spararmi quella serie che tanto mi attirava, oppure gustarmi uno dei blu-ray che ho acquistato e ignorato durante l’anno, magari davanti a una bella ciotola di popcorn rigorosamente di sottomarca.

Qui su N3rdcore i miei pezzi vi hanno dato un’idea più o meno precisa di alcune delle mie passioni, tra gli anime giapponesi e i drama coreani. Se da un lato c’è quest’aria orientale, dall’altro nelle nostre Core Story mi sono permesso di infiltrarmi nelle quinte di film e serie tv, illustrandovi i processi artistici rimasti nell’ombra delle opere o sugli scaffali pieni di artbook. I consigli che seguiranno saranno un po’ uno specchio di queste mie trattazioni, proprio perché nutro la speranza di fornirvi nuove prospettive su show o libri o film che difficilmente raggiungono il pubblico, perfino quando si parla di appassionati. Senza nulla togliere al fascino del mainstream dei colleghi di Popcore, la roba veramente gustosa si trova sempre nel posto in cui non si va mai a cercare.

Consiglio Drama: Lawless Lawyer

Qualche tempo fa vi avevo parlato di Memories of Alhambra: un drama coreano sulla realtà virtuale ambientato a Granada, un perfetto entry point per tutti i curiosi che voglio assaggiare qualcosa di orientale ma non troppo all you can eat. Capisco però che Memories of Alhambra possa avere un’impostazione a volte confusionaria e troppo tech, focalizzandosi sul virtuale e andando a perdere un po’ quel feeling caratteristico che ci si aspetterebbe da uno show asiatico. Nel caso vi manchi davvero l’aria di Seoul, ho però un’altra bella serie da proporvi come alternativa, specialmente per tutti quelli di voi che adorano la pura azione e la lotta alla criminalità.

Lawless Lawyer, disponibile gratuitamente su Rakuten Viki a patto di sopportarne le pubblicità, è la storia di due avvocati che per volere del fato si ritrovano a dover combattere contro un’intera città corrotta in tutte le sue amministrazioni, dalla TV alla finanza. Naturalmente uno scenario simile, con omicidi e sparatorie quasi ogni giorno, richiede un approccio che va ben oltre le regole e la legalità. Un metodo abbracciato dallo studio IL-legale (sì, si chiama proprio così) e dal protagonista Bong Sang Pil. A metà tra il legal thriller e la storia da gangster, Lawless Lawyer è tanto leggero da guardare quanto profondo e stratificato, rendendolo perfino perfetto da guardare sotto l’ombrellone.

I suoi punti forti sono infatti due: un cast stellare pieno di attori dalla carriera solida (e bellissimi) e la dualità tra il carisma del protagonista e quello dell’antagonista. Non ho mai visto, finora, un drama con una rivalità così intensa e vissuta, quasi da manga shonen per certi versi.

Mi ha coinvolto fino all’ultimo secondo e ci sono stati parecchi colpi di scena che hanno evitato il calare dell’attenzione, nonostante una prevedibilità a volte lampante. Per il resto, non c’è davvero niente fuori posto e la montagna russa di emozioni tipiche da drama è una delle più leggere che ci possano essere, tarata quasi appositamente per un pubblico dal palato poco abituato. La storia d’amore poi è molto dinamica, le musiche accattivanti e la resa scenica votata all’esagerazione. Insomma, non manca proprio nulla!

Consiglio Libro: Loop

Dato che vi ho sempre parlato di artbook e illustrazioni, perché non fondere la narrativa e il disegno digitale nel consigliarvi una delle opere più particolari su cui abbia messo mano?

Loop è un libro “illustrato” di Simon Stalenhag, un artista che ha creato un vero e proprio metaverso dove negli anni ’80 la Svezia e l’America possiedono due enormi acceleratori di particelle che hanno cambiato per sempre lo scenario tecnologico. In questo mondo che non è mai esistito, robot giganti e altre creature camminano per le campagne svedesi, vivendo scenari di vita normale mentre sullo sfondo campeggiano gigantesche strutture di metallo. La forza di Stalenhag è proprio quella di fondere un tratto realistico con elementi fantascientifici sapientemente dosati, creando quella sensazione di essere davanti a un ecosistema allo stesso tempo plausibile e immaginifico.

Oltre a essere una bellissima raccolta di immagini sul tema, Loop nello specifico è un vero e proprio libro che racconta la storia della Svezia di questi fittizi anni ’80, spiegandoci cosa è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, la vita vicino all’acceleratore di particelle e tutti gli avvenimenti più importanti di quella Terra. La maestria con cui Stalenhag descrive questo viaggio è pazzesca, tanto da sembrare che le parole sulla carta siano veramente una cronistoria di un futuro che abbiamo mancato per un soffio. Parte di questo effetto è dovuta all’utilizzo dell’infanzia e dell’adolescenza, tanto marcata che è possibile paragonarla a Stranger Things o ai Goonies, giusto per continuare il discorso nostalgia intavolato a luglio.

Se mai accettaste il mio consiglio, vi suggerisco di accompagnare la lettura con le musiche composte sempre dallo stesso artista, disponibili gratuitamente su Spotify e Bandcamp (quest’ultimo ha anche uno spazio per delle offerte libere). E se vi piacerà quello che troverete in Loop, comprendendo abbastanza l’inglese potrete anche farvi un giro con The Electric State: la storia di una ragazza e del suo robot in viaggio in un’America ormai ridotta allo sbando dopo che tutta la popolazione è rimasta letteralmente ipnotizzata dalla realtà virtuale. Quando ci poserete gli occhi, non riuscirete più a togliervi dalla testa quello scenario.

Consiglio Videogioco: Fire Emblem Three Houses

Se si parla di mondo orientale, non si può non pensare a Nintendo e a Nintendo Switch, mio acquisto più che recente. Lo so, arrivo tardi alla festa, ma non potevo mancare Fire Emblem Three Houses, una delle mie serie preferite in assoluto.

Il gioco in questione è uno strategico a fasi dove gli eserciti alleati e nemici si scontrano su campi di battaglia pieni di soldati, maghi, arcieri e chi più ne ha ne metta. Il vero carattere del gioco è basato sulla sua narrazione e sul modo in cui il cast interagisce con il vostro alter-ego, fattori ancora più rilevanti in Three Houses.

Come suggerisce il nome, il vostro compito sarà quello di scegliere una casata e seguirla sia in una fase scolastica, dove voi sarete i professori, sia negli eventi che seguiranno 5 anni dopo l’inizio del gioco. Un racconto lungamente basato sul tempo e sui legami, perfettamente in grado di coinvolgere emotivamente anche il più distaccato tra i menefreghisti.

Oltre a essere un ottimo gioco ammirato dalla critica nazionale e internazionale, lo consiglio proprio perché credo sia l’esperienza che più mancava su Nintendo Switch, soprattutto in relazione ai marchi storici di Nintendo. Il modo in cui è stato costruito Three Houses è inoltre molto amichevole nei confronti dei totali neofiti di Fire Emblem, rendendolo un inizio più che ottimo per chi se ne voglia approcciare.

Per i “men of culture” lì fuori che mi leggono, sappiate che Three Houses è pieno zeppo di papabili waifu e husbando a vostra disposizione. Ammetto però che l’assenza della stirpe creabile dei capitoli per Nintendo 3DS mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma il team di sviluppo si è fatto ampiamente perdonare con le eccellenti storie dei tre leader.

Consiglio Serie: The Boys

Tra le altre cose, sono un grande fan del Marvel Cinematic Universe come metà del globo, però ammetto che le serie TV sui supereroi non mi hanno mai convinto molto. Giusto Powerless e Titans mi hanno lasciato qualcosa di più, mentre le altre le ho già dimenticate amabilmente, soprattutto quella falsa sui superpoteri che misero su PlayStation Video. Mi vengono i brividi solo a ripensarci.

Dato che TUTTI mi consigliavano The Boys e il periodo estivo mi ha fornito più tempo, me la sono divorata per bene e, dio mio, quanto è stato difficile staccarsi dalle puntate per tornare agli impegni della vita. Al netto dei criticoni della rete pronti a dissacrare qualsiasi cosa sia basata su un fumetto e non rispetti le pagine 1:1, l’ho trovata estremamente brillante e con un cast eccezionale. Patriota (Anthony Starr) e Billy Butcher (Karl Urban) sono sicuramente le mie due scelte d’eccellenza, ma fatico a trovare anche solo un membro che abbia fatto un lavoro pessimo o mediocre. Forse giusto Queen Meeve non mi ha convinto molto, lasciandomi a bocca asciutta nonostante qualche accenno di retroscena interessanti.

La serie, per chi non conoscesse il nome The Boys e avesse vissuto in un’isola deserta fino alla lettura di questo pezzo, parla di un gruppo di uomini che, per un motivo o per un altro, finiscono per tentare di distruggere una società multinazionale in completo controllo di un esercito di supereroi dallo stampo classico. Quest’ultimi salvano le persone, fanno sponsor, campagne, pubblicità e rendono felici gli azionisti guadagnando miliardi su miliardi, ma in realtà dietro la tutina e il mantello si nasconde corruzione, vizi, droga, crimini e tutto ciò che compone la schifezza della società moderna. Uno specchio dei giorni nostri, pieno di denunce al sistema consumistico e allo stile di vita americano.

Non è la prima volta che vediamo il tema dei paladini della giustizia trattato in questo modo, ma tra tutte le trasposizioni seriali The Boys è un pinnacolo senza precedenti. Alcune scene, come l’aereo dell’episodio 4, non fatico a definirle indimenticabili oltre che iconiche, tanto da possibilmente definire le future trattazioni di queste tematiche. In particolar modo, il maggior merito di The Boys – a mio giudizio – è quello di riuscire a essere crudo al punto giusto, senza strafare con il gore o usando escamotage visivi giusto per creare sensazionalismo tra le pagine dei tabloid. Al giorno d’oggi è difficile trovare la dose corretta per lo splatter, il che la dice lunga sulla regia della serie.

Considerando che è uscita di recente ed è disponibile su Amazon Prime Video, non c’è davvero nessuna scusa per non mettersi comodi e vederla. Ora, per favore, datemi la seconda stagione.

Consiglio Film: Train to Busan

Chiudiamo con la Corea e lo splatter grazie a Train to Busan, uno dei film più famosi del filone orientale a tema zombie.

Se lo conoscevate di nomea e non lo avete mai visto perché “non so, i film coreani sono strani”, sappiate che avete commesso l’errore più grave della vostra vita. Se invece non abbiate idea del perché un film sugli zombie si chiami treno per Busan e pensate a un errore di scambio alla stazione Termini, lasciate che vi illumini.

Train to Busan è una pellicola abbastanza diretta (battuta non intenzionale) dove un intero treno carico di passeggeri finisce per essere l’unica salvezza da un’appena scoppiata apocalisse zombie. Davvero, il disastro comincia proprio quando le porte del treno si chiudono, anche perché un’infetta riesce anche ad entrare in un vagone proprio per il rotto della cuffia del segnale acustico. Da qui, come spettatori seguiremo le vicende dei pendolari all’interno del treno, in particolar modo concentrandoci sul protagonista interpretato dall’eccellente Gong Yoo che i più ferrati ricorderanno anche per Goblin: lo show che rappresenta l’eccellenza dei drama.

La storia del film è classica e non propone niente di nuovo sotto al sole degli zombie, tuttavia l’ambientazione e le dinamiche sociali che presenta sono abbastanza forti da dargli un feeling originale e tutto suo, utilizzando il treno come specchio di ciò che accadrebbe fuori dai suoi vagoni. Metteteci un pizzico di sano legame familiare, scene da testosterone qui e lì, sacrifici vari ed eroismo in pillole ed ecco che avrete la perfetta formula del film di zombie coreano più in voga. Ah, naturalmente nessuno vuole evitare di menzionare l’eccellente fattura con cui il trucco e gli effetti speciali riescono a creare dei veri e propri cadaveri viventi. Train to Busan è già vecchiotto, ma le sue idee possono essere riviste anche nella più recente serie Netflix Kingdom.

Per quanto sia disponibile in italiano in streaming o negli archivi del Blockbuster sotto casa fallito diversi anni fa, vi consiglio di ignorare quel doppiaggio orribile fuori sincro e gustarvelo con i sottotitoli. Forse un po’ impegnativo da vedere al tavolino del bar dello stabilimento, specialmente se non avete mai ascoltato il coreano in vita vostra, ma è un’ottima occasione per farsi una bella serata a base di pizza e film. Non scordatevi le birre ghiacciate!

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